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Pareggio di bilancio? Una norma che garantisce solo banche e speculatori

18 Apr

Il pareggio di bilancio diventa obbligo costituzionale per la già misera Italia, afflitta da interessati vicini (Francia e Germania) e da orribili demagoghi e cleptocrati. Il decreto ha ottenuto oggi il via libera definitiva a Palazzo Madama, dopo essere stato approvato dalla Camera.

Una decisione  foriera, secondo i suoi sostenitori, di un “nuovo ordine mondiale”, visto che si basa sull’indimostrato presupposto che svalutare la moneta sia sempre e comunque errato per la stabilità dei mercati e la pace nel mondo. Un po’ come dire che la salvaguardia degli interessi delle banche è premessa essenziale per l’esistenza del nostro “mondo”, cosa forse verosimile, ma inaccettabile.

Una decisione, quella di aderire al Fiscal Compact “senza se e senza ma”, che danneggerà ulteriormente l’Italia, mettendola in balia dei sistemi finanziari mitteleuropei – ovvero svizzeri ed alsaziani – e danneggerà l’Europa che si spacca in due: quella dell’Eurozona germanica e postcomunista e quella  angloscandinava liberale e solidale.

Fissare il pareggio di bilancio come presupposto di “buona salute” è come ammettere che non sono più gli Stati a battere moneta, ma le banche e che stiamo parlando di “limite massimo di esposizione debitoria”.

Infatti, se c’era da porre un limite all’indebitamento di uno stato, perchè non fissarlo intorno al 50% del PIL, come accade un po’ in tutto il mondo, quando si parla di nazioni libere ed in buona salute?

E sarebbe stato possibile farlo se la BCE di Mario Draghi avesse finanziato gli stati anzichè le banche che poi hanno fatto credito agli stati e se, contestualmente, la Banca Centrale Europea avesse battuto maggiore valuta.

Svalutare per risanare nazioni e governi, rovinando banche e speculatori, o garantire il “bravo creditore” per consentire alla “mano dei mercati” di governare il mondo?

Oggi, il nostri partiti hanno scelto la seconda opzione.

Leggi anche Fiscal Compact, un trattato difficile da digerire

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Fiscal Compact, i dettagli

17 Feb

Ripubblico oggi, in forma sintetica, un post di qualche tempo fa relativo al Fiscal Compact, dove si spiegava quali fossero le “clausole” previste e quali scenari potessero aprirsi.

In due parole, il Fiscal Compact è un trattato internazionale che ridurrà notevolmente i poteri dei parlamenti in materia economica e che vorrebbe coinvolgere tutti i paesi dell’Unione, pur precisando che le adesioni dovranno essere “almeno dodici” …

Il Fiscal Compact è, sulla carta, il “patto di bilancio” tanto voluto da Angela Merkel e Mario Monti, con  un tiepido sostegno da parte di Mario Draghi e l’apparente indifferenza di Sarkozy, tutto preso dalle elezioni, vagheggiato, forse, anche da Obama e gli USA. In realtà, è un trattato internazionale che vincolerà pesantemente i poteri dei singoli parlamenti e che spezzerà l’Europa in due.

Ecco di cosa si tratta (link bozza integrale):

  • obbligo di pareggio di bilancio delle pubbliche amministrazioni, dopo un “percorso di avvicinamento”
  • durante la fase di convergenza a medio termine, il deficit strutturale annuo non può essere superiore a 0,5% del prodotto interno lordo ai prezzi di mercato
  • le parti contraenti possono temporaneamente deviare dal loro obiettivo a medio termine solo in un periodo di grave recessione economica
  • le parti contraenti decono introdurre adeguate norme nel diritto nazionale entro un anno dall’entrata in vigore del presente trattato mediante disposizioni vincolanti e con carattere permanente, preferibilmente costituzionale
  • quando il rapporto tra il debito delle amministrazioni pubbliche e prodotto interno lordo supera il 60% del valore di riferimento le parti contraenti devono attuare la procedura per i disavanzi eccessivi, ovvero un “meccanismo di correzione” automatico
  • l’Unione Europea deve mettere in atto un programma di partenariato economico e di bilancio coordinato (contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali) per le le parti contraenti che sono oggetto di una procedura per i disavanzi eccessivi
  • le parti contraenti dell’Eurozona riferiscono ex-ante sui loro piani di emissione di debito pubblico e si impegnano a sostenere le proposte o raccomandazioni presentate dalla Commissione europea riguardo uno Stato membro che violi il criterio del disavanzo eccessivo
  • le parti contraenti garantiscono che tutte le riforme di politica economica che intendono intraprendere saranno discusse ex-ante ed, eventualmente, coordinate tra di loro.

