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Alba Dorata: rischi per l’Italia?

4 Nov

In Grecia sale la tensione, dopo l’attentato alla sede di Alba Dorata, con due morti e diversi feriti, che fa seguito ad attentati a giornalisti e uffici avvenuti nel 2013. Una tentata strage attuata proprio mentre la Grecia cercava di fare piazza pulita dei suoi neonazisti e con il solo scopo di gettare in paese nel caos e non per ‘vendetta’, visto che l’omicidio del rapper antifascista era scaturito da una lite da bar e non da un complotto.

In una sua lunga disanima, Harry van Versendaal – noto editorialista della versione inglese del quotidiano greco I Kathimerini – invita non solo la Destra neonazista, ma anche la Sinistra antagonista a “sviluppare una comprensione più inclusiva della violenza, condannandola in ogni sua forma: sia essa razziale, sessuale o politica“.

Un invito che andrebbe esteso anche all’Italia, dove i nostri media in questi anni ci hanno poco o punto informati sull’escalation anarco-insurrezionalista e della sinistra radicale, cui fanno da contraltare (come a Weimar) i neonazisti di Alba Dorata.

Intanto, in Italia non possiamo di certo dire che stiamo al sicuro da rischi simili, ma, nel nostro caso,  di neonazisti o neofascisti non è che se ne vedano tanti come in Grecia. Anzi, all’ennesimo anniversario mussoliniano c’erano forse 5.000 nostalgici.

E’ la minaccia anarco-insurrezionalista che rimane «estesa e multiforme», in grado di tradursi in una «gamma di interventi» che può comprendere anche «attentati spettacolari», questo il report dei servizi segreti nella Relazione annuale consegnata al Parlamento nel marzo 2013.
La sola nDrangheta, secondo il rapporto Eurispes 2008, avrebbe un giro d’affari di 44 miliardi di euro annui e potremmo stimare in almeno 150 miliardi annui il PIL (ndr. attivo o passivo?) derivante da attività crimine organizzato. Il disastro ambientale campano, le fabbrichette della moda o le rivolte degli immigrati schiavizzati comprovano una dimensione ‘messicana’ dei rapporti tra governance nazionale, sistema produttivo e cartelli locali.

La nostra governance – a differenza di quella spagnola – non è riuscita a far altro che congelare il debito interno e quello estero, mentre il Parlamento è in ostaggio di una legge elettorale indecente e di un’informazione pubblica che Freedom House nel suo report annuale considera ‘semilibera’, collocandoci alla stregua degli stati ex-satellite dell’URSS (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia eccetera) o delle traballanti repubbliche africane (Egitto, Tunisia, Benin, Namibia eccetera).

Indice di Competitività UE 2013

Aggiungiamo che un malgoverno durato 150 anni ha ormai creato e sigillato tre aree geografiche ben distinte: un Settentrione con una produttività paragonabile a quella tedesca, un Meridione ormai ridotto a vicereame ispanico (come il Messico, Columbia e quant’altri), un Centro che sopravvive – oggi come ieri – di speculazioni finanziarie e immobiliari in nome del ‘paesaggio italiano’ e della ‘bona fidae’.

PIL pro capite UE 2009
Tenuto conto dell’irriducibilità di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi nell’anteporre una visione personale all’interesse generale, oggi, come durante la Guerra Fredda, l’Italia sta andando a porsi al centro di una serie di ‘affari internazionali’, di cui un ‘assaggio’ sono state le montagne russe dello spread del 2011.

Dunque, se la Grecia prendesse fuoco, l’Italia potrebbe non esserne esente.

