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Malattie rare: una nuova cattiva legge?

13 Feb

flyer4ggp-reco-3-2Dal 18 gennaio 2017, è in discussione alla XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati una proposta di legge (Atto Camera: 136) recante “disposizioni in favore della ricerca sulle malattie rare e della loro cura”.
E’ anche previsto il parere delle Commissioni: Affari Costituzionali, III Affari Esteri, V Bilancio, VI Finanze (ex articolo 73, comma 1-bis, del regolamento, per gli aspetti attinenti alla materia tributaria), VII Cultura, X Attività Produttive, XI Lavoro, XIV Politiche dell’Unione Europea e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

La proposta di legge è d’iniziativa del deputato RUSSO Paolo; Laurea in medicina e chirurgia, Specializzazione in oculistica, Oculista; Eletto nella circoscrizione Campania 1; Lista di elezione IL POPOLO DELLA LIBERTA’.

Si auspica che il Parlamento, le associazioni dei cittadini e/o dei malati, i media vorranno meglio e con maggior cautela approfondire la questione, onde dare efficienza e riferimenti chiari nella gestione dalla patologia rara, ergo primaria.

Ricordiamo che il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnala:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Secondo Il Sole 24 ore “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL.

La su descritta dimensione altamente dispersiva degli accessi alle terapie ed alle cure, a fronte di esigenze spesso sistemiche e non singolarmente specialistiche, derivanti dall’eziologia stessa delle malattie rare, nonché l’esiguo numero di malati (specie nelle regioni più piccole) suggerirebbero l’utilità di una rete che – come già fa la norma già vigente spesso disapplicata – individui dei Centri Nazionali (interregionali) con funzioni di studio, certificazione e coordinamento e dei Presidi locali presso strutture con dotazione adeguata per le esigenze terapeutiche e di monitoraggio, demandando i Servizi Socio-sanitari, ergo assistenziali, alle Regioni ed ai Comuni, come da mandato costituzionale.

(A seguire in corsivo il testo della proposta di legge)

La proposta di legge in corso di discussione alla XII Commissione Affari Sociali determina che:

