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Riforma elettorale … che nulla cambi

2 Mar

Arriva la Riforma Elettorale od almeno così dicono, visto che quello che si paventa è solo un’ulteriore arroccamento della stantia politica dei partiti.

Si parla di 500 deputati e 250 senatori, i primi eletti dal popolo, i secondi eletti dai Consigli Regionali: un Senato, dunque, che sarà espressione della Casta partitica.

Un Senato “federale”, composto da soli 250 personaggi che non rispondono al popolo ma alle maggioranze dei Consigli Regionali, che si troveranno a decidere su tutto quanto l’art. 117 della Costituzione – voluto da D’Alema e Amato – assegna alle Regioni in toto od in parte: commercio con l’estero, tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, professioni, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione per i settori produttivi, tutela della salute, ordinamento sportivo, protezione civile, governo del territorio, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione, ordinamento della comunicazione, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, previdenza complementare e integrativa, armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali, casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale.

Avete letto bene e sappiate che la Camera dei Deputati – quella eletta da noi – avrà l’obbligo di approvazione entro 15 giorni, altrimenti varrà come unica la prima lettura approvata in Senato “federale”.

Il principale autore del testo di riforma sembra essere Luciano Violante, l’ex magistrato che raccolse le deposizioni di Tommaso Buscetta riguardo il terzo livello della mafia, rimaste senza esito, e condusse, secondo molte fonti, le trattative con il superboss Giovanni Brusca.

E fu un grande siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a spiegarci che in Italia una certa politica va a “cambiare tutto perchè nulla cambi” …

Leggi anche Riforma elettorale: una nuova “legge truffa”?

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Riformare il catasto … a Roma?

29 Feb

Il governo conferma, nell’Atto di indirizzo firmato dal premier Mario Monti, la volontà di riformare – fiscalmente e non solo – il settore immobiliare e il sistema estimativo del catasto per il “riequilibrio del sistema impositivo” ed il “graduale spostamento dell’asse del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette”.

Una bella idea? Forse, ma, …

Apparentemente, l’idea di mettere ordine al settore immobiliare non è errata, anzi. Il problema, però, è che possa essere troppo “ambiziosa”, ovvero che si finisca per avallare e legittimare deformazioni del mercato impressionanti.
Come esempio potremmo considerare Roma Nord, dove decine di migliaia di persone ha comprato appartementi nel nulla ad un prezzo pressochè doppio rispetto a tante abitazioni preesistenti, di pari livello e con parcheggi, viciniori a scuole, supermercati, farmacie e stazioni della metro o capolinea dei bus, che, viceversa, hanno visto crollare del 30% il proprio valore.

Come la mettiamo con il valore catastale? Qualcuno è disposto a rivalutare al ribasso l’enorme periferia capitolina, edificata dai palazzinari di turno e pressochè “nel nulla”?

E, parlando di catasto e di Roma, teniamo conto anche che gran parte del “popolo romano” vive ancora “entro le mura” in edifici spesso splendidi, non potrà di sicuro pagare le tasse ed i tributi per edifici fortemente rivalutati.

Come sarà impensabile che abitazioni di (extra)lusso possano andare in fitto o comodato d’uso per quattro spiccioli ad un assegnatario o restare con lo sfratto bloccato da decenni “per esigenze abitative”. Ed altrettanto andrà valutato per l’enorme messe di villette e palazzetti abusivi e poi condonati, che oggi rappresentano ormai un bene di lusso, specie se sono solo a pochi  chilometri dal Colosseo, e comunque hanno un certo valore, se sono a pochi passi da un ospedale, una sede consolare, un centro studi universitario.

Tutta gente che dovrà andare ad abitare altrove, sempre più in periferia, dove dovranno essere costruite nuove case, nonostante la popolazione non sia affatto in aumento, con i relativi servizi ed il solito degrado.

Sarebbe auspicabile che Mario Monti garantisca l’impossibilità di “cambi di finale” – ci sono i precedenti delle pensioni e degli F35, oltre che delle liberalizzazioni – e dia al Paese ed al Presidente Napolitano, la cui firma avalla tutte le leggi, opportune garanzie che tra Governo proponente e Parlamento emendante  non ci troviamo di fronte ai prodomi di un nuovo bagno di cemento per la nostra povera Italia ed al definitivo smantellamento del contesto sociale metropolitano.

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Spostare il carico fiscale … verso il basso

29 Feb

Non tutti sanno che il 50% del gettito fiscale italiano è dato dalle tasse che 4-5 milioni di contribuenti pagano. Un 10% circa di italiani, quelli che dichiarano redditi superiori agli 80-100.000 Euro, sostiene circa metà del carico fiscale.

