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L’Italia non è un paese giovane, stabile, dinamico e credibile

27 Set

Enrico Letta – appena atterrato a Roma di ritorno da New York – la necessità di presentare agli occhi del mondo un Paese «giovane, stabile, dinamico e credibile».

Secondo fonti non verificate, la notizia ha impiegato una discreta mezz’ora per essere battuta dalle agenzie con un effetto domino a seguito del quale in Giappone e Cile è arrivata solo molte ore dopo.
La causa? Le inarrestabili crisi di risate che hanno colpito le redazioni nell’apprendere l’esortazione del premier italiano del momento.

Provate ad entrare in un ufficio pubblico, in un ministero, in uno dei tanti senati accademici, consigli superiori, Cda a controllo pubblico, segreterie nazionali di cui è cosparsa l’Italia a spese dei cittadini e ditemi voi se vedere persone giovani, dinamiche e credibili … al massimo stabilmente impegnate ad occupare la propria postazione, destabilizzando ogni altra cosa.

E, caso mai, sussistessero dubbi, basta ricorrere all’ISTAT e sbirciare i numeri relativi all’età media degli italiani e, ancor più, di quelli che vivono a Roma o nelle regioni ‘rosse’. Oppure – a proposito di credibilità – quanti dati enumerino la scarsezza di laureati tecnici o di quanti periti si siano diplomati – nell’ultimo ventennio – con voti superiori a 80/100.

Potremmo anche dare un’occhiata alla mobilità sociale nel nostro paese, per scoprire che ‘certi posti sono riservati’ e per metterci una pietra sopra a voler parlare di dinamicità.
Unica conferma riguardo la stabilità dell’Italia arriva dai dati relativi al reddito dei cittadini: in certi territori la Crisi non si è quasi vista, perchè che sono in tanti a vivere di intaccabili sussidi, discrete o laute pensioni, più prebende varie, come gli infimi valori catastali delle loro proprietà che li mettono al riparo dall’overtaxing.

L’Italia non è un paese per giovani, Mr. Enrico Letta.

Ed è da 2000 anni che Roma non è una città giovane, politicamente stabile o dinamica e – salvo per coloro che nel mondo si riconoscano nel Cattolicesimo – credibile negli impegni che prende, come documentato fin dai tempi delle Guerre Civili o dalle cronache di Tacito e tanti altri, come anche dalle vicende degli Angioini e degli Hohenstaufen e dalle scelte fatte da ortodossi e protestanti.

Ci vuole altro che una ‘lettera di intenti’ per convincere i corpi diplomatici e le elite politiche estere o le oligarchie finanziarie e le redazioni di mezzo mondo …

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Governo Letta a fine corsa?

27 Set

Ben vengano le dimissioni dei parlamentari del PdL, se fossero il risultato di una loro spontanea e indipendente decisione. E ben venga un governo PD con M5S se, finalmente, dovessimo riuscire a riformare giustizia, sanità e dirigenze apicali.
Cos’altro dire in un Paese dove anche i più blandi tentativi di ridurre le Provincie e di intaccare le super-pensioni si sono infranti per sentenza della Suprema Corte, mentre questioni essenziali per la democrazia e la nostra Costituzione sono ancora tutte lì: Porcellum, conflitto di interessi, leggi su droghe e immigrati, coppie gay e chi più ne ha più ne metta.

Vignetta di Vincino per Il Foglio

Cos’altro dire se tutti sappiamo da mesi che il capolinea del Governo Letta coincideva con il congresso del Partito Democratico e che saremmo andati a votare a febbraio per acclamare Matteo Renzi, il Berlusconi ‘quasi di sinistra’.

Lo stesso Antonio Polito, che è certamente un moderato di sinistra, scrive oggi su Corserache l’esecutivo Letta è al capolinea. Non avrebbe senso assumere altri impegni di bilancio, per evitare l’aumento dell’Iva o il ritorno dell’Imu, quando non si sa chi potrà rispettarli. In questi mesi, anche per gli errori di un governo che ha sommato invece di selezionare le pretese dei partiti, Letta non è riuscito a domare il fronte di chi voleva le elezioni a febbraio e che ha sfruttato la vicenda giudiziaria di Berlusconi per averle.

Annunciano tasse per altri 10 miliardi di euro, se il governo cadrà, e mentono, dato che ne sono già iscritti a debito circa 25 per le minori entrate derivanti da IMU, perdita del PIL e minori entrate dal gioco d’azzardo. Come se la gente possa credere a questi appelli alla ‘responsabilità’, dopo i salassi di Mario Monti, le lacrimucce di Elsa Fornero e la spesa pubblica che continua a salire.

