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Il caso Speziale: una vicenda da conoscere

6 Mag

filippo racitiIl due febbraio 2007, due ore dopo il termine del derby di Sicilia, tra Catania e Palermo, mentre ancora si verificavano scontri davanti lo stadio di Catania, moriva in ospedale l’ispettore di polizia Filippo Raciti (40 anni, due figli) a seguito di un trauma epatico causato dall’impatto di un corpo contundente non individuato, sul quale sono tuttora in corso delle indagini.

Le perizie e le indagini dimostrarono che il trauma epatico non fu dovuto alla bomba carta lanciata verso il mezzo su cui era a bordo o causato dalla tossicità del denso fumo che aveva invaso il veicolo, come da prima ipotesi.
Fu presa in considerazione la possibilità che Raciti fosse stato investito dallo sportello del fuoristrada della polizia che si muoveva in retromarcia, ma alcune immagini della emittente televisiva SKY mostrarono un Land Rover che arretrava a velocità insignificante.
Eppure, Salvatore Lazzaro (il poliziotto alla guida del mezzo) – interrogato dalla polizia il 3 e il 5 febbraio 2007 – avrebbe raccontato i momenti concitanti che hanno preceduto la morte dell’ispettore: “…Mentre era in corso un fitto lancio di oggetti, si udivano i boati delle esplosioni, chiudevo gli sportelli ed innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. In quel momento ho sentito una botta sull’autovettura ed ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra assieme a Balsamo portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo ed ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra“. (fonte catania.livesicilia.it)
Viceversa, nel processo Lazzaro racconta di avere notato Raciti lontano dal Discovery di circa 10 metri e verrà denunciato per falsa testimonianza dalla famiglia di uno dei condannati.
Anche la madre dell’altro giovane condannato è dello stesso avviso. “In cinque anni non c’è stato un vero processo. I colleghi di Raciti, che quella sera erano con lui come l’autista, devono parlare. Sono loro e solo loro la vera testimonianza…”. (fonte catania.blogsicilia.it)

Alla fine si perviene, secondo gli inquirenti, all’ipotesi che Raciti durante gli scontri nei pressi dello stadio venne colpito da Antonino Speziale, un ragazzo diciassettenne fermato durante gli scontri, con un tubo di metallo asportato da un lavello dello stadio, che gli provocò una lesione mortale al parenchima del fegato.
La Repubblica del 25 maggio 2007 dette notevole risalto all’impraticailità di questa ipotesi.
“I Ris di Parma esprimono consistenti dubbi sulla presunta “arma” che avrebbe ucciso l’ispettore Filippo Raciti durante gli scontri del 2 febbraio allo stadio Massimino di Catania durante il derby Catania-Palermo. … L’arma in questione è un sottolavello che il giovane avrebbe lanciato contro Raciti.  La perizia è stata letta dall’avvocato Lipera che ha convocato una conferenza stampa per fare il punto sulle indagini.
“Il sottolavello con il quale sarebbe stato ferito mortalmente l’ispettore Filippo Raciti è inidoneo a procurare le lesioni che avrebbero causato il decesso dell’investigatore”, ha affermato il legale del minorenne, invitando i giornalisti a “non parlare più di omicidio dell’ispettore Filippo Raciti, ma di morte del povero poliziotto perché – ha sostenuto – non si può parlare più di omicidio”. A sostegno della sua ipotesi, l’avvocato Lipera ha mostrato un modello di sottolavello analogo a quello sul quale è in corso la perizia rilevando che “la flessibilità del lamierino non lo renderebbe idoneo a cagionare la ferita mortale subita da Raciti”.

Riguardo la sicurezza dello stadio, Wikipedia riporta che “bisogna vedere se lo stadio Massimino è idoneo a ospitare incontri di calcio e in particolare incontri a rischio come sono diventati i derby siciliani», ha dichiarato il giudice Fonzo, precisando che «oltre a verificare le responsabilità di chi ha lanciato la bomba che ha ucciso Raciti occorrerà anche verificare se vi sono responsabilità nella manutenzione dello stadio con particolare riferimento al decreto Pisanu e al regolamento anti violenza della Figc».
L’intero impianto sportivo «sarà sequestrato per consentire a una commissione di periti nominati dalla magistratura di accertarne i livelli di sicurezza», come ha dichiarato il Procuratore aggiunto di Catania, Renato Papa.”

Giuseppe Lo Bianco e Piero Messina, articolisti dell’Espresso, l’8 marzo del 2007 scrivono: «Due telecamere fisse riprendono l’unica carica cui partecipa l’ispettore Raciti, riconosciuto con certezza dal casco opaco, ricordo del G8 di Genova, dai gradi sulle spalline e dall’assenza dei parastinchi. La prova più forte dell’accusa è un “combinato disposto di due filmati realizzati da due posizioni diverse”. Le riprese non sono complete perché entrambi gli obiettivi non colgono l’eventuale contatto.
La prima telecamera puntata verso l’interno della Nord riprende i tifosi che raccolgono un pezzo di lamiera, probabilmente un coprilavabo in alluminio con delle spalliere, che pesa circa cinque chili. Si intravedono altre cinque o sei persone, non riconosciute, che insieme ad Antonio raccolgono quella sbarra e la lanciano “a parabola”.
L’altra telecamera è puntata verso l’esterno e ritrae i poliziotti che si dirigono verso l’ingresso della curva Nord. Viene ripreso anche il momento in cui la lamiera cade per terra sollevando polvere».
(fonte Agenzia Stampa Italia)

Le accuse contro Antonino Speziale, un ragazzo diciassettenne fermato durante gli scontri, andarono avanti, nonostante una perizia così autorevole e l’assenza di un filmato che provi l’impatto con l’ispettore, come anche i pareri ‘a caldo’ degli inquirenti, e nonostante un altro filone di indagine portasse all’arresto di Daniele Natale Micale, ventitreenne, anch’egli accusato del medesimo reato.
L’unica cosa certa è che – in mancanza di testimoni oculari – con quello che volava dagli spalti dello stadio Massimino di Catania avvolto nel fumo, chiunque poteva restare ferito come chiunque poteva essere l’autore del lancio.