  1. le Regioni (art. 6 c. 1 della proposta di legge) definiscono nei propri piani sanitari o socio-sanitari o in altri atti di programmazione l’organizzazione della rete di assistenza per le malattie rare”, mentre nell’attuale la tutela dei malati rari è ben maggiore, se “le Regioni, sulla base del fabbisogno della propria popolazione, provvedono all’individuazione dei presidi” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 1) e predispongono modalità di acquisizione e di distribuzione agli interessati dei farmaci specifici” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 6 c. 3) 
  2. gli attuali Centri interregionali di riferimento ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 3) NON dovranno più assicurare “il coordinamento dei presidi della Rete, al fine di garantire la tempestiva diagnosi e l’appropriata terapia, qualora esistente, anche mediante l’adozione di specifici protocolli concordati”, bensì – per quanto relativo a pazienti di altre regioni – vanno solo a “ partecipare alla stesura di protocolli e di linee guida sulle specifiche malattie rare trattate, in collaborazione con gli altri centri di riferimento delle reti regionali o interregionali e con i centri di coordinamento regionali o interregionali”, come enunciato al art. 8 c 1 punto h) della proposta di legge 
  3. saranno i nuovi centri di riferimento, individuati e accreditati dalle regioni (art. 8 c 1 punto c) a “predisporre il piano assistenziale personalizzato (nota bene non il piano terapeutico), a partire dal profilo dei bisogni assistenziali e il suo aggiornamento nel tempo, che costituisce la base per la presa in carico della persona affetta da una malattia rara” 
  4. saranno cancellati “i presidi della Rete individuati tra quelli in possesso di documentata esperienza in attività diagnostica o terapeutica specifica per le malattie o per i gruppi di malattie rare, nonché di idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi, per le malattie che lo richiedono, servizi per l’emergenza e per la diagnostica biochimica e genetico – molecolare” ( D.M. 18 maggio 2001, n. 279 art. 2 c. 2); 
  5. la presa in carico della persona affetta da una malattia rara “in base a quanto predisposto dal centro di riferimento nel piano assistenziale personalizzato, che verte sui bisogni assistenziali sarà affidata alle “reti orizzontali ((art. 9 c 1 punto c), “composte dagli ospedali locali e dalle reti territoriali di cure primarie dei distretti sanitari, comprendenti i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, specialisti, professionisti sanitari e sociali nonché educatori”, che è proprio l’apparato burocratico-sanitario che nell’attuale – in non poche Regioni – non offre servizi accessibili – accettabili a gran parte dei malati rari. Nessuna menzione dei piani terapeutici; 
  6. sarà riservato ai nuovi Centri di riferimento regionali il compito di “attuare direttamente cure e interventi di particolare complessità, qualora essi si rendano necessari” (art. 8 c 1 punto e). Allo stato attuale l’assistito (D.M. 18 maggio 2001, n. 279 Art. 6 c 1) ha diritto alle prestazioni di assistenza sanitaria … efficaci ed appropriate per il trattamento ed il monitoraggio della malattia dalla quale è affetto e per la prevenzione degli ulteriori aggravamenti”; 
  7. alle reti orizzontali (art. 9 c 1 punto e) è anche assegnato il compito di “fornire assistenza legale alla persona affetta da una malattia rara per facilitare l’ottenimento di quanto previsto dai diritti ad essa riconosciuti”, da parte della … Regione (sic!); 
  8. l’art. 13. (Riadattamento, mantenimento, potenziamento e supplementazione di funzioni e di attività delle persone affette da malattie rare), l’art. 15. (Inserimento comunitario delle persone affette da malattie rare) ed altri articoli a seguire contengono norme che – oltre a determinare una spesa tutta da quantificarsi e soprattutto da attribuirsi o ripartirsi tra Stato e Regioni – andranno a sovrapporsi con il Titolo V della Costituzione, la legge 5 febbraio 1992, n. 104, il d.lgs. n. 81 del 2008, il D.P.R. n. 1092 del 1973, d.P.R. n. 3 del 1957, d.lgs n. 297 del 1994, il D.M. n. 171 del 2011 e non solo, da cui l’esigenza di approfondimento ed armonizzazione, onde evitare una vacatio legis con decadimento di diritti / interessi legittimi finora tutelati, seppur non sempre garantiti; 
  9. per quanto relativo l’accesso agli stanziamenti al Fondo nazionale per la ricerca, lo sviluppo e l’accesso ai medicinali orfani, l’art. 16. della proposta di legge antepone “prioritariamente” gli “a) studi preclinici e clinici … b) studi osservazionali e registri di usi compassionevoli di farmaci non ancora commercializzati in Italia”, ai “c) programmi di somministrazione controllata di farmaci non ancora compresi nelle fasce A e H dei prontuari terapeutici”; 
  10. il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, con proprio decreto, riconoscerà (art. 23 c. 2) “la Federazione italiana malattie rare – UNIAMO, in quanto membro del Consiglio delle alleanze nazionali dell’Organizzazione europea per le malattie rare (EURORDIS) come interlocutore primario per esprimere pareri nel corso dei processi decisionali strategici, di monitoraggio e di valutazione delle attività svolte nel settore delle malattie rare, sia a livello regionale che a livello nazionale; 
  11. la proposta di legge (art. 23 c. 2) determina anche ope legis che la onlus autodenominatasi Federazione italiana malattie rare – UNIAMO avrà il compito istituzionale di “a) rappresentare le persone affette da malattie rare e le associazioni d’utenza presso la Commissione europea; b) partecipare con tre propri delegati al Comitato nazionale per le malattie rare; c) incentivare l’aggregazione delle associazioni d’utenza attive nel settore delle malattie rare in Italia”.

Avete capito tutto … no?

Demata

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La bufala del ‘gender’ a scuola e i diritti delle donne

2 Feb

Era il 7 agosto 2016 e, mentre i nostri bambini erano indaffarati tra spiagge, piscine e giardinetti, Il Giornale lanciava l’allarme: il Ministero parla ancora di “gender” nelle scuole !
Una bufala del genere non si era mai vista e, quel che è peggio, interferisce con la soluzione di un problema nazionale chiamato ‘femminicidio’.