Come se non sapessimo già che la metà degli italiani difficilmente andrà a votare e un altro quarto è ‘sempre e comunque’ di centrodestra.

Matteo Renzi, il Partito Democratico (e la CGIL) vogliono governare con la maggioranza assoluta in Parlamento e un minoranza assediata dal malcontento popolare e dalla diffidenza dei mercati? Berlusconi spera un un ultimo successo elettorale per arrivare egemone ad una rinnovata Grosse Coalizione de Noartri?

Al punto in cui siamo, che facciano pure. Noi italiani, alle urne, non ci saremo.

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Obama e la Siria: ultima corvée per i Democratici?

2 Set

Obama dovrà attendere il voto parlamentare per attaccare la Siria, dopo aver baldanzosamente annunciato: «ho deciso che gli Stati Uniti conducano un’azione militare contro il regime siriano», «ho il potere di ordinare l’attacco senza il via libera di Camera e Senato»

Una catastrofica figuraccia, perchè l’iter si concluderà intorno alla metà di settembre e, in caso di rinuncia all’attacco, con grande spreco di carburante che si è reso necessario per trasferire un’intera flotta di fornite le coste libanesi a carico dei contribuenti statunintensi.

La defaillance presidenziale era stata ampiamente annunciata da questo blog, in due post: Egitto, un nuovo flop per la Casa Bianca, dove si riportava la notizia che anche Bill Clinton, in un suo libro in uscita, si è aggiunto a Gove Vidal e Rupert Murdoch nella considerazione che Barack Obama è un incompetente, e Guerra in Siria, tutto quello che c’è da sapere, dove si raccontava del’interferenza saudita, della sua capacità di pressione su Wall Street e Londra e dell’antico vezzo dei presidenti statunitensi di far guerra altrove quando in homeland le cose non vanno bene per la fazione d’appartenenza.

Così, infatti, sono andate a finire le cose, con la Gran Bretagna che ha congelato le velleità belliche di Cameron e con la Francia di Hollande unica e sola nell’appoggiare Mr. President.

Le ricadute globali di questo disastro politico obamiano sono e saranno pesantissime, forse epocali, anche se dovesse riuscire a lanciare i suoi ‘attacchi mirati’ senza subire ripercussioni dalla reazione siriana, senza i ‘danni collaterali’ causati in Iraq, Libia e Afganistan e senza scatenare l’Armageddon in Medio Oriente.

Infatti, quello che viene drammaticamente a cadere è tutto il modello politico democratico e progressista di cui Obama (e Hollande) erano gli ultimi alfieri.

Un approccio internazionale ‘orientato al confronto’ che non ha saputo risolvere la questione Guantanamo, nè quella afgana o quella israelo-palestinese. Che ha visto esplodere drammatiche rivoluzioni nordafricane e mediorientali contro dittatori appoggiati dai poteri mondiali, a tutt’oggi non stabilizzate. Che non ha avviato una politica ‘atlantica’ di superamento della crisi mondiale, con tutte le conseguenze date da una Germania egemone e prepotente. Che ha permesso una notevole crescita dell’instabilità nell’Oceano Indiano e nell’America Meridionale.

Cartoon da Cagle.com

Cartoon da Cagle.com

Una esibizione di muscoli – in Libia come in Siria – decisamente pletorica e controproducente. Questo è uno dei verdetti relativi al presidente Barack Obama, ma non è tutta colpa sua.

Infatti, quale futuro può esserci per l’ideale ‘democratico’ (o meglio progressista), se il mito del Progresso è stato infranto già dalla fine degli Anni ’70? O, peggio, se gli stessi Progressisti hanno provveduto – venti e passa anni fa – a sdoganare la Cina Popolare, la Russia di Eltsin e Putin, il Venezuela di Chavez, la strana federazione indiana della famiglia Gandhi, un tot di regimi islamici e qualche residuale dittatura fascista o socialista?

Che farne del costo del lavoro e dei salari minimi, della sanità pubblica, delle pensioni, del welfare, se il sistema globale necessita, per alimentarsi e fluidificarsi, di ignorare l’elemento fondante una società organizzata, ovvero la solidarietà umana?

Come offrire ‘progresso’ in cambio di ‘tradizione’ e ‘pace’ in vece di ‘cambiamento’, se l’effetto conseguente è ‘meno solidarietà’, ‘meno uguaglianza’?