Finì che, il 9 febbraio 2010,  il Tribunale dei Minori di Palermo condannò Antonino Speziale alla pena di 14 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale e il 22 marzo 2010 la Corte di Assise di Catania ha irrogato la pena di 11 anni a Daniele Natale Micale.
Nel 2011 la Corte d’Assise d’Appello di Catania ha confermato la condanna a 11 anni di reclusione per Daniele Micale per omicidio preterintenzionale e la Corte d’Appello per i minorenni di Catania ha ridotto quella di Antonino Speziale a 8 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Circa un anno dopo, la Corte di Cassazione ha confermato le sentenze di appello.

Tutto finito? Due giovani violenti assicurati alla giustizia?
Forse no. Non nel caso di Antonino Speziale, almeno.

Il Giornale di Sicilia del 30 aprile scorso riportava che la Corte di Cassazione ha annullato il diniego del Tribunale di Catania alla revisione del processo di Antonino Speziale, sottolineando che «il provvedimento impugnato è stato emesso da giudice sprovvisto di competenza funzionale, con la conseguente nullità assoluta degli atti processuali e della decisione assunta, rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento».

Dunque, la Suprema Corte ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte di Appello di Messina sezione minori per valutare l’eventuale revisione del processo per ‘errore giudiziario’ come chiede il condannato. «Il ricorso è fondato e va, pertanto, accolto anche se per ragioni differenti da quelle dedotte dal ricorrente».

In poche parole, Antonino Speziale al momento è ritenuto l’autore di un omicidio, quello dell’ispettore Filippo Raciti, in base ad un processo di cui restano degli aspetti non chiari/legittimi per i quali potrebbe essere dato avvio ad una revisione.
Se la tesi della difesa di Speziale venisse accolta, la morte di Raciti non sarebbe più un delitto, ma un incidente in servizio, con la famiglia di Antonino che – tra l’altro – non avrebbe da pagare centinaia di migliaia di euro per gli indennizzi e quella di Filippo che dovrebbe contare – si fa per dire – sugli spiccioli che lo Stato offre per chi muore sul lavoro.
Intanto, è stato presentato dai legali del ragazzo detenuto un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa di Strasburgo, perchè “un giovane è stato condannato per un gravissimo reato che non ha commesso, senza che vi siano delle vere prove a suo carico e ha perso la sua libertà”, chiedendo di “condannare lo Stato italiano, per la violazione dell’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, a corrispondere al loro assistito almeno un milione di euro” in applicazione dell’articolo 34 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e degli articoli 45 e 47 del regolamento della Corte.

Difficile prevedere come andrà a finire la vicenda processuale di Antonino Speziale, ma adesso almeno sappiamo perchè ci sono dei ‘signori’ – spesso brutti ceffi a dire il vero – che ne chiedono la liberazione, visto che la vicenda si aggira ancora per le aule giudiziarie e che una revisione del processo con acquisizione delle prove portate dalla difesa potrebbe portare a diverse conclusioni su come è morto il poliziotto.

Sarebbe bello che oltre alla libertà per un ragazzo, che credono innocente, gli stessi ‘signori’ esibissero sulla stessa maglietta la scritta ‘Giustizia per Raciti”, che non potrà più tornare a casa dai suoi figli e che è morto per evitare che proprio i ‘signori’ si sbranassero tra loro come belve per una partita di calcio, coinvolgendo una massa di spettatori in fuga nel panico, proprio come accadde a Catania …

raciti scontri massimino

Di questo, sicuramente, sono responsabili gli ultras e solo la buona stella dell’Italia ha evitato un massacro come ad Heisel. E per questo dovrebbero pagare.

Invece di Raciti, quella sera a Catania, i morti potevano essere ‘civili’ e in numero discreto, visto cosa accadde.

Chi va in mezzo alla gente – stadi o cortei fa lo stesso – per scatenare il caos va duramente perseguito, non bastano i DASPO (provvedimenti di allontanamento dagli stadi). Peggio ancora se qualche criminale organizzato si fosse messo in testa di ‘gestire la plebe’ come già fa nella suburbia.
Andrebbero indurite le pene – come in Gran Bretagna o Germania – per chi organizza o si associa per turbare il tranquillo andamento di manifestazioni in luoghi affollati, andando a creare una situazione di pericolo pubblico.

Ma questa in Italia è un’altra storia, una questione che non riguarda solo gli ultrà …

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Riforma Del Rio: cosa cambierà per la Casta

4 Apr

La Camera dei Deputati, con 260 sì, 205 assenti, 158 no e 7 astenuti, ha approvato in via definitiva il ddl Delrio su città metropolitane, province, unioni e fusioni di comuni.
Considerato che contro hanno votato Fi, M5S, Lega, Sel e Fratelli d’Italia, che da soli assommerebbero a 238 voti, prendiamo atto che circa la metà dei deputati del Partito Democratico ha evitato di votare.
Storia simile al Senato, con  160 voti a favore, 133 contrari e 107 assenti.

E, del resto, tanti reucci e regine di provincia o di campanile come avrebbero potuto votare una norma che manda a casa non solo una parte di loro, ma soprattutto riduce le poltrone disponibili per la progenie a venire?

Innanzitutto,  il presidente delle nuove province sarà eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali della provincia, sarà a capo del consiglio provinciale e dell’assemblea dei sindaci. Tutti ricoprono l’incarico a titolo gratuito e gradualmente le attuali competenze verranno trasferite, se non quelle di indirizzo e controllo, oltre alla gestione di servizi territoriali.
Finita la commedia ‘infinita’ dei sindaci e dei presidenti provinciali che litigavano invocando recciproche competenze e prenderà una nuova piega l’eterna questione di quei comuni (troppo piccoli o cresciuti troppo in fretta) che non hanno mai voce in capitolo.