Essendo a conoscenza di questo dato, non resta che chiedersi cosa possa intendere il professor Mario Monti, persona insigne per la quale “parla il curriculum”, con l’espressione “sposteremo il carico fiscale”.

Più tasse ai disoccupati, agli invalidi ed ai precari?

Dopo quello che hanno combinato con le pensioni, forse, c’è da preoccuparsi.

 

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Qui ci vuole Napolitano

28 Feb

E’ un po’ di tempo che non si sente la voce del Presidente Napolitano, l’uomo che “ci ha messo la faccia” con i cittadini, a Bologna od in Sardegna, mentre Mario Monti raccoglieva elogi stranieri ed il Governo era comodamente assiso a Roma.

Un presidente recentemente fischiato per colpe non sue, ma di altri.

A partire dai media, che quattro mesi fa seppellivano l’Italia sotto una coltre di “cattive notizie”, in parte rivelatesi troppo frettolose o pessimistiche, in altra parte palesemente “speculative”, e che oggi annunciano che i titoli italiani sono andati benissimo, mentre i dati confermati segnalano che l’Italia sta peggio e non meglio.

Mai chiedersi un perchè o un per come, mai.

Per passare ai partiti o meglio il Parlamento, che dovrebbe essere per lo meno il luogo dove appetiti e monopoli trovano una composizione di utilità generale e che – almeno per la sensazione che se ne riceve dall’esterno – sembra una sorta di bazar dove voti, prebende, incarichi ed appalti sono gli argomenti oggetto dell’interesse generale.

Dove tutto ha da cambiare purchè nulla cambi.

Arrivando alle “amate banche italiane”, che oggi rappresentano il non plus ultra della stratificazione finanziaria – di poteri e di risorse – avvenuta duranti i primi 30 anni dell’Unificazione Italiana e che vede i cosiddetti “poteri forti” – sempre toscani, romani, piemontesi, veneti – impossessarsi del prodotto degli italiani, tramite il controllo della valuta: Banca d’Italia e Lira prima, Euro e Bond di Stato oggi.

E così accade che nessuno avrebbe pensato che Unicredit si salvasse acquistando titoli di Stato italiani, ricavando un interesse del 7% vista la situazione di fibrillazione politica e mediatica italiana. Eppure, è accaduto.

E arriviamo ai Sindacati, la cui grande colpa è nel non mettere in luce – causa i soliti affarucci di bottega – quanto le “liberalizzazioni” potrebbero e dovrebbero fare nel campo dell’istruzione, della formazione, dell’editoria, dei servizi sanitari, del sistema consortile, del sistema pensionistico, eliminando prebende e privilegi, esenzioni e sprechi, sussidi e compensazioni.

Basti vedere come è andata per le pensioni e cosa hanno ricevuto in cambio di una tessera sindacale, pagata per 30 anni, i lavoratori cinquantenni.

Non è, dunque, di Giorgio Napolitano la responsabilità politica del Governo Monti, ambizioso e, talvolta, arrogante, ma delle defezioni – politiche, mediatiche, imprenditoriali, sindacali – che hanno permesso la composizione di un governo “ad alto rischio di conflitto di interessi”, il procastinarsi della manovra “Salva Italia”, arrivata con un tale ritardo da dover essere votata a forza, l’esultanza per una decretazione d’urgenza che, salvo gli F-35, non conteneva particolari misure a ricaduta “di cassa” immediata, l’esitazione dei sindacati dinanzi ad una legge abnorme come l’elevamento dell’età pensionabile, “fulmine a ciel sereno”.

Presidente, riprenda a bacchettare “gli italiani”, che il governo, ormai, non riesce a votare due liberalizzazioni due ed i partiti di legge elettorale sembra proprio che non se ne vogliano occupare.

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Un governo “chiaro ed inequivoco”

27 Feb

 Il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervenendo in Commissione Industria al Senato, ha annunciato che l’Imu non sarà applicato alle scuole cattoliche che «svolgono la propria attività con modalità concretamente ed effettivamente non commerciali».

Una risposta «chiara e inequivoca», sottolinea il Primo Ministro italiano, che, viceversa, chiara non è e di “dubbi” ne solleva molti.

Infatti, non è possibile che un “singor professore” come Monti non sappia che, in Italia,  non esistono e non possono esistere scuole che operino con modalità/finalità prettamente commerciali: la vendita dei diplomi e delle certificazioni di studio è vietata.