E come esprimere qualcosa di ‘progressivo’, in una società dove non è il lavoro l’elemento alienante delle nostre esistenze, bensì lo sono i consumi e l’iperconnessione?

Dopo un quinquennio di pessime mosse in politica estera e di tagli continui al Welfare, la figuraccia di Obama – nel suo quasi solitario tentativo di inaugurare una nuova guerra mondiale, sulla base dei soliti e sacrosanti doveri morali – è la ciliegina sulla torta per chi cercasse una riprova che o si ritorna ad uno stato etico e liberale oppure progresso, democrazia e welfare diventeranno sempre più una chimera.

Una questione che coinvolgerà tutti i partiti progressisti nel mondo, già vessati da oscene storie di corruttela o di sliding doors in cui tanti dei suoi leader sono stati coinvolti. Ed, infatti, Hollande si è ben guardato da intaccare l’autorevolezza delle istituzioni francesi e l’accessibilità dei servizi ai cittadini, mentre i ceti popolari metropolitani slittano sempre più a destra in Francia, dopo che alcuni leader socialisti sono transitati con non chalance dall epoltrone di partito a quelle degli organi di garanzia per pervenire, sistemate le cose a modo loro, ai vertici di alcune maggiori holding francesi.

Andando all’italia, dove la sola e solitaria Emma Bonino ha avuto il coraggio di ricordare il ‘rischio di una guerra mondiale’, ci troviamo con l’Obama di casa nostra, Matteo Renzi che si propone insistentemente per la guida del Partito Democratico.

Non è che storicamente il Partito avesse brillato per la presenza di leader nati e cresciuti in una qualche metropoli, ma c’è davvero da chiedersi cosa mai potrà permettergli di chiamarsi ‘progressisti’, se il leader è un uomo, che arriva ‘fresco fresco’ da una piccola città di provincia in un mondo miliardario e globale, che deve la sua sopravvivenza alle vestigia – mai rinverdite o rinnovate – del suo lontano Rinascimento e delle speculazioni finanziarie dei loro antenati?

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G8: il libero scambio e l’Italietta di Pinocchio

19 Giu

Mentre a Firenze scoppia un sordido scandalo di prostituzione, politica e strapaese, l’Italia scopre che il mondo non è rimasto ai tempi di Bertoldo, visto che anche da noi uno studente di 24 anni – Giuliano  Delnevo – si era convertito all’Islam con il nome di Ibrahim per, poi, andare a morire in Siria come combattente islamico.

Intanto, solo una settimana fa, Bloomberg annunciava un enorme piano per proteggere New York dagli effetti del cambiamento climatico, con una iniziativa da 20 miliardi di dollari, finalizzata a innalzare gli argini, ricollocare le reti profonde e creare una barriera di alti edifici sull’East River.

E, mentre la Turchia è allo scontro frontale tra un paternalismo infarcito d’islamismo ed un nazionalismo necessariamente laico, accade anche che, in Iran, Hassan Rouhani diventi il nuovo presidente della Repubblica islamica, mentre i due candidati dell’opposizione alle elezioni passate – Mehdi Karroubi e Mir Hossein Mousavi – si trovano agli arresti domiciliari da anni.

Dal G8 nell’Ulster, Obama e Londra annunciano la New Age, ovvero una zona di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, che a loro volta hanno accordi commerciali simili con Messico e Canada.  La Francia borbotta, la Germania si adegua, da circa un mese il settore manifatturiero cinese va a rotoli e le borse orientali sobbalzano.

Cosa fa l’Italia?
Attende che il prossimo congresso del Partito Democratico dirima questioni inconfessabili e pruriginose  e che Silvio Berlusconi prenda atto dei troppi scandali che, ormai, lo contraddistiguono.
Come ci sarà anche da attendere, poi, che l’Italia bertoldina di questo trascorso Ventennio ritorni al proprio ruolo di ‘caporale’ dopo essere assurta, molto immeritatamente, a gradi di gran lunga superiori.

Un’attesa che sarà puntualmente dis-attesa, se il mondo andrà avanti e noi non troveremo il coraggio di lavare – con moderazione, ma presto – i troppi panni sporchi che abbiamo accumulato.

