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Convenzione di Istanbul, cosa cambierà in Italia?

20 Giu

Il Parlamento Italiano ha approvato la Convenzione di Istanbul, ma è solo l’inizio: ci sono tutte le leggi e i decreti correlati da concordare, approvare e rendere esecutivi. Anni e anni ancora dovremo aspettare, se andrà come è andata per i Classificazione Internazionale del Funzionalità, della Disabilità e della Salute come “standard di valutazione e classificazione di salute e disabilità”, ancora in attesa di essere pienamente adottati, dal 2001.

E sono molte le cose che dovranno cambiare, si spera in fretta, se l’articolo 12 (Obblighi generali) ci impegna ad adottare “le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”.
Come sarebbe stata l’Italia con una legge del genere e senza le pin up di Colpo Grosso e di Drive In? E delle copertine dei magazine ‘di tendenza’ con donne sempre ‘spogliate’ e maschi ‘ordinariamente macho’, ne vogliamo parlare? E delle donne sempre maestre ed infermiere e dei maschi sempre primario e capufficio? Per non parlare di quello strano limbo femminile, pressochè ignorato dal Welfare, in cui essere casalinghe o disoccupate è una non-scelta …

Non a caso l’articolo 14 impone agli stati di attuare “le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi.”
Potremo continuare a finanziare od equiparare scuole ed istituti privati che non garantiscano “materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi e i ruoli di genere non stereotipati”?
Sembrerebbe proprio di no.

E che ne sarà  tanti processi finiti come sappiamo, anche grazie a tanti appelli ‘al perdono’, se i costumi, la religione, la tradizione non potranno essere in alcun modo utilizzati per giustificare nessuno degli atti di violenza sulle donne?

E’ evidente che sarà necessario molto tempo, prima che la Convenzione di Istanbul diventi legge dello Stato italiano con tutele garantite, sanzioni apposite, procedure percorribili.
Una necessità di tempo che deriva anche da una contingenza: lo Stato del Vaticano non ha firmato la Convenzione di Istanbul, come non ha firmato la “Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità del 2008”, che, all’art. 6, riporta l’obbligo per gli Stati firmatari di “prendere misure appropriate per assicurare il pieno sviluppo, avanzamento e rafforzamento sociale delle di garantire loro l’accesso e l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali”.

Più chiaro di così …

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La battaglia per il Vaticano

13 Feb

Una ventina di anni fa, un anarchico situazionista, di nome Hakim Bey,  scrisse uno strano libro (Temporary Autonome Zone) in cui si prefigurava l’affermarsi di fazioni pirata, in zone temporaneamente autonome dal sistema finanziario ‘imperiale’, da cui operare intrusivamente ‘cavalcando le stringhe’ della macchina. Un’idea decisamente delirante, se non fosse che 15 anni dopo, G.W. Bush e tutto l’establishment USA dichiarassero battaglia agli ‘stati canaglia’, che già prima della ‘guerra asimmetrica’ il Centroamerica era in balia dei Narcos e delle multinazionali o che lo sta oggi diventando anche l’Africa, dopo l’Est Europa, con l’aggiunta delle fazioni etniche o religiose.

In uno di questi territori autonomi dal sistema imperiale della Borsa e del Bipolarismo perfetto,  c’è – da anni – la monarchia papale, lo Stato della Chiesa con sede a Roma e ‘filiali’ un po’ dovunque, in Italia ed all’estero. ‘Filiali’ perchè anche il prete che gestisce una piccola missione fa ‘autonomamente’ fund rising, aggrega consenso, sostiene l’economia, valida l’affidabilità di altre persone, ma, pur non essendo ‘dipendente’ dallo Stato del Vaticano, può da esso essere rimosso, destituito, spoliato o scomunicato dal Papa, che è allo stesso tempo Pontefice e Re assoluto di una corte formata dai Principi della Chiesa. Una Corte Vaticana che si estende alla cosidetta ‘nobiltà nera’, composta prevalentemente da cittadini italiani, che, non di rado, occupano posizioni di rilievo nella capitale italiana.