In assenza di un sufficiente numero di ‘fascisti’, per ora, la furia del ‘tanto peggio tanto meglio’ non avrebbe che prendersela con le istituzioni – che non sono nè i partiti nè gli speculatori – e con chi le difende, a danno di gran parte della popolazione, che è ‘moderata’, ‘conformista’, ‘populista’ …

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Cobas + NO Tav = quattro gatti? Forse si, forse no

21 Ott

La Repubblica riportava “circa 20 mila partecipanti alla manifestazione indetta dai Cobas e dai Sindacati di Base”, di venerdì 27 ottobre. Il giorno dopo – per il corteo di NoTav, NoMuos, Migranti, Movimenti per la Casa e Antagonisti in lotta contro l’Austerity e la Precarietà – “secondo gli organizzatori, sono 70mila i partecipanti alla manifestazione” (L’Unità).

la casa si prende Roma No Tav foto Tiscali

Foto di Tiscali

Lasciamo perdere se quello che chiedono sia o non sia legittimo in un paese democratico, come anche se si condividono o meno le idee o le opinioni. Sono molti o sono pochi?
La risposta è nei numeri.

Secondo i Cobas, oltre ai 20.000 manifestanti di Roma, si sono contati “molte centinaia di migliaia di scioperanti, nella scuola, sanità, pubblico impiego, Telecom, trasporti urbani, principali fabbriche a partire dal gruppo Fiat, trasporto aereo e controllori di volo”. Il personale della scuola conta almeno un milione di dipendenti, come anche il settore sanitario, ed in totale i dipendenti pubblici in Italia superano i 3 milioni di unità. Poi, c’è un altro milione e mezzo di addetti del settore industriale e tot altre centinaia di migliaia di addetti dei settori minori.
Alla fine dei conti della serva, viene fuori che parliamo di almeno 4 milioni di lavoratori e che – se anche gli scioperanti fossero stati 4-6 centinaia di migliaia – staremmo parlando forse del 10-15% del totale, forse qualcosa in meno. Comunque una piccola minoranza, non il 30-40%.

Uno su dieci o poco più, come il 6% di elettori votanti ed il 4% degli astenuti alle elezioni, su una base del 100% degli elettori: praticamente tanti quanti la Sinistra ‘radicale’ ha sempre potuto contare in Italia negli ultimi 30 anni. Paradossalmente, oltre alla proporzione pressochè costante nel tempo, sono i pronipoti di quel sindacalismo rivoluzionario e di quell’azione diretta che furono padre e madre del Fascismo delle origini ed i discendenti di quel Giacobinismo libertario che confluì nel Terrore totalitario di Robespierre.

Una componente statica delle nazioni figlie della Rivoluzione Francese (Francia, Italia, Messico, eccetera), che non impara dai propri errori? Forse si, forse no?
Certamente, i movimenti attuali sembrano rappresentare più una reazione al cambiamento, che una spinta alla pacificazione e al rinnovamento contro il declino ed il degrado.

Ritornando al corteo di sabato, tenuto conto che di adesioni da parte di organizzazioni e comitati ve ne erano in abbondanza, specie tra i ‘movimenti’ capitolini, 70.000 sembrano davvero pochi.
Specialmente se in Italia i migranti sono circa 5 milioni, i disoccupati quasi 6 milioni, i giovani senza lavoro oltre 900.000, le donne non occupate almeno al 50%.
O se, la sera prima, allo Stadio Olimpico ve ne erano quasi altrettante a tifare per una squadra di calcio, una volta tanto senza tafferugli.

Riflessioni romane, che circolano da anni nel borbottio del popolino e che da due o tre anni stanno prendendo una forma concreta: quale è il costo – per Roma e i romani – su un PIL che alla fine dell’anno dovrà pur tener conto di questa ‘due giorni’  di blocco e rallentamenti, sia per gli scioperanti, sia per le manifestazioni ed i voli, sia per quanti non sono andati a lavoro perchè ‘de facto’ impediti (traffico, trasporti, figli piccoli), sia per gli ‘accampamenti’ nel bel mezzo di una città che vive anche di turismo.

Foto da Libero

E, messo che il PIL della Provincia di Roma sia nell’ordine dei 300 milioni di euro per giornata lavorativa, possiamo ipotizzare che – se le manifestazioni si fossero svolte al Circo Massimo e solo lì – oggi avremmo qualche milionata di euro in movimento in più nella nostra Capitale e nelle vessate casse dello Stato?

