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Stalin, Hitler, #vinciamonoi: ecco Grillo e le sue 5S. Appello al voto

18 Mag

Non voto spesso e ritengo che ogni sistema diverso dall’uninominale secco sia deformante e cooptante: a mio modesto avviso, ogni altro sistema elettorale somiglia troppo ad una struttura multilevel alla quale  – festosamente o furiosamente – aderisce chi considera la politica per le ‘parole’ e non per i ‘numeri’, con il presupposto che le parole possano dimostrarsi chiacchiere e fantasie, mentre i numeri corrispondano, viceversa, a fatti e guai reali.

In realtà, siamo convogliati in un sistema ultrasemplificato di bipolarismo, affinchè la maggioranza non sia eterna (vedi Democrazia Cristiana in Italia) ed affinchè l’opposizione sia abbastanza folta e compatta da condizionare il governo ed avvicendarlo.

In parole povere, in condizioni normali ed in qualuque nazione, i veri elettori non sono quel 30% dei votanti ‘fedele alla linea’ – questi determinano SOLO le gerarchie interne dei big di partito – non almeno quanto quel 10% che di volta in volta ‘si sposta’ e quell’altro 20% che mediamente non vota, ma talvolta lo fa. Un altro 10% circa è costituito da astensionisti duri e puri.

In tempi di crisi – è importante saperlo – vanno a cambiare due parametri: una parte degli elettori ‘fedeli alla linea’ si astiene e in minor numero migra verso un altra coalizione od un movimento di protesta, mentre il fronte dell’astensione si incrementa a dismisura.
Il risultato che ne viene dalle urne è paradossale: da un lato le coalizioni dei partiti ‘storici’ subiscono una flessione naturale proporzionale al numero dei ‘fedeli alla linea’ astenuti, dall’altro lato emerge un movimento politico di protesta che – apparentemente – ha la forza per ribaltare il tavolo, ma – in realtà – corrisponde a meno di un sesto dell’elettorato, ovvero  è fortemente minoritario.

E’ un fenomeno che noi italiani dovremmo conoscere bene, vista la nostra storia parlamentare che ha sempre accolto una tale percentuale, tra formazioni estreme di destra e sinistra, Lega e Italia dei Valori, fino alle 5S di oggi.

Piuttosto, sempre la ‘politica dei numeri e dei fatti’ ci racconta che perchè avvenga un effettivo cambiamento deve emergere un movimento politico che attragga tecnici, quadri, bassa dirigenza, media imprenditoria, professionisti, ovvero chi già si occupa di far funzionare le cose, è in grado di valutare cause ed effetti, può articolare proposte con senso ed esperienza.

Dicevo del voto, di quanto sia prezioso e di come possa essere sprecato, perchè stamattina mi son svegliato e … ho trovato l’invasor.

ehila beppe

“Bisogna ringraziarlo Stalin. La guerra contro i nazisti l’ha vinta lui.  Schulz (ndr. il candidato premier socialdemocratico per l’Europa), vedi di andare affanculo…”. “Dicono che io sono Hitler. Ma io non sono Hitler…sono oltre Hitler!” “Se non ci fosse il M5s adesso ci sarebbero i nazisti. Il nostro populismo è la più alta espressione della politica” “La Digos è tutta con noi, la Dia è tutta con noi, i carabinieri pure.”  “Siamo scesi in piazza per vincere e vinceremo queste europee con il 100 per cento”.

Riepilogando, secondo lo stesso comico genovese:

  1. Josip Stalin fu un benerito della Storia,
  2. Beppe Grillo è un ultra-Hitler,
  3. le persone che aderiscono alle 5S sarebbero divenute naziste senza il movimento da lui fondato,
  4. la polizia politica e l’antimafia più i carabinieri sono fidelizzati da un movimento politico.

Stamattina mi son svegliato e (bella Ciao) … ho trovato l’invasor, cos’altro dire?
Poi, però, mi sono ricordato dell’ultima frase di Beppe, un grande comico davvero: “Vinceremo queste europee con il 100 per cento” …

Le 5S non sono in coalizione con altri partiti europei e, grazie a questo, otterranno un minore numero di eletti, in proporzione, rispetto ai partiti che si sono coordinati …
Se c’era un sistema per NON vincere è proprio questo.

E dai media arrivano conferme che fosse uno scherzo anche l’adesione alle 5S delle forze dell’ordine, perchè “le forze dell’ordine non stanno dalla parte di nessun partito o movimento, ma dalla parte delle Istituzioni e della legalità” (Coisp) e perchè “le forze dell’ordine difendono tutti i cittadini a prescindere dal loro orientamento politico e sono il baluardo su cui si fonda la sicurezza della nostra Nazione” (Copasir).

Un gran burlone, quel diavolo di Beppe, che non di rado eccede.
Peccato che – finito lo show – ci sia chi lo prenda per serio anche quando scherza.

 

P.S. Dimenticavo … se c’è chi rievoca Stalin e le SS … ANDATE A VOTARE !!!

leggi anche I sette punti per l’Europa dei Cinque Stelle: oltre il nulla, solo protesta?

leggi anche Cinque Stelle va in Europa: tutti i candidati. Sono credibili?

 

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Cinque Stelle va in Europa: tutti i candidati. Sono credibili?

