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L’espansione del Dio Unico nella Storia

16 Feb

Le mappe – come tutte le rappresentazioni pittografiche –  parlano da sole.

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Un mondo convertito con la fame, la morte e la paura ieri come oggi.

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Omosessuali, religioni, leggi: quale Storia e quali Diritti?

25 Gen

Per le principali religioni moderne l’omosessualità è un atto ‘impuro’, ‘contro natura’, perchè l’hanno detto Yahvè, Dio e Allah,  promettendo i peggiori supplizi in vita e dopo la morte. Anche il Buddismo la ‘sconsiglia’, alla pari di qualsiasi altra condotta derivante dal ‘desiderio’.

Precedentemente, Confucio e Krisna non ne fanno una particolare mezione o ‘problema e, ancor prima, tra gli Indoeuropei come tra i nomadi dell’Asia o del Nordamerica, i ‘pagani’ non si ponevano particolari problemi verso i fuðflogi e le flannfluga (uomini e donne che rifiutano il rapporto eterosessuale e il matrimonio), ma – come per il sopraggiungere dell’impotenza senile – escludevano dal contesto ‘maschile’ gli ‘effemminati’, cioè quelli che decidevano di non partecipare alle prove di iniziazione ‘virili’ e sceglievano di adottare uno stile di vita ‘femminile’.
La maggioranza degli dei della vegetazione (Attis, Adone, Dioniso, Tuisto) erano androgini

Tra i mediorientali gli omosessuali erano una casta, come, ad esempio, i sacerdoti travestiti o gli eunuchi che costituivano il clero di Inanna / Ishtar, venerata nel Tempio di Gerusalemme come “Regina del Cielo” (Secondo Libro dei Re 23,7).
E, ancora oggi, nell’India colonizzata dagli Arya, gli ermafroditi sono dei fuori casta e la benedizione degli eunuchi è considerata quasi indispensabile ed eccezionalmente efficace in ogni cerimonia.

Una questione di fede, dunque, e non di pericolosità sociale, in un mondo dove la ‘famiglia’ e la capacità di ‘procreazione’ era tutt’una cosa, ma dove l’omosessualità non dava scandalo.

Infatti, in Europa occidentale, fino a Carlo Magno, la legislazione civile che il diritto canonico non fanno particolare menzione dell’omosessualità; solo nei Paesi Baschi le Leges Visigothorum prevedevano la castrazione, ma con scarso esito visto che il clero rifiutò di applicare la norma.
Ad Oriente, viceversa, l’Impero bizantino continuò ad applicare il codice teodosiano che prevedeva la pena di morte per gli omosessuali passivi e gli effemminati, estesa anche gli omosessuali attivi (Giustiniano – 533 d.C.) e agli adulteri. L’omosessualità in Russia, però, fu tollerata fino all’epoca di Pietro il Grande e sanzionata dalla Chiesa ortodossa con penitenze.

Le cose andarono a cambiare, in Europa, dopo l’Anno Mille, ‘grazie’ al monaco Pier Damiani (Liber Gomorrhianus – 1049 d.C.) in cui si condanna violentemente l’omosessualità e la sodomia, e, soprattutto, a Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae), in cui l’omosessualità viene descritta come un peccato orribile, ben peggiore dell’adulterio e dello stupro, anche se non assimilabile alla bestialità vera e propria.

Nell’arco di 200 anni, la nuova morale venne fatta propria dall’emergente classe borghese dei mercanti (Paolo da Certaldo -“Il Libro dei buoni costumi”) con l’introduzione di statuti che prevedevano – nella sostanza – le stesse pene dello Stato Pontificio e del Codice Teodosiano.

La Riforma (in particolare il Calvinismo) e l’Illuminismo fecero il resto, se la prima legge contro gli omosessuali in Cina venne introdotta nel 1740 e in Russia  solo nel 1706 venne introdotto il rogo.

A casa nostra, andò a finire che, al sorgere dell’unità italiana, nei codici delle Due Sicilie non v’era neanche la menzione dell’omosessualità, mentre nel resto d’Italia la ‘sodomia’ era punita ‘da sempre’ con l’impiccagione ed il rogo. Solo nel 1787, in Lombardia e Triveneto, si passò alle pene corporali e al carcere per ‘bontà’ dell’imperatore d’Austria e solo nel 1832 a Roma venne abrogata la pena di morte, convertendola in ergastolo. Nel 1859, i Savoia  (art. 425 del C.P.) introdussero la pena del carcere per gli omosessuali, estesa poi a tutta la penisola.