Di cosa discuteranno, a partire, dal 2013, i parlamentari dei tanti stati e staterelli europei è difficile capirlo, visto che la spesa sarà definita altrove ed “ex ante”.

L’aspetto, però, più “innovativo” di un trattato di tal genere è un’altro.

Infatti,

  • i capi di Stato o di governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro si riuniscono a titolo informale nelle riunioni del “Vertice Euro”, al quale possone essere invitati (sic!) il Presidente del Parlamento europeo e il Governatore della banca Centrale Europea
  • il Presidente del “Vertice Euro” è nominato dai capi di Stato o di Governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro a maggioranza semplice
  • le Parti contraenti definiscono l’organizzazione e la promozione di una conferenza dei presidenti delle commissioni bilancio dei parlamenti nazionali

La scelta è molto ambiziosa, visto che il “legante” con Gran Bretagna ed i paesi scandinavi andrebbe ad allentarsi ulteriormente e che in Italia, Portogallo, Irlanda e Grecia potrebbero verificarsi serie, se non irreversibili, problematiche.

Infine, venendo alla nostra Italia, è davvero improbabile che un governo non eletto, un parlamento che non riesce a riformarsi ed dei partiti in fase di riassetto possano legittimamente votare, quanto meno agli occhi dei cittadini, un impegno internazionale così “innovativo”, sia dal punto fiscale sia, soprattutto, per quanto riguarda i poteri del parlamento e degli Stati, ovvero la democrazia effettiva.

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C’è consenso e consenso

16 Feb

In tutte le televisioni, a qualunque ora, troviamo qualcuno che ci spiega che il “governo Monti ha un largo consenso”.

In effetti è vero, ma dovremmo, poi, chiedere se il consenso che Monti e Passera riscuotono è degli elettori italiani o di quei politici, seduti in Parlamento, di cui gli italiani, da anni, vorrebbero il ricambio.

Potremmo anche chiederci perchè, con tutti i talk show che ci sono, i nostri politici “consensienti” non vadano in trasmissione a spiegarci questo e quell’altro … ma sarebbe troppo.

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L’ottimismo viene dal consenso

15 Feb

L’Italia è ufficialmente in recessione, i dati di ottobre-dicembre 2011 sono carta stampata, ma questo è il passato, la scommessa è il futuro.

Ce lo racconta Corrado Passera, ministro dello sviluppo del governo Monti.

I dati «sono una conferma di quanto ampiamente previsto e del fatto che proprio da lì dovevamo partire, come abbiamo fatto, con riforme e interventi strutturali».

La recessione, annunciata da questo blog e non solo, ma snobbata dai nostri “professori”, secondo Passera «ci spinge ad andare avanti con grande determinazione: un’iniziativa al mese per rimettere il Paese in condizione di reagire».
«Un ottimismo che viene dal consenso del Parlamento e dell’opinione pubblica, questa è la grande spinta».

Ah, beh, … allora stiamo inguaiati, se la “grande spinta” arriva dal consenso dell’opinione pubblica.

Ma non solo …

«Messi i conti in sicurezza», va attuato «un’insieme di iniziative per la crescita. Infrastrutture, competitività e internazionalizzazione delle imprese, innovazione, costo e disponibilità del credito, costi dell’energia, semplificazione».
E per le opere già previste, il ministro annuncia 60 miliardi entro quest’anno: «Una messa in moto oltre le aspettative, un passaggio fondamentale per la competitività del Paese».

Male, peggio, malissimo, cosa dire?

Sostenere con 60 miliardi le opere già previste, senza entrare nel merito, significa, molto probabilmente, incrementare la cementificazione senza provvedere agli interventi urgentissimi per contrastare il dissesto idrogeologico, più volte richiesti da Giorgio Napolitano, invano, alla legislatura di Berlusconi.
Inoltre, senza intervenire sulle norme inerenti i subappalti, si rischia di consegnare all’Italia un ulteriore ammasso di sprechi, collusioni, infiltrazioni mafiose, clientela politica.

