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De Benedetti e la crisi politico-economica: andrà peggio, tutti avvisati

28 Set
Questa la sintesi dell’intervista a Carlo De Benedetti, mconsigliere di sorveglianza della Compagnie financière Edmond de Rothschild Banque di Parigi e padre di Marco, Managing Director e Co-Head dell’Europe Buyout Group di The Carlyle Group ed Amministratore di Save the Children Italia Onlus, su La Repubblica di oggi:
 
– Se vincesse il no, Renzi dovrebbe dimettersi il giorno dopo. … Berlusconi aspetta col cappello in mano. Comunque finisca il referendum, ci guadagna: anche se vince il sì, Renzi avrà bisogno di lui.
 
– Negli Usa non si può escludere una vittoria di Trump; anche perché il candidato democratico è percepito come antipatico, passato, freddo, come puro establishment. Per il mondo occidentale, una tragedia. Il protezionismo americano aggraverebbe la nostra crisi. (ndr. ecco cosa veramente preoccupa di Trump: non i toni, bensì la deglobalizzazione degli USA … )
 
– La democrazia nasce con il declino delle monarchie e della nobiltà e con l’ascesa della borghesia. Anche in Italia la democrazia si afferma dopo la guerra, quando si è creata una classe media. Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta.
 
– Siamo alla vigilia di una nuova, grave crisi economica. Che aggraverà il pericolo della fine delle democrazie, così come le abbiamo conosciute. Di sicuro per combattere i populismi appare inevitabile che al partito di Renzi si sommino una parte dei voti e dell’apparato del centrodestra.

– Una patrimoniale? «Non è il nome esatto, perché dovrebbe includere anche i redditi, tranne quelli da lavoro. L’energia umana è molto più importante del petrolio. Un’operazione di grande coraggio. Abbattere le imposte sul lavoro. Il lavoro è la sola cosa che conta; il resto è sovrastruttura. Il lavoro è dignità. Un Paese in cui manca il lavoro conosce prima o poi turbe sociali e sommovimenti».

Dunque, al di là della simpatia – antipatia del personaggio, tre cose sono chiare:

– la Crisi peggiora perchè il Neoliberismo ci ha portati al disastro, abbattendo il reddito reale di gran parte della popolazione occidentale, e l’Austerity l’ha resa stagnante, impedendo al Mercato di stabilizzarsi secondo le proprie leggi
– sono necessarie riforme importanti nei sistemi fiscali e dei settori di spesa degli Stati, trasferendo i prelievi dalla produzione ai redditi e le spese dall’assistenzialismo centralista alla coesione sociale nazionale
– l’emergere dei populismi e degli estremismi richiede l’unione d’intenti di tutti i veri riformisti. Liberali, socialisti o cattolici che siano.

Demata

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Pensioni – Fornero, pessime idee

26 Nov

Che il Governo Monti non abbia i numeri per durare è un dubbio che inizia a serpeggiare tra gli osservatori.

Sono già troppe le “buche” che questo governo ha mostrato di non saper evitare, dal protrarsi delle scelte per i ruoli di governo minori, ma “politici”, alla quasi assenza di esposizione mediatica, ovvero di attenzione al consenso popolare.
Per non parlare delle età e delle professioni rappresentate nel governo, che mostrano una squadra vecchia e lontanissima dal mondo del lavoro e delle imprese medio-piccole, per non parlare della gente: un esecutivo che mai è stato esecutivo.

Crepe già vistose, di cui torneremo a parlare, che la proposta del ministro Fornero sulle pensioni non fa altro che confermare, deludendo profondamente le aspettative di chi aveva sperato in una vera riformatrice.

Infatti, non era difficile comprendere cosa chiedono a viva voce gli italiani: stop pensioni d’annata e privilegi, meno anziani al lavoro più spazio ai giovani, sistema contributivo per tutti.

Basterebbe, per far sentire garantiti i lavoratori italiani, legiferare che nessuna pensione possa superare lo stipendio iniziale dell’ultima/migliore professione svolta. Facile come bere un bicchier d’acqua.

Cosa offre il ministro? Più anziani al lavoro, meno spazio ai giovani, sistema contributivo solo per chi è ancora al lavoro.

In due parole, potrebbe esserci uno scarto anche del 15%  sulla pensione tra un lavoratore pensionatosi lo scorso anno ed uno che sta andando via oggi con la stessa entità contributiva.

