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I titoli di Stato italiani, la sottile leggerezza del populismo e la stretta dell’anaconda

24 Ott

Solo il 32% del debito pubblico italiano è in mano a istituzioni finanziarie straniere. L’Italia è anche il Paese in cui le istituzioni finanziarie residenti, cioè le banche e le assicurazioni italiane, sono più attive nell’acquisto del debito pubblico dello Stato.

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Gli acquirenti del debito pubblico italiano, infatti, sono al 62% da soggetti italiani tra cui il sistema assicurativo italiano detiene da solo poco più di un sesto del nostro debito sovrano.
A questi va aggiunta anche la quota di debito pubblico in mano alle famiglie che è intorno al 5-6% e questo significa che oltre due terzi dell’intero debito è in mano ad italiani, siano essi società, banche, assicurazioni o famiglie.

Ecco chi ci guadagna quando lo spread sale e con esso l’interesse dovuto agli investitori.

Tra gli stranieri troviamo la BCE tramite Bankitalia, con una quota che si aggira oggi intorno al 13-14%, cioè intorno ai 350 miliardi di BTP. In altre parole, gli investitori stranieri non pubblici posseggono meno del 30% del nostro debito pubblico.

Il problema, però, è che questi investitori ci stanno abbandonando da maggio scorso al ritmo di 35-40 miliardi euro al mese, cioè in cinque mesi gli stranieri hanno venduto circa 4-5% del Debito Pubblico italiano che ‘possedevano’ in titoli di Stato.

Complotto? E quale investitore cederebbe i propri titoli sapendo che così  l’interesse aumenterà di valore? 

Cosa sta accadendo? A parte la fragilità di un governo formato da due partiti populisti di opposta impostazione, c’è il ‘successo’ delle politiche finanziarie di quel Donald Trump che Salvini e il Centrodestra come il Premier Conte tanto ammirano.

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“Il Treasury bond americano è soprannominato l’anaconda perché non attira l’attenzione, dormendo per la maggior parte del tempo, ma quando si sveglia è micidiale e provoca un vero e proprio terremoto. Il rendimento è in risalita, ormai al 3,354% e questo fa paura persino a Wall Street, perchè ad esso “sono agganciati i tassi di milioni di mutui e il prezzo che i governi e le società devono pagare per il proprio debito.” (Milano Finanza)

Il prezzo che i governi e le società devono pagare per il proprio debito …

Piuttosto, con lo spread che sale ed il Populismo che grida al complotto finanziario, ma il Presidente Mattarella che ribadisce il mettere “i conti a posto”,  perchè il nostro Ministero dell’Economia e Finanze continua a bandire aste per Bot , come quella annunciata il 24 ottobre 2018 per sei miliardi di euro?

E come lagnarsi che il rating nazionale si abbassa, se il recente riacquisto del BTP Italia in scadenza il 23 aprile 2020 è stato solo “pari a 3,8 miliardi di euro, a fronte di una offerta complessiva pari a circa 7,1 miliardi” e il MEF ha annunciato la “contestuale emissione di ulteriori tranche di titoli” BTP in scadenza nel 2025, 2026, 2028, 2029 e 2046 …

Demata

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De Benedetti e la crisi politico-economica: andrà peggio, tutti avvisati

28 Set
Questa la sintesi dell’intervista a Carlo De Benedetti, mconsigliere di sorveglianza della Compagnie financière Edmond de Rothschild Banque di Parigi e padre di Marco, Managing Director e Co-Head dell’Europe Buyout Group di The Carlyle Group ed Amministratore di Save the Children Italia Onlus, su La Repubblica di oggi:
 
– Se vincesse il no, Renzi dovrebbe dimettersi il giorno dopo. … Berlusconi aspetta col cappello in mano. Comunque finisca il referendum, ci guadagna: anche se vince il sì, Renzi avrà bisogno di lui.
 
– Negli Usa non si può escludere una vittoria di Trump; anche perché il candidato democratico è percepito come antipatico, passato, freddo, come puro establishment. Per il mondo occidentale, una tragedia. Il protezionismo americano aggraverebbe la nostra crisi. (ndr. ecco cosa veramente preoccupa di Trump: non i toni, bensì la deglobalizzazione degli USA … )
 
– La democrazia nasce con il declino delle monarchie e della nobiltà e con l’ascesa della borghesia. Anche in Italia la democrazia si afferma dopo la guerra, quando si è creata una classe media. Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta.
 
– Siamo alla vigilia di una nuova, grave crisi economica. Che aggraverà il pericolo della fine delle democrazie, così come le abbiamo conosciute. Di sicuro per combattere i populismi appare inevitabile che al partito di Renzi si sommino una parte dei voti e dell’apparato del centrodestra.

