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Libia, petrolio e guerra

23 Mar

La Libia possiede circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti e, con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, (10 volte quelli d’Egitto), supera la Nigeria e l’Algeria (Oil and Gas Journal). Al contrario, le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono dell’ordine di 20,6 miliardi di barili (dicembre 2008) secondo la Energy Information Administration. (fonte CoTo)

Le sue riserve di gas a 1.500 miliardi di metri cubi, ma la sua produzione è stata tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno, ben al di sotto della capacità produttiva secondo i dati della National Oil Corporation (NOC) l’obiettivo a lungo termine è di tre milioni di b / g ed una produzione di gas di 2.600 milioni di piedi cubi al giorno.

E’ evidente che una invasione della Libia, anche se nel quadro di un mandato umanitario, servirebbe anche gli interessi delle imprese petrolifere angloamericane, come l’invasione del 2003 e l’occupazione dell’Iraq, in modo da prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia e privatizzare l’industria petrolifera del paese. Wall Street, i giganti petroliferi anglo-americani, i produttori di armi USA-UE ne sarebbero soli beneficiari.

 

Tra l’altro, mentre il valore di mercato del petrolio greggio è attualmente ben al di sopra dei 100 dollari al barile, il costo estrattivo del petrolio libico è estremamente basso, a partire da 1,00 dollari al barile: a 110 dollari sul mercato mondiale, la semplice matematica dà la Libia un margine di profitto 109 $ per barile” … (fonte EnergyandCapital.com 12 Marzo 2008)

 

Non sorprenderà sapere che, da qualche tempo, anche  la Cina sta giocando un ruolo centrale nel settore petrolifero libico e non a caso la China National Petroleum Corp (CNPC) ha dovuto rimpatriare dalla Libia ben 30.000 cinesi. L’unico dato certo è che l’11% delle esportazioni di petrolio libico vengono incanalate verso la Cina, ma non ci sono dati sulla dimensione e l’importanza, certamente notevole,  della produzione cinese in Libia e delle trivellazioni.

La campagna militare contro la Libia è , evidentemente, volta ad escludere la Cina dal Nord Africa, che ha interessi petroliferi anche in Ciad e Sudan.

Importante è il ruolo d’Italia, dato che ENI, il consorzio petrolifero italiano, tratta 244 mila barili di gas e petrolio, che rappresentano quasi il 25 per cento delle esportazioni totali della Libia. (fonte SKY News UK), come quello tedesco che, nel novembre 2010, ha firmato tramite la compagnia petrolifera nazionale, la RW Dia,  un accordo settennale con la National Oil Corporation (NOC) libica di entità paragonabile a quelli italiani e cinesi.

 

L’operazione militare in corso ha come scopo “a lungo termine” di ristabilire l’egemonia anglo-statunitense nel Nord Africa, una regione storicamente dominata da Francia e in misura minore, da Italia e Spagna.

Per quanto riguarda la Tunisia, il Marocco e l’Algeria, il disegno di Washington potrebbe essere quello di indebolire i legami politici di questi paesi verso la Francia e spingere per l’installazione di nuovi regimi politici che hanno un rapporto stretto con gli Stati Uniti con esclusione della Cina dalla regione. I precedenti sono noti e disastrosi: parliamo dell’Indocina-Vietnam e  delle guerre dei soldati-bambino dell’Africa equatoriale.

La Libia, inoltre, confina con molti paesi che sono sfera d’influenza della Francia tra cui Algeria, Tunisia, Niger e Ciad. Exxon, Mobil e Chevron hanno interessi nel sud del Ciad, tra cui un progetto di gasdotto che arriverà fino alla regione sudanese del Darfur, ricco di petrolio, ma anche la China National Petroleum Corp (CNPC) ha firmato un accordo di vasta portata con il governo del Ciad nel 2007.

Sempre ai confini della Libia c’è il Niger che possiede ingenti riserve di uranio, attualmente controllate dal gruppo francese Areva nucleare, precedentemente conosciuto come Cogema ed anche la Cina ha una partecipazione nell’estrazione di uranio del Niger.

Dunque, il confine meridionale della Libia è strategico per gli Stati Uniti nel suo tentativo di estendere la sua sfera di influenza in Africa francofona, una regione che faceva parte degli imperi coloniali Francia e Belgio, i cui confini sono stati stabiliti dalla Conferenza di Berlino del 1884, in cui gli USA ebbero un ruolo minore.

 

Inoltre, l’Unione europea è fortemente dipendente dal flusso di petrolio libico, di cui ben l’85% viene venduto a paesi europei e, principalmente Italia e Germania attraverso il gasdotto Greenstream nel Mediterraneo.