Inoltre, dopo  quasi 40 anni di attesa e travaglio, nascono le città metropolitane: Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria (e non Catanzaro), Trieste, Palermo, Catania, Messina, Cagliari.
Le loro funzioni fondamentali? Piano strategico del territorio metropolitano, pianificazione territoriale generale, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano, mobilità e viabilità, promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano.
Dunque, vedremo se i capibastone dei partiti potranno ancora permettersi di collocare pervenuti di basso profilo o pensionandi celebri a fare il sindaco o il consigliere di aree metropolitane di milioni di persone.

Infine, i piccoli comuni per i quali la riforma Calderoli prevedeva invece 6 consiglieri, per i Comuni fino a mille abitanti, e 10 consiglieri e 4 assessori per quelli tra i 5mila e i 10mila abitanti, con una norma elettorale talmente ‘maggioritaria’ da determinare spesso che il partito ‘vittorioso’ ottenesse la maggioranza assoluta pur avendo pochi voti in più del secondo e, comunque, molti di meno del 50%.
Introducendo un incremento del numero dei consiglieri comunali e degli assessori comunali (10 per i comuni piccolissimi e 12 per quelli sotto i 10000 abitanti), nonché la “rideterminazione degli oneri connessi all’attività di amministratore locale”, non solo in molte realtà verrà a decadere la maggioranza assoluta nei consigli comunali, ma sopratutto potrà accedervi almeno un consigliere ‘fuori dai giochi’, cosa impossibile finora.
Inoltre, per i tanti comuni inadempienti all’unione (almeno 10.000 residenti, 3.000 se in montagna) per  l’esercizio obbligatorio delle funzioni fondamentali, il termine inderogabile per l’adeguamento è fissato a breve, il 31 dicembre 2014.

Si poteva fare di più e si dovrà fare di più alla scadenza delle riforme costituzionali, ma il dado è tratto e, per ora, Matteo Renzi può prendere atto che le Idi di marzo gli sono state favorevoli.

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Stefano Cucchi, le colpe di tutti

7 Giu

Stefano Cucchi – in data giovedì 15 ottobre 2009, verso le ore 23.30 – viene fermato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti, a Roma, e trovato in possesso di un modesto quantitativo di droga, una ventina di grammi di cocaina e hashish in tutto.

Incredibile a dirsi, ma Stefano Cucchi – tossicodipendente ed epilettico con qualche spicciolo di droga in tasca – viene sottoposto a “custodia cautelare in carcere”, che è la forma più intensa di privazione della libertà personale in tema di misure cautelari.
Una misura, prevista dall’art. 275 del Codice di Procedure Penale, da applicare solamente quando ogni altra misura risulti inadeguata, ovvero solo in tre casi, cioè pericolo di fuga e conseguente sottrazione al processo ed alla eventuale pena, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento delle indagini.

Al momento dell’arresto, il giovane non aveva alcun trauma fisico e pesava 43 chilogrammi per 176 cm di altezz, ma, il giorno dopo,16 ottobre, quando viene processato per direttissima, aveva difficoltà a camminare e a parlare e mostrava inoltre evidenti ematomi agli occhi.
Nonostante la modesta quantità di stupefacenti in suo possesso, la lunga storia di tossicodipendenza, l’epilessia, la denutrizione, il giudice stabilisce una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo e che Stefano Cucchi rimanesse per tutto questo tempo in custodia cautelare nel carcere romano di Regina Coeli.
C’era il sospetto che fosse uno spacciatore, come poi confermatosi grazie alla collaborazione dei genitori, che – dopo la morte del figlio – scoprono e consegnano 925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina, nascosti da Stefano Cucchi in una proprietà di famiglia.

Una scelta, quella della privazione della libertà, decisamente infausta, visto che già dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorarono ulteriormente e viene visitato presso l’ambulatorio del palazzo di Giustizia, dove gli vengono riscontrate “lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente” e dove Stefano dichiara “lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Anche all’arrivo in carcere viene sottoposto a visita medica che evidenzia “ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione”.
Trasportato all’ospedale Fatebenefratelli per effettuare ulteriori controlli, viene refertato per lesioni ed ecchimosi alle gambe, all’addome, al torace e al viso, una frattura della mascella,  un’emorragia alla vescica ed  due fratture alla colonna vertebrale.

Un quadro clinico gravissimo ed eloquente per il quale i sanitari chiedono il ricovero che però viene rifiutato dal giovane stesso, che nega di essere stato picchiato.
Stranamente, con una tale prognosi e l’evidenza biomedica di un brutale pestaggio nessuno dei sanitari intervenuti (in tribunale, nel carcere di Regina Coeli, nell’ospedale Fatebenefratelli) sente il dovere di segnalare al drappello ospedaliero ed a un magistrato la cosa, come accadrebbe, viceversa, se a presentarsi al Pronto Soccorso fosse – massacrato e reticente – un qualunque cittadino.

Stefano Cucchi, con un’emorragia alla vescica e due vertebre fratturate, ritorna in carcere. Il giorno dopo, 17 ottobre,  viene nuovamente visitato da due medici di Regina Coeli, trasferito al Fatebenefratelli e poi, all’ospedale Sandro Pertini, nel padiglione destinato ai detenuti.
Lì trascorre altri tre giorni in agonia, arrivando a pesare 37 chili, ai familiari vengono negate visite e notizie, muore ‘per cause naturali’ il 22 ottobre 2009.

Durante le indagini circa le cause della morte, ottenute con grande fatica dalla famiglia anche grazie ad un forte coinvogimento popolare, diversi testimoni confermarono il pestaggio da parte di agenti della polizia penitenziaria. Un testimone ghanese e la detenuta Annamaria Costanzo dichiararono che Stefano Cucchi gli aveva detto d’essere stato picchiato, il detenuto Marco Fabrizi ebbe conferma delle percosse da un agente,  Silvana Cappuccio vide personalmente gli agenti picchiare Cucchi con violenza (fonte Il Messaggero).