Quanti blocchi semigeneralizzati possa permettersi Roma, mentre cerca di risollevarsi dal declino generale e dalla sua già asfittica mobilità, è una questione che riguarda tutti.
Come è di tutti la spesa pubblica extra necessaria a proteggere diversi edifici pubblici della Capitale e pagare straordinari alle forze dell’ordine, oltre che i soldi che i contribuenti romani, per tramite del Comune, si troveranno in conto spese per pagare i danni (fortunatamente limitati) ad inermi cassonetti, ignare palettature dei marciapiedi e innocue pavimentazioni stradali.

Allo stesso modo, sono di tutti le sacrosante istanze di riconoscimento dei diritti civili dei migranti, come lo sono quelle di tanti giovani e ormai ex giovani laureati ancora ridotti alla precarietà e quelle delle giovani coppie con figli che non sanno come tirare avanti, tra disoccupazione e affitti da pagare.

Questioni, però, che andrebbero meglio poste, se ai migranti serve innanzitutto una legge elettorale ed ai senza casa necessitano meno assistenzialismo (la botte è vuota …) e più poltiche locali del lavoro.
Come se ai laureati e ai giovani servisse da decenni un  mercato del lavoro ed un sistema delle carriere che non può di certo arrivare dal MIUR o dall’INPS o dalle ASL o dall’INA, che sono imperniati su concezioni strutturali di fascista memoria.

Come se sia proponibile a chi manifesta perchè non ha lavoro, casa e futuro di associarsi a chi chiede un aumento della spesa pubblica, scioperando perchè si aumenti il magro stipendio dei docenti, a parità di servizio, di ben 300 euro netti (circa 450 euro lordi) pro capite, come chiedono i Cobas, che – essendo i docenti circa 800.000) – fanno oltre 350 milioni di spesa pubblica extra all’anno con la situazione finanziaria che c’è e la Merkel che, rieletta, ricomincia ad incalzare.

O come se ieri, a Roma, non avessero manifestato insieme, sotto il MInistero delle Infrastrutture, sia quelli che – No Tav, No Muos, No gasodotto /inceneritore/discarica/eccetera – non vogliono certe infrastrutture nel proprio territorio sia gli altri che protestavano per la disoccupazione e la precarietà derivante dai tagli fatti ai già pochi interventi infrastrutturali previsti …

Poche noci nel sacco fan tanto rumore e l’arcobaleno è di mille colori non sempre l’un l’altro complementari, ma i nodi al pettine – sia da un lato che dall’altro – restano, specie se l’Italia è non va nè di quà nè di là e la Capitale bloccata con gli Svevi alle porte.

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Italian financial plan? Fix it again …

6 Dic

It is amazing how Italian press does not get up a complaint or a negative thought about the financial plan that Monti & co. want to impose to Italians, today, and the French, tomorrow who knows, standing the “feeling” showed for “Mario”.
All happens while on television, typically consociational, we listen, conversely, negative comments – sometimes caustic – by experts and politicians.

A financial plan that is an hypotesis, maybe a promise, maybe an illusion.

Helps for little companies are very low, given by tax cuts, that work only if people goes  shopping and if production rises up.
Obviously, we cannot expect any good if actual recession will be aggravated by measures that severely affect pensions, as it is really difficult mind to a more cooperative workers.
Talking on companies, Monti was clear: those can survive only espanding their markets abroad … where, of course, German, Indian and Chinese companies are waiting for us …

About the Caste – this is the name used by italians for politicians, judges, syndacates, medicians and journalists – nothing happens and nothing is promised. At this rate, the cost of politics, at least as an annual budget of 2012 remain an hypotheses and discontent could turn into anger.
Reorganization of municipalities and provinces sounds as a step back from the “general will” to quash the provinces and to melt small municipalities.
And always on Caste, nothing is in sight regarding Unions and “justice system”, which is equivalent to stay tethered in lengthy procedures and dealings.