Punti di erogazione del servizio come le parrocchie e le missioni, ‘filiali’ e delegazioni come i vescovati, ‘controllate’ come le congregazioni, ‘incorporate’ come le banche e le fondazioni, tutte facenti capo al CdA romano per conto di Dio: un elemento di modernità atavico, di networking primordiale, che ha permesso per duemila anni alla Chiesa Cattolica di sopravvivere e ramificarsi nel potere temporale.

Una Temporary Autonome Zone che va a consolidarsi nel corso degli Anni ’80, durante il pontificato di Karol Woityla, subentrato dopo la strana morte del riformatore Papa Albino Luciani, mentre i personal computer iniziavano a conquistare il mondo degli uomini, nascevano i primi network planetari e le opportunità di facili guadagni e collusioni criminali aumentavano esponenzialmente.

Un pontificato, quello di Giovanni Paolo II, che fu macchiato dalla morte sull’altare del monsignor Oscar Romero, ritornato – tempo prima – letteralmente  “costernato per la freddezza con cui il papa aveva valutato l’ampia documentazione, fatta pervenire in Vaticano, circa la violazione dei diritti umani e delle uccisioni di quanti si erano opposti, anche fra i suoi diretti collaboratori, all’oppressione esercitata dal governo salvadoregno sulla popolazione”.

O la brutta storia del Banco Ambrosiano, di Roberto Calvi impiccato a Londra sotto il ponte dei Frati Neri, dei soldi occulti inviati in Polonia agli anti-comunisti, dei coinvolgimenti mafiosi, come confermato dalla richiesta della magistratura italiana, nel 2007, ergastolo per Pippo Calò, il “cassiere” di Cosa Nostra e per Ernesto Diotallevi, uno dei boss della Banda della Magliana, poi assolti per insufficienza di prove.

Oppure del manifesto appoggio, se non esplicita protezione, che fu dato a Marcial Maciel,  pedofilo e fondatore dei Legionari di Cristo, una congregazione cui manca solo la quotazione in Borsa, visto che ha 650 preti, 2500 studenti di teologia, 30.000 membri laici attivi in tutto il mondo, decine di scuole, 60 milioni di dollari di budget annuale.

Per non parlare dalla fiducia riposta dal Karol Woityla in monsignor Paul Marcinkus, un ambiguo personaggio, presidente – fin dal 1971 – dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca del Vaticano, nel mirino della Organised Crime and Racheteering Section del Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti, fin dal 1973 e collegato dai media italiani anche in altri scandali, come la morte di papa Giovanni Paolo I e la sparizione e probabile morte di Emanuela Orlandi, una cittadina vaticana.

Un’Istituto Opere di Religione’ che nasce il 27 giugno 1942 – quando già si era capito che il mondo sarebbe diventato ‘americano’ – dall’upgrade in istituto bancario della “Commissione delle Opere Pie”, voluta nel 1887 per volontà di papa Leone XIII, il cui capitale fu affidato in gestione, nel 1929, al banchiere Bernardino Nogara, onde ‘investire’ capitali enormi,  dopo che i Patti Lateranensi obbligarono lo Stato Italiano a versare alla Santa Sede la somma di 750 milioni di lire ed a consegnare titoli di debito pubblico consolidato, per un valore nominale di 1 miliardo di lire.

Una stranissima operazione finanziaria visto che Nogara reinvestì i capitali vaticani finanziando la  modernizzazione e l’industrializzazione che l’Italia fascista stava realizzando: finirono sotto il controllo della  neo-costituita “Amministrazione speciale per le Opere di Religione”: l’Italgas, la holding tessile CISA-Viscosa, l’Istituto di Credito Fondiario, le Assicurazioni Generali, la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, l’Istituto Romano di Beni Stabili (una compagnia immobiliare), la Società Elettrica ed Elettrochimica del Caffaro, la CONDOR Società per l’industria petrolifera e chimica, la Società Mineraria e Metallurgica Pertusola, la Società Adriatica di Elettricità e le Cartiere Burgo, il Banco di Roma, il Banco di Santo Spirito, la Cassa di Risparmio di Roma, la Società Generale Immobiliare e persino le industrie belliche come le Officine Meccaniche Reggiane, la Breda e la Compagnia Nazionale Aeronautica, nel 1935, fornirono armamenti e munizioni per la pulizia etnica italiana in Libia.
Una ‘non banca’ che, con la Grande Crisi degli anni ’30, scaricò sull’IRI gli interessi mobiliari del Banco di Roma, del Banco di Santo Spirito e del Credito sardo a prezzi di mercato, nonostante fossero del tutto deprezzati, con un guadagno di oltre 600 milioni di dollari.