– Una patrimoniale? «Non è il nome esatto, perché dovrebbe includere anche i redditi, tranne quelli da lavoro. L’energia umana è molto più importante del petrolio. Un’operazione di grande coraggio. Abbattere le imposte sul lavoro. Il lavoro è la sola cosa che conta; il resto è sovrastruttura. Il lavoro è dignità. Un Paese in cui manca il lavoro conosce prima o poi turbe sociali e sommovimenti».

Dunque, al di là della simpatia – antipatia del personaggio, tre cose sono chiare:

– la Crisi peggiora perchè il Neoliberismo ci ha portati al disastro, abbattendo il reddito reale di gran parte della popolazione occidentale, e l’Austerity l’ha resa stagnante, impedendo al Mercato di stabilizzarsi secondo le proprie leggi
– sono necessarie riforme importanti nei sistemi fiscali e dei settori di spesa degli Stati, trasferendo i prelievi dalla produzione ai redditi e le spese dall’assistenzialismo centralista alla coesione sociale nazionale
– l’emergere dei populismi e degli estremismi richiede l’unione d’intenti di tutti i veri riformisti. Liberali, socialisti o cattolici che siano.

Demata

Anche le Cayman cambiano, l’Italia no

18 Gen

Il Bollettino della Bce di gennaio contiene un duro e preoccupato monito all’Italia, dove, finora, “l’accresciuta incertezza politica in Italia è stata all’origine di alcuni flussi di capitali, con l’obiettivo di ricercare investimenti più sicuri, verso i titoli emessi dai paesi con rating AAA.”
Infatti, “continuano a pesare le persistenti incertezze e gli aggiustamenti di bilancio in atto nei settori finanziari e non finanziari e solo nella seconda parte del 2013 è attesa una graduale ripresa.”

Nelle previsioni della Banca Centrale Europea, la situazione è preoccupante anche perchè “gli aggiustamenti di bilancio necessari nei settori finanziario e non finanziario, nonchè la persistente incertezza, seguiteranno a gravare sull’attività economica“.

Al calo dello spread dei BTP rispetto ai Bund tedeschi, corrisponde sostanzialmente una situazione di stagnazione, con ‘bassa inflazione‘ e ‘debole attività economica‘.

Non a caso, da Francoforte si ricorda che “per quanto concerne le politiche di bilancio, il forte calo dei rendimenti sui titoli di Stato evidenziato di recente dovrebbe essere sostenuto da ulteriori passi avanti nel risanamento delle finanze pubbliche in linea con gli impegni assunti nel quadro del Patto di stabilità e crescita“.

Infatti, “nell’area dell’euro il clima del mercato obbligazionario ha risentito dell’influsso negativo esercitato dalle revisioni al ribasso delle previsioni di crescita. Tra la fine di novembre del 2012 e il 9 gennaio del 2013 i rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine con rating AAA dell’area dell’euro sono rimasti su livelli prossimi ai minimi storici, sebbene verso la fine del periodo siano cresciuti di circa 10 punti base, portandosi all’1,8 per cento circa.

Intanto, mentre l’Italia la crescita è ferma in nome della Casta, delle sue prebende e delle sue ipocrisie, invocando la solita caccia inutile all’untore/evasore, dalle Cayman arriva la svolta: un’ampia riforma che intende creare un database pubblico dei fondi con domicilio nell’isola.

Forse, sarebbe il momento di abbassare la pressione fiscale, grazie ad una spesa pubblia virtuosa, e, magari, avviare un condono fiscale per i fondi che rientrano in Italia, visto che stiamo per assistere ad una ‘fuga dalle Cayman’ da parte di tanti evasori.

Una questione da non sottovalutare, dato che da Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda, nell’ultimo anno, sono aumentati esponenzialmente  i trasferimenti verso i paesi forti dell’Unione Europea, come Germania, Olanda e, soprattutto, Lussemburgo, che è un ‘quasi’ paradiso fiscale.

Una pressione ed invasività fiscale, in corso in Italia, cui andrebbe posto rapidamente rimedio, dato che un paradiso fiscale ce l’abbiamo alle porte (Svizzera) e, soprattutto, che un altro l’abbiamo in casa nostra e si chiama IOR, Istituto Opere di Religione, la banca vaticana che proprio non riesce a recepire le norme antiriciclaggio che l’Unione Europea richiede per accedere ai propri circuiti finanziari.