Dunque, l’operazione statunitense ha  anche un impatto diretto sul rapporto tra Stati Uniti e l’Unione europea: considerato che gli USA e la NATO sono coinvolti in tre distinti teatri di guerra (Palestina-Libano, Afghanistan-Pakistan, Iraq-Curdistan), un attacco contro la Libia comporta il rischio di escalation militare.

Infatti, dal punto di vista di Obama e del suo staff, l’attacco in Libia non sembra essere altro che un ulteriore “teatro bellico”, nella logica del Pentagono di “multiple simultaneous theater wars”, che gli USA ritengono necessarie, come affermava il documento PNAC del 2001, dove venivano definite le strategie statunitensi nel medio periodo.

Intanto, mentre i caccia francesi difendono insorti, pozzi di petrolio e, probabilmente, la pace nel Mediterraneo, i Tornado italiani si alzano in volo, consumano un tot di carburante, monitorano dei radar che non ci sono e tornano a casa … questa è tutta la politica dell’Italia nel Mediterraneo.

Anche questi sono i frutti di uno scandaloso premier, del suo governo “de poche” e della “politica del fare” (ndr. poco e male) della Lega.

(leggi anche “Chi sono gli insorti

“Non solo Libia” “La guerra ingiusta”

e “Massacri libici, affari italiani”)

L’Italia e la guerra “ingiusta”

21 Mar

Neanche sono iniziate le azioni militari vere e proprie e già un bel po’ di italiani, tra berluscones, leghisti e sinistre, si lagnano della  guerra,  evidentemente “ingiusta” per definizione.

A quanto pare, questi italiani ed i loro cronisti hanno già dimenticato i bombardamenti sui civili, le sparatorie sui funerali, i rifugiati abbandonati a morire nel deserto, i campi di concentramento, le violazioni dei diritti umani.

Eppure, è da quando il “Capellone” ha preso il potere che accade tutto questo in Libia:  non è cronaca solo di questi giorni.

Allo stesso modo, cronisti e cittadini, trascurano l’elemento essenziale di questa vicenda: l’Italia, appoggiando spudoratamente un cotal energumeno, “ha perso” la Libia come “si giocò” la Somalia.

A questo porta l’avidità dei governi e degli imprenditori, la supinità ed il pressappochismo dei mezzi d’informazione, la faziosità e la creduloneria degli elettori.

Adesso, di fronte le nostre coste, c’è la guerra e siamo comunque coinvolti: non era meglio, non era più “politically correct” non fare affari con un aguzzino e, poi, poter mandare il nostro esercito in aiuto agli insorti libici?

Su quale “guerra ingiusta” lacrimano i nostri salotti buoni?

Eppure, la prima guerra “per il petrolio” fu l’annessione del Regno delle Due Sicilie (1861) da parte dei Savoia, con l’appoggio britannico e statunitense, che “liberò” il Mediterraneo dalla potenza navale italiana (ndr. borbonica). A seguire, il canale di Suez (1869), l’occupazione inglese dell’Egitto (1882), le rivolte fomentate da Lawrence d’Arabia (1916), le rivolte antiottomane e l’autodeterminazione del popolo arabo finita come sappiamo.

Di quale “guerra ingiusta” vogliamo parlare? E, soprattutto, di quale politica italiana nel Mare Mediterraneo?

… i peccati originali non possono scomparire con un colpo di spugna.

Come liberare l’Italia?

25 Feb

Micromega, noto magazine “di sinistra”, si interroga sull’annoso enigma di come liberare l’Italia da Berlusconi. L’appello si rivolge alle “varie componenti dell’Italia che ancora si riconosce nella Costituzione repubblicana” ed è di oggi la “soluzione” di Roberto Saviano, che però interviene con specificità sul consenso e sulla corruttela elettorale, aspetti non specificamente antiberlusconiani.

Non avrebbe potuto fare altrimenti l’autore di Gomorra, visto che Micromega parla di “difendere/realizzare la Costituzione nata dalla Resistenza”, senza porsi e porre, viceversa, il dubbio che  il “peccato originale” non sia  da ricercarsi proprio nella carta dei diritti nazionale, visto che la nostra democrazia non decolla da decenni ormai.

Come non chedersi se il “problema” non sia insito nel fatto che la nostra Costituzione non abbia affatto affrontato, risolto e superato gli squilibri e le fratture causati dall’unificazione italiana.