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Pari diritti, ora !

Iniziamo col dire che il Miur non scrive di ‘gender’, bensì di “genere”, che è il termine che le Scienze Naturali da secoli hanno scelto per distinguere tra maschi e femmine. Se per qualcuno il ‘genere’ fosse sconveniente … andasse a parlare con Carlo Linneo (1707-1778), che è considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi.
E aggiungiamo – visto che si parla di scuola – che, se qualunque persona che abbia superato il biennio delle superiori, questo lo dovrebbe sapere a memoria – resta il fatto che una bella metà degli italiani non lo sa, sono prevalentemente maschi e  … noi parlavamo dei femmincidi e tutto il resto.

Diciamo anche che il 6 luglio e il 15 settembre 2015 (un anno prima dell’articolo de Il Giornale), il Miur aveva precisato con circolari apposite che “le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere prima dell’iscrizione dei propri figli a scuola i contenuti del Piano dell’Offerta Formativa e, per la scuola secondaria, sottoscrivere formalmente il Patto educativo di corresponsabilità”.

A proposito di doveri e di cose da conoscere quando si mandano i figli a scuola, va evidenziato che Piano dell’Offerta Formativa e  il Patto educativo di corresponsabilità sono deliberati dal Consiglio d’istituto, dove famiglie e studenti sono solitamente in maggioranza rispetto ai docenti.
E’ non solo impossibile che possa essere imposto quello che paventano Il Giornale e Matteo Salvini, ma – soprattutto – questo può fare presa solo su genitori, nonni e zii davvero molto poco informati.

Il Giornale e Matteo Salvini attaccano la “decostruzione degli stereotipi di genere” e che “sono infiniti i pregiudizi e gli stereotipi che vengono spacciati come naturali” o che “la differenza sessuale può al contrario essere vissuta secondo uno spettro ampio di inclinazioni, affinità, scelte”. Ma nel concreto di cosa si tratta?

Ad esempio, che anche le donne portano i pantaloni ed anche i maschi sono ottimi babysitter. Oppure che il vero imbranato è quello che NON va bene a scuola e che una ragazza non è meno femminile se fa pugilato.
O che i maschi – quando fanno i galletti con insistenza – stanno molestando una donna. Oppure una donna può avere tanti partner quanti sia ‘leggittimo’ che ne abbia un maschio.

Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state quasi 1.800, di cui otto su dieci da familiari, il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 10,6% ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni, il 16,1% ha subìto stalking nel corso della vita.

Le differenze di genere vedono le donne al di sotto della soglia di povertà, specie tra i single (maschi 18,2%, donne 31,1%),  mentre, nelle giovani generazioni, il 42,4% è diplomata (uomini 40,2%) e il 15,9% sono laureate ( (uomini (10%).
E che esista una ‘iniquità di genere’ è dimostrato dai maggiori tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, e d’inattività, dalle retribuzioni più basse rispetto agli uomini, dalle pensioni d’importo più modesto, del doversi far carico dei figli spesso a discapito della propria indipendenza economica.

Dunque, a proposito degli “stereotipi di genere”, potremmo iniziare ad elogiare le bambine quando sono ‘forti’ o ‘assertive’ed i bambini se sono ‘gentili’ e ‘rispettosi’. O fare lezione su una cosa che si chiama sesso per far comprendere la differenza dall’Amore. Vi sembra poco?

Una rivoluzione. Quella Liberale.

Chissà se anche Santanchè, Meloni e Binetti non siano – in quanto donne – contro gli ‘stereotipi di genere’ …

P.S. A proposito, come non considerare ‘omofobo’ chi straparla di ‘gender’ anche quando ‘non c’azzecca niente’ e – così facendo – accantona le pari opportunità per gli esseri umani a prescindere dal sesso e – addirittura – le cause della violenza sulle donne?

Demata

Il testamento biologico e l’ostruzionismo del Centrodestra

1 Feb

testamento_biologicoIl Disegno di legge sul testamento biologico è finalmente pervenuto ai lavori della Camera.
A differenza di tanti altre leggi, questa volta non è stata inserita la clausola “ove concluso in Commissione”, quindi se i commissari non riusciranno a terminare in tempo la discussione degli emendamenti, il testo passerà comunque all’Aula.