Già non è stato il massimo essersi presentati al G8 irlandese con il cappello in mano del cattivo pagatore, con una rinomata corruzione, qualche mafia da esportazione ed uno stuolo di evasori traffichini o sfaccendati.
Mancherebbe solo di arrivare all’appuntamento del libero scambio USA-UE con un’Italia puntualmente ingovernabile, troppo somigliante al Messico dei narcos ed all’Est Europa dei mille traffici, mentre, as usual, c’è qualche interesse di campanile o di parrocchia da tutelare.

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USA, cosa non ci raccontano sulle armi?

18 Gen

E’ corretto non spiegare agli italiani che in USA nessuno ha intenzione di mettere al bando le armi automatiche, bensì le ‘assault firearms’, cioè quelle che da noi si chiamano armi da guerra?
Magari aggiungendo che l’unica di queste armi d’assalto, che sia stata utilizzata nelle recenti stragi, è un particolare modello di pistola Glock, che spara a raffica ed usa caricatori ad elevata capacità?

Era così difficile raccontare che quasi sempre gli autori degli eccidi avevano pistole e fucili da caccia, cioè armi delle quali si può entrare in  possesso in qualunque nazione del mondo? Oppure che di ‘armi d’assalto’ (dalle mitragliette ai kalashnikov) sono ben attrezzate anche le varie mafie che operano sul territorio europeo? O, ancor peggio, che la percentuale di cittadini che possiedono armi o ne hanno accesso in casa propria tramite un parente è di gran lunga maggiore in Svizzera che in USA?

Si è spiegato perchè le autorità di polizia locali di  Wyoming, Alabama, Missouri, Montana, Texas, Carolina del Sud hanno annunciato che ignoreranno qualsiasi legge per limitare l’accesso alle armi imposta dalla Casa Bianca, dato che da quelle parti – essendo territori ex confederati od ex indiani –  ritengono che il governo federale (Washington ed il Congresso) non abbia titolo a legiferare in materia? Oppure che anche i manifestanti più radical chiedono solo il bando delle armi d’assalto e poco più?

Oppure qualcuno si è accorto che Obama chiede l’impossibile, in termini costituzionali e di diritti civili,  quando precisa che ‘nessuna legge federale limita i sanitari dal diritto di avvertire le autorità riguardo potenziali rischi di  comportamento violento’? O che sta chiedendo ‘passi più determinati verso i gruppi di studenti che mostrano comportamenti a rischio e l’invio ai servizi per gli studenti che continuano a mostrare un comportamento inquietante’?

Quando lo racconteremo agli italiani che Mr. President chiede di ‘fornire incentivi alle scuole per assumere vigilanti’ addestrati dalla polizia? E che, viceversa, sono i ‘cattivi’ della National Firearms Association a chiedere, da tempo, di ‘garantire la sicurezza nelle scuole, di strutturare un sistema di salute mentale che funzioni e di perseguire i criminali violenti con la massima severità’? (link)

Che dire dell’idea di Obama di poter monitorare tutta la filiera delle armi esistenti, ovvero tutti i possessori di armi, e di poterlo fare con successo su un territorio maggiore del continente europeo,  dove finora se ne sono vendute a bizeffe? Propaganda o provocazione?
Come quelle che aleggiano sui media italiani, che non informano del fatto che se, negli Stati Uniti, il possesso di armi nella propria proprietà è diffusamente libero, è anche vero che nella maggior parte degli stati è necessario un permesso per portarle in giro, come anche Wikipedia largamente riporta (link)?

O del dato diffuso (90 armi da fuoco ogni 100 cittadini) che rappresenta solo una media del numero delle armi esistenti e non di quanti cittadini le posseggano, che non sono il 90% degli statunitensi, ma molto meno della metà? Oppure che in Svizzera ci sono almeno 5 milioni di armi da fuoco su 7 milioni di abitanti tra cui ben 600.000 fucili d’assalto e che, fino a pochi anni fa, in molti cantoni non occorreva la licenza di porto d’armi? Oppure che solo nell’europea Ulster si contano oltre 150.000 armi?

Infatti, a leggere i numeri scopriamo che gli stati ‘più armati’ sono, come prevedibile, tra quelli più ‘selvaggi’ e meno urbanizzati, ovvero Wyoming (59,7%), Alaska (57,8%), Montana (57,7%), South Dakota (56,6%,, West Virginia (55,4%), Mississippi (55,3%), Idaho (55,3%), Arkansas (55,3%), Alabama (51,7%), North Dakota (50,7%, A contraltare, si registra che, anche senza nessun bando sulle armi, gli stati più popolosi ed urbanizzati mostrano medie piuttosto basse, come Florida (24,5%), California (21,3%), Maryland (21,3%), Illinois (20,2%), New York (18%), Connecticut (16,7%), Rhode Island (12,8%), Massachusetts (12,6%), New Jersey (12,3%).