Basti pensare alla struttura di Bankitalia od alla divisione delle regioni o dei collegi elettorali, che hanno sempre sfavorito il Meridione, più ricco e popoloso del Nord e, soprattutto, del Centro. Ditemi voi se è pensabile che uno Stato così possa evitare il debito pubblico, l’assenza di governance, il desviluppo di alcuni territori.

Oppure, alla sovranità vaticana sul territorio italiano, esercitata pariteticamente con lo Stato e congiuntamente con il Popolo (sovrano), che è un po’ come affermare che Pio IX, Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi potessero andare d’accordo.

Per non dire che le imprese sono fondate sul lavoro, mentre le repubbliche di solito si rifanno ad ideali e sentimenti comuni, come la nazione o la patria, la libertà o la fratellanza, la tradizione o la cultura. Difficile che il lavoro, specialmente nella società dei media e dei consumi, possa affratellare le persone, a meno che non si voglia creare una corporazione di lavoratori.

Sempre restando alla Costituzione ed al flop della Seconda Repubblica, sarebbe interessante almeno riflettere su quanto la centralità romana, ancora oggi, alimenti la corruzione e l’inefficienza, come azzerò gli hub internazionali preesistenti, come Trieste, Verona, Genova, Napoli, Otranto, Palermo, per avvantaggiare Roma e con lei Milano, Torino e Bologna.

Come liberare l’Italia da Berlusconi e non solo?

Semplice: iniziando a porsi il problema che c’è qualche errore nel disegno iniziale.

Massacri libici, affari italiani

24 Feb

La legge 185 del 1990 sulle esportazioni di armamenti chiede di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale” e di rifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.
“Da quando nel 2004 l’Unione europea ha revocato l’embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante: si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 112 milioni di euro del 2009 (+746%). (Giorgio Beretta, presidente Unimondo)

Secondo i rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari, nel biennio 2008-2009, l’Italia avrebbe autorizzato forniture italiane di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro, pari ad un terzo (34,5%) di tutte le spedizioni di armi dall’Ue (circa 595 milioni di euro).
Va chiarito che, mentre l’Unione Europea, sotto la spinta dell’iniziativa unilaterale di Berlusconi, riconosceva alla Libia una certa “democraticità”, gli Stati Uniti e le ONG indipendenti riportavano l’uso della tortura, gli arresti indiscriminati, le sparizioni.
Come va chiarito che “le autorizzazioni all’esportazione di armamenti italiani nel 2008 hanno superato i 3 miliardi di euro con un incremento che sfiora il 29% rispetto al 2007 mentre le consegne effettuate raggiungono gli 1,8 miliardi di euro. A cui vanno aggiunti i quasi 2,7 miliardi di euro di autorizzazioni relative a Programmi Intergovernativi”. (fonte: Presidenza del Consiglio – Unimondo)
Il traffico legale di armi a favore di Gheddafi si è incrementato notevolmente con il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia, firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi.
Il trattato prevede “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari” e “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate”.
Una norma sciagurata: ricordiamo tutti il caso del motopeschereccio inseguito e mitragliato da una unità libica con a bordo personale italiano.

Secondo Unimondo, l’Italia non avrebbe ancora revocato la fornitura di armi alla Libia, a a causa dell’esposizione di industrie militari italiane, “a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”, come Agusta Westland, Alenia Aermacchi e Mbda.
Esattamente gli strumenti di morte con cui Gheddafi si tiene aggrappato al suo miserrimo trono bombardando interi quartieri e cittadine.

Secondo la rivista Popoli, mensile dei Gesuiti, “Finmeccanica, la holding pubblica italiana che vanta tra le sue società alcuni dei principali produttori di armamenti al mondo, è stata una delle prime aziende a sfruttare quest’occasione. Il primo colpo l’ha messo a segno già nel 2006 firmando la vendita di dieci elicotteri A-109E Power per un ammontare di 80 milioni di euro.” e le controllate di Finmeccanica in Libia avrebbero venduto, negli ultimi tre anni, “elicotteri militari, aerei, dispositivi per l’ammodernamento di aeromobili, ricambi, servizi di addestramento e missili.”

Finmeccanica è partecipata al 32,5% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, ovvero da Tremonti, mentre la Lybian Investment Authority ne detiene una quota il 2,01%, “quota che permetterebbe a Gheddafi di eleggere fino a quattro delegati” nel CdA.

Come dimenticare il benefattore (dalle mani che grondano sangue) che in questi 3 anni ha riversato miliardi di euro nelle casse pubbliche e private italiane (fonte Sole24ore), attenuando la percezione di una crisi , di un’inerzia e di un declino, che potebbero rivelarsi ancor più gravi, se cesserà, come sembra,  il flusso di denaro libico?