Infatti, già da oggi il Testamento Biologico potrebbe passare al vaglio dei Deputati, se non fosse che – in Commissione – una sparuta pattuglia di soli dieci onorevoli su ben 49 totali, non volendo accettare il volere di un’ampia e variegata maggioranza ha presentato circa 3.200 emendamenti al testo unificato, di cui solo 290 avevano i parametri per essere ammissibili.

Gli emendamenti ostruzionistici sono arrivati principalmente da parlamentari eletti o appartenenti alle liste di NCD, FI-PdL, UdC, ex Scelta Civica e Lega Nord. Tra loro non pochi medici.

La dichiarazione anticipata di trattamento (detta anche testamento biologico) è l’espressione della volontà da parte di una persona, fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità.

Non sopravvivere attaccato ad una macchina contro la tua volontà.
Firma la petizione contro gli ostruzionisti.

Demata

Segnali di vita politica nella Capitale

7 Giu

Il dato che emerge dalle Amministrative è quello di una Sinistra e di un PD in grande crisi, mentre la Destra – dopo la notte più buia – da segnali di vita nuovi. Esattamente il contrario di quanto sentiamo o leggiamo, ma, nei numeri, Roma è così e la casistica, come vedremo, appare generalizzabile.

Tanto per citare uno dei ‘numeri’, partiamo dal 2006 quando Veltroni prevalse su Alemanno con il PD (ndr. all’epoca si chiamava Ulivo + liste del ‘sindaco) che incassava circa 580mila voti, come avvenuto nel 2008 con Rutelli. Nel 2013, il PD (e la lista Marino) raccoglieva circa 340.000 voti (e la coalizione quasi 500mila), il PD di Giachetti forse ne ha raggiunti 260mila e tutta la coalizione più Fassina arriva a forse 400mila voti a fronte degli oltre 900mila di Veltroni nel 2006 o di Rutelli nel 1997.

Viceversa, Meloni a Roma raccoglie quasi tanti voti quanti ne raccolse Alleanza Nazionale nel 1997, ma la fascia generazionale è molto più bassa, e con Marchini (che l’ha solo indebolita) raccolgono oltre 360mila voti, cioè quanti ne ottenne Alemanno nel 2013, e due terzi di quelli del 2006 in cui vinse le elezioni.
Visto il successo personale di Parisi a Milano, possiamo prevedere che la ‘nuova destra’ potrà affermarsi a condizione di mostrare ‘volti diversi’ (rispetto ai vari Storace, La Russa, Alemanno) attestandosi su posizioni liberal-sociali piuttosto che post fasciste o neoliberiste.

Quello che viene meno nel Centrodestra è il ‘centro’ (che salvo la ‘pattuglia liberale’) è ormai territorio incontrastato dei ceti medio-alti post cattocomunisti, specie quanti pervenuti nelle città da ‘fuori sede’ ce li ritroviamo oggi nelle posizioni apicali, vuoi per l’esodo massivo di cervelli vuoi perchè in grado di essere ‘sostenuti’ e ‘foraggiati’ dalle famiglie di provenienza. I Democratici (PD ed NCD) sono solo una diversa affermazione locale degli stessi ceti: in alcune provincie i primi, in altre i secondi. Ovvio che – finchè non perverranno a fusione – perderanno voti e terranno in stallo le principali riforme …

Ci sono anche Fassina (e Salvini), oltre ai Cinque Stelle, ed è presto detto.

Il risultato di Raggi (410mila voti) dei Cinque Stelle è probabilmente il livello di massima espansione possibile del movimento: un partito che non dialoga con gli altri e che superasse il 40% sarebbe inderogabilmente ‘fascista’, dato che andrebbe a riprodursi esattamente la problematica ‘aventiniana’ dell’ascesa di Mussolini.
Ma da dove arrivano quei voti?