16 Mag

Giorni fa si concludevano le votazioni on line per individuare i candidati del Movimento 5 Stelle alle elezioni Europee. Al secondo turno avevano votato in 33.300, esprimendo 91.245 preferenze.

Trentamila o poco più, questa la base dei ‘grillini attivi’. Nulla di più, tutto qui.
Molto meno dei fedelissimi dei partiti ‘tradizionali’: ecco svelato uno dei bluff di questa campagna elettorale urlata e strillata senza argomenti sensati che attraggano per davvero gli elettori al di là dell’essere fedeli o infedeli al richiamo della Politica.
Poche noci nel sacco fan tanto rumore, sarà il numero degli astenuti e dei voti dispersi a dirci quanto poche fossero.

Le informazioni fornite dai candidati sul portale di Beppe Grillo (Dati Candidati Cinque Stelle) ci raccontano un’età media di 37,2 anni, pochissimi candidati che arrivano dalle grandi aree urbanizzate del Paese e tanti dalla provincia, un numero rilevante di candidati che sono cresciuti professionalmente nei settori del marketing e della finanza, come della progettazione europea, un tot di italiani che il suolo patrio l’hanno lasciato già da anni, tante partite iva, più il solito codicillo di insegnanti e sanitari.

Candidati scelti da circa 33.000 persone, ampiamente filtrate ‘per proteggersi dai troll’, e, a leggere quel che raccontano di se stessi, c’è da rimanere davvero stupiti, se si tiene conto di cosa Beppe Grillo urla contro la ‘politica tradizionale’.

Beppe Grillo, all’entrata della sede di una nota banca giorni fa: “Questa è la mafia del Capitalismo”.

Eppure in lista ci sono Bianca Maria Zama e Mara Ziantoni – ambedue di Albano Laziale, ma questi sono i rischi del televoto – che lavorano proprio per il ‘nemico grillino ante litteram’, le banche e le agenzie di rating, con mansioni di auditor finanziario e di responsabile territoriale. Anche Matteo Della Negra da Grosseto è in banca specializzato in mercati finanziari internazionali e prodotti derivati, mentre Tiziana Beghin da Castelnuovo Bormida si occupa di Mind Business e consulenza alle aziende per lo sviluppo del business attraverso il miglioramento delle persone ed il miglioramento dei loro soft skills.
O anche Roberta Cecchin da Parma, Responsabile Customer Satisfaction di un Gruppo Bancario Internazionale o Cristiano Zanella da Trento, esperto in Administration & Finance Direction. Oppure di Fabio Bottiglieri da Civitanova Marche, già nel consiglio d’amministrazione  ICM Forex Spa di Milano e Amministratore Unico IFS spa di Civitanova Marche, più volte vincitore del premio Assoconsulenza “Le tre frecce d’argento della finanza”. E Marco Savari, un giovane toscano che vive a Madrid, responsable dei mercati del Nordafrica e del Medio Oriente per una multinazionale.
Fino a Marco Zanni da Lovere, che arriva dal dipartimento di Investment Banking di Banca IMI, dove si è occupato di credito, della ristrutturazione del debito, di fusioni e acquisizioni e infine di strutturazione di emissioni obbligazionarie (bond) per aziende italiane …

Amici del giaguaro direbbe Beppe Grillo?

“Oggi voterò per le candidature . Mi aspetto di non trovare assistenti parlamentari. Candidare assistenti sarebbe come candidare ” (deputato Cinque Stelle Walter Rizzetto)

Eppure, in lista c’è Pasquale Casmirro da Campobasso, che ha operato in una società del settore creditizio ed è impiegato presso il Caf Cisl Lazio, ente di un sindacato confederale. Ci sono dei ‘professionisti della politica’ come Simona Suriano da San Giovanni la Punta, che indica  il Gruppo Parlamentare M5S Assemblea Regionale Siciliana (ARS) per datore di lavoro, come Ignazio Corrao da Alcamo, che lavora nell’ufficio legislativo dei M5S siciliani, e come, Stefano Girard da Bussoleno, che partecipa attivamente nel Movimento No TAV fin dal 2005, che vuole spazzare via questa classe politica, ma lavora come Collaboratore Parlamentare (portaborse?) del M5S presso il Senato della Repubblica. Lo stesso per Giorgio Burlini da Padova, che però si definisce un libero professionista, come anche Fabio Massimo Castaldo di Roma, che si dichiara libero professionista con esperienze lavorative dall’aprile 2013 come Collaboratore legislativo della Portavoce al Senato Paola Taverna.
C’è Francesca Nicchia che è economista presso l’Area/ex-Segreteria al Bilancio della Giunta Regionale del Veneto nella certificazione della legittimità della spesa per progetti cofinanziati dalla Commissione Europea tramite il Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale. Per arrivare a
Bruno Giulio Andrea Misculin,  uno degli organizzatori del VDAY1 e del V2-DAY a Milano, assistant-organizer del Movimento e “in preparazione di un “corso” sugli handicap (situazione, diritti, per che cosa lottare…) per i consiglieri M5S” …

Ma la cooptazione e la politica come ‘professione’ non erano i massimi difetti della Casta che proprio gli elettori dei Cinque Stelle vorrebbero abbattere?