Non era affatto difficile raccogliere queste informazioni, dato che in USA la politica usa chiedere e promettere in modo chiaro ed esteso, mica si accontentano di un programma d’intenti o di un’agenda come da noi: Obama ha predisposto e pubblicato un compendioso report di 15 pagine per convincere cittadini, media e Congresso e che è scaricabile qui (link).

Inoltre, a proposito di report e ricerche, tra i tanti ricordiamo anche gli studi dell’Università di Chicago del 1996 (J.R.Lott e B. Mustard) che dimostrarono l’esistenza di luoghi comuni sulle armi da fuoco ed il porto libero, come l’aumento della possibilità di incidenti e di atti criminali.
Addirittura, si era rilevato un minor trend dell’8% per omicidi e violenze carnali, in analogia con gli studi sviluppati a partire dagli Anni ’80, dopo l’affermarsi di teorie che collegavano il numero di armi con il numero di omicidi, come quelli pioneristici dei criminologi Wright e Rossi (National Institute of Justice), del prof. Kleck (National Academy of Sciences) e dei criminologi europei Franz Csàszàr ed Ernst Doblers. Agli stessi risultati portano le statistiche dell’autorevole Centers for Disease Control and Prevention, compilate nel 2004, al termine di un bando decennale delle armi d’assalto, decretato nel 1994 dal Congresso. Tutti gli studi confermano che non ci sono evidenze che correlano la diffusione delle armi ad un incremento dei crimini, anzi, sembra che li riducano.

L’unico dato contrario è quello relativo ai ‘mass shootings’, che sono notevolmente incrementati da quando è cessato il bando per le armi d’assalto.

Un dato anomalo, dato che, in realtà, l’incremento (impressionate) è avvenuto a partire da settembre 2011, con ben 159 tra morti e feriti in soli 13 mesi. Inoltre, gran parte dei morti nelle stragi sono stati uccisi con armi semiautomatiche e ‘solo’ 35 persone sono state uccise con armi d’assalto in mass shootings su un arco di 30 anni, dal 1982 ad oggi.

Dunque, alcune richieste di Barak Obama sembrano prevalentemente ispirate dal desiderio di incrementare il controllo federale sui cittadini statunitensi, oltre che a cogliere il momento mediatico favorevole per attaccare nel Congresso ‘quei bifolks’ del Middle West, del Sud e delle Montagne Rocciose, dato che sono otto anni che il partito democratico ripropone di vietare le armi d’assalto, senza risultati, visti gli studi scientifici che ne inficiano le motivazioni.

Riguardo l’imporre il porto d’armi, che finora è stato prerogativa dei singoli stati, è difficile non prevedere una futura sentenza di incostituzionalità, oltre ad un sensibile incremento della diffidenza popolare verso le elite metropolitane: parliamo di una nazione dove addirittura tutti i tentativi di creare una carta d’identità si sono infranti dinanzi al diritto dei cittadini a non essere schedati dal governo federale.

Figurarsi, poi, se esiste un apposito ed esplicito emendamento alla costituzione statunitense – voluto proprio da Thomas Jefferson, presidente e padre fondatore degli Stati Uniti – che sancisce che ‘non può essere infranto il diritto dei cittadini a possedere e portare armi, essendo una ben organizzata milizia indispensabile per la sicurezza di uno stato libero”.
Un emendamento, il Secondo, che venne introdotto nel 1791, ben otto anni dopo l’indipendenza dall’Inghilterra e due anni dopo l’insediamento come presidente di George Washington, cioè quando divenne chiaro a molti deputati che stava nascendo un impero e non una repubblica.

“La principale ragione per volere che la gente abbia il diritto a possedere e portare armi è quella di proteggere se stessa, come ultima risorsa, da una tirannide al governo”. (Thomas Jefferson Papers p. 334, 1950)

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C’è consenso e consenso

16 Feb

In tutte le televisioni, a qualunque ora, troviamo qualcuno che ci spiega che il “governo Monti ha un largo consenso”.

In effetti è vero, ma dovremmo, poi, chiedere se il consenso che Monti e Passera riscuotono è degli elettori italiani o di quei politici, seduti in Parlamento, di cui gli italiani, da anni, vorrebbero il ricambio.