Certamente non sono gli ex elettori di Forza Italia e, dunque, non arrivano da destra (forse al settentrione, ma non nel centrosud). Guarda caso i voti conquistati dei Cinque Stelle a Roma sono più o meno quanti s’è persa la Sinistra con il PD in testa … e sono proprio quelli di coloro che – dal 1948 ad oggi – son sempre stati diffidenti verso le ‘regole’ pur di ricorrere al ‘fai da te’.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, tanti auguri a chi – di volta in volta – raccoglie questo genere di consensi. E lo stesso vale per Fassina e compagni vari: non esiste l’opzione “di lotta e di governo”, stop.

Finiamo con Salvini che s’è fatto il giro delle sette chiese come dicono a Roma, ma tanto poco ha concluso. Tra l’altro, farsi fotografare con Trump o farsi benedire da Le Pen serve a poco se, poi, al leader e alla base manca una ‘visione nazionale’. Probabilmente la Lega terrà ancora nelle sue enclavi, ma – fuori da esse – è probabilmente più un danno che un beneficio per gli alleati. Sarà da vedere cosa accadrà tra gli elettori settentrionali (e ancor più tra gli altri) se e quando la Meloni ed il suo staff porteranno proposte meno romanocentriche e più attente all’innovazione e all’efficienza della P.A.

In conclusione, analizzando i fatti come fossero una ‘grande architettura’, lo spostamento dell’elettorato di sinistra su un partito-movimento ‘nuovo’ sembra essere a buon punto ma chissà dove porterà, la riaggregazione dei ceti medio-alti al ‘centro’ vede in Renzi e Alfano due campioni esemplari degli interessi di campanile e di casta, la destra ha trovato una leader ed una ‘visione’ (liberal-sociale) per avviare un percorso diverso dall’autoritarismo fascista e dal populismo  berlusconiano.

Demata

Mario Monti candidato Premier?

2 Ott

Mario Monti, per il bene dell’Italia, non deve candidarsi a Premier per le prossime Elezioni Politiche.

Non deve farlo per un essenziale motivo, al quale, incredibilmente, nessuno ha pensato finora.

Se Mario Monti  si candidasse, tutte le riforme attuate da una ‘grande maggioranza parlamentare’ diventerebbero in sol colpo ‘di destra’, ‘ultraliberiste’ ed ‘affamatrici del popolo’.

Nel caso, poi, che vincesse le elezioni nulla potrebbe impedire l’ira di esodati, malati, massaie, studenti, meridionali, disoccupati, precari eccetera. Nel caso le perdesse, sarebbe impossibile per il nuovo governo mantenere la barra del timone senza cassare tanti interventi di spending review e, soprattutto, sulle pensioni eliminando – ope legis – quelle d’annata ed  i vitalizi, che sostengono la Casta e che Elsa Fornero si è ben guardata dall’intaccare.

Altro potrebbe essere se Mario Monti si tenesse in disparte, pronto a sostenere un governo improntato alla sobrietà, alla crescita ed alla solidarietà, abbandonando al loro destino l’esercito di ‘salotti buoni’ che si è portato dietro al governo e che non sembra (salvo Cancellieri) abbiano concluso granchè.

Ma, allora, il Centrodestra non avrebbe un ‘candidato forte’ e rischieremmo di trovarci Renzi o Vendola come premier?

Beh, ci si poteva pensare prima a questo ‘finale’, piuttosto scontato, a fronte di un governo durato un anno che ha voluto salvare ‘tutte le banche a tutti i costi’ e, per non fare una patrimoniale od intaccare prebende acquisite, ha peccato di iniquità e di tecnicismo. A sinistra, ci sono anche Fassina, De Magistris, Tabacci, ma, essendo fuori dal coro, adesso è difficle proporli agli elettori in quattro e quattr’otto.

La frittata è fatta, qualcuno l’aveva detto in tempi non sospetti e non c’è tempo per rimediare, visto che, invece di smantellare la Casta e far emergere nuove leadership e nuovi metodi, questo Governo s’è forse più preoccupato – agenda alla mano – dell’Europa che dell’Italia.

Mario Monti non peggiori la situazione, dunque, dato che non è un politico nè sembra avere le doti necessaria, visti i ‘non risultati’ ottenuti finora.