Quanto alla crescita ed all’ottimismo, le domande sono tante o tantissime.

  • Quali nuove infrastrutture, se l’Italia muore di scarsa o nulla manutenzione dell’ordinario?
    Internazionalizzazione delle imprese significa molte cose, incluso che arrivino i “russi” a comprarsi tutto o, peggio, che la Padania possa incrementare la spoliazione produttiva del paese, delocalizzando ancor più la produzione?
    Costo e disponibilità del credito è cosa corretta in un paese che, causa declassamento, paga caro il denaro e che ha bisogno di “inflazione” per superare la recessione? O, guardando alla demografia ed agli anziani che abbiamo, in un paese che non dovrebbe affatto invoglaire i giovani continuino ad indebitarsi “a vita” per un mutuo trentennale?
    Per non parlare dei costi dell’energia, che possono aprire la strada a maggiori privatizazioni, e della semplificazione, che finora ha comportato solo un aumento dei contenziosi, delle collusioni e delle corruttele, visto che tra farraggini, tributi e territorialità l’iter è solo peggiorato.

Domande non eccessive se ricordiamo che Corrado Passera si è finora distinto per la sua abilità nel far ricadere  i costi aziendali sullo Stato (Alitalia, Caboto-FinMek, Nextra-Parmalat …) e per la sua capacità di tagliare posti di lavoro a favore delle concentrazioni di capitale (Comit, Intesa San Paolo, Olivetti, Telecom …).

Un manager che della politica e della pubblica amministrazione conosce solo un aspetto riflesso, come Tremonti era esperto sono nella fiscalità e nella gestione di un bilancio.

Un uomo che muove i primi passi in politica e già gode dell’appoggio di Roberto Formigoni, governatore della Lombardia ininterrottamente dal 1995, e di Pier Ferdinando Casini, genero di Francesco Gaetano Caltagirone, undicesimo italiano più ricco al mondo, a capo di uno dei più importanti gruppi industriali italiani.

Un ministro che annuncia “un’iniziativa al mese per rimettere il Paese in condizione di reagire”, mentre la riforma delle pensioni non trova una forma regolativa, gli F-35 si son ridotti di un terzo, le liberalizzazioni raccolgono migliaia di emendamenti, la riforma del lavoro è deve essere recepita dai lavoratori e non semplicisticamente i sindacati con cui discute il governo.

Mala tempora currunt.

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Rating A3 per il governo Monti

14 Feb

Ieri, l’Ambasciata Italiana a Washington pubblicava sul proprio sito che “l’incontro con l’elite finanziaria, almeno stando a quanto riferisce lo stesso Monti, è più che positivo“.

Infatti, il Primo Ministro italiano aveva dichiarato: “Penso di aver convinto gli investitori, non lo dicono seduta stante, ma … c’é molto interesse per l’Italia e per il mercato italiano … ma già oggi … per il ruolo che si aspettano che l’Italia giochi.
A giudicare dall’andamento del mercato qualcuno deve aver già investito e penso che l’opinione dei mercati, così come gli altri governi, si stanno formando della serietà con cui l’Italia sta affrontando i suoi problemi, non possa che far aumentare l’atteggiamento positivo” verso le imprese italiane e i suoi titoli di Stato.

Il comunicato dell’Ambasciata italiana a Washington precisava che il governo Monti non è preoccupato per “il declassamento di 34 banche italiane da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s e si concentra sulle aspettative che si hanno nei confronti del suo esecutivo: i mercati ci chiedono “di continuare quello che abbiamo cominciato” e che viene molto apprezzato“.

Sarà un caso, ma, oggi, l’agenzia Moody’s ha ribassato ulteriormente il rating dell’Italia, da A2 ad A3, come per la Spagna, mentre il Portogallo è “crollato” al livello Ba3.
Risultato atteso dopo il BBB+ di Standard & Poor’s
oppure poteva e, soprattutto, doveva andare meglio?