Se questo era il ‘dato’ quando la Commissione operava sostanzialmente solo in Italia, figuriamoci quale sia diventato il potere finanziario dello IOR a livello mondiale e quale possa essere il suo potere politico, oggi, sia fuori sia, soprattutto, dentro il Vaticano.

Specie se aggiungiamo che la malattia di Woytila, negli ultimi anni di pontificato, permise l’affermarsi e il ramificarsi all’interno della Corte del Papa Re di un coacervo di interessi inconfessabili. O, peggio, che l’Istituto Opere di Religione, oltre ad aver raccolto sospetti e accuse di riciclaggio, alcuni mesi fa ha rinunciato ad adeguarsi alle norme di trasparenza richieste alle banche per operare nell’Unione Europea e che ormai opera in Italia come fosse una vera e propria banca off-shore.

Ombre, dubbi, sospetti, episodi, coinvolgimenti che segnalano un cambiamento etico profondo, se, addirittura, in Messico si parla da anni di ‘narco-elemosina’, dove si edificano chiese e basiliche, grazie a pubbliche donazioni di sanguinari narcotrafficanti, e dove il cardinale Juan Sandoval, arcivescovo di Guadalajara, è stato indagato per riciclaggio di denaro sporco.

Di qui le riluttanze iniziali di Joseph Ratzinger ad accettare il mandato papale, ampiamente percepite, anche in seguito, come nel Conclave del 2005  come il Corriere della Sera descrive, parlando di un “sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un Santo Padre di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da maestra di vita a peccatrice; da punto di riferimento morale dell’opinione pubblica occidentale, a una specie di imputata globale”.

Una decisone presa a marzo del 2012, come riferisce il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian, cioè mentre si svolgeva il Vatileaks, una fuga di notize riservate, per la quale venne condannato e poi graziato il maggiordomo pontificio Paolo Gabriele.

Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, commentò l’atteggiamento di papa Benedetto XVI, all’epoca i fatti, sottolineando “una linea di volontà di verità, di volontà di chiarezza, di volontà di trasparenza, questa – anche se con dei tempi graduali – fa i suoi passi, e quindi onestamente ritengo che stiamo cercando di gestire questa situazione nuova: cerchiamo la verità, cerchiamo di capire che cosa oggettivamente sia successo. Però, prima bisogna capirlo con sicurezza, anche per rispetto delle persone e della verità”.

Una strada sul filo di una lama, visto che un informatore del magazine Panorama (forse lo stresso Paolo Gabriele)  raccontava che “qui dentro c’è una buona quantità di ricattatori, un numero uguale di ricattati, una massa di employé, e una percentuale ridotta di uomini di fede: tra questi ci sono i Santi, che tengono in piedi la Chiesa.”

Una storia complessa, come scriveva Ezio Mauro – su la Repubblica del 1 giugno 2012 – che racconta di “una missiva del segretario del Governatorato della Città del Vaticano, arcivescovo Carlo Maria Viganò, che denuncia una serie di malversazioni, traffici e complotti in Vaticano”, di un’altra lettera del cardinale Dionigi Tettamanzi, vescovo di Milano, che chiede ragione della richiesta di “lasciare la presidenza dell’istituto Toniolo, che controlla due giganteschi centri d’influenza e di potere come l’università Cattolica e il Policlinico Gemelli” o la “lettera del cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano, che denuncia il rifiuto dello Ior, la Banca della Santa Sede, di dare informazioni trasparenti su movimenti bancari sospetti prima dell’entrata in vigore della legge vaticana antiriciclaggio, il 1° aprile 2011”.