E se tanto era tra i cattolici, non è che andasse molto meglio negli ‘ambienti laici’, figli del Calvinismo, che – in sintesi – la pensavano come Cesare Beccaria, secondo il quale l’omosessualità “prende la sua forza non tanto dalla sazietà dei piaceri, quanto da quella educazione che comincia per render gli uomini inutili a se stessi per fargli utili ad altri” e che “non si può chiamare precisamente giusta (il che vuol dire necessaria) una pena di un delitto, finché la legge non ha adoperato il miglior mezzo possibile nelle date circostanze d’una nazione per prevenirlo”.
Non a caso i laici totalitarismi comunisti della Russia e della Cina previdero la ‘rieducazione’ per gli omosessuali e , come detto, nel Meridione d’Italia borbonico dovette essere lo Stato unitario ‘liberale’ ad imporre sanzioni e pene per gli omosessuali.

Fatto sta che la medicina  ha cancellato solo da 25 anni (17 maggio 1990) l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola “una variante naturale del comportamento umano”, e da allora sta a noi decidere se credere nella Scienza o nei Profeti, ovvero se discriminare gli omosessuali o non farlo.

Altra questione, però, è la famiglia, cosa molto diversa dall’estendere giustamente lo status di parentela al partner omosessuale di qualcuno.

Infatti, per ‘famiglia’ non esiste una definizione: l’Uomo – dagli albori della Preistoria – non ne ha sentito il bisogno, dando per scontato che fosse l’elemento base della ‘riproduzione della specie’.
Oggi – con la demografia in eccesso e con la clonazione alle porte, mentre tanti non hanno più famiglia – le cose sono cambiate e, se un single può adottare bambini, non dovrebbe esservi motivo per cui non possano farlo gli omosessuali.

Ma, se gli omosessuali hanno diritto a farsi una ‘famiglia’, che dire dei bambini orfani o che vivono nell’abbandono come degli homeless e degli invalidi o degli anziani esodati con rinvio perpetuo della pensione oppure delle donne istruite e senza lavoro o, ancora, dei giovani che – una volta – a 30 anni non erano ‘ragazzi’ bensì padri e madri?

Negli USA le norme sui diritti degli omosessuali sono andate di pari passo con le altre tutele dei comportamenti ‘privati’ e dei ‘diritti civili’ (es. legalizzazione cannabis, diritti afroamericani e indiani, etc) ma sono state affiancate da importanti interventi sul Welfare, sulla Sanità e per le famiglie.
“Ogni individuo in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità”. (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – art. 22)

Demata

Brittany Maynard: suicidio o eutanasia?

31 Ott

santa muerte Nell’aprile scorso a Brittany Maynard,  29 anni, dopo un intervento chirurgico e una serie di chemioterapie, erano stati diagnosticati sei mesi di vita per un tumore al cervello scoperto pochi mesi prima.

Così Britanny decide di trasferirsi da San Francisco, dove viveva, a Portland in Oregon, che  è – con Vermont, Montana, New Mexico e Washington State – uno degli stati che offrono protezione legale (Death With Dignity Act ) ai malati terminali che vogliano l’eutanasia.

E domani tutto questo avverrà, mentre i media già diffondono le foto della sua gita in famiglia al Gran Canyon, dato che Britanny ha deciso di usare la propria morte come una campagna mediatica pro eutanasia.

“Non sono una suicida e se lo fossi stata l’avrei già fatto, ma sto morendo e voglio farlo. Il mio tumore è così grande che servirebbero delle potenti radiazioni al cervello solo per rallentarne l’avanzata ma con effetti collaterali spaventosi, tra cui le ustioni. Con la mia famiglia abbiamo ragionato e verificato che non esiste un trattamento. Le cure palliative inoltre non riducono comunque il dolore devastante e la possibilità che possa perdere a breve le capacità cognitiva e di movimento, ho deciso quindi per una morte dignitosa”.

E che sia in fin di vita, lo conferma il fatto che, all’indomani della gita al Canyon, la ragazza è stata ricoverata in ospedale con il più grave attacco epilettico nella breve storia della sua malattia che l’ha lasciata per ore incapace di parlare.