“Gianni Letta fa il nipote di professione”. (Beppe Grillo)

Nelle liste a Cinque Stelle, aprendo la questione politica e professioni, scopriamo che c’è Isabella Adinolfi da Salerno che si candida come “Grillina itinerante per motivi lavorativi e personali: dopo un’esperienza a Lisbona ho deciso di partire per Bruxelles per intraprendere un’avventura imprenditoriale” . E’ già sul posto, insomma.
E c’è anche Nives Gargagliano da Mestre, una signora ex Consulente presso la società Arthur Andersen MBA S.r.L area business consulting, che per spiegare la sua lunga inattività lavorativa, ci rivela che “dopo il 2004 ho avuto due gravidanze ravvicinate che mi hanno portato a congelare temporaneamente le attività lavorative”. Oggi siamo nel 2014, cara signora da allora son passati dieci anni.
O Alice Tranchellini da Milano che dal 1999 lavora su progetti di web banking di importanti gruppi finanziari, fino a dirigere la divisione marketing di importanti gruppi finanziari (ndr. altri ‘nemici del popolo’ per i grillini), ma tiene a precisare che ha “organizzato il 1 world café sui temi delle pari opportunità” e ha “partecipato attivamente alle diverse iniziative degli attivisti della mia zona tra cui la denuncia di una discarica abusiva”. Che fortuna …
E sempre parlando di politica intesa come professione, troviamo Maria Saija libera professionista da Messina che, dopo aver operato per anni nel settore turistico, decide di “non voler continuare a seguire la seconda parte della borsa di studio transatlantica Atlantis di cui ero vincitrice. La richiesta di candidatura a Sindaco di Messina da parte del mio gruppo storico grillino è stata determinante in questa decisione.”

La politica come una libera professione? E’ questo che si intende come movimento politico?

L’euro è il dito, ma la Ue è la luna, la sua parte nascosta, di cui si sa poco o nulla”. (Beppe Grillo)

Eppure tra i pochi personaggi con un solido curriculum internazionale troviamo Cristiano Ripoli da Firenze, esperto in riciclaggio di denaro in Europa e di Cooperazione Giudiziaria Europea. O come Melania Pomante, che vive dal 2005 a Stockholm, esperta in materia doganale e logistica e Fabio Desilvestri da Castel Rocchero, Scientific / Technical Support Officer – Project Leader presso l’Unione Europea. C’è anche Francesco Accademo da Foggia che lavora come consulente informatico presso la Commissione Europea (DG SANCO) o Marika Cassimatis da Genova, che fino a ieri operava sul Progetto transfrontaliero franco-italiano Europeo EUROP, 2012-2013 ed era referente di un progetto del Programma Operativo obiettivo “Competitività regionale e occupazione” Fondo Sociale Europeo 2007/2013.<

Qualificati certamente, ma ben inseriti proprio in quell’Europa che il Movimento Cinque Stelle combatte.

Era partita male, lo scriveva l’Huffington Post: “Davide Bono, uomo di punta di Beppe Grillo in Piemonte, dà letteralmente i numeri: Non ho mai avuto il piacere di vedere attivi sul territorio 237 delle 262 persone che si sono candidate”. “Circa 4000 “attivisti certificati” ambiscono a un posto in lista con il Movimento 5 stelle in vista delle prossime europee. “Sono più i candidati che gli attivisti che vediamo sul territorio”, ironizza un parlamentare.”

Altri numeri che dimostrano che poche noci fan tanto rumore.
Riepilogando: solo 33.300 internauti per un evento come le ‘primarie’, secondo Beppe Grillo, e meno di 4.000 attivisti, secondo Davide Bono. Il resto è tutta bolla mediatica.

Lo dimostra il fatto che troviamo in lista tanti, forse troppi, candidati che arrivano dal marketing, un tot di leader emersi da un qualche comitato  e più di qualcuno che – esclusi studi più o  meno brillanti – di curriculum proprio non ne ha oppure che – superati i 45 anni – avrebbe dovuto aver già conseguito qualcosa di importante per meritarsi  di andare a rappresentare gli italiani in Europa.
Se la base fosse stata effettivamente estesa oltre la protesta, avremmo trovato ben altri personaggi in lizza, quantomeno più strutturati politicamente e con un minimo di pedigree.

E, se ieri s’era acclarato che il programma per l’Europa dei Cinque Stelle (link I sette punti per l’Europa dei Cinque Stelle: oltre il nulla, solo protesta)  poteva essere di gran lunga migliore, riscontrando la carenza di effettive proposte politiche per l’Europa (due riguardano addirittura la nostra situazione interna), oggi prendiamo atto che questi sono i nomi che Beppe Grillo sostiene a nome di 33.300 cliccanti.
La risonanza che i media danno ai Cinque Stelle, intanto, appare spropositata rispetto a quella data al centrodestra e alle minoranze della sinistra. Forse, in proporzione, superiore anche a quella data allo stesso Renzi.

Resta solo un quesito, visto che la Rete è inondata dai messaggi grillini.
Chi diffonde 20-30 articoli al giorno, riesce anche a leggerli tutti e a verificarli almeno su un’altra fonte? Oppure si clicca e basta il titolo o il candidato che piace, leggendo frettolosamente due righe?

La politica non è una chat e neanche Facebook o Twitter. E non lo è neanche la pubblica opinione, almeno per ora.

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I sette punti per l’Europa dei Cinque Stelle: oltre il nulla, solo protesta?

