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Il ruolo dei giornalisti e dei blogger nei new media

1 Lug

Sembra che, ormai, il sistema dell’informazione – a seconda della libertà e/o qualità dell’informazione del singolo stato – si sia stratificato in due o tre livelli.

Infatti, ai giornalisti tocca, come noto, di informare la gente e più cheap diventa il popolo, più cheap va ad essere l’informazione che ‘consumano’, ovvero che ‘deve essere a loro servita’, anche se a scrivere fosse Eco o Montalcini.
Cheap sta per ‘a buon mercato’, non solo per quanto riguarda la cronaca (politica, rosa, nera eccetera), ma soprattutto per quanto relativo ai riferimenti culturali posseduti dai lettori, che – se poveri o pregiudizievoli – vengono assecondati, piuttosto che aggiornati.

D’altro canto, come riconobbe lo stesso Mario Monti nel 2011, è dalla blogosfera che i ‘potenti’ traggono suggerimenti e annotazioni di cui, altrimenti, sarebbero sprovvisti: ai blogger ‘veri’ va oggi il ruolo di commentare e prospettare scenari, come gli editorialisti e i pezzi di fondo di una volta, a chi  decide per il popolo.

Queste due dimensioni informative erano ricomprese nei giornali – in modo diverso, a seconda del livello –   fino a una ventina d anni fa: la crisi delle Tigri Asiatiche, la fine della Guerra Fredda e la globalizzazione (di cui internet è il motore) hanno mutato questo scenario, portandoci alla situazione odierna.

A partire dagli Anni ’90 divenne progressivamente impossibile raccontare in termini cheap – e negativi, tra  l’altro – la complessità di quanto stesse iniziando a prefigurarsi.
Impossibile che gli over50 di oggi – acculturati e non – potessero riadattarsi con facilità ad una cultura priva dei riferimenti ‘ideologici’  in cui erano stati cullati per generazioni, difficile spiegare alla generazione del Boom che la bolla s’era sgonfiata …

Intanto, con il dilatarsi del lag tra diritti e obblighi recepiti per trattato internazionale e norme locali, divenne sempre più impossibile trattare seriamente un qualunque argomento di cronaca senza imbattersi in qualche mostruosità del sistema, per la quale fino a 30 anni fa qualunque giornale avrebbe sollevato una campagna stampa per accaparrarsi vendite reali di copie stampate e potere.

Era arrivata la pubblicità (massiva) sulla carta stampata d’informazione e cronaca (un tabù violato in Italia da Eugenio Scalfari e base del suo successo).  Una scelta, fatta in nome del ‘contrasto all’informazione cheap televisiva dilagante’, che ha determinato la trasformazione delle grandi testate giornalistiche italiane in una sorta di book office della grande distribuzione e del carousel partitocratico.

La riprova è non solo nel numero di pagine destinate alla pubblicità, che si fa ancora più stringente se si va on line, ma anche nelle notizie, visto che sulla stampa ‘locale’ – che di publi non ne raccoglie così tanta e conta molto sulle copie vendute – leggiamo un po’ ovunque, da mesi o da anni a seconda dei casi, di continui misfatti mafiosi e di eterni scandali politici di cui v’è rara menzione sulla stampa nazionale.
Ancora. Il fenomeno del Movimento Cinque Stelle che si regge su una presunte Edemocracy veicolata tramite un portale con tanto di pubblicità.

Altra riprova sono i fatti raccontati da Gomorra che leggemmo in bella vista sulla grande stampa solo dopo che la storia arrivò fino alla commissione per gli Oscar ad Hollywood. Fatti rapidamente dimenticati, come la storia delle griffe italiane che sfruttavano i lavoratori campani tramite piccoli imprenditori/intermediari anche coinvolti con la Camorra.
Per non parlare della Terra dei Fuochi o dei diritti dei bambini esposti a violenza e miseria.
O, ancora peggio, dell’enorme quantità di abusi, corruttele, sprechi e bugie transitati anche ‘sotto il naso’ delle grandi testate giornalstiche per vent’anni e passa …

Difficile spiegare al popolo di una dorata democrazia anglo-sassone che se la Costarica raddoppiasse il prezzo delle sue banae (visto che è quasi l’unica risorsa locale) il mondo sarebbe sull’orlo della III Guerra Mondiale.
Ancor peggio raccontare sulla prima pagina di un giornale pieno zeppo di pubblicità e letto in tutto il mondo che in Italia i ‘rapporti’ tra Centronord e Meridione somigliano molto a quelli che a volte vediamo nei film americani, con il gringo pieno di dollari, i crudeli narcos impuniti, tot padroni della hacienda a banchettare con famigli o clientes e tanti peones a fatigar, se son fortunati.