Infrastructure and public administration are also at stake, despite vague promises, and this means that waste and decline will continue. Not only that, because a good part of the implementing rules of the Monti’s financial plan will have to overcome obstacles and drains in the State-Regions Conference.
The South is as well not exist, five billions od euros are a beggar banquet, not even mention Naples (and Rome) about landfill issue, incentives and infrastructure to even talk about it. And the fight against Mafia requires large investments … at moment not avaiable.
About public sector, it suffices to note that the rules on pensions will have no other effect than increasing the average age of personell.

And now, we arrive at retired slaughter. Monti’s “promise” is to get cash for about 6 billion per year over a decade. A very tiny amount compared to social uncertainty that produces. A sum also quite random.
To be precise, billions are just 3-4 at net of tax and, for other factors, actual Monti’s prevision could be just a handful of truly pennies.
In fact, since we’re talking about over 50 y.o. people that, not rarely, suffer from some chronic disease and we cannot number how increasing costs will we will have for for times off from work and increased health care costs, given that diseases will only worsen.
Obviously, these “senior” workers will always be slower and less flexible, not “upgradable” and not in career.
Financial plan on retired workers will backfire, especially because contributions will have to be concerted with Unions and we had, thirty years ago, an inflation “two digits” …

Finally, nobody talks about a new electoral law, without which this government has a blank check to cash. A problem of effective democracy, which is combined with the use of a Government Bill, which cut off parliament, and the many and serious conflicts of interest faced by this government. Serious and very serious, such as the President of newspaper publishers who is also Deputy Minister to publishing.

Don be stupified if you read in newspapers a fewer part  of what Italians know by television from comments of technicians and politicians. As we cannot forget that this government has no experience about government, democracy and social governance.

If something does not go your way, under the hypotheses of professors, the Italians run the risk to pay a part of the Euro Default of Germans and Frenchs, as has already happened for Greece and Unicredit Bank on which it is was poured a part of the Polish flop.

read also Monti’s financial plan: a risky idea …

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Il crollo

9 Nov

Ormai è fatta: Berlusconi è sfiduciato, mentre BTP e Borsa crollano.
Fatta? No, è solo l’inizio che arriva dopo una fine.

Si conclude l’esperienza repubblicana italiana per quello che è stata dal Dopoguerra ad oggi: un’Italia che ha sempre rinnovato il “vecchio” e mai innovato per il “nuovo”.
Un paese che non ha ancora superato le Guarentigie e la Questione Meridionale, nè mai ha rinuciato all’architettura mussoliniana dello Stato, delle Regioni, dei Sindacati, degli Enti.

Una nazione che mai ha superato il duopolio democristiano e comunista, rinominandolo “bipolarismo”, nè ha mai rinunciato alla propria elefantiaca pubblica amministrazione.

Un mondo a parte, dove le sentenze son sempre tardive e dove non ci sono premi od incentivi, ma solo sussidi. Tanto altro ancora se ne potrebbe dire, in fatto di vetustità e furbizia; basti sapere che è così che ci vedono nel mondo e che, per questi misfatti, Berlusconi ha poco a che vedere.

Una delle domande che, da oggi, possiamo, finalmente e doverosamente, porci è se questa situazione poteva essere prevista.

Possiamo iniziare a chiederci non solo se Berlusconi, Tremonti e Bossi (nel 2009), ma anche Prodi, Padoa Schioppa e Visco (nel 2007) avrebbero potuto prevedere questa situazione.
La risposta, terribile, è che avrebbero potuto farlo e che enormi sono le responsabilità di chi ha guidato l’Italia negli ultimi cinque anni.

Infatti, già nel 2006 sapevamo che quest’anno sarebbero andati in scadenza buoni per un valore assai prossimo alla metà del nostro PIL , già sapevamo che i subPrime traballavano, che la Crisi era iniziata e che la Cina era ormai dominante su tutti i mercati.

Cosa fece il Governo Prodi? Incrementò la stretta fiscale, contrasse nuovi debiti, si impegnò in maggiori spese, come se il futuro fosse, non dico roseo, ma almeno alla pari del passato.
E cosa ha fatto il Governo Berlusconi? Ha incrementato la stretta fiscale, ha contratto nuovi debiti, impegnandosi in maggiori spese, negando addirittura che la crisi esistesse e confidando nella tecnocrazia all’amatriciana e nel federalismo in salsa padana.