Diversi i commenti dei media, che comunque tutti stanno dando ampio risalto alla vicenda: una ‘che ha deciso di andarsene alle sue condizioni’ (La Stampa), che “ha deciso che avrebbe giocato d’anticipo con la Nera Signora. Avrebbe scelto lei quando darle appuntamento e non viceversa” (Panorama), “volersi confessare davanti alle telecamere, per molti una scelta nobile, per altri si annuncia come un suicidio tramutato in spettacolo” (RaiNews).
Secondo Famiglia Cristiana, nel video registrato il 13 ottobre e diffuso ieri dalla Cnn, “Brittany Maynard ritratta la scelta di porre fine alla sua vita il primo di novembre. O quanto meno la mette in stand by.

Il solito coro, insomma.
I modernisti e i laici invocano la libertà di aborto e/o eutanasia, le religioni che si sono affermate negli ultimi 2000 anni (Ebraismo, Cristianesimo e Islam) non sanno bene come metterla, tutti gli altri culti arricciano il naso per la faciloneria con cui si affronta la questione.

Infatti, ad applicare un bel po’ di religioni ‘ancora vigenti’ ce ne sarebbero cose da dire.

Innanzitutto, nessun’altra religione – diversa da quelle che accettano la Bibbia come libro sacro – considera il suicidio un ‘peccato di per se’ e tutte – nei modi che vedremo – trovano applicazione al triste caso di Britanny.

02115_bastone_aesculapioIl mondo antico fondava i propri principi riguardo l’eutanasia nel Giuramento di Ippocrate (circa 420 a.C.): “somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo” e simili indicazioni erano già nel primo corpus legislativo della storia, il Codice di Hammurabi ( 1792 al 1750 a.C.).

Il suicidio e l’assistenza allo stesso – se da parte di una persona diversa da un medico o da uno schiavo – erano considerati con rispetto.

E andando dall’Olimpo al Walhalla, alla religione dei suoi antenati – quella di Thyr, di Odino e del Ragnarok – c’è una sola scelta ‘perfetta’ ad eccezione del suicidio: rifiutare le cure e affrontare la ‘propria morte’ in un luogo isolato e senza assistenza per attacco epilettico, collasso o ictus che fosse.
Atteggiamento simile sarebbe stato consigliato dalle religioni precolombiane indo-mesoamericane, da confuciani, buddisti e animisti vari.

Allontanarsi in mare, nei boschi o nel deserto … cercando nella solitudine il proprio ultimo ‘Se’, amando la Vita fino all’ultimo istante, prima che la malattia arrivi a deturpare tutto.

Il problema di Britanny, il problema di tutti noi è che il culto dell’onnipotenza – divina o umana la medaglia è una sola –  ha ormai attecchito nella nostra società sotto tutte le latitudini.
Per rendersene conto basta ascoltare i discorsi di tanti nostri  settantenni od ottantenni che – sopravvissuti ad altri di loro prematuramente scomparsi – si lamentano dell’amaro destino riservatogli – da Dio o dalla sorte – per prevedibili malanni e dolori che li accompagneranno alla Morte, invidiando la sorte di chi giovane o sessantenne abbia perso la vita in un attimo o nel sangue …

Britanny ha tutto il diritto di decidere di morire, per lasciar corso alla malattia o per metallo o veleno che fosse. E è quello che ha fatto: è andata dopo le potevano prescrivere un veleno e l’ha acquistato.

Ma non si tratta di eutanasia: è un suicidio.

La questione ‘morale’ riguarda solo il fatto se avesse il diritto di comprare quel veleno dal droghiere o in farmacia: l’eutanasia è un problema dei medici, l’accesso a determinati veleni per i malati terminali (o il possesso di un’arma da fuoco) è un altro.
Se la propria morte non è una questione del tutto privata, cosa può esserlo mai?

A proposito, nel ‘ringraziare’ chi ha strumentalizzato Britanny e tutti i malati come lei, prendiamo atto che – grazie a lei – la ‘morte privata’ è divenuta show business: a quando il prossimo pre mortem a reti unificate?

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Corsi e ricorsi storici: la Cina nomina i “suoi” vescovi

22 Lug

Lo stato della Cina Popolare si appresta a nominare (cioè ordinare) i vescovi cattolici. Il Vaticano reclama e, vivendo in un paese cattolico, la cosa ci appare “giusta e normale”.

In realtà, la nomina dei vescovi rappresenta un aspetto piuttosto controverso dal punto di vista delle norma internazionale, visto che ad essi è attribuito un potere gerarchico e temporale che non ha equivalenti nelle altre confessioni e religioni.

Non è un caso che la pretesa della Santa Sede di nominarli abbia comportato centinaia di anni di guerre in Europa, conclusesi sostanzialmente con una vittoria dei “Guelfi”.