Il premer aveva anche minimizzato, intervistato dall’emittente finanziaria Cnbc, l’ipotesi di uscita dell’Italia dall’euro, anche nel caso in cui la Grecia fallisca, dato che “non ci sarebbe un riflesso automatico sull’Italia ed ha assicurato che, quando “i partiti torneranno a costituire un governo da soli”, non si tornerà indietro dalle riforme intraprese dal governo tecnico.

La ragione perchè di queste riforme se ne è parlato molto ma senza che fossero introdotte era il costo politico. Ma il costo politico per noi non è questione rilevante, e quando i partiti torneranno a formare un governo da soli, non torneranno indietro dalle riforme, perchè il costo è iniziarle, ma una volta che sono lì“.

Sarà un caso, ma, sulle “modeste” liberalizzazioni del governo Monti – che non toccano banche, assicurazioni, sindacati, giornali e società cooperative – gli emendamenti presentati “dai partiti” sono circa 2.300. Figuriamoci cosa accadrà nell’arco di un triennio, a fronte di misure e norme che non hanno alcun sostegno da parte di tanti, tantissimi elettori.

Non è un caso che, da circa due mesi, questo blog sostenga che la manovra impostata dai “professori” potrebbe peggiorare le cose.
L’azione dell’attuale governo, infatti, lascia ampi spazi all’antipolitica ed alle mafie, che traggono linfa vitale dalla disoccupazione e dal rischio aziendale, non interviene sulla celerità, sull’economicità e sull’efficienza della governance pubblica, sistema giudiziario incluso, e, soprattutto, impedisce, con gli alti tassi dati dai titoli di Stato pur di mantenere un’elevata spesa pubblica, l’investimento di grandi capitali per il rilancio della produttività. Il tutto mentre gli investitori extra-europei sono alla finestra, dato che l’Euro, dopodomani mattina, potrebbe valere un terzo o non esistere proprio più.

Intanto, in Grecia va sempre peggio, grande è l’incognita del Portogallo e gli investimenti, per ora languono. D’altra parte, quale corporation o quale banca d’affari investirebbe in un paese dove un recupero crediti dura dieci anni e lo stesso accade per edificare l’impianto industriale?

Mario Monti sta rendendo più efficiente, celere, efficace, economica, la “macchina pubblica” italiana? No, almeno non ancora.

E dunque, a quanto i fatti dimostrano, “non siamo stati apprezzati”, neanche un tot, se in due mesi di governo Monti l’Italia ha perso due punti di rating.

Leggi anche Un programma per l’Italia, tutte le leggi che avremmo dovuto fare e non abbiamo ancora fatto.

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Un Fiscal Compact difficile da digerire

20 Gen

La questione del debito nazionale continua ad essere il principale punto di cedimento dell’Unione Europea in quanto tale. In questi giorni, il Consiglio Ecofin sta portando a conclusione la Fiscal compact, il patto di bilancio tanto voluto da Merkel e Monti.

Un trattato internazionale che ridurrà notevolmente i poteri dei parlamenti in materia economica e che vorrebbe coinvolgere tutti i paesi dell’Unione, pur precisando che le adesioni dovranno essere “almeno dodici” …

.

Ecco di cosa si tratta (link bozza integrale):