I primi promisero un tesoretto che era pura follia ed aumentarono le spese della PA (che era pura follia), i secondi ancor di più: il Paese del Bengodi, più lavoro, meno tasse, più sicurezza, più tutto … sappiamo come è andata.

Un problema non tanto di latrocinio, quanto di approccio ideologico: nel primo caso “perchè anche i ricchi devono piangere”, nel secondo “perchè la colpa è tutta dei romani e dei meridionali”. Non è un caso che proprio Lega e Partito Democratico siano i due partiti meno disponibili (oltre ai Berluscones ovviamente) a sostenere un governo di unità nazionale, che intervenga con la rapidità che il mondo ci chiede.

Due partiti, Lega e Partito Democratico, che adesso vorrebbero sopperire alla mancanza di idee il dar la colpa “alle banche” od “all’Europa”, come se gli sprechi ed il conseguente deficit avessero cause esterne all’Italia.

L’Italia è un paese ricco e gli italiani sono famosi anche per la loro operosità: se oggi siamo al crollo, nessuno tra chi ha governato negli ultimi 5-10 anni può dirsi esente, ma, soprattutto, dovrebbero essere proprio i tre partiti egemoni (PdL, Lega e PD) a rinnovare le proprie dirigenze con immediatezza.

Questo sarebbe il segnale che dovremmo dare, prima ancora che votare un Patto di Stabilità, “licenziare” Berlusconi, mettere in campo un governo di unità nazionale od andare alle elezioni anticipate.
Senza tutto questo le nostre promesse valgono quanto valgono: meno di un soldo bucato secondo i mercati.

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La manovra aggiuntiva e le bugie dei giornali

9 Nov

I giornali di stamane esordiscono tutti (o quasi) annunciando che l’Unione Europea chiede “misure aggiuntive”, pubblicando sia la lettera del Commissario Olli Rehn (link) sia il questionario allegato (link).

A ben leggere, nella lettera troviamo una “richiesta di ulteriori chiarimenti”, in particolare riguardo “un piano di azione concreta”, fissando il termine della richiesta per il prossimo 11 novembre. Nulla di più.

Inoltre, il questionario allegato non chiede altro che indicare, per ciascun provvedimento “promesso” dall’Italia, se sia già stato varato e se ci sono stati progressi e/o quali saranno i tempi necessari, se è un nuovo provvedimento e quale sarà il piano d’azione concreto. A seguire, una lista delle tante riforme e dei molti interventi che sottintendono alle lettera d’intenti e che, comunque, sono stati ventilati dal Governo nel corso di questi ultimi tre mesi.

L’unico accenno a “nuove misure” è in relazione  alla Legge di Stabilità ed agli emendamenti che il Parlamento italiano stesso introdurrà nel corso dell’approvazione.

Andando a leggere i quesiti, infine, si può notare come essi siano rivolti al governo italiano, certamente, ma le problematiche che chiedono di dettagliare sono dell’Italia e non solo questo governo o parlamento, ma anche altri a venire, dovranno porre rimedio ad un disastro accumulatosi nell’arco di questo ventennio.

Si va dalle aziende di Stato al sistema previdenziale, dal rilancio dell’istruzione alla semplificazione dei contratti di lavoro, dall’efficienza della Giustizia alla mobilità per il Pubblico Impiego, dalle politiche aereoportuali al pareggio di bilancio, dalla riduzione del numero dei membri del Parlamento al miglioramento dell’intero iter decisionale, dalle class action contro la PA alle misure concrete per promuovere l’occupazione dei giovani e l’occupazione femminile.

Non sono misure aggiuntive: sono le riforme che ci avevano promesso nel 1996, quando nacque la Seconda Repubblica, e che sono ancora da farsi. Riforme che non si risolvono con “più innovazione tecnologica” o “più equità sociale”, ma che richiedono grandi cambiamenti, tagli incisivi, premialità assicurate, snellimento generalizzato, rilancio ed investimenti. E la “sfida”, ricordiamolo ancora, non è per questo governo, ma per quello che verrà.