“Pestato nei sotterranei del tribunale. Nel corridoio delle celle di sicurezza, prima dell’udienza. Stefano Cucchi è stato scaraventato a terra e, quando era senza difese, colpito con calci e pugni”. L’omicidio preterintenzionale viene contestato a Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici, sospettati dell’aggressione.  (fonte La Repubblica)

Traumi conseguenti alle percosse, che da soli non avrebbero, però, potuto provocare la morte di Stefano Cucchi. Per i quali non si aprono indagini immediate, nè in tribunale quando Cucchi si presenta in quelle condizioni, nè dopo quando rimbalza tra Fatebenefratelli e carcere, informando un magistrato.
Ed infatti, oltre agli agenti di polizia penitenziaria, vengono indagati i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti che non avrebbero curato adeguatamente il giovane.

Stefano Cucchi muore per il digiuno, la mancata assistenza medica, i danni al fegato e l’emorragia alla vescica che impediva la minzione del giovane (alla morte aveva una vescica che conteneva ben 1400 cc di urina, con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche). Determinante fu l’ipoglicemia in cui i medici lo avevano lasciato e tale condizione si sarebbe potuta scongiurare mediante la semplice assunzione di zuccheri.

Un pestaggio in carcere non dovrebbe, ma può accadere, visto che si accomunano uomini privi di libertà con altri dotati di potere assoluto. Che si infierisca con brutalità su un tossicodipendente, epilettico e denutrito è un abominio, non a caso il ministro La Russa espresse “sollievo per i militari mai coinvolti”, riferendosi ai carabinieri che avevano arrestato Stefano Cucchi.

Ma è davvero mostruoso che un malato trascorra la propria agonia in una corsia, dove dovrebbe essere monitorato, nutrito, curato, tutelato senza che nulla di tutto questo accada.
Una colpa gravissima che ricade tutta sui medici preposti e giustamente condannati in prima udienza per omicidio colposo.
Gli agenti di polizia penitenziaria sono stati assolti – in primo grado – dall’accusa di lesioni personali e abuso di autorità con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove.

“Nonostante siano passati 25 anni da quando il nostro Paese ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura e altre pene e trattamenti… inumani e degradanti, ancora nell’ordinamento italiano non è stato introdotto un reato specifico, come richiesto dalla Convenzione, che la sanzioni”. (Irene Testa, segretario dell’associazione radicale Detenuto Ignoto).

Un vuoto legislativo che ci «colloca agli ultimi posti in Europa» denuncia Mauro Palma, presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura. Un buco nero tornato alla ribalta dopo che i pm che indagano sui fatti di Bolzaneto legati al G8 di Genova sono stati costretti a contestare agli indagati solo l’abuso di ufficio. (fonte Corsera)
Una ‘problematica’ che si ripresenta, tra i tanti,  per Stefano Cucchi e per Federico Aldrovandi, per Giuseppe Uva (Varese), per Aldo Bianzino (Perugia), per Marcello Lonzi (Livorno), per Stefano Guidotti (Rebibbia), per Mauro Fedele (Cuneo), per Marco De Simone (Rebibbia), per Marcello Lonzi (Livorno), Habteab Eyasu (Civitavecchia), Manuel Eliantonio (Genova),  Gianluca Frani (Bari), Sotaj Satoj (Lecce), Maria Laurence Savy (Modena), Francesca Caponetto (Messina), Emanuela Fozzi (Rebibbia) e Katiuscia Favero (Castiglione Stiviere).

In effetti, nel 1987 Roma ratificò la convenzione Onu che vieta la tortura, ma in Italia non è mai stata fatta la legge in materia, nonostante già nel dicembre 2006 la bozza di legge era stata approvata alla Camera  e  nel luglio 2007 era stata licenziata dalla Commissione Giustizia del Senato. Intanto, nelle carceri italiane muoiono in media 150 detenuti l’anno: un terzo per suicidio, un terzo per “cause naturali” e la restante parte per “cause da accertare”.

«Avrebbe dovuto approdare in aula nei giorni della crisi ma è stata lasciata morire. È necessario che il prossimo Parlamento metta tra le sue priorità l’approvazione del provvedimento che introduce il reato di tortura in Italia» auspica”. (Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone per i diritti nelle carceri)

Il ‘prossimo parlamento’ c’è e nel Padiglione detenuti dell’Ospedale Sandro Pertini sembra siano rimasti solo tre medici, visto che i loro colleghi degli altri reparti hanno il diritto di rifiutare il trasferimento, , come accade per tanti altri servizi necessari ai cittadini.

Intanto, prendiamo atto che per Stefano Cucchi un intero ospedale non è riuscito a fornire un cucchiaio di zucchero (meglio una flebo di glucosio), che le lesioni gravi e l’abuso di potere ci sono state, ma non si sa chi le abbia perpetrate e, soprattutto, che nessuno dei medici le ha denunciate.

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Catania-Juventus, l’ingiustizia paga

28 Ott

Catania – Juventus, 28 ottobre 2012, un gol legittimo della squadra di casa viene annullato per fuorigioco, nonostante il guardialinee non avesse sventolato la bandierina, e, poco dopo, i bianconeri portano il risultato ad 0-1 grazie ad una rete contestantissima.Inoltre, quasi la metà dei giocatori del Catania Calcio viene ammonita, uno è espulso, come è espulso il presidente Pulvirenti, acre lite in sala stampa tra l’addetto della Juventus ed i cronisti locali.

«Il segnalinee aveva dato il gol a Bergessio, poi la panchina della Juve ha annullato il gol» – dichiara il presidente del Catania Pulvirenti, intervistato a caldo dai canali televisivi sportivi – «Non c’è sudditanza psicologica, c’è qualcosa di più: non è possibile, non possiamo più continuare così: chi ha annullato il gol del Catania? Pepe o Giaccherini? Io non ci sto: è incredibile annullare un gol così dopo che il segnalinee lo aveva assegnato: il gol lo ha annulato la panchina della Juve».