Rieccoci con le pensioni d’annata …

L’incredibile è che la motivazione di un intervento così iniquo sia dato dal fatto che, come annuncia lo stesso ministro Fornero su La Repubblica, i “principi, che sembrano banali, sono stati spesso largamente disattesi, nel periodo preriforma, ma anche successivamente, sia con la riforma Amato (1992), sia con la riforma Dini (1995), in modo particolare con la scelta di tutelare i “diritti acquisiti” dei lavoratori meno giovani, scaricando invece sulle nuove generazioni l’onere dell’aggiustamento. E hanno continuato a essere disattesi nel periodo successivo, a ogni nuovo intervento sulla transizione.”

Ma non finisce qui: non è solo un problema di equità.

Infatti, il neoministro del Welfare sarebbe anche dell’idea di “non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse.
E dire che eravamo tutti d’accordo, tempo fa, che nell’additare il duopolio INPS-INPDAP come l’elemento sistemico che ha messo in ginocchio il sistema pensionistico italiano, oltre a creare una commistione pericolosa tra previdenza, assistenza e politica.

Dunque, la ricetta del governo Monti per le pensioni è sostanzialmente quella di colpire “i lavoratori nati tra il 1950 e il 1962”, di fare cassa tramite l’assorbimento delle poche forme assicurative “privatistiche” esistenti.

Magari, il prossimo passo, dopo aver accorpato tutte le pensioni nell’INPS-INPDAP, sarà di trasformarli in aziende di Stato e metterli sul mercato …

Ecco il “progetto Monti” per noi più giovani di loro: niente equità, ma, soprattutto, tanto statalismo, a cui potrebbe far seguito  un’enorme cessione del sistema previdenziale, visto che siamo nelle mani di banche e sindacati.

Un’idea involutiva, visto che se i giovani in Italia avessero un sistema sbloccato, potrebbero iniziare a lavorare e versare contributi prima dei 25 anni, risolvendo il problema all’origine, e visto che, con un sistema assicurativo libero, ogni lavoratore può negoziare individualmente il proprio pensionamento.

L’avevo detto io che se non era pan cotto era pan bagnato …

(leggi anche Pensioni, quelle d’annata non si toccano e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Pensioni: quelle d’annata non si toccano …

24 Nov

La riforma delle pensioni «è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati», Elsa Fornero ministro del Welfare.

Una «azione improntata a sobrietà», in nome dell’equità dice il neoministro, che «implicherà che i sacrifici imposti siano equlibrari in funzione della capacità di sopportazione dei singoli».

Non è quello che ci aspettavamo: restano intatte le pensioni d’annata e quelle d’anzianità che, non essendo su base contributiva, gravano “inspiegabilmente” sugli attuali e futuri lavoratori.

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.

E questa il ministro Fornero la chiama “equità”?

(Leggi anche Pensioni – Fornero, pessime idee e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Il rischio recessione

24 Nov

Queste le ultime dichiarazioni di Mario Monti.

Ho illustrato il programma in corso di articolazione del governo, e ho insistito nell’interesse che l’Italia ha di perseguire in modo rigoroso gli obiettivi di consolidamento della finanza pubblica, entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e in modo sostenibile.

La sostenibilità implica anche una crescita economica non inflazionistica, non alimentata dal disavanzo. Questo significa riforme strutturali.

“L’Italia ha un rilevante avanzo primario, ma deve fare sforzi particolari. Non è in discussione l’obiettivo del pareggio di bilancio, esiste un problema più generale di cosa accade se si entra in una fase recessiva.”

Fase recessiva? Eh già …

Da tempo questo blog ha richiamato l’attenzione sulla necessità di sostenere un’inflazione contenuta, a causa dell’elevato interesse sul debito, e di evitare spinte inflattive forti, derivanti da fattori speculativi,  a fronte della prevedibilissima flessione dei consumi causata da patrimoniali, nuove imposte dirette ed indirette, tassi di interesse accresciuti, incertezza riguardo lavoro, salute e pensioni.

Il rischio recessione, grazie al salasso che ci colpirà a breve, è notevole e tutto ci serve fuorchè un ulteriore downgrade dei prezzi degli immobili od ulteriore caos e tagli sui servizi pubblici.

Non è una partita tecnica però, bensì politica, visto che i piani regolatori toccano ai Comuni,  i piani di gestione sanitari alle Regioni ed il welfare e la formazione a tutti e due. Comuni e Regioni, cassate le Provincie si spera, che potrebbero, dati i precedenti, dissolvere in un mare di sprechi, cemento e prebende ciò che è congelato dal Patto di Stabilità e non solo, impoverendoci ulteriormente.

Le rassicurazioni per il governo Monti non devono arrivare solo dall’Europa, ma soprattutto dai partiti nostrani, che oltre le “amene” chiacchierate a Porta a Porta non vanno, quasi che il problema non fossero anche e principalmente loro.

