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Campobello di Marsala, ingiustizia è fatta

15 Giu

Il 15 gennaio 2011,  la famiglia Quinci stava ritornando a casa con la propria Fiat 600 quando venivano letteramente travolti da una Bmw che, sfrecciava a 120 chilometri all’ora per le strette vie di Campobello di Mazara.

Nulla v’era da fare per Martina e Vito, di 12 e 10 anni, e per la madre, Lidia Mangiaracina di 37 anni, e l’unico a sopravvivere fu il padre e marito, Baldassare Quinci, un maresciallo dell’ Aeronautica di 43 anni.

Sei mesi dopo l’incidente, moriva anche lui, suicida, dopo aver appreso di essere stato accusato di concorso di colpa da una perizia di parte, prodotta dalla difesa del pluriomicida ed accettata dalla Corte.

Eppure, era la BMW ad andare ad almeno 70 km all’ora oltre il limite di velocità, non la Fiat 600.

Una BMW, lanciata a velocità folle, da Fabio Gulotta, 22 anni, che – inspiegabilemente – è stato condannato a soli due anni di carcere, a fronte dei circa 8/10 anni previsti. Inoltre, la pena è stata sospesa ed il pluriomicida non farà neanche un giorno di carcere, a seguito del patteggiamento concesso dal giudice delle udienze preliminari di Marsala, Vito Marcello Saladino.

Un magistrato che sapeva perfettamente che due anni di reclusione è anche il limite oltre il quale si rischia di finire in carcere e, dunque, era perfettamente consapevole che la sua decisione avrebbe evitato l’esecuzione della pena a Fabio Gullotta.

Tra l’altro, secondo Marsala.it, Fabio Gulotta, solo due anni prima e poco più che diciottenne, aveva causato un altro incidente stradale con feriti e gli era stata sospesa la patente. Questo fatto avrebbe – secondo buon senso – dovuto indurre il Pubblico Ministero a non acconsentire, come viceversa ha fatto, ad una pena così blanda e, soprattutto, inefficace.

Specialmente se, come racconta l’avvocato della famiglia Quinci, Claudio Congedo, accade che “dapprima i PM della Procura di Marsala – sono stati tre quelli che si sono succeduti nella titolarità del fascicolo – avevano assicurato che avrebbero rifiutato il patteggiamento. L’ultimo PM arrivato dinanzi alla difesa di Gulotta che chiedeva il rito abbreviato, ha proposto lui il patteggiamento”.

Un patteggiamento che, ricordiamo anche questo, arriva giusto prima dell’inizio del processo vero e proprio che, certamente, avrebbe dato un esito ben più gravoso ed efficace per Fabio Gulotta e, forse, un po’ di giustizia per le famiglie Quinci e Mangiaracina.

Nicola Mangiaracina – fratello di Lidia e zio di Vito e Martina – non ha potuto altro che commentare: «Questa vicenda dimostra come lo Stato italiano tutela chi uccide le persone. Chiunque può commettere impunemente simili reati, può sterminare una famiglia senza che gli succeda nulla».

Angelo Gulotta, padre del pastore ventiduenne, ha tenuto a precisare, a suo tempo, che il figlio “vorrebbe chiedere scusa alla famiglia Quinci, ma non trova le parole. Non era ubriaco, aveva solo bevuto un bicchiere di vino a cena. Fabio non è uscito di casa per andare ad uccidere, è successo: cosa può fare?”

Se si guida a 120 chilometri all’ora tra le stradine di un paesino e ci scappa il morto, è una fatalità … mica una – forse non precisa, ma certamente scellerata – ‘volontà di uccidere’. Come anche contrasta con il comune sentire che chi sbuca da uno stop in una stradina debba tenere conto – come secondo i periti di Marsala – che possa arrivare un bolide a 120 all’ora e non al massimo un’autovettura ai 40 all’ora …

Un’orribile, deludente e disgustosa vicenda che accade proprio mentre il Parlamento deve discutere e legiferare riguardo la responsabilità dei magistrati e, dunque, uno ‘svarione giudiziario’ di tale fatta dovrebbe essere in prima fila nell’agenda dei nostri media.

Come anche, “giusto per la cronaca”, ci piacerebbe essere informati che proprio Campobello di Mazara è nell’occhio del ciclone, dopo l’esito delle indagini che vedono  il sindaco, Ciro Caravà, arrestato per associazione mafiosa, se non addirittura coinvolto nella latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro.