A queste accuse, il direttore generale della Juventus Giuseppe Marotta, intervistato anche lui al termine della gara, ha replicato evidenziando che “il gol di Bergessio era regolare, ma questo non avrebbe matematicamente portato alla nostra sconfitta. … C’è stato un consulto tra l’assistente di linea, il giudice di porta e l’arbitro. Che i nostri giocatori abbiano tale potere mi sembra illogico e non merita risposta.”

Parole gravissime quelle di Pulvirenti che incorreranno necessariamente nella ‘risposta’ degli organi federali e che trovano eco nel sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, che ha sottolineato come “tutta l’Italia sportiva ha visto la vergogna che si è consumata oggi allo stadio Massimino di Catania“, lagnando “un’offesa grave per i tifosi e la città perpetrata da una direzione arbitrale inqualificabile sotto ogni profilo” e chiedendo che “gli organi competenti intervengano per evitare il ripetersi di episodi che disonorano lo sport e fanno male al calcio” e che il designatore “porga pubbliche scuse.”

Dunque, che i designatori si mettano al lavoro e facciano chiarezza, oltre che giustizia.

Infatti, il gol regolare di Bergessio annullato da Gervasoni in Catania-Juventus (0-1), seguito da un goal contestatissimo della Juventus, ha indotto “Paddy Power” ad applicare il “Justice Payout”, pagando come vincenti tutti gli scommettitori che avevano puntato sullla vittoria del Catania.

«Certe volte un risultato è talmente ingiusto che, semplicemente, è giusto rimborsare», questa l’opinione del bookmaker irlandese.

D’altra parte,  “il gol era stato assegnato, chi ha diretto la gara l’aveva già assegnato. Le proteste hanno fatto si che si cambiasse tutto, diventa difficile anche commentare la partita”, questo il disilluso commento di Rolando Maran, l’allenatore del Catania.

Il caso Catania-Juventus si fa ‘politico’ ed internazionale, sia perchè qualcuno dovrà pur rispondere ai cittadini di Catania rappresentati dal loro sindaco sia, soprattutto, perchè un bookmaker che paga perchè il risultato è ingiusto rappresenta un notevole segnale, oltre che un vistoso precedente.

Un caso che non doveva accadere, visto che – fosse solo per le lagnanze di altre società  – le partite della Juventus dovrebbero essere monitorate sia per gli arbitraggi sia per la tifoseria. E che non dovrà accadere più, se il designatore vorrà decidersi a sanzionare duramente gli arbitri che sbagliano partite così.

Tra l’altro, i risultati anomali, se troppo frequenti, dovrebbero interessare anche lo Stato, visto che le scommesse sui pronostici calcistici portano molti ricavi non solo ai bookmaker stranieri, ma anche alle nostre casse pubbliche.

Un anno prima dei Mondiali vinti dall’Italia, in Germania, venne scoperto che alcuni arbitri erano stati corrotti con somme di denaro per garantire certi risultati di alcune partite di campionato. Nel 2011, venne individuata un’organizzazione di circa 250 persone, secondo i magistrati della Procura di Bochum, che avrebbe truccato circa 300 partite tra campionati e competizioni europee, tra cui 74 partite in Turchia, 53 in Germania, 35 in Svizzera, 19 in Belgio e 33 gare internazionali.

Anche le recenti Olimpiadi di Londra sono state travagliate da arbitraggi scandalosi, ambedue a favore della Germania, sia nel pugliato a danno dell’Ucraina, sia nella scherma femminile a danno della Sud Corea. Ed anche in questo caso c’è un tribunale, quello Arbitrale dello Sport di Losanna, che ha dovuto occuparsi della cosa.

Dove sono Abete (FGCI),  Petrucci (CONI), Beretta (Lega serie A)?

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A chi non conviene il Fair Play finanziario?

18 Giu

Ormai, l’Europa del calcio è entrata nell’Era del Fair Play finanziario, fosse solo per difendere quel che resta dello sport, che rischia di cedere sotto l’assalto delle centinaia di milioni di dollari che nababbi del petrolio e speculatori finanziari stanno già versando nelle casse di noti club.

Sono sotto gli occhi di tutti le ‘campagne acquisti’ del Paris Saint Germain e del Manchester City, del Chelsea e del Manchester United, come del Real Madrid o del Bayern Monaco. Squadre che somigliano, ormai, più agli Harlem Globetrotter che ad altro, come quel ‘vecchio guarriero’ di Drogba ha dimostrato alle attonite od esaltate platee dei football fans in Coppa dei Campioni.

Fenomeni eclatanti per le vistose spese, che falsano campionati nazionali e coppe internazionali, visto che ‘dette spese’ non rispondono spessissimo ad una effettiva differenza di valori in campo.

Campionati falsati anche da spese ugualmente ingenti – ma meno vistose in quanto ‘passivi’ – come quello italiano, ad esempio, se si vuole considerare il rapporto sui bilanci societari delle Società Calcistiche che La Gazzetta dello Sport redige annualmente e ripubblicata da tuttonapoli.net.

A far due conti della serva, c’è da restare stupefatti, se tifosi delle tre ‘grandi’ (Juventus, Milan, Inter), da sollevarsi indignati, se tifosi delle altre squadre di calcio, e da restarci secchi per la depressione, se si è dei cittadini normali.

Basti dire che Juventus, Milan ed Inter vanterebbero ‘perdite’ sul rendimento netto di circa 250 milioni di euro, ovvero l’80% del ‘buco’ complessivo della Serie A.

E, dunque, se volessimo pensare ad una ‘classifica avulsa’, che tenga conto della effettiva disponibilità finanziaria delle società di calcio – e non dei giocatori comprati e pagati con ‘le cambiali’ – questo sarebbe il quadro.

Se i tifosi di Udinese, Napoli, Lazio, Roma, Parma, Lecce, Novara potrebbero gridare allo scandalo, ben altro che di uno scandalo dovrebbe parlarsi, se volessimo discutere di bilanci societari, di sostenibilità del ‘calcio moderno’, di  diritti televisivi e di distribuzione dei proventi, di stadi nuovi e sicuri.