15 Mag

Per le elezioni europee, dopo il disastro di questi anni, ci si aspetterebbe che almeno i partiti riformatori, quelli che puntano sul risanamento e sull’equità, portassero avanti proposte ‘utili e compendiose’ per quelle esigenze che puntualmente i media elencano quando si verifica una crisi.

Tanto per dirne una, la difesa europea, che includerebbe anche la gestione dei boat people nel Mediterraneo, ‘scaricata’ sull’Italia. Oppure, visto quello che accade ai marinai italiani, inglesi, tedeschi in India, pervenire ad un’unica authority per la gestione di questi casi. O, ancora, garantire il salario minimo per tutti gli europei e l’accesso alle cure e la spendibilità delle pensioni senza limiti nazionali.
Per non parlare delle politiche sociali, agricole e portuali che sono oggetto di forti polemiche da parte di stati importanti come la Gran Bretagna ed i paesi scandinavi, oltre che – ahimé – comprovata fonte di corruttela e prebende e sprechi. In Italia come altrove. O, figuriamoci, dell’esigenza di dotare i paesi europei di strutture amministrative e di bilancio simili … altrimenti le frodi miliardarie e le nicchie di miseria resteranno tali.

Se qualcuno confidava nei Cinque Stelle, almeno per ora, dovrà attendere: i sette punti sono definitvamente pubblici e prendiamo atto che questo è tutto quello che hanno da dire.

7punti M5S

Partiamo con notare che ‘Abolire il Fiscal Compact’ e il ‘Referendum per la permanenza nell’Euro’ non hanno nulla che vedere con l’Europa: sono una questione interna e nazionale italiana. Come anche ricordiamo che il Fiscal Compact riguarda solo l’Eurozona e che solo una parte degli stati lo ha siglato.
Riguardo il Fiscal Compact, inoltre, questo log è stato uno dei primi a segnalarne i rischi – diversi mesi in anticipo al passaggio alle Camere – ma non i Cinque Stelle.

Al secondo punto, ‘Abolire gli Eurobond’, prendiamo atto che Beppe Grillo e suoi vogliono che oltre la metà del debito italiano corrente resti a noi italiani, che dovremmo saldarlo ad interessi ben peggiori di quelli ‘europei’.

Andando avanti, c’è da chiedersi di quale ‘Alleanza dei Paesi Mediterranei per una politica comune’ si tratti, se, visto il pacifismo ad oltranza dell’Italia, i francesi sono oramai tatticamente prevalenti, gli spagnoli hanno un sempre migliore ruolo nella Difesa Atlantica e nella produzione di olio, il Pireo è della cinese Cosco.

Acclarato che c’è solo da chiedersi cosa significhi un simile pasticcio, andiamo alle (poche) cose che il Movimento Cinque Stelle propone e che potrebbero trovare un’effettiva attuazione.

Anche in questo caso, sarebbe interessante come si sia pervenuti a pensare delle spese per ‘Investimenti escluse dal limite del 3% del limite di bilancio’, se – anche un consigliere comunale lo sa – trattasi di opere, infrastrutture, reti e immobili che portano con se anche spese di manuntenzione e gestione.

E, quanto ai ‘Finanziamenti per attività agricole e di allevamento’, il primo dubbio che sorge è che i guru a cinque stelle abbiano ‘localizzato’ una base di consenso relativamente stabile: è uno scherzo da ragazzi con un portale-blog e con i filtri di cui ci dota l’informatica.
Ovviamente, gli esperti Cinque Stelle che hanno suggerito uno slogan così ‘mirato’ dovrebbero spiegarci per quale motivo dovrebbero votarli tutti gli elettori non coinvolti nell’agricoltura, specialmente tenendo conto che gran parte degli italiani vive in aree urbanizzate.

Arrivando all’ Abolizione del pareggio di bilancio’, c’è ancor più da restare perplessi, visto che i Cinque Stelle si presentano come ‘anticospirazionisti’, ma – da che mondo è mondo – lo sforamento del bilancio è esattamente ciò che mette le nazioni nelle mani degli speculatori.
Tra l’altro, sostenendo Beppe Grillo e i suoi che bisogna risanare e rifondare l’Italia – a fronte di un debito pubblico smisurato e di un continuo peggioramento delle cose – davvero non si comprende perchè non si debba, non dico ripianare il debito, ma almeno garantire il pareggio anno per anno.

Il tutto con i Cinque Stelle che faranno gruppo a sè anche nel Parlamento Europeo, mentre proprio dalla menzionata Francia prende forma una proposta di ‘destra’ per un’Europa delle Nazioni.
Davvero “Vinciamo noi”? Come dire “Molti nemici, molto onore”?

Acclarato che il programma per l’Europa dei Cinque Stelle poteva essere di gran lunga migliore e riscontrata la carenza di effettive proposte politiche per l’Europa (due riguardano addirittura la nostra situazione interna), vedremo quanti convinti europeisti ed astensionisti vorranno scomodarsi a giorni per deporre nelle urne un voto di protesta.

Anche perchè, a vedere i candidati, ci sarebbe tant’altro ancora da dire. (link Cinque Stelle va in Europa: tutti i candidati. Sono credibili?)

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Le Mani Pulite tradite: le canzoni e i testi, le urgenze ed il disagio morale dei giovani di 20 anni fa.