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L’arte del blogging

29 Mar

Blogging è raccontare verità che danno fastidio, perchè come tutte le ‘verità’ hanno il crisma di essere veritiere ma non necessariamente vere.
Il massimo é essere seguiti da coloro che già ieri avevano deciso cosa leggeremo dopodomani.

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Google è un servizio pubblico

29 Nov

L’Italia e la Francia sono i due paesi dove la carta stampata è da cento e passa anni un enorme business, oltre che il principale fattore di controllo sociale.

Paesi dove da decenni accade che – grazie alla scarsa conoscenza delle lingue – si legge solo quello che gli editori decidono di tradurre e pubblicare, magari 20-30 anni dopo che l’opera, altrove, è diventata un best seller.
Paesi dove la produzione della carta è ‘da sempre’ una sorta di monopolio e dove le tipografie, ormai, sono in mano a pochi.

Va da se che Italia e Francia non vedano di buon occhio Google (come Amazon ed altri) e dove la francese Aurélie Filippettì, ministro, annuncia che ‘varerà una legge per obbligare la società di Mountain View (ndr. Google) a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti’, e come il Ministero del’Economia e Finanze italiano che vuole lanciare una battaglia, su segnalazione dell’on. Stefano Graziano (PD) contro l’erosione di base imponibile causata “dallo spostamento artificioso degli utili verso giurisdizioni maggiormente attraenti dal punto di vista fiscal”, come fa Google Italy, che imputa i suoi proventi alla casa madre in Irlanda.

Idee ed eventuali norme che stridono con il buon senso, se non addirittura con il diritto naturale.

Infatti, non sarà una gran perdità per l’Umanità non trovare i giornali francesi indicizzati sui motori di ricerca, visto che, a parte inglese, spagnolo, indiano e cinese, le notizie le possiamo leggere anche in giapponese, italiano, portoghese, cingalese, ashanti e urdu.

Ed infatti, non v’è alcun motivo per cui Google debba dotarsi di una filiale italiana, espondeosi ai balzelli die nostri governanti, se la casa madre di diritto e di norma sta in Irlanda. Anche in questo caso, non sono sessanta milioni di italiani a spaventare un network che copre 7 miliardi di persone e riesce ad andare d’accordo anche con la Cina Popolare e l’Iran.

Capiamo tutti – francesi, italiani od irlandesi – che, in tempi di magra, la gallina della uova d’oro di Mountain View faccia gola alle sanguisughe del fisco od agli editori di carta stampata. Purtroppo per loro, la Rete ha bisogno di un motore di ricerca per esistere ed un motore di ricerca non funziona, se viene condizionato da mille brame.

Forse sarebbe il caso di prendere atto che alcune tecnologie sono obsolete: è accaduto con il telefono a cavo, la macchina a vapore, il disco od il cd musicale, il montaggio cinematografico.
Non accadrà per il libro, non per i libri ‘veri’. Ma rotocalchi, quotidiani e foullieton sono robe dell’atro secolo.

Non sarà tassando la rete che si arresta il presente e si rallenta il futuro. Idee come quelle francesi ed italiane implicheranno solo che le nostre culture, già decadenti e recessive, finiranno per impoverirsi sempre di più e ad arricchire sempre di meno le altre.

Che altri risultati attendersi da due nazioni che da 200 anni, invece di rinnovarsi, vivono un delirio culturale anti-anglosassone – ieri verso austriaci e tedeschi, oggi che si oppone ad inglesi ed americani – con la Francia che, ormai da decenni, ha perduto ogni risonanza culturale a livello mondiale e con l’Italia che continua a partorire personaggi geniali, ma paradossalmente tutti o quasi figli di quel Sud che non esiste nei libri di storia, nei programmi finanziari e nelle scelte internazionali.

E poi ci sono le astruserie.

Ad esempio, le tasse od il ‘pedaggio’ lo si paga in base agli eventuali pagamenti oppure a fronte del traffico effettivo o anche in base alla nazionalità del visitatore e, infine, anche a seconda di dove effettivamente si trova il server?

Lasciamo, dunque, lavorare in pace Google, che è uno dei pilastri su cui si regge la bolgia di massa che sta diventando questo pianeta. E’ un servizio pubblico, anche se qualcuno proprio non riesce a capirlo.

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L’anacronistica Francia contro Google

23 Nov

In un mondo dove ormai solo i fratelli Wachowski od i Coen riescono a scrivere/girare film che trattino tematiche sociali, dove imperano i Bmovie (si fa per dire) di Tarantino e Rodriguez, dove il cinema inglese ‘vende’, arriva la ‘figlia della classe operaia’ Aurélie Filippettì, ministro francese, a spiegarci che così non va.