Una sequel di palesi o velate accuse al cardinale Tarcisio Bertone, Camerlengo vaticano (segretario di Stato), che accadeva mentre Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior ‘suggerito’ direttamente dal Papa per risanare lo IOR, veniva sfiduciato all’unanimità dal Consiglio di Sovrintendenza dello IOR, “con un attacco ad personam del Cavaliere di Colombo Carl Anderson, per delegittimarlo preventivamente”, sembra ispirato proprio dal numero due della Santa Sede.
Un fatto che ha generato allarme nel mondo finanziario europeo e nel Patto Atlantico, dato che “l’opacità voluta, insistita e ricercata dallo IOR può essere una finestra d’opportunità criminale per operazioni d’ogni genere, con il rischio – denunciato nella sua lettera dal cardinal Nicora – di un conseguente colpo alla reputazione della Santa Sede“.

Cosa altro pensare dinanzi ai nove bonifici per 225.000 euro partiti da un conto IOR e destinati a un gruppo di criminali di Catania, grazie al nipote sacerdote di un mafioso secondo uno schema poi rivelatosi piuttosto diffuso, oppure dinanzi all’ordine dato al Credito Artigiano di trasferire 23 milioni alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni) e alla Banca del Fucino per 3 milioni, in barba alla normativa antiriciclaggio italiana.

Un affare scandaloso se scopriamo che, mentre l’Italia era con lo spread alle stelle, qualcuno in Vaticano spostava ingenti capitali all’estero, come descrive Il Fatto Quotidiano del 21 marzo 2012.
Allorchè “la Banca d’Italia impone agli istituti italiani di chiedere allo Ior il nome del reale titolare dei soldi movimentati e la banca vaticana si disamora della penisola. Con una serie di bonifici per decine e decine di milioni di euro i soldi del Vaticano lasciano le banche italiane, come l’Unicredit ex Banca di Roma, e volano a Francoforte alla banca Jp Morgan.
Lo Ior, per effettuare i suoi bonifici milionari che alimentano l’attività delle Congregazioni usa un conto acceso presso l’unico sportello della banca americana Jp Morgan in Italia. … È il cavallo di Troia attraverso il quale lo IOR opera in Italia: i movimenti nell’arco di un anno e mezzo superano il miliardo e mezzo. Nell’ottobre 2011, la Procura di Roma scopre l’inghippo e chiede all’Uif – l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia – di intervenire. Gli ispettori di Bankitalia chiedono informazioni sui reali intestatari dei soldi movimentati dallo Ior. … Il 15 febbraio, per evitare guai, Jp Morgan comunica a Ior la chiusura definitiva del conto a far data dal 30 marzo 2012”.

Uno IOR che movimenta almeno un miliardo di euro all’anno sul solo conto Jp Morgan di Milano, mentre il patrimonio stimato nel 2008 sarebbe di appena 5 miliardi di euro (fonte Sole24ore), una somma ridicola se si considera che Mukesh Ambani, l’uomo più ricco dell’India, vive a Mumbai con la famiglia in un grattacielo di 27 piani del valore di 1 miliardo di dollari.

«Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e perturbato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».

Questo il testo delle dimissioni papali, in cui nessuna parola è lasciata al caso, come ‘il vigore dell’animo diminuito” e ‘l’incapacità ad amministrare’.

Dimissioni che, però, non sono un atto d’impulso, ma hanno avuto tutto il loro tempo per essere organizzate, ad esempio, nominando durante gli ultimi 12 mesi ben 28 nuovi cardinali e portando da 40 a 67 i cardinali elettori da lui espressi e superando di molto i 51 residuali dal pontificato di papa Giovanni Paolo II, così ribaltando gli equilibri interni del Concistoro che dovrà eleggre il nuovo pontefice.