9 Mag

1994-2014, un Ventennio che si aprì con le sstragi di mafia, lo scandalo Tangentopoli, l’inchiesta Mani Pulite e la fine della Prima Repubblica a sistema maggioritario multipartitico.

Quali erano le aspettative dei giovani di allora, gli over50 di oggi che rottamatori e grillini vorrebbero accantonare in tutta fretta per far spazio al ‘nuovo’.

Ma ne verrà qualcosa di buono se l’Italia dovesse accantonare definitivamente quella generazione, prima perchè troppo giovane e ‘avulsa al gioco delle parti’ e poi perchè ‘datata’ e ormai autorelegatasi nei comparti tecnici?

Queste erano le loro canzoni.

 

 

 

 

 

 

Una generazione ‘apart’ … che fino ad oggi non ha avuto la possibilità di decidere alcunchè.

 

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Expo 2015, dove andrà la politica italiana? E’ l’ora dei Cinque Stelle?

9 Mag

E’ un vero peccato che i diversi filoni di indagine (Scaiola, Greganti-Frigerio) siano arrivati a conclusione ieri, con gli ordini di cattura, e non diversi mesi fa, prima del congresso PD o della frattura FI-NCD.
Ma è anche una gran fortuna.

Ieri, avremmo avuto l’agognata (dagli italiani) sfida all’OK Corral nel PD e nel PdL con la conseguente corsa alle urne senza neanche una legge elettorale. Oggi, con tanti dinosauri candidati all’ultima corvè delle Europee, la ricollocazione fino alla dismissione è assicurata almeno per una parte di coloro che ci hanno governato/amministrato (così male) durante il recente ventennio.

Ed, intanto, c’è una legge elettorale e c’è almeno un candidato – Matteo Renzi – da contrapporre a Beppe Grillo, dato che in democrazia bisogna essere almeno in due.

Quanto al Centrodestra, ecco dimostratisi i danni causati dall’ostinazione di Silvio Berlusconi nel suo populismo delle Grandi Opere e nel suo partito di big ridotti ad eterni colonnelli senza un nemmeno generale.

Intanto, dopo l’avvio del nuovo Mani Pulite i sondaggi raccontano di un elettorato che per almeno un terzo prevedibilmente cambierà voto. Da domani si entrerà nel silenzio elettorale e questo mistero sarà rivelato solo dalle urne.

Probabilmente, il Partito Democratico non dovrebbe subire un serio contraccolpo, grazie ad un elettorato consolidato, come il M5S ne dovrebbe essere certamente avvantaggiato, trovandosi già da tempo a cavalcare l’antipolitica.
Cosa accadrà nel Centrodestra, nessuno può prevederlo: da un incremento dell’astensionismo ad una corsa verso la destra estrema e il movimento di Beppe Grillo. Peccato che Scelta Civica ormai definitivamente associata al nome di Mario Monti e che la debacle di Oscar Giannino abbiano tolto un riferimento liberale agli italiani.

E sempre parlando di ‘sfide all’OK Corral’ provate solo ad immaginare cosa ne sarebbe l’Italia se avessimo a governarci un intransigente esercito di ‘common people’ come quello del Movimento Cinque Stelle, mentre ci sono da ristrutturare le più importanti infrastrutture giuridiche ed esecutive dello Stato Italiano. Il tutto con un PD impegnato nella rottamazione, il centrodestra nel caos e un  40% degli italiani che non votano, ma sono più o meno dichiaratamente ‘a destra’.

Se questi sono gli affarucci del cortile di casa nostra, ben peggio vanno quelli dell’Italia all’estero, con i soliti scandali ‘a venti giorni dalle elezioni’, le insormontabili resistenze a riformare enti, giustizia, università, sindacato e sanità … dulcis in fundo l’Expo 2015 di Milano, ancora cantiere a cielo aperto e – al momento – bloccato dagli arresti, e, soprattutto, un premier Matteo Renzi che dovrà necessariamente modificare la maggioranza che sostiene il suo governo proprio mentre si accinge a presiedere l’Europa.

Finora il Movimento Cinque Stelle si è alimentato con il voto di protesta ‘a sinistra’, ma il suo ‘non sostegno’ al governo ha incluso anche l’astensione dei propri parlamentari in sede di Commissione anche sui tanti provvedimenti utili che sono stati fatti finora. Una prassi decisamente scorretta, come richiamava il sindaco PD Michele Emiliano su Rai3, se poi puntualmente finisce che si vota il provvedimento tout court o si presentano metodicamente emendamenti in Aula senza cercare le mediazioni necessarie per farli approvare.

L’implosione dell’Expo di Milano dovrebbe far comprendere agli elettori del Movimento Cinque Stelle che non basta mettere sulle poltrone del potere delle persone ‘oneste e affidabili’, se non sono anche ‘esperte e competenti’, visto che parliamo di milioni e miliardi per infrastrutture di interesse nazionale dove ‘il tempo è denaro’. Nessun paese europeo – basta sfogliare i curriculum di politici e amministratori di altri paesi europei – si sogna lontanamente di porre come ministro, sottosegretario, assessore di uno specifico ambito qualcuno che, seppur giovane, non abbia già notorie competenze.

L’Italia ha già pagato il pegno del ‘nuovo che avanza’ con commercialisti ed avvocati assurti a ministro in un battibaleno, ritrovandosi a casse vuote e con un sistema giuridico ‘desemplificato’ e – talvolta – incostituzionale.