Infatti, il budget velleitario e catastrofico delle nostrè ‘grandi’ (Juventus, Milan, Inter) ingessa definitivamente il ‘sistema calcio’, già soffocato dall’elevata leva fiscale sui compensi dei calciatori, che rende impossibile dotarsi di giocatori affermati se non sperperando enormi somme: ogni cambiamento sarebbe disastroso per dei brand che tanto sono quotati quanto sono in rosso.

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Una situazione che non può continuare così, bloccando le nuove norme sugli stadi di calcio e congelando i diritti televisivi a favore dei soliti noti, mentre il sistema fa acqua da tutte le parti.

Parlare di gestioni disastrose è un eufemismo, dunque.

Ma quel che è peggio, per chi ama lo sport, è che potrebbe davvero diventare grottesco – di fronte al persistere di questi numeri – parlare, per il futuro, di ‘campionati regolari’.

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Senza informazione non c’è democrazia

13 Giu

Ripubblico, in stralcio, un articolo (link) di Alessandro Citarella, segretario provinciale per Napoli del Partito del Sud .

Gli stessi poteri che vogliono che il Sud rimanga una colonia interna cercano di ridurre lo spazio democratico ed eliminare la pluralità delle fonti d’informazione.”

“E’ particolarmente interessante notare che esiste un fondamentale accordo, anche se tacito, fra gli attuali e i recenti governanti neoliberisti di centrodestra e quelli precedenti della coalizione pseudo socialdemocratica di centrosinistra, sia nella trasformazione in senso negativo della prassi politica, sia nella sottomissione degli interessi della popolazione rispetto a quelli della Banca Centrale Europea.

La stessa entrata dell’Italia nell’Euro, eseguita con condizioni capestro e di sicuro svantaggio per i lavoratori e per i risparmiatori, è stata gestita proprio dalla coalizione di partiti della coalizione pseudo socialdemocratica di centrosinistra, la quale, almeno in linea teorica, dovrebbe essere più vicina alle classi più deboli.

In questo quadro di riferimento, si è potuto assistere alla trasformazione dell’uso degli organi d’informazione, sia televisivi sia in carta stampata, che sono diventati dei semplici strumenti di propaganda e di orientamento politico che mirano a catalizzare l’attenzione dei cittadini verso argomenti frivoli e secondari per distrarli totalmente dall’involuzione della democrazia e dall’assoggettamento ancora più marcato della politica economica nazionale nei confronti dei poteri forti europei e internazionali.”

I pochi organi di stampa e le televisioni non in linea con il potere fanno battaglie in salita, specialmente a causa della concorrenza sleale fatta da sovvenzioni pubbliche generosamente elargite ai vari personaggi del sottobosco politico corrotto e corruttore, e da un drogaggio dei “mercati dell’informazione”, dove cambiando troppo spesso burocrazia e i relativi costi si piega o si elimina la concorrenza di quei soggetti inclini all’autonomia e all’imparzialità.

“Non è un caso che l’Italia continua a scendere nelle classifiche mondiali relative alla corruzione e all’obiettività dell’informazione, ma è una precisa scelta di potere: portare il pubblico verso una rosa ristretta di testate televisive e giornalistiche fortemente orientate dalle proprietà verso un preciso quadro politico, distraendolo del tutto o in larga parte da scenari “socialmente pericolosi” per chi detiene il potere.

In un quadro di forte interferenza nel mondo dell’informazione, diventa semplice creare notizie su persone e organizzazioni puntualmente pubblicizzate in maniera scientifica in precisi momenti, anche nella forma dei famigerati “dossier” che sembrerebbero, a prima vista, ben documentati, dando vantaggi strategici apparenti a una delle parti politiche contrapposte.

In realtà il gioco delle parti, le finte opposizioni, i richiami a fantomatiche unità nazionali e a sensi di responsabilità servono solo a conservare il potere detenuto dai soliti noti, con l’obiettivo di emarginare e sopprimere quei movimenti realmente capaci di proporre cambiamenti alle regole del gioco e che vorrebbero restituire la decisionalità ai cittadini, togliendola a quel ristretto novero di “decisori” in cima alla piramide economico-finanziaria.

E’ questa la stessa piramide che nel nostro Paese è stata responsabile della creazione della colonia interna chiamata “meridione” attraverso l’annessione forzata al Piemonte dei territori del Regno delle Due Sicilie 151 anni fa.

Il massacro della popolazione e la spoliazione dei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie hanno permesso che l’Italia “unita” seguisse un modello planetario dove ci sono un “nord” ricco e un “sud” colonia, cardine di un sistema di disuguaglianza dei diritti, dove l’uno non può essere uguale all’altro.

Insomma, “liberté, égalité, fraternité”, ma solo per chi appartiene al “club”.

“E’ necessario, pertanto, per un Partito che vuole difendere gli interessi delle popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie, lottare a livello nazionale con forza contro i poteri che oggi cercano di ridurre lo spazio democratico ed eliminare la pluralità delle fonti d’informazione, perché questi sono gli stessi poteri che vogliono che il Sud rimanga una colonia interna.

La lotta politica per la difesa della democrazia e della pluralità dell’informazione è una lotta meridionalista a tutti gli effetti, che deve essere abbinata a quella per la verità storica, per l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità.

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Le origini della corruzione in Italia secondo Francesco Nitti

28 Mag

Francesco Saverio Nitti (Melfi, 19 luglio 1868 – Roma, 20 febbraio 1953) è stato un economista internazionale, politico, saggista e antifascista italiano. Fu il primo Presidente del Consiglio proveniente dal Partito Radicale Storico e  più volte ministro.

Un meridionalista di famiglia liberal-socialista ed antiborbonica, che, 110 anni fa, delineava un quadro desolante e perverso del ‘sistema Italia’.

Uno scenario che si perpetua identicamente ancora oggi e che lascia aperta una serie di riflessioni.