Non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d’autore, molti film di budget medio (sui 3 o 4 milioni di euro) ma anche film di cassetta come Asterix“.
Che bravi questi francesi … peccato che Luc Besson, Kassowitz ed altri ormai vadano ad Hollywood da anni per girare qualcosa di buono.

All’ultimo Festival di Cannes i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia“.
Qualcuno ci spieghi perchè a Cannes non vanno i film prodotti fuori della Francia, forse perchè non hanno alcuna possibilità di vincere? Protezionismo culturale o cosa?

Chiarito quanto sia bello (o meno bello) il cinema francofono, il ministro Filippettì ci spiega che, “se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell’anno, a gennaio la Francia varerà una legge per obbligare la società di Mountain View (ndr. Google) a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione.”

La Filippettì, evidentemente, non conosce Walter Benjamin, autore nel 1930 di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, e si arrampica con precarie riflessioni affermando che “non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura. Non è una questione morale, semplicemente a mio avviso solo così il sistema può funzionare, anche dal punto di vista economico“.

Lasciamo perdere la ‘strana idea’ di far pagare a Google l’indirizzamento verso i quotidiani ed i magazine on line, che, inevitabilmente, provocherebbe sia il definitivo trasferimento dell’informazione on line a favore dei blog (liberi e gratuiti a differenza dei media) sia serie difficoltà per i governi mitteleuropei, nei cui paesi i Piraten hanno conquistato anche il 10% dei consensi.

Lasciamo perdere anche perchè Aurélie Filippettì si dice «molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente».
Forse, se qualcuno del suo entourage le spiegasse che ormai esistono gli Ebook ed i formati pdf, la Filippettì si sarebbe risparmiata qualche delusione.

Parliamo della cultura e dell’arte, forse è meglio.

Il cinema, come la carta stampata, è industria ed intrattenimento, non cultura.

Solo una minima parte dei libri circolanti possono dirsi effettivamente originali, solo una parte, effimera, dei film esistenti può dirsi arte. Ed, in ambedue i casi, ‘arte’ è un canone fissato durante la seconda metà dell’Ottocento, partendo da una supposta creatività ed originalità dell’autore.
Peccato che Michelangelo, Delacroix e gli altri dipingessero quasi esclusivamente su commissione, che la ‘sequel’ degli artisti maledetti è durata la generazione di Van Gogh e Rimbaud, dopo la quale son diventati tutti miliardari, e che cosa diventi arte o cultura lo decidono i distributori, ovvero editori e produttori.

E prendiamo anche atto che, oggi, chi scrive un romanzo all’anno – come quelli che invadono librerie, scaffali e case – è considerato un artista ed una persona di cultura, mentre fino a 30-40 anno fa si intendeva ben altro, si parlava di feuilleton e romanzi d’appendice ...

L’arte non è di chi la fa, ma di chi se la compra. O, meglio, di chi la vende.

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DDL diffamazione: si ricomincia da capo?

7 Nov

Silvia Della Monica, relatrice al Senato del disegno di decreto relativo alla diffamazione a mezzo stampa e con strumenti telematici, ha dato le dimissioni perchè “anche se il voto sarà segreto io voterò contro l’articolo 1” e per questo “non posso continuare a svolgere il ruolo di relatrice”.
Il disegno della cosiddetta ‘legge bavaglio’ torna dunque in Commissione con l’obiettivo di trovare “un testo assai più snello e condiviso”, come spera la presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro.

Cosa era successo all’articolo 1 del DDL Diffamazione al punto da convincere la senatrice del Partito Democratico a dichiarare anticipatamente il suo voto e lasciare i lavori?

All’inizio, quando presentarono il disegno normativo, il testo del’articolo 1 determinava che “alla legge 8 febbraio 1948, n.47, sono apportate le seguenti modificazioni:

  • a) l’articolo 12 è sostituito dal seguente «Art. 12. (Riparazione pecuniaria). — 1. Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni ai sensi dell’articolo 185 del codice penale, una somma a titolo di riparazione. La somma è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato e non può essere inferiore a 30.000 euro.»;
  • b) l’articolo 13 sostituito dal seguente «Art. 13. — (Pene per la diffamazione). — 1. Nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della multa non inferiore a 5.000 euro».

Un paio di ‘aggiornamenti’ alla norma del 1948, in modo da escludere il carcere per un reato d’opinione commesso a mezzo ‘stampa’, ovvero non includendo necessariamente tutto quanto viene scritto nei social netowrk o dai blog, sottoposti alle ordinarie norme del codice penale.