Finora, gran parte della rete non ha aderito al progetto di Beppe Grillo e, probabilmente, non lo ha fatto per il semplie motivo di non essere invitati ad un dibattito paritetico, come si usa tra internauti.
Iniziare a linkare articoli e log che non appartengano al movimento già sarebbe un gran passo avanti, oltre che un segnale chiaro di pluralità.
Allo stesso modo, il voler controllare a tutti i costi l’informazione ‘M5S certified’ sul portale di Grillo e Casaleggio e la possibilità data dell’@democracy di consultare ‘la base’ solo su microtematiche ha tenuto lontani i ‘tecnici’, che sanno bene come la ‘realtà delle cose’ sia molto più articolata e fragile di quanto suppongano tante semplicistiche formule: le profonde carenze nel programma M5S in fatto di economia, istruzione, università, sanità e giustizia vanno superate al più presto, fosse solo per iniziare a digerire l’amara pillola di tutti i partiti politici, ovvero che non sempre le soluzioni giuste sono gradite alla base elettorale e viceversa.

Riuscirà il Movimento Cinque Stelle a cogliere il momento storico e rendendosi umile e partecipativo, oltre che dotandosi di volti e voci ulteriori a quella di Beppe Grillo, piuttosto che continuare a professare l’idea – discutibilissima in democrazia – di arrivare al governo con la maggioranza assoluta?

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M5S, l’Ucraina e le Rivoluzioni colorate di Gene Sharp

3 Feb

Gene Sharp (21 gennaio 1928) è un filosofo statunitense, noto per le sue opere che inneggiano alla disobbedienza civile e soprannominato “il Clausewitz della guerra non violenta”.

Sharp ha fondato, nel 1983, l’Albert Einstein Institute per «lo studio e l’utilizzo della non violenza nei conflitti di tutto il mondo».
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Guerra, seppur non violenta. Partecipazione ai conflitti tramite l’utilizzo della non violenza …

Alcuni ricercatori dell’Einstein Institute erano presenti durante gli eventi di piazza Tienanmen e i suoi testi sono considerati fonte di ispirazione per i movimenti studenteschi e popolari che hanno condotto in particolare le Rivoluzioni colorate, in Serbia (5 ottobre 2000), Georgia (Rivoluzione delle Rose, 2003), Ucraina (Rivoluzione Arancione, 2004 – 2005) e Kirghizistan (Rivoluzione dei Tulipani, 2005).

Come siano andate queste ‘rivoluzioni’ è sotto gli occhi di tutti, con la Serbia e la Georgia nazionaliste e destinate all’oblio nonostante le ricchezze, il Kirghizistan diventato avamposto aereo statunitense, l’Ucraina in fiamme ed incapace di compromessi.
Sempre in mano ad oligarchie, se non potentati etnici, mai democrazie vere e sovrane.

Tra i testi di Gene Sharp  tradotti in italiano c’è ‘Verso un’Europa inconquistabile’, che sviluppa la possibilità di una resistenza popolare fondata sull’azione non violenta e sulla  disobbedienza civile, rinunciando all’attività negoziale.

“When the issues at stake are fundamental, affecting religiousprinciples, issues of human freedom, or the whole future development of the society, negotiations do not provide a way of reaching a  mutually satisfactory solution.”
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Gene Sharp, dunque, si occupa non della pacificazione – del ‘raffreddamento’ – dei conflitti, bensì prospetta l’utopia della loro gestione tramite metodi non violenti. Rispondendo a queste critiche, il filosofo statunitense ha affermato come la sua opera sia funzionale alla creazione ed analisi di un insieme di tattiche, che sia un semplice strumento.
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«L’azione non violenta è una tecnica per condurre conflitti, al pari della guerra, del governo parlamentare, della guerriglia. Questa tecnica usa metodi psicologici, sociali, economici e politici. Essa è stata usata per obiettivi vari, sia “buoni” che “cattivi”, sia per provocare il cambiamento dei governi sia per supportare i governi in carica contro attacchi esterni.
Il suo utilizzo è unicamente responsabilità e prerogativa delle persone che decidono di utilizzarlo».
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Nulla di nuovo, dunque, rispetto a Lippmann e Lewin, se non che, rinunciando alla ‘negoziazione’, Sharp rinneghi nella sostanza i principi basilari della democrazia e della sicurezza nazionale, fissati quando Menemio Agrippa negoziò la pace sociale tra i Patrizi e i Plebei, che ‘disobbedivano civilmente’ astenendosi dal lavoro ed assembrandosi a Monte Sacro, in terra sabina oltre l’Aniene.
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Inoltre, Gene Sharp non offre soluzioni contro la Cleptocrazia, ovvero quelle apparenti democrazie in cui la concussione (ndr.  proprio quella che l’UE vuole eliminare dall’elencco dei reati) è l’elemento procedurale basilare per imporre uno status antidemocratico tramite la non violenza della corruzione.
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Infine, l’attivismo movimentista per ‘comitati’ comporta di per se l’affermarsi di una dittatura e non di una democrazia, raramente benefica (forse il solo Cincinnato) e frequentemente nefasta. E’ la Storia a dimostrarlo, ma – con i mezzi atttuali – potrebbero farlo anche la Matematica e la Statistica.
Non a caso, Sharp non spiega nè come possa evolversi in una forma di governo l’azione non violenta di disobbedienza civile … nè chiarisce se la ‘rinnovata democrazia’ abbia il dovere di garantire la legalità delle proteste. Il caso ucraino è sotto gli occhi di tutti.
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Cosa dire di Gene Sharp e dei ‘conflitti non violenti’?
Basta un po’ di buon senso e qualche proverbio di quei romani che di ‘democrazia’ furono maestri.
Chi divide, impera, ma chi semina vento, raccoglie tempesta.
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Scuola italiana al crash?