La Cina Popolare non ha mai firmato un accordo od un trattato a riguardo e la competenza, la “giurisdizione”, resta a loro non a Roma, specialmente se parliamo dell’ “Associazione patriottica cattolica cinese”, come effettivamente si tratta.

I Cattolici in Cina Popolare superano ufficialmente i 4 milioni, ma potrebbero essere quattro volte di più, stando alle stime di «Human Rights Watch», dato che il clero cattolico, che svolge attività religiosa al di fuori dell’associazione patriottica, è considerato sovversivo.

Una problematica analoga a quella che portò la Chiesa romana allo scontro con l’Impero federiciano e, successivamente, con i principi riformati,  e che alimentò la Guerra dei Cent’anni e quella dei 30 anni come anche lo scisma anglicano ed il massacro albigese.

Questo dovrebbe raccontarci una libera stampa e questi sono gli svantaggi di una Chiesa temporale e dotata di banche. Sarebbe ora di cambiare e ritornare agli insegnamenti originari.

Ha meno possibilità di andare in paradiso un (clero) ricco piuttosto che un cammello di attraversare la cruna di un ago …

Coppie omosessuali, l’ONU ed il diritto di culto

15 Lug

Il Vaticano è allarmato per la «road map» Onu sui diritti dei gay fissata dall’ONU, in quanto teme che il riconoscimento di una piena parità giuridica possa prestarsi alla rivendicazione del matrimonio religioso tra due uomini o due donne.
Infatti, la “norma” che arriva dal contesto internazionale non permette alcuna distinzione morale, politica o giuridica in relazione al matrimonio, all’adozione o all’inseminazione artificiale per le coppie e le persone non eterosessuali.
Un timore, quello cattolico, ribadito nell’ottobre 2009 al Sinodo dei vescovi dedicato in Vaticano all’Africa, dal cardinale Antonelli, all’epoca presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia: «Una cosa sono i diritti individuali delle persone, altro è il riconoscimento giuridico della coppia omosessuale equiparandola alla famiglia».

La Santa Sede ha una posizione chiara, ovvero di ripudio dei comportamenti non eterosessuali come gravemente peccaminosi.
Tra i cristiani riformati, luterani, valdesi, anglicani e metodisti hanno di recente aperto le porte alle coppie omosessuali, mentre le chiese evangeliche restano contrarie.
Anche l’Islam è contrario in toto alla sodomia, etero ed omo, mentre considera i rapporti omosessuali come fossero adulterio, a prescindere del la persona sia sposata o meno.
Per il Giudaismo i rapporti sessuali tra uomini sono un «abominio», punibili come un crimine capitale, ma non vi è menzione dell’omosessualità femminile.
Nella tradizione religiosa induista non vi è traccia di condanna e biasimo nei confronti dell’omosessualità, fino all’arrivo degli Inglesi, poiché, “in tutto ciò che concerne l’amore, ognuno deve agire in accordo con i costumi del proprio paese e con le proprie inclinazioni”.
Nel buddismo, il terzo dei Cinque precetti di Sakiamuni afferma che è necessario astenersi dai comportamenti sessuali “non appropriati”, cioè al di fuori del matrimonio, senza il consenso del/la partner e, ovviamente,  lo stupro, l’incesto e il bestialismo. “L’omosessualità, sia che sia tra uomini o tra donne, non è sconveniente di per sé. Quello che è sconveniente è l’uso di organi già ritenuti inappropriati per il contatto sessuale”,  secondo la lectio magistralis del Dalai Lama.
Parlando di religioni laiche, ricordiamo che il Comunismo, come il Nazismo, fu fortemente omofobo, internando i “diversi” nei campi di concentramento.

In parole povere, se l’ONU dovesse imporre una “Carta dei diritti LGBT” così radicale come vorrebbero le lobbies laiche, andrebbe a finire che i diritti sessuali delle persone andrebbero ad inferire con i diritti di  libero culto, che ricordiamolo, sono ugualmente e maggiormente sanciti sia a favore dei fedeli sia delle chiese.

Una contraddizione in termini, che è ancora più evidente se consideriamo che la Carta dei diritti dell’Uomo, stilata dall’ONU nel 1955, non prevede il diritto alla famiglia ed alla prole, che, viceversa, sono affermati dalle norme per la parità giuridica degli omosessuali.

Infatti, cosa significherebbe in termini di Welfare dover assicurare il “diritto alla famiglia ed alla prole”, non alle coppie LGBT, ma quelle eterosessuali, giovani, marginalizzate e disoccupate?