Di cosa parlino gli “esperti” nei talk show è davvero tutto da capire …

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Bossi lascia Silvio: gatta ci cova

8 Nov

Piove, anzi diluvia, e la colpa è, come dovuto, del “governo ladro”. Su questo non c’è dubbio alcuno, anche se, come ci hanno dimostrato gli ultimi eventi, l’opposizione di centrosinistra ha le sue non infime responsabilità.

Quello che, però, non è chiaro, mentre Bossi si aggrappa all’attuale maggioranza “nel nome di Angelino Alfano”, è se le responsabilità di questo disastro siano da ascrivere al PdL od alla Lega od a tutti e due.

Certamente va attribuito a Berlusconi ed ai Berluscones, tra cui Alfano, il tempo sprecato per approvare leggi ad personam, non di rado incostituzionali, ma, per la restante parte del disastro, gli attori “protagonisti” sono Tremonti, Bossi e Calderoli.

Il primo, il ministro dell’economie e delle finanze, ha tartassato il paese di tasse, imponendo tagli lineari ai servizi pubblici e bloccando i fondi degli Enti Locali: economie troppe, finanza zero, potere assoluto.

Nessuna progettualità “in avanti” da parte di Giulio Tremonti, ma non solo per colpe sue: la “propositività”, in materia di finanza e riforme, doveva consistere nel mirabolante “federalismo fiscale” di Umberto Bossi e del fido Calderoli, floppato come ben sappiamo per l’inattendibilità di conti e scenari, oltre che potenzialmente dannoso al paese ed agli italiani.

Dunque, se non è proponibile un governo di unità nazionale guidato da Berlusconi (od Alfano), non può esserlo neanche uno con la Lega: sarebbe un ribaltone.

Ecco perchè Umberto Bossi, dopo aver tuonato, per mesi ed anni, sulla “amicizia con Silvio” e la “imprescinbilità dalla Lega”, si ritrova oggi a tentare il salvataggio in extremis di un governo che non c’è, piuttosto che annunciare il sostegno esterno al governo di unità nazionale.

Perchè Bossi imbocca questa strada senza uscite?

Perchè non ha alternative, ma soprattutto perchè la Lega non può altro che puntare sulle elezioni anticipate, nella speranza di avvantaggiarsi nei consensi puntando sul malcontento e sull’instabilità.

Elezioni anticipate e, forse inutili o perniciose, visto che, con questa legge elettorale, potrebbero finire con una maggioranza senza programma, mentre i mercati ed il mondo ci chiedono stabilità.

Un partito responsabile e, soprattutto, “italiano” farebbe altrimenti.

Non è solo Berlusconi che deve farsi da parte, ma anche chi, come Bossi (o Tremonti, Brunetta, Gelmini, ecc.) ha messo il proprio sugello su queste brutte ed indimenticabili pagine di Storia italiana.

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The Italian Countdown

7 Nov

Un conto alla rovescia spasmodico, quello che sta travagliando l’Italia, questa la principale causa delle speculazioni e delle turbolenze che stanno colpendo le Borse.

Un conto che si è protratto e si protrae a causa del fatto che non c’è una maggioranza alternativa al PdL, visto che Partito Democratico e Italia dei Valori non intendevano (e forse non intendono) allearsi con Fini e Casini.

Un countdown, iniziato quasi 20 anni fa, che avrebbe dovuto fermarsi da un anno almeno, quando Fini e FLi uscirono dalla maggioranza, proprio a causa dell’assenza di misure coerenti ed efficaci contro la Crisi da parte di Tremonti, Berlusconi e Bossi.

Un rovescio, come fosse una disfatta, che continuerà anche oltre la caduta di Berlusconi, se il Partito Democratico non abbandonerà i “compagni di lotta” e non cercherà “i colleghi di governo”, con l’intenzione, per l’appunto, di governare.