Dunque, “modalità non commerciali” non significa praticamente nulla, se usiamo un linguaggio colloquiale, e non definisce assolutamente nulla, se volessimo riferirci a concetti e categorie contenuti nelle norme. L’unico concetto applicabile è che attualmente esistano scuole cattoliche gestite da società commerciali “italiane” (srl o spa che siano), cosa che “di per se” non rientra nelle esenzioni concordatarie.

Le scuole, infatti, sono statali, comunali, regionali, provinciali, clericali, serali, paritarie, paritetiche, parificate, aziendali: equità, giustizia e buon senso vorrebbero che tutte fossero sottoposte alle stesse regole ed alla stessa tassazione, ricevendo gli stessi finanziamenti.

E, per dirla tutta, se è “assurdo” che lo Stato tassi le “caritatevoli” scuole cattoliche, quanto allora è maggiormente “assurdo” che lo Stato tassi le proprie di scuole, riprendendosi con la mano sinistra almeno un quarto di quello che la destra dichiara di spendere … ?

Dicevamo dei “dubbi”, non nell’applicazione della norma che “abbiamo già capito” come andrà a finire, quanto sulla “chiarezza ed inequivocabilità” del Governo Monti, che, riguardo all’istruzione, fa seguito alle “chiare ed inequivocabli” disposizioni del ministro Profumo, che ha convocato gli Esami di Stato a mezzo circolare e che, nella nota relativa alle scuole chiuse per neve”, parla di giorni di scuola eventualmente riducibili, quando la norma di riferimento precisa che trattasi di “monte ore annuale” …

Una “inequivocabile chiarezza”, visto che, quasi in contemporanea, Elsa Fornero rispondeva, a chi evidenziava i bassi stipendi degli italiani, con un “aumentate la produttività”, mentre è notorio che nel Settentrione la produttività è pari o superiore alla Germania, il Centroitalia è “di per se” improduttivo, il Meridione, oltre a “pagare il pizzo” e le tasse, vede la propria produzione ortofrutticola soffocata dalle liberalizzazioni UE pro Marocco e Tunisia, volute dalla Merkel e appoggiate da Monti.

Nessun equivoco, ahimè: l’unica cosa che avevano bene in testa, i “professori” era di salvare le banche italiane colpendo le pensioni degli attuali cinquantenni, come l’unica che vorrebbero, per salvare le imprese italiane, è colpire l’occupazione degli attuali cinquantenni – gli ultimi con un “posto fisso” – senza, però, dar loro gli ammortizzatori sociali che gli spetterebbero, dopo aver pagato i contributi per 30 anni e passa.

Per il resto, di questo “governo d’inverno” rileviamo solo idee confuse, inattuabili, “ambiziose”, se non pericolose come la parola “recessione”, mentre il Parlamento “di questo governo” – sennò erano già tutti a casa – non ha ancora approvato una norma qualunque che serva a ridurre l’elefantiaco costo dell’apparato pubblico, a partire da partiti, sindacati, ordini professionali, sistema delle dirigenze, finanziamenti all’editoria, previdenza, sistema sanitario.

Chiaro ed inequivocabile: l’acqua è poca e la papera non riesce a galleggiare.

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Cento giorni per Monti

24 Feb

Il tempo scorre sempre in avanti e, di questo passo, siamo arrivati al centesimo giorno di governo da parte di Mario Monti ed il suo Esecutivo: è tempo di un rendiconto.

Innanzitutto, va annotato che l’ISTAT ci ha rivelato – ex post – che, al momento della nomina di Monti, il governo Berlusconi aveva recuperato l’1% del debito pubblico, che spread, titoli e mercati sono andati malissimo anche dopo l’annuncio delle misure “Salva Italia”, che questo Consiglio dei Ministri si è rivelato un esecutivo tecnico sostenuto da una maggioranza di governo senza un programma annunciato o definito.

Male, molto male.

Poi, ci sono le misure adottate, poche, nei fatti, e pessime, nei risultati.

Infatti, di tutto quello di cui si fa annuncio o si espone in Parlamento, è legge “eseguita ed applicata” solo pochi provvedimenti, tra cui ne spicca uno solo di qualche rilievo: l’innalzamento dell’età pensionabile e l’azzeramento dei diritti dei lavoratori malati e precoci.

E, andando a vedere cosa è accaduto dopo le vendite di titoli di Stato “a tutti i costi” mentre stretta fiscale e previdenziale crescevano, il risultato è recessione, insicurezza sociale, sfiducia nei mercati e nelle banche.

Ecco i risultati di uno spread calato solo perchè abbiamo accettato di (s)vendere a tassi di interesse esagerati, invece di ricorrere ad una patrimoniale.

Intanto, le misere liberalizzazioni previste si sono arenate in Parlamento, proprio mentre Corrado Passera annuncia “un decreto al mese” e mentre Elsa Fornero chiede un accordo sindacale senza avere (o voler) nulla da offrire.