Leggi anche Mario Monti, un curriculum da conoscere

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Il Berlusconismo? Pensiamo al futuro

20 Giu

Se c’è qualcosa che ‘a Destra’ andrebbe detto, è che il Berlusconismo è finito, sempre che sia mai iniziato.

Infatti, il maggior dissenso tra i suoi (ex) elettori risiede nell’aver consegnato l’Italia nelle mani degli attuali governanti, dopo essere stati troppo ‘timidi’ con i sindacati e troppo ‘disponibili’ verso la componente cattolica e consociativa.

Non a caso il risultato di 18 anni di Berlusconismo è una spesa pubblica enorme ed inclassificabile e tagli eseguiti selvaggiamente, poco e male, oltre ad un duopolio televisivo costoso ed una rete di conflitti di interessi che sembra  toccare quasi ogni carica pubblica ormai.

Stavolta, la colpa non è degli ‘infidi comunisti’, ma risiede nel poco coraggio di Silvio Berlusconi nel fare politica sul serio e nel farla laica e di destra, ovvero liberale.

La perpetuazione della cassa integrazione sotto altre forme, la spesa pubblica di cui sopra, le leggi contro omosessuali e spinelli, l’assenza di strumenti per contrastare le violazioni professionali (vedi falso in bilancio, danno erariale, errata diagnosi, captata fiducia eccetera), la poca o nulla attività nelle infrastrutture e nel supporto alle aziende, un sistema sanitario e pensionistico da paesi dell’Est, un welfare cucito apposta per il Gatto e la Volpe, la immanente lentezza ed imprevedibilità delle sentenze, la mafia che si è spostata a Milano.

Un governo di destra tutto questo non lo avrebbe lasciato in eredità ai Posteri.

E, dunque, così si comprendono i tentativi di Alfano e Cicchitto nel salvare qualcosa che non c’è e non c’è mai stato.

Il Berlusconismo? Un tentativo mal riuscito, se parliamo di politica e di crescita dell’Italia.

Questo  – almeno questo dato – dovrebbe far riflettere i nostri parlamentari sull’opportunità di proseguire nello scellerato esperimento del Bipolarismo, prendendo atto che – come i manuali di sociologia insegnano – l’esistenza del Vaticano alimenta una quota di elettorato che va dal 15 al 30% e che un cattolico ‘serio’ non è di destra o di sinistra, ma prima di tutto un credente.

Una questione fuori discussione – empirica ormai – sulla quale ci sarebbe da mettere solo un punto fermo ed un partito che rappresenti le istanze cattoliche.

Il nostro paese, come tutti gli altri, ha bisogno di un partito di destra, anzi di diversi partiti di destra (postfascista, liberale, ultralib, eccetera), come di sinistra, anzi di diversi partiti di sinistra (socialdemo, libdem, postcomunisti, verdi).
L’Italia, però, ha soprattutto bisogno di un partito cattolico, ispirato non solo a valori come quelli ‘della Vita’ (aborto, eutanasia, omosessualità), ma anche – si spera – a quelli del ‘non rubare’, ‘non commettere atti impuri’, ‘non desiderare donna d’altri’, ‘non desiderare cose d’altri’.

L’alternativa è che tutti saranno allo stesso tempo pro e contro l’aborto, l’eutanasia e gli omosessuali (come per questi 20 anni).

Come ‘tutti’ saranno come è stato spesso finora, con scandali alla cocaina, prostitute e qualche trans, soldi pubblici sprecati e rubati, comitati d’affari che saccheggiano o deturpano territori e vite. Ed a farlo saranno anche persone che, praticano regolarmente la propria fede od, in base ad essa, raccolgono il consenso elettorale.

Tra due mesi, saremo in campagna elettorale. Mario Monti ha compiuto la sua missione di salassarci, rianimarci e farci durare un anno come fossimo zombie, ma un anno sarà quasi trascorso ed il Tempo va solo in avanti.

Speriamo che per settembre – quando ormai saremo ai prodomi della campagna elettorale e ci sarà almeno da sceglie big ed organigrammi – che qualcuno si faccia venire un’idea.

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