Aggiornamenti pesantucci, se consideriamo che ‘non inferiore a 30.000 euro’ suona come un’ingiunzione fallimentare per qualunque piccola testata.
Aggiornamenti peggiorativi, se parlassimo  dell’articolo 2, dove si continua a fare riferimento a concetti come ‘decoro’, ‘onore’, ‘reputazione’, anzichè  alla semplice ed oggettiva nozione di veridicità.

Preso atto che alla relatrice PD Silvia Della Monica, inspiegabilmente, crea problemi l’articolo 1 e non l’articolo 2, mentre alla Commissione sembra che piacciano tutti e due, torniamo a capire cosa è accaduto di così grave all’articolo uno.

Tutto e nulla, nel senso che non è dato saperlo se non prendendo atto che gli emendamenti tra Commissione ed Assemblea sono stati più di 300, mentre il testo presentato era di 120 parole, congiunzioni incluse.

E’ evidente che la Commissione non riesce a superare l’en passe.

Da un lato, la condanna di Sallusti non può divenire un altro caso Kydonis vs. Grecia, dove la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Grecia, obbligandola al risarcimento dei danni materiali e morali al giornalista ritenuto colpevole di diffamazione ed incercerato.
D’altra parte, la necessità d’intervento sul Codice Penale, che prevede la detenzione, rende opportuno aggiornarlo in funzione delle nuove tecnologie telematiche e qui si complicano le cose.
Nel contempo, come lasciar cadere un’occasione così prelibata e succulenta per bloccare la massiva mole di post, disegni e commenti a ruota libera che tappezzano, oramai, ogni angolo di internet?

Così è accaduto che il Senato, si spera inconsapevolmente, non riesca a rendersi conto che ledere l’onore, la reputazione o il decoro sono concetti particolarmente sdruccioli se navighiamo in rete, non solo in Italia quanto nei paesi più avanzati del nostro, dove porsi domande e borbottare al pub sono diritti ancestrali.
E non si riesce a far prendere atto ai nostri eletti che è ancora più deformante imporre l’obbligo di rettifica ad un mondo – quello telematico – che si fonda sul diritto di replica (lasciare un commento). Un diritto/dovere che è previsto anche dal codice francese, seppur molto attento all’onore ed alla reputazione come il nostro.

Ritornando ai 300 circa emendamenti per sole 120 parole ed alla straordinaria capacità dei nostri eletti di scatenare una burrasca anche in un bicchier d’acqua, c’è solo da aggiungere che ‘saggiamente’ è stato rispedito l’intero testo – e non solo l’articolo 1 – in Commissione nell’auspicio che torni indietro ‘assai più snello’.

Segno che la politica nostrana si sia resa conto che con una tale norma (l’articolo due non il primo) metteremmo in crisi l’intero sistema dell’informazione on line, con al primo posto le enciclopedie pubbliche (ndr. Wikipedia è molto allarmata) e, subito a seguire, tutto il resto dell’informazione, inclusa quella pubblicata in altri paesi ma leggibile, ‘diffusa’, anche in Italia?

Taglieremo l’accesso dei lettori al Financial Times o del Daily Mail perchè pubblicano articoli che, seppur scrivendo cose vere, ‘ledono’ l’onore, il decoro, la reputazione di qualche nostro presidente del Consiglio – come di un ministro degli esteri o del Tesoro – e si ostinano a farlo senza neanche rettificare?

Forse.

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Diffamazione a mezzo stampa, una legge bavaglio?

29 Ott

Nel decreto sulla diffamazione a mezzo stampa, approvato dalla commissione Giustizia del Senato, c’è un articolo prevede che “soggetto diffamato o del soggetto leso nell’onore e nella reputazione” possa chiedere “ai siti internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali” ed “in caso di rifiuto o di omessa cancellazione dei dati” può chiedere “al giudice di ordinare ai siti internet e ai motori di ricerca la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne la diffusione“. In tal caso, i  responsabili dei siti internet rischiano anche una multa da 5 mila ai 100 mila euro.

Una norma molto ambigua, dato che ‘leso nell’onore e nella reputazione‘ è una categoria molto aleatoria, se non del tutto soggettiva, e visto che si parla anche di eliminazione di ‘dati personali’.

Dati che non è vietato pubblicare perchè pubblici o liberamente accessibili, evidentemente,  e che non possono essere pubblicati perchè ledono una reputazione che, altrettanto evidentemente, si basa sull’ignoranza (o la disattenzione) altrui di fatti deprecabili, oggettivi e pubblici.