Una situazione molto ambigua, visto che la Deutsche Bank che (s)vendette i BTP italiani era governata da un banchiere svizzero, Josef Ackermann, e che, ad esempio, lo stesso governo Monti, che si è scagliato contro gli evasori fiscali, ha anche preso la ‘”decisione di tacere davanti al Consiglio di Europa sulle inadempienze di Oltretevere in materia bancaria’, mentre ‘il direttore dell’UIF Giovanni Castaldi ha ritirato i suoi due dirigenti dalla delegazione che rappresentava il nostro Paese a Strasburgo per non essere complice di una posizione sbagliata“. (Il Fatto Quotidiano – 05-07-2012)

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Spread, di chi fu la colpa?

15 Gen

Silvio Berlusconi sostiene – l’ha ribadito stamane ad  Omnibus su La7 – che la crisi dello spread dei BTP sui Bund tedeschi è stata ingigantita dalla (s)vendita di titoli di Stato italiani messa in atto dalla Germania.
Un’iperbole berlusconiana? Affatto.
Era la fine di luglio 2011 quando il Financial Times annunciava che nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank aveva tagliato l’esposizione verso le obbligazioni italiane dell’88% (per un controvalore di circa 7 miliardi di euro).
Un fatto acclarato che spinse Romano Prodi a dichiarare pubblicamente: «E’ la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato».

Un’operazione di killeraggio finanziario dei partner europei, necessaria per agevolare la vendita dei Bund tedeschi, che di li a poco sarebbe avvenuta, messa scientemente in atto da Josef Ackermann (link), allora al vertice di Deutsche Bank, ma anche dominus di Siemens AG (energia) e Shell (petrolio).
Un’azione indispensabile ed inderogabile, visto che l’economia tedesca stentava a riprendersi dal crollo dei propri titoli, avvenuto a cavallo tra il 2008 ed il 2009.

Non a caso, i nostri BTP iniziarono la corsa al rialzo esattamente dopo che il Financial Times annunciò al mondo che Josef Ackermann ci aveva ‘silurato’; fino al giorno prima la stessa Deutsche Bank (bollettini del 20 luglio) diffondeva rapporti lusinghieri sui medesimi, come riportò in quei giorni Dagospia.

Una cospirazione germanico-svizzera ai nostri danni? Dal punto di vista finanziario ed industriale è probabile, se non addirittura storia europeea moderna, ma dal punto di vista politico va fatta almeno un’altra riflessione.

Infatti, il ferale annuncio del Financial Times arrivò ‘a latere’ dell’annuncio dei nostri parlamentari (democratici e berlusconiani) di andarsene in ferie senza aver messo in sicurezza i conti e senza, per l’ennesima volta, aver votato una nuova legge elettorale.

Un atto irresponsabile specchio di una mentalità provinciale e di una incompetenza diffusa, che il duro attacco finanziario tedesco avrebbe dovuto sconsigliare ed interdire.
Infatti, come ricordiamo tutti, fu in quei giorni che oltre al salasso della nostra economia, iniziarono le pressanti richieste internazionali di ‘commissariamento’ dell’Italia.

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Pensioni – Fornero, pessime idee

26 Nov

Che il Governo Monti non abbia i numeri per durare è un dubbio che inizia a serpeggiare tra gli osservatori.

Sono già troppe le “buche” che questo governo ha mostrato di non saper evitare, dal protrarsi delle scelte per i ruoli di governo minori, ma “politici”, alla quasi assenza di esposizione mediatica, ovvero di attenzione al consenso popolare.
Per non parlare delle età e delle professioni rappresentate nel governo, che mostrano una squadra vecchia e lontanissima dal mondo del lavoro e delle imprese medio-piccole, per non parlare della gente: un esecutivo che mai è stato esecutivo.

Crepe già vistose, di cui torneremo a parlare, che la proposta del ministro Fornero sulle pensioni non fa altro che confermare, deludendo profondamente le aspettative di chi aveva sperato in una vera riformatrice.

Infatti, non era difficile comprendere cosa chiedono a viva voce gli italiani: stop pensioni d’annata e privilegi, meno anziani al lavoro più spazio ai giovani, sistema contributivo per tutti.

Basterebbe, per far sentire garantiti i lavoratori italiani, legiferare che nessuna pensione possa superare lo stipendio iniziale dell’ultima/migliore professione svolta. Facile come bere un bicchier d’acqua.

Cosa offre il ministro? Più anziani al lavoro, meno spazio ai giovani, sistema contributivo solo per chi è ancora al lavoro.

In due parole, potrebbe esserci uno scarto anche del 15%  sulla pensione tra un lavoratore pensionatosi lo scorso anno ed uno che sta andando via oggi con la stessa entità contributiva.