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Rajoy promette “lacrime e sangue” e vince

21 Nov

La Destra spagnola, con il centrista Rajoy in testa, vince promettendo “lacrime e sangue”. Intanto, i mercati crollano.

Questo il dato che va a completare il mosaico del “panic” europeo.

Sono quasi due anni che l’Europa, e con lei il mondo, ha dovuto fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria che andavano a portare a nuovo esito i diversi “difetti di produzione” presenti nelle democrazie che si affaciano sul Mediteraneo.
E’, dunque, ora che naviganti ed osservatori siano in grado di leggere bussole e sestanti, onde pervenire ad un esito soddisfacente per i cittadini europei.

La prima a cadere, ricordiamolo, fu la Grecia, sostanzialmente un “non stato”, se andassimo a rintracciarla sulle carte storiche, nato più per diseuropeizzare la Turchia e per fronteggiare l’espansionismo sabaudo, con buona pace dei nazionalisti greci.
Una nazione che può sostenersi solo in base a quanto l’Europa ha intenzione o possibilità di dare, sia turismo, siano sussidi, siano prestiti.

Poi, venne il turno dei due altri PIIGS, Spagna e Portogallo, dove, parliamo di Madrid, il governo Zapatero, esempio fulgido per la Sinistra italiana, venne preso del tutto alla sprovvista dagli eventi e proprio dove sono nati, guarda caso, gli Indignados nel nome della meritocrazia e contro la cooptazione, oltre che contro il Partito Socialista locale.
Due paesi dove, dopo le dittature militari cinquantenarie, aveva attecchito un modello socialdemocratico e consociativo, durato con qualche discontinuità fino ai nostri giorni.

Si arriva all’Italia, con tutto quello che sappiamo e con tutte le attese di vivibilità, di semplicità e di equità, che Mario Monti dovrà soddisfare. Esigenze, internazionali ed italiche, che, a dire il vero, non si sa ancora come saranno accolte dall’attuale Governo Italiano e, soprattutto, da parlamento, sindacati, clero e cittadini.
Utile aggiungere che l’Italia non è riuscita a superare le dialettiche (e le dicotomie) preunitarie e del Ventennio, mantenendo una infrastruttura di Stato e parastato immutabile ed additiva, negando “a prescindere” il concetto di “piena delega”.

Fatto sta che i mercati non reagivano positivamente alla notizia, nonostante Berlusconi si fosse fatto da parte e l’Italia avvesse, nella sostanza, accettato un “commissariamento tecnico”.
Anzi, la deriva finanziaria si è estesa, allargandosi alla Francia, terra madre dei sistemi di gestione della finanza pubblica vigenti nei paesi menzionati. Una Francia che, però, ha un debito pubblico in ordine e non dovrebbe patire un declassamento del rating.

Il tutto, mentre la Cina Popolare è diventata la prima potenza mondiale, in termini di produzione e di finanza, superando gli Stati Uniti di Obama.

E’ evidente che i mercati stano rispondendo a logiche diverse e non solo speculative. Per “mercati” intendiamo il sistema dalle cause e degli effetti finanziari e produttivi.

Da un lato, è palese che agli stati cattolci dell’UE venga chiesto di ridurre la (onni)presenza del “pubblico” e di superare un welfare fondato sul populismo e l’assistenzialismo.  Un “metodo” che ha permesso trasformismi in tutti i diversi paesi, che permette alla pubblica amministrazione tempi smisurati, che non facilita il monitoraggio ed il controllo di gestione.

Dall’altro, inizia ad essere evidente, almeno agli addetti di settore, che quello in crisi è il modello di bilancio pubblico, su basi ordinamentali, strutturato, all’origine, dalla Francia. Un sistema non compatibile, o quantomeno sovrapponibile, a quello anglosassone, vigente in tutto il resto del mondo che conta.

Infine, dobbiamo ricordare che un’Europa debole e disunita non può far fronte alla forza finanziaria delle principali banche indiane, cinesi, brasiliane. Questo ha come conseguenza l’espansione delle corporation ed indebolisce tutta la filiera produttiva e distributiva tradizionale, fatta di artigiani, piccoli produttori, aziende di nicchia.

Tre cose che sarà molto difficile da far digerire agli (indo)Europei, selezionatisi nei secoli anche per la propria attitudine a dire la propria ed a far valere i propri diritti.
Per questo i cittadini, spagnoli e non solo, chiedono “lacrime e sangue”.

Solo un’Europa “etica” e “sobria”, come quella dei suoi barbari antenati, può reggere all’infiltrazione delle corruttele, delle mafie, degli speculatori, dei pressappochisti.