27 Gen

Mentre Parlamento e Media si accapigliano per una riforma elettorale che cambierà tutto per non cambiare nulla, l’Italia va avanti. O, meglio, tenta.

Una marea di italiani ‘travolti da un insolito destino agostano’, quando – era il 2011 – il Governo Monti intervenne sulla spesa pubblica in base a conti rivelatisi poco affidabili, e rimasti in balia dei flutti – siamo ormai al 2014 – a causa dello stallo politico in cui viviamo.

Uno dei settori più vessati ‘ma invisibile’ è quello della scuola. Anzi, ad essere esatti, dell’istruzione e della formazione professionale, del diritto allo studio, delle tutele sociali verso le categorie svantaggiate. Una scuola che si arrangia senza che nessuno le dia il benchè minimo raggio di luce o filo di speranza, dato che – da Cinque Stelle a La Destra, passando per SEL o la Lega ed arrivando a PD, Scelta Civica, NCD e Forza Italia – non c’è programma o istanza ne faccia menzione.

scuola precariaA partire dagli stipendi e dallo status del personale, che vede una sequel di perequazioni a dir poco mostruose:

  1. le docenti di scuola elementare e materna (ndr. maestre) retribuite praticamente quanto un’ausiliaria, nonostante molte di loro abbiano una laurea;
  2. i docenti delle scuole medie e superiori (ndr. professori) , anch’essi con stipendi da fame, ma con un sistema di prestazioni talmente obsoleto e rabberciato che nessuno è finora riuscito a confrontarlo – nei tempi e nei compensi – con quelli stranieri;
  3. il personale amministrativo che dovrebbe essere diretto da laureati in economia (o legge), che dovrebbe rispondere a requisiti di qualità ed efficienza nazionali e che percepisce uno stipendio base in linea con quello del settore bancario;
  4. i dirigenti scolastici che sono equiparati alla dirigenza pubblica solo per le responsabilità connesse, ma senza benefit, progressioni di carriera, mobilità, tutele e, soprattutto, stipendi adeguati, dato che percepiscono 2/3 del compenso di un medico di base, pur essendo gli unici dirigenti pubblici a gestire direttamente un centinaio di lavoratori e servizi alla persona quotidiani;
  5. i tecnici (insegnanti e assistenti) nel limbo funzionale, tra contratti che non si aggiornano e, soprattutto, con finanziamenti per laboratori e innovazione che non arrivano;
  6. gli ausiliari ai quali, ridotti a mezza dozzina con il subentro delle ditte di pulizia, toccherebbe di vigilare su chilometri di corridoi o piazzali e decine di bagni, oltre a garantire aperture pomeridiane e domenicali;
  7. i precari che attendono anni prima di essere stabilizzati, dato che – con le norme pensionistiche introdotte nel corso del ventennio – a tutto si è pensato, fuorchè a gestire il turn over dei docenti nel settore scolastico e universitario, che è una nota e prevedibilissima esigenza del sistema;
  8. la formazione in servizio non esiste da almeno 15 anni e sarà un decennio che non si vedono ispettori. Nessuno verifica se si sia in grado di insegnare con lauree conseguite 40 anni fa e mai aggiornate, nessuna statistica ci racconta delle prevedibili anomalie amministrative (e finanziarie) delle scuole;
  9. gli anziani e gli invalidi che – da un tot d’anni – vedono sempre più allontanarsi la prospettiva di andare a riposo, rinviata con leggine e lacciuoli, mentre si erano ‘arruolati’ con la prospettiva di andar via dopo soli 20 anni, accettando una pensione da fame, che ancora oggi preferirebbero negoziare in vece di un ‘lauto’ TFR;
  10. sul fronte sindacale, non c’è che prendere atto che per gli statali c’è l’attestamento su benefit vecchi, datati, oblsoleti e probabilmente inutili o controproducenti, mentre il personale didattico delle scuole private, dei centri professionali e dei servizi esternalizzati è gestito con contratti di lavoro nazionali indecenti nell’indifferenza generale;
  11. i dati PISA-OCSE raccontano di un’inefficienza ed un’inefficacia del sistema di instruzione epocali (in certe aree), i dati di Confindustria e di Unioncamere sui neoassunti confermano, mentre nessuno interviene per migliorare meritocrazia e selezione in un Paese che vede ancora il 65% dei maschi adulti privo di un diploma ed ancora la metà delle donne (diplomate o laureate) a casa senza lavoro. Intanto, crescono i diplomati con il massimo dei voti (ndr. licei) e diminuiscono gli studenti non ammessi agli esami di maturità 2013 così come i bocciati;
  12. dopo la sentenza TAR del Lazio – che ha annullato la riforma dei programmi e delle cattedre degli istituti tecnici e professionali – si ritornerà a svolgere 36 ore settimanali anzichè 32 come oggi oppure arriverà in extremis la ‘soluzione’? Bello a sapersi. Intanto, le iscrizioni sono aperte e tra un po’ anche gli organici;
  13. l’ediliza scolastica la conosciamo tutti e rappresenta bene un popolo che non si preoccupa di offrire sicurezza, dignità e futuro ai propri figli, mentre le scuole pubbliche le finanziano de facto le famiglie e mentre le devastazioni di tante scuole denotano una certa illegalità diffusa e – nonostante l’esposizione di tanti ragazzi/e a modo – non hanno, finora, trovato particolare sanzione o prevenzione;
  14. scuole_precarie_bassasul fronte del ‘sociale’, basti dire che per mandare in gita un alunno indigente si va ancora avanti con le collette a scuola. Mica provvede il Comune di residenza …
  15. di status istituzionale per le scuole siamo al non sense, con la Costituzione (e qualche sentenza) che le definisce gestionalmente ‘autonome’ e il MEF che le considera meri ‘punti di erogazione del servizio’, mentre il MIUR ha risolto tutto con un decreto e gestisce tutto da un paio di uffici e poco più;
  16. per non parlare della spesa pubblica che registra almeno 100 miliardi annui (6-7% del PIL) per ‘istruzione’, ‘formazione professionale’ e ‘diritto allo studio’, di cui una quarantina vanno via in stipendi dei docenti statali, mentre il resto non si sa bene dove vada … e soprattutto a cosa serva.