Innanzitutto, come possiamo dar fiducia, almeno noi meridionali che viviamo al Sud od altrove, ad un governo i cui ministri rappresentavano, fino a pochi mesi fa, gli interessi degli ‘eredi’ dei saccheggiatori del Meridione e degli ‘speculatori storici’, ovvero la Compagnia di San Paolo, Unicredit, le ‘cooperative’ bianche e rosse, lo IOR ed i vecchi ‘latifondisti’. Resta da capire anche come riescano ancora a farlo il resto degli italiani, visto che la Crisi li ha costretti ad arroccarsi in una unica entità: l’attuale Governo Monti ed i partiti che lo sostengono, Unione Democratica di centro, Partito Democratico e, più timidamente, Popolo delle Libertà.

Inoltre, come non riconoscere nel sistema sprecone di overtaxing ed appalti pubblici sabaudo la matrice originaria del dissesto italiano, ampiamente confermata nell’inefficienza e nel carrierismo ‘storici’ dei suoi funzionari. Un sistema di opere pubbliche e di amministrazione pubblica elefantiaca, finalizzato, sotto i Savoia, al mantenimento di un’economia imperialistica e di ‘complesso industrial-militare’ ante litteram ed, oggi, necessario al trasferimento di risorse, centralità e know how verso gli stessi terminali di allora: Torino, Roma, Bologna.

Infine, come non ricordare che prima venne massacrato o deportato chiunque esitò nel ‘sentirsi italiano’, ad esempio inginocchiandosi al passaggio dei soldati sabaudi, poi vennero portate vie le terre demaniali e tanto, tantissimo, oro e poi ancora fu l’ora del trasferimento delle industrie e delle relazioni commerciali, dopo ancora si spostarono le ‘risorse umane’ … finchè, grazie a mafia, camorra e ndrangheta, venne realizzato il sistema d’oppressione perfetto: oggi si lucra sulla manifattura a basso costo, sull’agroalimentare mandato la macero, sull’immondizia da trasformare (altrove) in oro nero, sull’evasione fiscale ed il denaro sporco.

Dunque, Nicky Vendola e Tonino Di Pietro – come Massimo D’Alema, Francesca Scopelliti, Fabio Granata, Alessandra Mussolini, Luigi De Magistris  e tanti altri – dovrebbero dare una rapida scorsa agli scritti di Saverio Nitti, prima di promettere un futuro migliore agli elettori del Sud … e prima stendere programmi o di siglare alleanze.

Eccone alcuni stralci significativi, non solo per i meridionali d’Italia, ma per quelli di ‘qualunque Sud’.

“L’Italia, conquistatrice del mondo durante l’antichità romana, museo di tutte le arti del medio evo, mirabile nella civiltà moderna per i suoi sforzi di rinnovazione è, e rimane tuttavia, un paese molto povero: soprattutto essa soffre d’impécuniosité, deficienza di danaro, deficienza di capitali. (da La ricchezza dell’Italia, Napoli, 1904, p. 8)”

“Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l’agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L’Italia centrale, l’Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere provincie, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà.” (Nord e sud -1900)

Ora dunque l’Italia è naturalmente, nelle condizioni attuali della produzione, un paese povero. Si aggiunga che si deve lottare contro paesi nuovi, ove la terra non ha ipoteche, e non ha né meno la ipoteca del passato. Si deve lottare con paesi dove esistono territorii a unità di cultura grandi quanto più le grandi regioni d’Italia. Oramai nell’industria i popoli più progrediti hanno accumulato tesori d’energia. Hanno asservito forze naturali che parevano invincibili: hanno strappato dalle viscere della terra i tesori che vi erano accumulati. (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901, pp. 21-22)

Due cose sono oramai fuori di dubbio: la prima è che il regime unitario, il quale ha prodotto grandi benefizi, non li ha prodotti egualmente nel Nord e nel Sud d’Italia; la seconda è che lo sviluppo dell’Italia settentrionale non è dovuto solo alle sue forze, ma anche ai sacrifizi in grandissima misura sopportati dal Mezzogiorno.

Quando per la prima volta sollevai la questione del Nord e del Sud e cercai farla passare dal campo delle delle affermazioni vaghe, in quello della ricerca obbiettiva, non trovai che diffidenze. Molti degli stessi meridionali ritenevan pericolosa la discussione e non la desideravano. (da L’Italia all’alba del secolo XX  – 1901. p. 108)

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Eppure, Francesco Saverio Nitti era un repubblicano da ben tre generazioni, nonno carbonaro, padre mazziniano socialista, altri parenti esuli. Ma, proprio perchè acerrimo oppositore del Regno Borbonico per amor di patria, non potè rendersi indifferente dinanzi al saccheggio cui aveva assistito.

“Ora, ciò che noi abbiamo appreso dei Borboni non è sempre vero: e induce a grave errore attribuire ad essi colpe che non ebbero, ed è fiacchezza d’animo per noi tutti non riconoscere i lati manchevoli del nostro spirito e della nostra educazione, e voler attribuire ogni cosa a cause storiche.
É un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria.

Bisogna leggere le istruzioni agli intendenti delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fìsco per sentire che la monarchia cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Fra il 1848 e il 1860 si cercò di economizzare su tutto, pure di non mettere nuove imposte: si evitavano principalmente le imposte sui consumi popolari. Il Re dava il buon esempio, riducendo la sua lista civile spontaneamente di oltre il 10 per cento; fatto questo non comune nella storia dei principi europei, in regime assoluto o in regime costituzionale. (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901, p. 110-111)

Pochi principi italiani fecero tra il ’30 e il ’48 il bene che egli (ndr. (Ferdinando II delle Due Sicilie) fece.
Mandò via dalla corte una turba infinita di parassiti e di intriganti: richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gli inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata, istituì il telegrafo, fece sorgere molte industrie, soprattutto quelle di rifornimento dell’esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi.