Preso atto che neanche la RAI, televisione pubblica e di Stato, ha voglia di tenere accesi i riflettori sui territori di mafia – forse perchè non attraggono inserzioni pubblicitarie o forse solo perchè sono ‘a Sud’ – speriamo, almeno, che in Tribunale non offrano un favorevolissimo patteggiamento anche a lui.

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Who was Marcello Dell’Utri?

9 Mar

First, we point out that, according to two judgments, canceled or being canceled by the Supreme Court, as it seems, Marcello Dell’Utri was charged to support mafia organizations and activities.

As one of the closest  “political” advisers of Silvio Berlusconi, these news would have to make a stir since its entry into politics, but this did not happen.

In addition, admitted the veracity of witnesses and evidences, it is ‘impressive’ that Senator Dell’Utri has had dealings with mobsters only until 1992, interrupting when Berlusconi entered politics.
Not a “detail”, if anyone considers that, in the world and not only in Italy, many business and relationships have changed since 1990, after the fall of the Berlin Wall, with regard to policy, and the arrest of John Gotti in New York superboss, as on the Mafia.

Elsewhere, there were already Oppositions and Media on the sidelines and the Government Berlusconi was forced to resign.
Elsewhere …, not in Italy, a garantist country, where there are draconian laws for illegal immigrants,  against ‘smoking a joint’ kids and about workers dismissions, as those to reduce future retired rights or to exclude a part of unemployed by social salary.

Yet, at least one question could be put: if Dell’Utri had contacts with the Mafia – without being a ‘consigliori’ or simply a friend – or if had not: who was represented by him when he was in tose places with that people?

Mr. Rapisarda, with whom he worked from 1978 to 1981, years in which he had – as Marco Travaglio wrote – relations with Ciancimino, powerful mayor of Palermo, with Cuntrera-Caruana’s Clan, which controlled cocaine trade, and with Jimmy Fauci, who ran the drug trade between Italy, Britain and Canada?
Or acted on behalf of Silvio Berlusconi since 1963, when he went to Milan to become his secretary? Or, again, was he infiltrated by Mafia since 1974, a time when it was assumed as ‘groom’ Vittorio Mangano, who was arrested in 1980 by Giovanni Falcone for international drug traffic?
Or nothing of that and, then, what else?

Hypotheses, not certainties, in the face of so many temporal and relational proximities those have to be fully clarified and justified, before in politics and after, if necessary, in a court.

Who or what “masters” had Marcello Dell’Utri – if he had – from 1982 to 1992, when, despite having strategic locations Publitalia’80, was caught by the police in the company of known mobsters, as Marco Travaglio reports in his books?

If it was not a gangster – and it seems it was not – for whom Marcello Dell’Utri worked and what was its real function? Incredibly, the issue is not only relevant about the respect of laws, but, principally, it is an historical and sociological question.
And these questions are absent in the media and in social groups.

A mediator, an “ambassador”, a broker? A sure and confident friend of a VIP as Silvio Berlusconi? A competent and clever manager? A ‘free lance’?
Had he a personal (and big) power or he was always an instrument of powerful ‘others’? What was the appeal that led to a prominent man like Silvio Berlusconi to find in Marcello Dell’Utri the confidant of a lifetime and the trustee of an empire?

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Dell’Utri, una storia italiana

9 Mar

Un paio di anni fa, quando questo blog era ancora pubblicato tramite “TypePad – La Stampa”, il post dedicato alla misteriosa carriera di Marcello Dell’Utri raccolse circa 15.000 passaggi in due giorni.

La domanda era: “se non era un mafioso – e non sembra che lo fosse – per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione?”

Le questioni poste all’epoca ritornano, dunque, con maggiore evidenza oggi, dopo la richiesta del Procuratore Generale di annullare la condanna poichè “nel caso del senatore del Pdl  non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio. Nuovo processo o la vicenda alle sezioni unite penali“.

Ecco il post di due anni fa, con qualche integrazione o modifica, visto l’evolversi dei fatti.

Innanzitutto, precisiamo che secondo ben due sentenze, annullate od in corso di annullamento, come sembra, in Cassazione, Marcello Dell’Utri era stato accusato di concorso esterno ad organizzazioni ed attività mafiose.

Trattandosi di uno dei più stretti consiglieri “politici” di Silvio Berlusconi, la notizia avrebbe dovuto fare scalpore fin dalla sua entrata in politica, ma questo non accadde.

Inoltre, ammessa la veridicità di testimoni e prove, è a dir poco strano che il senatore Dell’Utri abbia avuto rapporti con mafiosi solo fino al 1992, interrompendoli con l’entrata in politica di Berlusconi. Un “dettaglio” che balza all’occhio, se si considera che, nel mondo e non solo in Italia, molte relazioni d’affari siano cambiate a partire dal 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, per quanto riguarda la Politica, e l’arresto del superboss John Gotti a New York, per quanto relativo alla Mafia.