Come sarà la Città del Vaticano e cosa accadrà tra le sue mura, se tra qualche mese avremo due papi, uno in cattedra e l’altro in pensione?

Intanto, La Stampa racconta del parroco di Cesara don Renato Sacco, che testimonia come il monsignor Luigi Bettazzi, alcuni mesi fa, «aveva incontrato il Papa alcuni giorni prima a Roma e ci aveva accennato a una possibile dimissione di Ratzinger legandola a motivi di salute e all’esigenza che lui sentiva di rinnovamento della Chiesa. Un rinnovamento che doveva venire dai vertici della Chiesa stessa».

Più chiaro di così …
La battaglia continua. Il Bene vince, il Male perde?

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Coppie gay, negarle è antistorico

23 Lug

Pochi sanno che lo storico Giovanni Romeo, nel suo libro “Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione. Napoli 1563-1656″, scrive di ben due matrimoni gay noti che sarebbero stati celebrati a Napoli nel 1591. Il tutto a fronte di una ampia base documentale.

D’altra parte, a Napoli, “il femminiello è una figura che fa parte del tessuto sociale dei quartieri popolari di Napoli, e persino dell’ ambito religioso, come nella “Candelora al Santuario di Montevergine ad Avellino” oppure nella “Tammurriata” alla festa della Madonna dell’Arco. Nell’opera di Roberto De Simone, La gatta Cenerentola, diversi femmenielli rivestono il ruolo di personaggi importanti. Tra le scene principali al riguardo vi sono il rosario dei femmenielli ed il suicidio del femminiello.” (fonte Briganti)

Infatti, ogni anno, il 2 febbraio, nel giorno della Candelora, i femminielli napoletani ‘fanno la juta’ (trad. fanno una uscita), un pellegrinaggio verso il Santuario di Montevergine ad Avellino, in base ad un antico accordo con le autorità ecclesiastiche, per esprimere la propria devozione a Mamma Schiavona, la Madonna del posto. L’esistenza di un accordo sarebbe stata implicitamente confermata, lo scorso anno, quando Don Beda Paluzzi, abate di Montevergine, precisò che il patto poteva essere revocato.

Anche il Santuario della Madonna dell’Arco (Sant’Anastasìa), ogni Lunedì in Albis, è oggetto di pellegrinaggio da parte dei femminielli, di cui la nota “Tammurriata“. Sempre nella zona vesuviana si pratica da secoli e secoli, la “figliata dei femminielli”, un rito ‘di fecondità’ risalente al paganesimo, di cui ne hanno parlato sia Curzio Malaparte nel suo libro “La pelle” e dalla regista Cavani nell’omonimo film.

Una situazione di ampia tolleranza, prima dell’epoca moderna, che i documenti storici ci riconfermano

  • a Venezia, nel 1450, dove si indica i portici vicini a Rialto e il portico della chiesa di San Martino come luoghi d’incontro
  • a Firenze, nel Quattrocento, dove Francesco Scambrilla ne segnala intorno a S.Ambrogio, o, nel 1514, con Machiavelli parla dell’esperienza di Giuliano Brancacci, uscito una sera a caccia di “uccelli”,
  • a Roma, dove Bertolotti, nel ‘500 a Roma, racconta degli adolescenti che si prostituivano in piazza Navona,
  • a Napoli,intorno al 1630, dove Bouchard descrive la prostituzione dei gay per le vie e nelle piazze.

La Chiesa Cattolica condannò definitivamente la ‘sodomia’ solo nel XII secolo – precedentemente era solo peccato gravissimo – e solo dal 1700 in poi si incrementa l’attenzione verso l’omosessualità femminile: per quanto la sua azione repressiva sia stata e sia consistente, non è stata lei a modificare il ‘comune senso del pudore’.

L’odierna esclusione dei ‘sessualmente diversi’ trova origine nel Codice Napoleonico che introdusse la cosiddette misure  di polizia relative all’offesa alla pubblica decenza, poi assorbite anche dal corpus legislativo vittoriano, e dal il concetto pseudo-biologico di degenerazione e di tara fisica, al quale fascismo, nazismo e socialismo reale abbondandemente attinsero per fomentare l’astio verso la “classe borghese’ e gli oppositori di turno.

