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Vivere nella Crisi

5 Lug

La prima volta che ci dissero che arrivava la Fine del Mondo era agli inizi dei Settanta: crisi petrolifera, domeniche a piedi, benzina razionata, ma dopo un po’ iniziarono a vendere le Fiat 127 agli operai.
Lo chiamarono capitalismo postindustriale, la bacchetta magica, wow!

La seconda fu pochi anni dopo: era il 1977 e fu annunciato che non c’era abbastanza posto per noi, nati nei Cinquanta: li chiamarono sacrifici, ma eravamo noi ragazzi i martiri.
Non loro, oggi come ieri.

Poi, fu la volta del 1982. Arriva Reagan, impera Tatcher e, di nuovo, la crisi incombeva. Stavolta era il Welfare a fare acqua. E così accadde che per stare meglio, ci tolsero quello che serviva per non stare peggio: formazione, politiche per le famiglie, meritocrazia.
Dopo di che incominciammo ad affastellare esistenze ai bordi delle città e le periferie diventarono una giungla d’asfalto.

Dieci anni dopo circa, un’altra mattanza. La colpa, questa volta, era delle Tigri Asiatiche e degli speculatori delle casse rurali USA. In realtà, era caduto il Muro di Berlino e s’era aperto il serraglio del Caos. Il problema si risolse iniziando a mettere all’asta CdA e cariche pubbliche; le mafie e le lobby gradirono e approfittarono.
Finì che i migliori andarono in esilio o si ritirarono progressivamente in buon ordine.

E poi accadde di restar fermi nel pantano per 20 anni con due tizi in TV – uno pelato e l’altro occhialuto – a catalizzare il (pseudo)dibattito economico e politico. Prevalsero i comici e gli imbonitori da talk show: ad ognuno la sua professione, o no?
No. La gente confuse i comici per politici e la politica per una comica: frittata fatta.

Ed oggi si presentano con l’ennesimo Armageddon, un’altra Apocalisse, come se potesse ancora farci paura e come se non sapessimo che a noi ‘nati dopo il 1955’ tocca solo lavorare – se possibile – e pagare le tasse.
La pensione? I giovani? Si vedrà …

Ritornando all’inizio della storia, a quegli Anni Settanta, non resta che chiedersi cosa ci abbiamo guadagnato da tutta questa ‘crescita’ e dalla sopportazione che abbiamo dimostrato. L’aspettativa in vita?

… ma solo a patto che la Sanità funzioni e, soprattutto, che sia una vita che valga la pena di essere vissuta.

originale postato su demata

Socialismo e capitalismo: un laboratorio letale

18 Giu

L’Istituto Ludwig Von Mises ha pubblicato, oggi, una lunga ed accurata analisi (link) di Gary North, riguardo la comprovata velleiterietà delle idee socialiste, avverse alla proprietà privata e assertrici di una governance condivisa.

Nulla di più vero di quanto descritto nel testo, ovvero che ‘la natura del fallimento del socialismo non viene insegnata nei libri di testo universitari. L’argomento viene sorvolato ove possibile‘ e che ‘ il mondo accademico è impegnato ufficialmente con l’empirismo. Pensa che i test statistici debbano confermare la teoria. I  test sono andati avanti per decenni. Le economie socialiste li hanno falliti e poi hanno pubblicato false statistiche. Ma gli intellettuali dell’Occidente insistevano ancora sul fatto che l’ideale socialista era moralmente sano. Insistevano che i risultati alla fine avrebbero dimostrato che la teoria era giusta‘.

Dunque, acclarato che il socialismo è una dottrina economica e sociale ‘campata per aria’ – come quasi 100 anni di statistiche dimostrano – varrebbe la pena di capire se la tanto somigliante democrazia non sia altrettanto o peggio nociva, ma soprattutto, sarebbe bello verificare se il capitalismo funzioni.

Argomenti troppo complessi per un post su un blog, ma anche troppo importanti per poter essere elusi.

Così, giusto per contribuire al dibattito, potremmo iniziare a notare che le democrazie che ‘funzionano’ sono tutte o quasi delle monarchie costituzionali  e, se non lo sono, il sistema prevede un presidenzialismo od un premierato ‘forte’.

In poche parole, in uno stato come la Germania, i ‘decisori’ effettivi – per oltre 80 milioni di cittadini – non sono più di 200 persone: chiamarla democrazia è davvero difficile, specialmente se i ‘decisori’ provengono dagli stessi ambienti sociali, dalle stesse scuole, dalle stesse università. Oligarchia, dunque, ed anche più ‘restricted’ di quella che possiamo trovare in Inghilterra, Olanda, Belgio, Svezia, Norvegia, Spagna dove esistono dei monarchi con le loro corti ed i loro possedimenti.

Molto deludente, non c’è che dire, e non abbiamo toccato il dolentissimo tasto ‘cleptocrazia’.

Andando al Capitalismo, anche in questo caso è evidente che non funzioni.

Infatti, quello che abbiamo davanti non è quell’intreccio di investimenti e risorse tecniche – di cui parlava Arturo Labriola – che trae economicità e conformità dalla produzione di massa in grandi complessi industriali grazie alla creazione di una ‘klasse’ di nuovi lavoratori, gli operai.

Oggi, il capitalismo è delocalizzazione industriale (selvaggia) ed a bassa specificità, speculazione finanziaria e volatilità monetaria, aggressione sempre più vorace delle risorse naturali (non rinnovabili). Un sistema che si regge sugli enormi flussi finanziari del riciclaggio (specialmente russo) e delle tangenti (appalti e non solo).

Basti dire che, ormai, quasi tutte le banche nazionali sono di proprietà degli investitori. Una moneta ‘di mercato’, ancor meno preziosa (dopo oro ed argento) della carta: digitale, immateriale.

Un sistema che si basa sull’accettazione da parte degli individui di compartimentare la propria esistenza e la propria quotidianità in funzione del lavoro e dei consumi che gli vengono concessi, quasi esclusivamente, in base alle ‘etnie’ (origini sociali) ed agli ‘stili di vita’, per come vengono resi disponibili e/o di quanto sono accettati dal ‘sistema’.

Ed in un capitalismo – come in un socialismo, del resto – vincono sempre i ‘predestinati’. Anche questo è un dato.

Dunque, parafrasando Gary North, chiedo “qual è il più longevo esperimento capitalista di successo? Se qualcuno vi chiedesse di controbattere l’idea secondo cui il capitalismo ha fallito, che cosa offriste come vostro esempio?”

Mises credeva che la bontà dei risultati stesse nelle ricette e non bisognasse “provare per credere”. Se si aggiunge sale invece di zucchero, non sarà dolce. Ma il mondo accademico è impegnato ufficialmente con l’empirismo.”

Arturo Labriola considerava capitalismo, industrialesimo e socialismo come tre effetti di uno stesso processo, che – fatta salva l’aspettativa di vita – in questi ultimi 100 anni ci ha sottoposto a guerre mondiali, terrori e terrorismi, inquinamento e devastazioni, cospirazioni e speculazioni finanziarie, cleptocrazie, sistemi totalitari, mafie, narcomafie e chi più ne ha più ne metta.
Un sistema che non riguarda il ‘sud del mondo’ che, come la Storia dimostra, è considerato come una sorta di serbatoio, se va bene, ed una specie di sentina, se va male.

Ben venga, allora, l’empirismo e che i nostri ‘professori’ – statistiche alla mano – prendano atto del disastro e cambino rotta: il mondo non può continuare a ‘crescere’ e, senza ‘crescita’, niente mercati e niente economia di mercato …

Tutto sbagliato, tutto da rifare.

originale postato su demata