Altrove, c’erano già le opposizioni ed i media sugli spalti, mentre il Governo Berlusconi sarebbe stato costretto alle dimissioni.  Altrove …, da noi siamo “garantisti”, ma abbiamo leggi draconiane per immigrati irregolari, ragazzini con spinello e licenziamento die lavoratori.

Eppure, almeno una domanda ci sarebbe e potrebbero porla tutti: se Dell’Utri aveva contatti con mafiosi senza esserne tale e senza esserne amico, a nome di chi lo faceva?

Di Rapisarda, con cui ha collaborato dal 1978 al 1981, anni in cui avrebbe avuto, come racconta Marco Travaglio, relazioni con mafiosi del calibro di Ciancimino, potentissimo ex sindaco di Palermo, Cuntrera-Caruana, che controllavano il traffico di cocaina, e Jimmy Fauci, che gestiva il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada?
Oppure agì per conto di Silvio Berlusconi fin dal 1963, quando lo chiamò Milano e ne fece il proprio segretario, oppure, ancora, fu infiltrato dalla mafia a partire dal 1974,  epoca in cui fu assunto lo “stalliere” Vittorio Mangano, arrestato nel 1980 da Giovanni Falcone per traffico internazionale di droga?

O nulla di tutto questo ed, allora, cos’altro?

Ipotesi, non certezze, a fronte di tante contiguità temporali e relazionali che  – in politica e non in tribunale – andrebbero ampiamente chiarite e giustificate.

Chi o quali “padroni” ebbe Marcello Dell’Utri dal 1982 al 1992, quando, nonostante avesse posizioni strategiche in Publitalia’80, veniva colto dai carabinieri in compagnia di noti mafiosi?

Se non era un mafioso – e non sembra che lo fosse – per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione? Incredibilmente, pur essendo la questione non solo giudiziaria, ma
soprattutto storica e sociologica, queste domande sono assenti nei media come nei salotti.

E’ stato un mediatore, un “ambasciatore”, un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico fedele ed affidabile di Berlusconi e basta?

Ha avuto un proprio potere od è sempre stato uno strumento di altri? Quale è stato l’appeal che ha indotto un uomo di primo piano come Silvio Berlusconi a farlo il confidente di una vita ed il fiduciario di un impero?

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Fine pena? Mai, anzi, riapriamo l’Asinara

27 Mar

M_ac6575a57fb54949cc10301c20d247a9Il Tempo del 23 marzo scorso riporta un’interessante notizia, che ci da tutto lo spessore di un grave fenomeno:

“La criminalità organizzata scende in campo per il voto del 13 aprile.


E lo fa apertamente attraverso esponenti di rilievo che hanno affidato a un volantino-proclama la loro scelta politica.

Una propaganda che arriva dal carcere.

«Indirizziamo i voti dei nostri familiari per quel partito o schieramento che ha messo nei primi posti della sua attenzione il problema del carcere…. per l’uscita del nuovo codice e per l’abolizione del regime di tortura 41 bis»

Ventotto righe per invitare i detenuti, che non hanno diritto di voto, a fare pubblicità presso parenti e amici per dare la loro preferenza a quei «partiti che hanno parlamentari che visitano spesso le prigioni».

E ancora «facciamo votare i partiti che sono favorevoli all’abolizione dell’ergastolo,
all’emanazione del codice penale e a una pena rieducativa».

La firma in calce è «Gli ergastolani in lotta  di Spoleto»”

La lettera è stata spedita dal carcere di Spoleto da Giovanni Spada, pugliese, boss della Sacra corona unita in regime di alta sicurezza ed intercettata a Rebibbia , dove il destinatario era Angelo Tornese, anche lui della Sacra Corona Unita, sottoposto a regime 41 bis.

Solo grazie alla censura, applicata per il 41bis e non per il regime di alta sicurezza, si è potuta scoprire la “cospirazione”.

Scrive Maurizio Piccirilli che: “I detenuti di Spoleto sono da tempo molto attivi nell’impegno «politico». Molti gli incontri con esponenti parlamentari autorizzati alle visite in carcere. Soprattutto di estrema sinistra. E infatti l’invito al voto è quanto mai esplicito: «Facciamo votare Sinistra critica e Sinistra Arcobaleno».

E’ un caso che i due partiti menzionati sono gli unici che non hanno votato le modifiche al regime carcerario speciale? Qualcuno si prenderà la briga di monitorare il voto in Puglia?