Rieccoci con le pensioni d’annata …

L’incredibile è che la motivazione di un intervento così iniquo sia dato dal fatto che, come annuncia lo stesso ministro Fornero su La Repubblica, i “principi, che sembrano banali, sono stati spesso largamente disattesi, nel periodo preriforma, ma anche successivamente, sia con la riforma Amato (1992), sia con la riforma Dini (1995), in modo particolare con la scelta di tutelare i “diritti acquisiti” dei lavoratori meno giovani, scaricando invece sulle nuove generazioni l’onere dell’aggiustamento. E hanno continuato a essere disattesi nel periodo successivo, a ogni nuovo intervento sulla transizione.”

Ma non finisce qui: non è solo un problema di equità.

Infatti, il neoministro del Welfare sarebbe anche dell’idea di “non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse.
E dire che eravamo tutti d’accordo, tempo fa, che nell’additare il duopolio INPS-INPDAP come l’elemento sistemico che ha messo in ginocchio il sistema pensionistico italiano, oltre a creare una commistione pericolosa tra previdenza, assistenza e politica.

Dunque, la ricetta del governo Monti per le pensioni è sostanzialmente quella di colpire “i lavoratori nati tra il 1950 e il 1962”, di fare cassa tramite l’assorbimento delle poche forme assicurative “privatistiche” esistenti.

Magari, il prossimo passo, dopo aver accorpato tutte le pensioni nell’INPS-INPDAP, sarà di trasformarli in aziende di Stato e metterli sul mercato …

Ecco il “progetto Monti” per noi più giovani di loro: niente equità, ma, soprattutto, tanto statalismo, a cui potrebbe far seguito  un’enorme cessione del sistema previdenziale, visto che siamo nelle mani di banche e sindacati.

Un’idea involutiva, visto che se i giovani in Italia avessero un sistema sbloccato, potrebbero iniziare a lavorare e versare contributi prima dei 25 anni, risolvendo il problema all’origine, e visto che, con un sistema assicurativo libero, ogni lavoratore può negoziare individualmente il proprio pensionamento.

L’avevo detto io che se non era pan cotto era pan bagnato …

(leggi anche Pensioni, quelle d’annata non si toccano e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Pensioni: quelle d’annata non si toccano …

24 Nov

La riforma delle pensioni «è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati», Elsa Fornero ministro del Welfare.

Una «azione improntata a sobrietà», in nome dell’equità dice il neoministro, che «implicherà che i sacrifici imposti siano equlibrari in funzione della capacità di sopportazione dei singoli».

Non è quello che ci aspettavamo: restano intatte le pensioni d’annata e quelle d’anzianità che, non essendo su base contributiva, gravano “inspiegabilmente” sugli attuali e futuri lavoratori.

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.

E questa il ministro Fornero la chiama “equità”?

(Leggi anche Pensioni – Fornero, pessime idee e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Il rischio recessione

24 Nov

Queste le ultime dichiarazioni di Mario Monti.

Ho illustrato il programma in corso di articolazione del governo, e ho insistito nell’interesse che l’Italia ha di perseguire in modo rigoroso gli obiettivi di consolidamento della finanza pubblica, entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e in modo sostenibile.

La sostenibilità implica anche una crescita economica non inflazionistica, non alimentata dal disavanzo. Questo significa riforme strutturali.

“L’Italia ha un rilevante avanzo primario, ma deve fare sforzi particolari. Non è in discussione l’obiettivo del pareggio di bilancio, esiste un problema più generale di cosa accade se si entra in una fase recessiva.”

Fase recessiva? Eh già …

Da tempo questo blog ha richiamato l’attenzione sulla necessità di sostenere un’inflazione contenuta, a causa dell’elevato interesse sul debito, e di evitare spinte inflattive forti, derivanti da fattori speculativi,  a fronte della prevedibilissima flessione dei consumi causata da patrimoniali, nuove imposte dirette ed indirette, tassi di interesse accresciuti, incertezza riguardo lavoro, salute e pensioni.

Il rischio recessione, grazie al salasso che ci colpirà a breve, è notevole e tutto ci serve fuorchè un ulteriore downgrade dei prezzi degli immobili od ulteriore caos e tagli sui servizi pubblici.

Non è una partita tecnica però, bensì politica, visto che i piani regolatori toccano ai Comuni,  i piani di gestione sanitari alle Regioni ed il welfare e la formazione a tutti e due. Comuni e Regioni, cassate le Provincie si spera, che potrebbero, dati i precedenti, dissolvere in un mare di sprechi, cemento e prebende ciò che è congelato dal Patto di Stabilità e non solo, impoverendoci ulteriormente.

Le rassicurazioni per il governo Monti non devono arrivare solo dall’Europa, ma soprattutto dai partiti nostrani, che oltre le “amene” chiacchierate a Porta a Porta non vanno, quasi che il problema non fossero anche e principalmente loro.

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