Infatti, non sembra che la Sinistra (italiana ed europea) abbia capito quali siano le cause dell’instabilità dell’Euro e dell’inaffidabilità italiana.

L’Euro non può più continuare ad esistere come mera “valuta di mercato”, deve necessariamente iniziare ad avere una propria “riserva” (lingotti o fondi fa lo stesso), che lo tenga al riparo da speculazioni e che permetta di avere maggior forza e peso nelle dinamiche tra yuan e dollaro.
Tra i motivi che intervengono a determinare questa contingenza, c’è il rapporto tra debito, PIL e deficit dei singoli stati, che per l’Italia è strabordante rispetto a 10 anni fa e che è cosa molto diversa dall’indebitamento delle famiglie o dell’intero paese, visto che parliamo di valuta.

Venendo all’Italia, ricordiamo tutti che è tra i paesi che maggiormente hanno superato il “livello di guardia” e, soprattutto, è quello che da anni presenta conti e scenari diversi che puntualmente non vengono confermati nei rendiconti e nelle previsioni dell’anno successivo.

Dunque, se c’è sfiducia, le responsabilità non sono del solo Silvio Berlusconi, anche se enormi, ma di un intero apparato pubblico di monitoraggio e governance di cui il MEF è il terminale.

I motivi per cui si sia andati “oltre il limite” sono anch’essi evidenti, almeno agli occhi degli stranieri:

  • l’incapacità di valorizzare l’agricoltura, rendendola competitiva e produttiva, mentre oggi, tra un sussidio ed uno sgravio, rappresenta meno del 4% del PIL italiano e non riusciamo nè a consolidare i marchi esistenti nè a lanciarne di nuovi;
  • una frammentazione ed una cristallizzazione delle imprese, spesos cooperative od a conduzione familiare, che ostacola l’abbattimento dei costi al consumo e la crescita dei marchi;
  • l’assenza di strumenti contrattuali atti a ridurre la rigidità del mercato del lavoro, specie in termini di occupazione, visto che dopo 30 anni siamo ancora come negli Anni ’70, con gli “occupati”, i “cassaintegrati”, i “disoccupati”, i “giovani in cerca di primo lavoro”, le “donne”;
  • l’inadeguatezza del “sistema giustizia”, che, grazie alla propria lentezza, è riuscito a mandare in prescrizione le colpe di quasi due generazioni politiche italiane;
  • la corruzione (intesa come degrado) delle norme diffusa e generalizzata – e come mai potrebbe non essere se abbiamo quasi 50.000 leggi – mentre la comunicazione pubblica è semplificata a par conditio, talk show e “30 secondi per”;
  • un sistema previdenziale che avvantaggia, disastrosamente e smaccatamente, le generazioni nate prima degli Anni ’50 e che non consente alcuna flessibilità
  • la superfetazione di enti pubblici, spesso consistenti in un ben foraggiato CdA, qualche ufficio di lusso in affitto e pochi soldi “veri” da spendere;
  • l’onnipresenza nelle imprese del MEF, come proprietario, come gestore, come azionista, come controllore, come esattore, eccetera.

Questi sono i nodi da sciogliere, noi italiani abbiamo più di un problema da risolvere al di là della caduta di Silvio Berlusconi e non è dai banchi del PdL che dovranno arrivare i voti necessari a fermare il countdown italiano.

Le prospettive? Difficile a dirsi.

E’ possibile che il Partito Democratico si ritrovi a non voler scegliere se essere leale verso “i compagni di lotta” o verso “i colleghi di governo” , pur di salvaguardare il proprio patrimonio immobiliare, l’appoggio della CGIL, la propria presenza nei CdA ed il consenso di tanti pensionati.

E’ altrettanto probabile, però, che il PD, in queste condizioni, non potrà altro che danneggiare se stesso e l’Italia, specialmente se tenterà, come sembra, di giocare la carta delle elezioni anticipate, magari vincendole senza un programma di riforme e sotto ricatto degli alleati.

L’unica cosa certa è che un altro anno di countdown non possiamo permettercelo e che sono ormai superati i tempi del governo tecnico e del “voto subito”.

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