Un po’ come obbligare tutti i condomini a tacere tassativamente, pena obbligo di rettifica, che il signor Tizio è ‘cornuto’, anche se la cosa è vera e decisamente pubblica, anzi ha già ‘coinvolto’ un paio di ex-felici nuclei familiari ed il via vai nel condominio inizia a dar fastidio. Nessuna diffamazione, semplice lesione dell’onore e della reputazione …

Lunedì 29 ottobre, il Senato italiano terminerà la discussione del disegno di legge in materia di diffamazione (DDL n. 3491) che, se approvato, potrebbe imporre a ogni sito web la rettifica o la cancellazione dei propri contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine o anche della propria privacy.

Questo blog riconosce il diritto alla tutela della reputazione di ognuno, l’approvazione di questa norma, tuttavia, obbligherebbe ad alterare i contenuti indipendentemente dalla loro veridicità.

L’elemento critico sta tutto nel concetto di “onore o reputazione lesi”, cosa diversa dalla diffamazione e che appare essere molto lontano dalla ‘common law’ che altrove dirime con semplicità torti e questioni.

Un arcaismo tutto latino, dato che, come riporta di Televideo RAI,  la ‘moderna’ e tecnolgica Francia, con una legge del 1881, mantiene l’idea della “diffamazione come l’affermazione o l’attribuzione di un fatto che lede l’onore o la considerazione della persona cui il fatto e’ attribuito“. Ed anche in Spagna, la diffamazione a mezzo stampa e’ inserita tra i “reati contro l’onore” e dove persino “l’art. 20 della Costituzione sulla liberta’ di espressione prevede dei limiti del rispetto dei diritti all’onore, l’intimita’, l’immagine“.

L’ “ancor piu’ severo sistema tedesco, che sanziona la diffamazione sia a norma dello ‘Strafgesetzbuch’ (codice penale), sia sulla base delle leggi sulla stampa dei Laender“, prevede, viceversa, che “se il fatto non e’ provato essere vero”, il responsabile è punito con la pena detentiva o pecuniari.
L’onore e la reputazione vanno in secondo piano dinanzi alla ‘verità’, in terra tedesca.

Nel sistema giuridico inglese, la disciplina applicabile alla diffamazione (la cosiddetta law of defamation) e’ una fattispecie che costituisce essenzialmente un illecito civile (tort), e produce un’azione di risarcimento” e non ci saremmo attesi altro da un popolo pragmatico come quello britannico.

Quando l’Italia la smetterà di andare a traino della Francia, sarà sempre troppo tardi.

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Vogliono imbavagliare Wikipedia. E non solo

25 Giu

Gentile lettrice, gentile lettore,

il comma 29 del disegno di legge in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali (rif.) – se approvato dal Parlamento Italiano – imporrebbe ad ogni sito web, a pena di pesanti sanzioni, di rettificare i propri contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine.

Attenzione, non basterebbe una smentita del blogger o la pubblicazione di un commento oppositivo. No, secondo il decreto l’autore dovrebbe modificare il testo, pena l’oscuramento, prima ancora che il presunto danneggiato possa aver vinto una eventuale quanto improbabile causa giudiziaria e comunque a prescindere che abbia dimostrato l’infondatezza delle fonti.
E, sia chiaro, non parliamo di testi contenenti offese o falsità: basta pubblicare una biografia non gradita o commentare causticamente un evento per ‘attentare alla reputazione’ della Casta.

Una norma che permetterà, con una banale Email, a qualunque politico o pubblico funzionario di cancellare dalla Rete qualunque notizia che a suo ‘soggettivo’ avviso possa ledere alla sua reputazione.

Praticamente come nel mondo virtuale di Facebook, dove è possibile cliccare ‘mi piace’ ma non c’è il tasto ‘non mi piace’.

Una legge che, se approvata, allarma addirittura Wikipedia, che ritiene che,  con l’approvazione di questa norma, “sarebbe obbligata ad alterare i contenuti delle proprie voci indipendentemente dalla loro veridicità, anche a dispetto delle fonti presenti e senza possibilità di ulteriori modifiche. Un simile obbligo costituirebbe una limitazione inaccettabile all’autonomia di Wikipedia, snaturandone i principi fondamentali.”

Wikipedia è la più grande opera collettiva della storia del genere umano, in continua crescita da undici anni grazie al contributo quotidiano di oltre 15 milioni di volontari sparsi in tutto il mondo. Le oltre 930 000 voci dell’edizione in lingua italiana ricevono 16 milioni di visite ogni giorno, ma questa norma potrebbe oscurarle per sempre.

L’Enciclopedia è patrimonio di tutti. La Rete è un patrimonio di tutti.

Non permettere che scompaia.

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