Potremmo anche chiederci perchè, con tutti i talk show che ci sono, i nostri politici “consensienti” non vadano in trasmissione a spiegarci questo e quell’altro … ma sarebbe troppo.

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L’ottimismo viene dal consenso

15 Feb

L’Italia è ufficialmente in recessione, i dati di ottobre-dicembre 2011 sono carta stampata, ma questo è il passato, la scommessa è il futuro.

Ce lo racconta Corrado Passera, ministro dello sviluppo del governo Monti.

I dati «sono una conferma di quanto ampiamente previsto e del fatto che proprio da lì dovevamo partire, come abbiamo fatto, con riforme e interventi strutturali».

La recessione, annunciata da questo blog e non solo, ma snobbata dai nostri “professori”, secondo Passera «ci spinge ad andare avanti con grande determinazione: un’iniziativa al mese per rimettere il Paese in condizione di reagire».
«Un ottimismo che viene dal consenso del Parlamento e dell’opinione pubblica, questa è la grande spinta».

Ah, beh, … allora stiamo inguaiati, se la “grande spinta” arriva dal consenso dell’opinione pubblica.

Ma non solo …

«Messi i conti in sicurezza», va attuato «un’insieme di iniziative per la crescita. Infrastrutture, competitività e internazionalizzazione delle imprese, innovazione, costo e disponibilità del credito, costi dell’energia, semplificazione».
E per le opere già previste, il ministro annuncia 60 miliardi entro quest’anno: «Una messa in moto oltre le aspettative, un passaggio fondamentale per la competitività del Paese».

Male, peggio, malissimo, cosa dire?

Sostenere con 60 miliardi le opere già previste, senza entrare nel merito, significa, molto probabilmente, incrementare la cementificazione senza provvedere agli interventi urgentissimi per contrastare il dissesto idrogeologico, più volte richiesti da Giorgio Napolitano, invano, alla legislatura di Berlusconi.
Inoltre, senza intervenire sulle norme inerenti i subappalti, si rischia di consegnare all’Italia un ulteriore ammasso di sprechi, collusioni, infiltrazioni mafiose, clientela politica.

Quanto alla crescita ed all’ottimismo, le domande sono tante o tantissime.

  • Quali nuove infrastrutture, se l’Italia muore di scarsa o nulla manutenzione dell’ordinario?
    Internazionalizzazione delle imprese significa molte cose, incluso che arrivino i “russi” a comprarsi tutto o, peggio, che la Padania possa incrementare la spoliazione produttiva del paese, delocalizzando ancor più la produzione?
    Costo e disponibilità del credito è cosa corretta in un paese che, causa declassamento, paga caro il denaro e che ha bisogno di “inflazione” per superare la recessione? O, guardando alla demografia ed agli anziani che abbiamo, in un paese che non dovrebbe affatto invoglaire i giovani continuino ad indebitarsi “a vita” per un mutuo trentennale?
    Per non parlare dei costi dell’energia, che possono aprire la strada a maggiori privatizazioni, e della semplificazione, che finora ha comportato solo un aumento dei contenziosi, delle collusioni e delle corruttele, visto che tra farraggini, tributi e territorialità l’iter è solo peggiorato.

Domande non eccessive se ricordiamo che Corrado Passera si è finora distinto per la sua abilità nel far ricadere  i costi aziendali sullo Stato (Alitalia, Caboto-FinMek, Nextra-Parmalat …) e per la sua capacità di tagliare posti di lavoro a favore delle concentrazioni di capitale (Comit, Intesa San Paolo, Olivetti, Telecom …).

Un manager che della politica e della pubblica amministrazione conosce solo un aspetto riflesso, come Tremonti era esperto sono nella fiscalità e nella gestione di un bilancio.

Un uomo che muove i primi passi in politica e già gode dell’appoggio di Roberto Formigoni, governatore della Lombardia ininterrottamente dal 1995, e di Pier Ferdinando Casini, genero di Francesco Gaetano Caltagirone, undicesimo italiano più ricco al mondo, a capo di uno dei più importanti gruppi industriali italiani.

Un ministro che annuncia “un’iniziativa al mese per rimettere il Paese in condizione di reagire”, mentre la riforma delle pensioni non trova una forma regolativa, gli F-35 si son ridotti di un terzo, le liberalizzazioni raccolgono migliaia di emendamenti, la riforma del lavoro è deve essere recepita dai lavoratori e non semplicisticamente i sindacati con cui discute il governo.

Mala tempora currunt.

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