Giovane, forte, scaltro, voleva fare da sé, ed era di una attività meravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò, con grande ammirazione degli intelletti più liberi, resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana.  (da Scritti sulla questione meridionale: Volume 1, Laterza, Bari, 1958, p. 41)

Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua, bisogna del pari riconoscere che senza l’unificazione dei varii Stati, il regno di Sardegna per lo abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da un’enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinata una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro stato più grande.  (Nord e sud -1900)

Nel 1800, la situazione del Regno delle Due Sicilie, di fronte agli altri Stati della penisola, era la seguente, data la sua ricchezza e il numero dei suoi abitanti. Le imposte erano inferiori a quelle degli altri Stati;

  1. I beni demaniali e i beni ecclesiastici rappresentavano una ricchezza enorme e, nel loro insieme, superavano i beni della stessa natura posseduti dagli altri Stati;
  2. Il debito pubblico, tenutissimo, era quattro volte inferiore a quello del Piemonte e di molto inferiore a quello della Toscana;
  3. Il numero degli impiegati, calcolando sulla base delle pensioni nel 1860, era di metà che in Toscana e di quasi metà che nel Regno di Sardegna;
  4. La quantità di moneta metallica circolante (ndr. in oro), ritirata più tardi dalla circolazione dello Stato, era in cifra assoluta due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola uniti assieme. Il Mezzogiorno era dunque, nel 1860, un paese povero; ma avea accumulato molti risparmi, avea grandi beni collettivi, possedeva, tranne la educazione pubblica, tutti gli elementi per una trasformazione. (Nord e sud -1900, p. 113)

Bisogna ricordare che nel 1860 il Piemonte avea grandissima rete stradale; numerose ferrovie e canali e opere pubbliche di molta importanza. Queste cause, estranee in gran parte alla guerra, erano i veri agenti della depressione finanziaria. (Nord e sud -1900, p. 38)

Dei Borbone di Napoli si può dare qualunque giudizio … Non furono dissimili dalla gran parte dei prìncipi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta. ((Nord e sud -1900, pp. 30-31)

La mia famiglia è stata tra le più perseguitate, anzi tra le più tormentate dal passato regime … Poiché appartengo a una razza di perseguitati e non di persecutori, ho appunto perciò maggiore dovere della equità; e trovo che a quaranta anni di distanza cominciamo ad avere l’obbligo e il bisogno di giudicare senza preconcetti. Dei Borbone di Napoli si può dare qualunque giudizio … ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta.

L’Italia nuova non ha avuto il suo Manhes; ma le persecuzioni sono state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.

L’ordinamento finanziario del Regno di Sardegna fu esteso a tutto il resto d’Italia. Fu il [Pietro] Bastogi, che fra il 1861 e il 1862, compì l’opera di trasformazione. Con cinque disegni di leggi, che furono la base delle leggi successive, il Bastogi estese il sistema fiscale piemontese a tutti i vecchi Stati che erano entrati a far parte del nuovo regno.

Avvenne così, per effetto del nuovo ordinamento, che il regno delle Due Sicilie si trovò a un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse in esso avvenuta, anzi perdendo quasi tutto il suo esercito e molte sue istituzioni, a passare dalla categoria dei paesi a imposte lievi, nella categoria dei paesi a imposte gravissime.  (Nord e sud -1900)

Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. Non vi è nessun senso d’invidia in quanto diciamo. Ma vogliamo solo dire che se i governi fossero stati più onesti e non avessero voluto lavorare il Mezzogiorno, cioè corromperne ancor più le classi medie a scopi elettorali, molto si sarebbe potuto fare.

Le loro amministrazioni locali vanno, d’ordinario, male; i loro uomini politici non si occupano, nel maggior numero, che di partiti locali. Un trattato di commercio ha quasi sempre per essi meno importanza che non la permanenza di un delegato di pubblica sicurezza. (Nord e sud -1900)

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Sembra scritto oggi … specialmente se constatiamo che gli Stati europei fuori dall’Eurozona sono la maggior parte delle monarchie costituzionali (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Norvegia) e che proprio nei regni d’Olanda e di Spagna si riscontra il maggiore euroscetticismo e non nelle ‘democratiche’ repubbliche di Francia, Germania e Italia.

Addirittura, a star dal ‘lato sud’ dell’Europa, ci sarebbe da iniziare a dubitare che la Crisi – almeno in termini di gravità estrema e di efficacia delle strategie in atto – sia effettivamente ‘generale’ e non riguardi, viceversa, solo le repubbliche capitaliste (e corrotte) d’Europa e le sue oligarchie, arricchitesi sulle spoglie di guerra di ‘qualche Sud’ o grazie al Piano Marshall e la Guerra Fredda che ne venne dopo. Non necessariamente i nostri Stati o le nostre imprese od i nostri lavoratori.

Qualcuno, negli Stati Uniti, racconta che il Capitalismo e l’Industrialesimo nacquero grazie alla spoliazione degli Stati del Sud (arretrati, malvagi e schiavisti …) e qualcosa di simile si racconta in Gran Bretagna, riguardo  l’avvento degli ‘sassoni’ Coburg e la scomparsa dei ‘normanni’  Hannover (pazzi, malvagi ed imperialisti …), ma questa è un’altra storia.
Se non fosse che somiglia moltissimo a quello che ha fatto la Germania con l’Europa dalla Riunificazione in poi: risucchiare verso nord benefit, mercati e risorse, confinare a sud degrado, criminalità e fallimenti.

Che, dunque, il Meridione – d’Italia e d’Europa – si doti di una forza rappresentativa delle sue istanze e, soprattutto, che garantisca i suoi interessi, pretendendo antimafia, defiscalizzazione, interventi strutturali e, perchè no, un modo diverso – sobrio, responsabile, solidale – di fare governance rispetto agli ultimi 150 anni.
Poco conta che sia un’anima comune nei diversi partiti oppure elemento di aggregazione di un neonato partito -, ‘liberale’, ‘sociale’ od ‘autonomista’ che sia – purché venga superata la frammentazione degli intenti e delle soluzioni, frutto avvelenato dell’Annessione e degli interessi privati degli allora funzionari sabaudi, come Nitti ricorda.

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