Perchè annunciare la sospensione o, meglio, l’annullamento dei rifornimenti di armi a Gheddafi, se questo poi andrebbe a provocare “ipso facto” perdite aziendali, che per Finmeccanica e non solo significano minori entrate e maggiori spese per lo Stato Italiano?
Meglio attendere qualche mese, mentre il mercato si riassesta ed iscrivere le cifre in rosso nei bilanci dopo la vendita dei BOT, dopo le Amministrative, dopo i rating di primavera, dopo il referendum sulle risorse naturali e, con un pizzico di fortuna, dopo l’estate, perchè no.

Anche questa è “politica del fare”.

Libia, scoperti corpi bruciati (video)

23 Feb

“A Tripoli ci sono decine e decine di cadaveri per strada e le milizie di Gheddafi li stanno portando via in luoghi sconosciuti per bruciarli e nascondere l’evidenza del massacro”, Karim Bengharsa, presidente del comitati Libia Democratica.

“Online girano già video di corpi bruciati dalle milizie” di Gheddafi che “stanno raccogliendo i cadaveri per portarli fuori da Tripoli”.

L’orribile trovata degli aguzzini del Raiss di nascondere le proprie atrocità facendo “sparire” i cadaveri è documentata da questo video che mostra la folla, tra l’inferocito e l’affranto, nello scoprire i resti di una decina di persone ormai ridotti in cenere.

Gheddafi e l’amico Berlusconi

21 Feb

Tutti i paesi islamici dell’area mediterranea sono in fiamme e la gente, attenzione, non chiede semplicemente più democrazia, ma soprattutto meno corruzione. Saranno, dunque, tutte da capire le evoluzioni dei singoli scenari e non tutte le transizioni saranno pacifiche o porteranno a degli assetti istituzionali convenzionali.

Se questo è l’insondabile futuro, tutto da scoprire, ciò che accade nel presente merita qualche annotazione.

La prima è che il tunisino Ben Alì è andato in esilio, l’egiziano Mubarak sembra muoia di crepacuore, Hassan del Marocco promette riforme come anche Hussein di Giordania: solo Gheddafi ordina di bombardare dei civili e solo in Libia i militari accettano certi ordini.

La seconda annotazione è che il presidente Berlusconi è allarmato per l’aggravarsi degli scontri e per l’uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile, cosa che non equivale affatto a chiedere di fermare le violenze e riconoscere ai cittadini il diritto a ”manifestare pacificamente” e ad ”esprimere liberamente le proprie convinzioni”.

La terza constatazione è che il nostro premier, Silvio Berlusconi, è talmente amico di Muhammad Gheddafi da fargli il baciamano durante una delle otto visite avvenute in tre anni.

Davvero una brutta figura, ma poco male: noi Italiani siamo abituati, anzi ne andiamo orgogliosi.

Del resto, al peggio non v’è mai fine, come nel caso della Lega che, dinanzi ad un disastro biblico che si affaccia sulle coste del Mediterraneo, non trova di meglio che preoccuparsi di “fronteggiare l’emergenza immigrati”, che, vista la situazione, andrebbero più propriamente classificati come “rifugiati” e “profughi di guerra”.

Mentre dall’ONU arriva l’appello all’intervento in Libia, che immagine svergognata e strafalciona sta dando di se l’Italia?

Elezioni subito!

29 Gen

Berlusconi si deve dimettere, ma non solo: è tutto il “suo” PdL che dovrebbe decorosamente rimettere il mandato, visto che non c’è verso di convocare un congresso e rimuovere il leader di partito.

Che debbano arrivare la dimissioni, degli uni o degli altri o di tutti è cosa evidente, anche se i nostri media ed i nostri poteri forti fanno di tutto per aggirare “l’ostacolo”.

La questione è semplice.

Non possiamo permetterci un “bunga bunga premier”, un “wild parties Silvio”, nè per il feroce sfottò internazionale e popolare che ne deriva, nè per l’estrema ricattabilità del personaggio, nè per lo stallo perenne del nostro parlamento a causa dei suoi personalissimi problemi, nè per la manifesta incapacità nel legiferare e (con Tremonti) nel risanare il paese.

D’altra parte, non è più possibile attendere una Sinistra incapace di risollevarsi dalle fallimentari strategie dalemiane, dai chiacchiericci veltroniani e vendoliani, dai rigurgiti postcomunisti della CGIL e dalla comprovata contiguità con il malaffare impediscano la nascita di un’opposizione.

Elezioni subito.