La rimozione dal corpo sociale attraverso l’arresto del singolo omosessuale troppo “chiacchierato” rafforzava l’immagine sociale della “normalità”. Al contrario l’improvviso arresto indiscriminato di decine di persone, in maggior parte “insospettabili” quando non sposate e con figli, minava dall’interno l’immagine della “normalità eterosessuale”.

E‘ la diversità sessuale in se – e non l’atto peccaminoso di cui ognuno eventualmente rende conto personalmente – a turbare la nostra società ‘bigotta e vittoriana’ e l’ordine costituito dello stato ‘liberale” o di quello ‘sociale’. Un mondo dove le oligarchie sono tutte esclusivamente ‘al maschile’ ed, evidentemente, non deve essserci ‘confusione’ di sorta.

Queste le origini dell’omofobia, della paura verso chi si comporta o semplicemente veste diversamente. Paure indotte con precisi atti normativi, circa 200 anni fa, in una società che, precedentemente, era sostanzialmente indifferente al ‘problema’, accomunando l’omosessualità alle tante altre peculiarità dell’essere umano e, come le altre, tollerandola.

Come potranno i nostri partiti, tra cui UDC e Partito Democratico, scrivere una legge decente sull’omofobia e le coppie omosessuali è davvero un mistero, visto che sembrano ragionare solo in termini di ‘degenerazione’, ‘pubblica decenza’ e ‘sodomia’?

Come far capire loro che parliamo di diritti individuali essenziali sanciti, per l’appunto, dalla Carta dei Diritti dell’Uomo sottoscritta anche dall’Italia e che una tale questione non può essere un affare di retrobottega?

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ICI e Vaticano: una goccia nel mare

16 Feb

Il clero paga tasse e tributi!

Non ci sarebbe nulla da meravigliarsi, se non ci trovassimo nella nazione che prevede, in Costituzione, che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7).

Sovrani su cosa? Trattandosi di una Costituzione, sarebbe da intendersi “sul territorio” e/o “sul popolo” e, come precisa lo stesso articolo 7, “i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”.
Dunque, lo Stato Italiano e la Città del Vaticano gestiscono i propri rapporti di sovranità – su cosa è da capire – “a latere dalla costituzione”, mentre “il popolo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1).

E’ piuttosto difficile immaginare un “popolo sovrano”, con un tale testo scolpito negli annali della Repubblica, e, piuttosto, l’impressione che se ne riceve è che venga prima l’Erario, poi la Fede e poi le persone.

Così accade che Mario Monti possa riempire le testate dei giornali con “Ici sui beni commerciali della Chiesa” oppure “La svolta dell’Ici sulla Chiesa: esentasse solo i luoghi di culto”.

Miracolo? Mica tanto: erano mesi e mesi che la Santa Sede – ma non così tanto la CEI – informava gli italiani riguardo la propria disponibilità a discuterne. Come sono trascorsi anni, durante i quali il Quarto Potere italiano non ha scandalisticamente intestato una prima pagina una ai favori fiscali, troppi e tanti, goduti da qualsiasi attività minimamente clericale.
Come raramente i nostri media hanno parlato dei costosissimi restauri di belle, ma desuete architetture del passato, puntualmente rivendute a peso d’oro dal clero proprietario ai soliti noti speculatori.

Arriva, dunque, l’ICI per le attività non destinate al culto, come fosse la manna dal cielo.
E nessuno fa caso che, con un sincronismo pressoché perfetto, la “misura” arriva a 24 ore dall’attacco di Celentano alla Chiesa Cattolica durante il Festival di Sanremo …

Sincronismi, quelli a cui ci stiamo abituando da 3-4 mesi, che ricordano quasi alla perfezione cosa accadeva a Weimar tanti anni fa, con gente inferocita nei bar ed i giornali a replicare i “comandamenti ufficiali”.

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