  • l’obiettivo a medio termine è che il bilancio delle amministrazioni pubbliche debba essere (o pervenire dopo un “percorso di avvicinamento”) in pareggio o in avanzo
  • durante la fase di convergenza a medio termine, il deficit strutturale annuo non può essere superiore a 0,5% del prodotto interno lordo ai prezzi di mercato. Le parti contraenti garantiscono un rapido rientro
  • le parti contraenti possono temporaneamente deviare dal loro obiettivo a medio termine solo in circostanze eccezionali
  • per “circostanze eccezionali” si intende un periodo di grave recessione economica od un evento inconsueto non soggetto al controllo delle Parti contraenti
  • in caso di significativi scostamenti dall’obiettivo a medio termine, un “meccanismo di correzione” deve attivarsi automaticamente e le parti contraenti hanno l’obbligo di predeterminarlo
  • le parti contraenti decono introdurre adeguate norme nel diritto nazionale entro un anno dall’entrata in vigore del presente trattato mediante disposizioni vincolanti e con carattere permanente, preferibilmente costituzionale
  • le parti contraenti garantiscono l’indipendenza degli enti responsabili a livello nazionale del monitoraggio il rispetto delle regole
  • viene istituito un “Report Annuale del saldo strutturale delle amministrazioni pubbliche” al netto di misure una tantum e temporanee
  • quando il rapporto tra il debito delle amministrazioni pubbliche e prodotto interno lordo supera il 60% del valore di riferimento le parti contraenti devono attuare la procedura per i disavanzi eccessivi, come da regolamento UE
  • l’Unione europea deve mettere in atto un programma di partenariato economico e di bilancio coordinato (contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali) per le le parti contraenti che sono oggetto di una procedura per i disavanzi eccessivi
  • l’attuazione del programmaed i piani annuali di bilancio saranno monitorati dalla Commissione e dal Consiglio d’Europa
  • le parti contraenti riferiscono ex-ante sui loro piani di emissione di debito pubblico
  • le parti contraenti la cui moneta è l’euro si impegnano a sostenere le proposte o raccomandazioni presentate dalla Commissione europea riguardo uno Stato membro che violi il criterio del disavanzo eccessivo
  • se una Parte contraente ritenga, indipendentemente dalla Relazione della Commissione, che un’altra parte contraente non ha rispettato i termini dell’accordo, può portare la questione alla Corte di giustizia, con sentenza vincolante
  • le parti contraenti garantiscono che tutte le riforme di politica economica che intendono intraprendere saranno discusse ex-ante ed, eventualmente, coordinate tra di loro
  • i capi di Stato o di governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro si riuniscono a titolo informale nelle riunioni del “Vertice Euro”, al quale possone essere invitati il Presidente del Parlamento europeo e il Governatore della banca Centrale Europea
  • il Presidente del “Vertice Euro” è nominato dai capi di Stato o di Governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro a maggioranza semplice
  • le Parti contraenti definiscono l’organizzazione e la promozione di una conferenza dei presidenti delle commissioni bilancio dei parlamenti nazionali
  • il trattato sarà ratificato dalle parti contraenti conformemente alle loro rispettive norme costituzionali ed entra in vigore il 1° gennaio 2013, a condizione che vi siano almeno dodici contraenti

Di cosa discuteranno, a partire, dal 2013, i parlamentari dei tanti stati e staterelli europei è difficile capirlo, visto che la spesa sarà definita altrove ed “ex ante”.

L’aspetto, però, più “imminente” di un trattato di tal genere è un’altro.

La scadenza per la firma è a breve e tra dodici mesi è prevista l’entrata in vigore. Una scelta molto ambiziosa, visto che il “legante” con Gran Bretagna ed i paesi scandinavi andrebbe ad allentarsi ulteriormente e che in Italia e Grecia potrebbero verificarsi serie, se non irreversibili, problematiche.

Infatti, venendo alla nostra Italia, è davvero improbabile che un governo non eletto, un parlamento che non riesce a riformarsi ed dei partiti in fase di riassetto possano legittimamente votare, quanto meno agli occhi dei cittadini, un impegno internazionale così “innovativo”, sia dal punto fiscale sia, soprattutto, per quanto riguarda i poteri del parlamento e degli Stati, ovvero la democrazia effettiva.

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L’Italia non può fare da sola

17 Gen

L’aspetto più inquietante della premiership di Mario Monti è l’omologazione dell’informazione, in Italia, che riguarda lui e le sue scelte.
Già quando erano in cantiere le pensioni “alla Fornero” questo blog si è ritrovato unico e solo nel sollevare timori riguardo una prevedibilissima recessione, dubbi sull’esattezza dei conti e delle ricadute finanziarie, perplessità sulla necessità della misura, imbarazzo per la costituzionalità di quanto accadeva. Tutto confermato da quanto, poi, tutti hann scritto “dopo”, quando la riforma era legge.

Come allora, è da qualche tempo che questo blog cerca di attirare l’attenzione sui “mal di pancia” quantomeno britannici e statunitensi, riguardo la strada che Monti e Merkel (son rimasti soli …) continuano a perseguire con risultati nulli o pessimi.
Avremmo potuto e potremmo ancora, noi europei, intraprendere strade diverse da quella indicata dai dogmi del “politically correct made in Europe”, che, ancor prima del welfare, predilige il salvataggio di banche ed aziende sull’orlo del fallimento.