Dulcis in fundo, a 4 mesi dalla caduta di Berlusconi, niente legge elettorale, niente tagli alla politica, niente lotta agli sprechi, poca Antimafia, zero antiTrust, zero Sud, troppi cacciabombardieri e, per ora, solo annunci.

My compliments, Mr. Monti.

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Riforma elettorale, una nuova legge truffa?

17 Feb

Una buona legge elettorale deve, nell’ordine: rispecchiare la volontà degli elettori, dare stabilità alla nazione, garantire una governance adeguata, premettere il ricambio politico.

Il sistema elettorale che ha retto la Seconda Repubblica (Mattarellum o Porcellum che sia) ha garantito solo una di queste esigenze: garantire stabilità.

Già se parlassimo di “volontà dell’elettorato”, dovremmo avere qualche “difficoltà”, sia per come vanno a costituirsi le liste, primarie e non primarie che siano, sia per le eterne ricandidature di altrettanto eterni big della politica locale, sia per il diffuso fenomeno di affratellamenti tra megapartiti e microliste, quasi fosse un network od un franchising, sia per “l’abisso della democrazia” che palesemente alligna in terra di mafia, sia, infine, per il fenomeno dell’astensionismo e dell’antipolitica che è, ormai, di entità rilevante.

Inutile annotare che “governance adeguata” e “ricambio politico” non sono contemplate nel Bipolarismo all’amatriciana, ma utile ricordare che la Prima Repubblica, con la sua instabilità ed i suoi rimpasti, legiferava ed assicurava un’amministrazione generale del Paese, oltre a rispecchiare la volontà degli elettori, anche se “inquadrati per ideologie”.

Ideologie “del passato”, che, oggi, vedono un Partito Democratico chiamare alle primare i propri elettori … che arrivano in massa per eleggere il candidato di SEL, come sta accadendo un po dovunque. Oppure, sull’altra sponda, che vedono Casini e Formigoni ben felici di “aprire” ad un “Corrado Passera Premier”, quasi si fosse ancora alla Roma dei palazzinari ed alla Milano da bere …

Nel mettersi a tavolino, dunque, i nostri parlamentari dovrebbero partire dal ricambio e dalla governance, unica via per riportare gli elettori alle urne e dar loro una voce.

Da quello che trapela, viceversa, dietro le quinte del vertice Pdl-Pd-Udc-FLi di oggi, i concetti sono d’altro genere. Per capire quali siano l epriorità dei nostri partiti, iniziamo dal “rifermento generale”, che è la cosiddetta «bozza Violante», approvata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera nella scorsa legislatura.

Il cambiamento “più vistoso” che la bozza prevede è che, alla Camera, il numero dei deputati, eletti da noi cittadini, scende a cinquecento, mentre al Senato sono i diversi Consigli Regionali  ad indicare gli oltre 300 senatori.

Inoltre, i disegni di legge sulle materie inerenti compartecipazione Stato-Regioni (tutti o quasi) sono di competenza del Senato federale e la Camera dei deputati, che delibera in via definitiva, può apportare modifiche solo a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Non è un bell’inizio, davvero.

Figuriamoci, poi, se si sente parlare di “sbarramento al 10%”, che non ci vuole Di Pietro per chiamarlo “golpe”. Oppure, che si «garantisca il bipolarismo», come chiede Bersani, mentre l’astensionismo è ben attestato al 40% se non peggio.

Per non parlare di concetti decisamente contraddittori, come «restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti», mentre si è «assolutamente contrari al ritorno alle preferenze».

O, peggio, “come salvare capra e cavoli” pur di «evitare la frantumazione della rappresentanza parlamentare e mantenere un impianto tendenziale bipolare», pena l’inabissamento del PdL e del PD:  il doppio sbarramento. Un sistema che sembra un gioco a premi televisivo. La prima soglia è al 2%:  464 seggi proporzionali per i partiti che la superano. Poi, al  10%, scatta il ‘premio di maggioranza’ fissato di 140 seggi. Per i partiti che non raggiungeranno il 2% restano accantonati 14 seggi.

Non a caso l’ex ministro della Difesa, Arturo Parisi, lancia l’allarme “democrazia”: “man mano che si moltiplicano le indiscrezioni sulla cosiddetta riforma anti Porcellum diventa sempre più chiaro che l’obiettivo principale della trattativa, oltre al ritorno al proporzionale, è quello di rendere ininfluente il voto dei cittadini sulla formazione dei governi, per riconsegnarla ai capipartito in modo che possano esercitare il loro potere, alle loro spalle, dopo il voto“.

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