Non ha nessun futuro un’Europa che dovesse continuare a dividersi in “potenti”, cooptati, privilegiati e “cittadini”. C’è chi reagisce chiedendo o promettendo “lacrime e sangue”, chi cercando di salvare la Casta e gli affari di bottega  e chi speculando per il proprio tornaconto impoverendo chi gli vive intorno, ma la sostanza è la stessa.

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Bank of India sbarca in Italia?

20 Nov

Una settimana è trascorsa dal “venerdì nero” dei fondi italiani ed il Governo Monti  sta per insediarsi, la Cina sta pe sorpassare gli USA e la Gran Bretagna non è più una realtà finanziaria mondiale.

Intanto, nel cosiddetto “six pack”, l’Unione Europea annuncia l’introduzione, in ogni stato membro, di un “Consiglio indipendente di bilancio’ autonomo, con il compito di monitorare i conti e con poteri ispettivi.

Le Borse europee non sono andate meglio, questa settimana, ma neanche peggio, anche se la turbolenza sembra si stia spostando sulla Francia.

Così accade che anche Oltralpe ci siano cittadini indignati, Les Indignees come li chiamano da quelle parti, e la mappa che segue rappresenta l’Europa per come potrebbe diventare.

Singolare davvero …

Specialmente se, ricordando che Sonia Gandhi ha studiato presso l’istituto dei Salesiani a Torino più o meno nello stesso periodo in cui metà del governo frequentava scuole cattoliche tra Torino e Milano, ci si dovesse chiedere da dove arrivano i soldi per almeno 6-700 milioni di euro in Buoni del Tesoro che sono, in questi giorni, all’asta.

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Governo Monti: prime riflessioni sul Programma

18 Nov

«Una riduzione delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e l’attività produttiva, finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico», ha dichiarato Mario Monti.

Ma cosa significa nell’immediato?

Innanzitutto, meno tasse e meno contributi a carico delle aziende e qualche soldo in più in busta paga, ma a condizione che ci sia un aumento dei prezzi al consumo e della leva fiscale indiretta, oltre che dell’inflazione.
Una misura che, per quanto riguarda la finanza, farà sentire subito i propri effetti, ma che potrebbe impiegare anni per ottenere un effettivo miglioramento dello status dei ceti più bassi e del Meridone tutto.

Non si parla di patrimoniale (Berlusconi non vuole), ma da gennaio arriverà la nuova Imu, Imposta Municipale Unica, che incoporerà anche un’imposta sulla prima casa.
Praticamente, sarà lo stesso salasso, con la sola differenza che l’incasso andrà ai Comuni anzichè allo Stato e, soprattutto, che il prelievo sarà “equamente” diviso tra tutti i cittadini proprietari di immobili, inclusi quelli rimasti disoccupati e quelli che non riescono a pagare il mutuo.

A proposito di pensioni, essendo l’Italia il paese con l’età per il pensionamento di vecchiaia più alta della Germania e della Francia, introdurremo l’età flessibile di pensionamento a scelta del lavoratore fino a 68-70 anni, premiando chi prolunga (sic!), a condizione che il Parlamento voti la rimozione dei privilegi d’annata.
Apparentemente una bella idea, ne riparleremo tra qualche anno quando un esercito di ultrasessantacinquenni (con meno di 40 anni di contribuzione) eserciterà il diritto di restare al lavoro per ulteriori cinque anni, bloccando i pochi spazi che ci sono per i giovani e, soprattutto, il ricambio nel pubblico impiego.

Per il resto, le promesse sono le solite: liberalizzazioni per rendere meno ingessata l’economia, facilitare la nascita e lo sviluppo delle imprese, migliorare l’efficienza dei servizi pubblici, favorire l’inserimento dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro. In aggiunta, l’ardua speranza di riformare il mercato del lavoro, ovvero l’Articolo 18, con CGIL e PD contro.

Ad averci una buona memoria, il programma di Mario Monti sembra, per ora, sovrapponibilissimo a quello del Governo Prodi, insediatosi nel 2006, con l’unica differenza che, forse, non ci sarà opposizione in Parlamento.

Sarà che noi italiani non abbiamo mantenuto le nostre promesse e che ci sono norme e misure cha attendono da anni, sarà per questo che i Poteri Forti ci hanno commissariato, ma la prima impressione non riguarda tanto “lacrime, sangue e sacrifici”, quanto il solito problema italiota che “se non è pan cotto è pan bagnato”.

Ci aspettavamo qualcosa di più, dal superamento di un sistema di bilancio, che è un colabrodo, all’urgente rimozione dell’attuale classe dirigente pubblica, un esercito di “Yes Men” affermatisi per cooptazione. Ma non se ne parla, se non richiamando tutti al “senso dello Stato”.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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