Non è un caso, allora, che pochi o nessuno vengano a spiegare che le motivazioni di Standard & Poor’s non sono affatto assurde o faziose: “il taglio (ndr. della spesa pubblica per come attuato dal governo Monti) riflette quella che consideriamo una crescente vulnerabilità dell’Italia ai rischi di finanziamento esterni e le negative implicazioni che ciò può avere per la crescita economica e quindi per le finanze pubbliche“ e sussiste il timore “che ci sia un’opposizione alle attuali ambiziose riforme del governo e questo aumenta l’incertezza sull’outlook di crescita e quindi sui conti pubblici”.

Come non è un caso che accada qualcosa di molto più allarmante.

Infatti, nessuno parla della crisi che sta travagliando la Polonia: un paese popoloso, relativamente giovane ed adiacente alla Germania, cosa alquanto disdicevole se i polacchi dovessero emigrare “in massa”.

Una Polonia che non fa parte dell’Eurozona, ma le cui due principali banche, crollate se non fallite, sono nel pacchetto della Unicredit italiana, che a sua volta partecipa (link) al 21,6% in Banca d’Italia, ovvero nell’Euro stesso.

Un eventuale crollo di Unicredit graverebbe direttamente sull’Euro, ma all’origine di questa “pericolosa trasfusione”, non c’è la scelleratezza italica, ma un’OPA vincente che Unicredit lanciò sulla austriaca HBV che portò al controllo di Pekao e Bph, le due principale banche della Polonia. Il tutto con ampio plauso della finanza bavarese.

Questo il problema, relativamente noto tra gli addetti ai lavori e, precisiamolo, non v’è alcuna necessità che Unicredit venga fortemente ridiensionata o che gli italiani si svenino.

Le strade per venirne fuori sono almeno tre.
La prima, quella seguita da Monti e Merkel, vede gli italiani, gente sparagnina e poco indebitata, intervenire a sostegno del bilancio del proprio Stato, ovvero della propria banca, dando il tempo al sistema bancario di “rimettersi in sella”, dato che dai polacchi c’è poco da aspettarsi anche se dovessero entrare nell’Eurozona.
La seconda via d’uscita dalla Crisi dell’Eurozona, paventata in vari modi da USA e UK oltre che sostenuta da Mario Draghi, lascerebbe cadere un po’ di rami morti, intervenendo sulla fluidità del denaro e sul diverso apprezzamento dell’Euro sui mercati per rilanciare occupazione  e competitività, mentre l’Europa si dota di un impianto organico ed omogeneo per la fiscalità ed i conti pubblici. I Polacchi? Ci pensassero i tedeschi …
La terza, che può essere parallela alle altre due, consiste in un forte afflusso di capitali extraeuropei in Unicredit o la cessione del “pacchetto polacco” ad entità extraeuropee, con ricadute poco gradite per gli USA e, soprattutto, la Germania.

Quale delle divrse vie d’uscita (exit strategies) possa dare maggior beneficio è chiaramente impossibile dirlo a priori, anche se la minore conflittualità sociale dovrebbe suggerire la seconda, come dovrebbe suggerirla la perentorietà con la quale mercati, economisti extraeuropei ed agenzie stanno bacchettando l’Eurozona, ormai ben oltre ogni ipotesi speculativa o cospirativa.

Passando dai dubbi alle certezze, alcune cose sono evidenti, anche in questo caso.

Nessuno ancora nota che gli italiani si stanno ritrovando ad essere i “salvatori dell’Euro”, probabilmente loro malgrado: una cosa che va riconosciuta a livello generale, dato che la Germania di Angela Merkel non può cavarsela con due pacche sulla spalla e tre consigli da maestrina.

Oppure, che la politica intrapresa dalla Cancelliera del Bundestag in questi due anni è stata del tutto passiva e fallimentare e che è necessariamente un’altra – quella indicata da Mario Draghi? – la strada della ripresa.

In ambedue i casi, l’Italia va sostenuta e non abbandonata a se stessa, dopo averle imposto scelte industriali e finanziarie nel nome dell’interesse europeo collettivo.

Leggi anche Perchè la manovra non funzionerà

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