In questi giorni, sta facendo scalpore la vicenda di 4.000 docenti che, pur avendo diritto alla pensione in base alla Legge Damiano, si vedono negare l’accesso per un cavillo burocratico e … per i soliti motivi di ‘cassa’. Persone che, comunque, hanno versato 35 anni di contribuzione assicurativa.
Niente paura, è solo un’avvisaglia. Dal 2015, chiunque volesse pensionarsi dovrà aver lavorato almeno 42 anni e tre mesi, ovvero non potrà avere meno di 61 anni, con buona pace degli invalidi e di quanti – vedendosi scippare l’agognata pensione a uno o due anni dalla meta – non potranno sentirsi particolarmente motivati. Per non parlare degli invalidi di una certa entità  che saranno forse 100.000, forse meno. Nessuno lo sa.

Gelmini Tremonti

Per risolvere questi problemi l’Italia non ha molto tempo, considerato che nel 2015 ci saranno le ‘annunciate’ elezioni anticipate, ma non servono chissà quanti soldi. Anzi, forse ne verrebbero anche delle economie.

Il problema è nella ‘concertazione’, ovvero portare ad un accordo ragionevole alcuni soggetti:

  1. la Conferenza Stato-Regioni ed i rapporti con l’ANCI, se si vuole razionalizzare il tesoretto di 100 mld che ‘andrebbe’ all’istruzione, formazione e diritto allo studio, trovando le risorse per l’edilizia ed il ‘welfare scolastico’ tenuto conto dei servizi ‘esternalizzati’, del ricalcolo dell’ISEE e/o il ‘così detto’ salario minimo;
  2. il tavolo di Governo che dovrebbe garantire i dovuti equilibri (ndr. ed il problema non è nè Carrozza nè fu Gelmini)  nei poteri dei diversi ministeri, visto lo strapotere del MEF – di tremontiana memoria –  come dimostrano i tanti casi di contenzioso, spesso a causa di semplici circolari che, ormai, superano l’effetto di decreti e bloccano norme e accordi, in nome di una competenza costituzionale che il Fiscal Compact, però, attribuisce al Governo e non ad un solo Ministero;
  3. i vertici sindacali (che non di rado hanno un’esperienza di lavoro effettivo di pochi anni, svolto nella scuola degli Anni ’70 /80) e la dirigenza del MIUR (tra cui non ve ne è uno che provenga dal comparto scuola), che da almeno un decennio non riescono a trovare parametri contrattuali moderni e univoci per un personale che ormai opera in un settore fortemente diversificato;
  4. il sistema assicurativo (pensionistico della scuola) – prima ENPAS, ENAM e KIRNER, ovvero semi-privatistico ed oggi meramente INPS – e l’esigenza che il Sistema di Istruzione Nazionale  che tenga conto dell’esigenza (per il tessuto produttivo, culturale e sociale) di ‘turn over’, ovvero di fornire personale con un’età media di 45 anni ed assunto subito dopo la laurea. Il contrario di un precariato decennale – da cui i migliori spesso fuggono andando all’estero – mentre si abroga la ‘Quota 96’, imponendo a tutti il pensionamento dopo 43 anni contributivi (ndr. ma non a chi ha ormai 65 anni e passa), lasciando i parametri e le pensioni da fame che abbiamo sulle invalidità e lesinando mobilità, part time o telelavoro, ma, soprattutto, impedendo ogni forma di negozialità per chi voglia optare per una pensione decurtata, ma anticipata.

laoro pensioniMissione impossibile? Di sicuro, ma iniziamo a renderci onto che è impossibile anche il contrario.

La Scuola è esausta, il suo personale non vede prospettive di riconoscimento del proprio lavoro o di completamento di una ‘eterna riforma’, i nostri alunni non sempre frequentano strutture sicure, i nostri diplomi spesso non valgono granchè e vengono conseguiti con un anno di ritardo (18 anni anzichè 17) rispetto all’estero, la questione ‘Quota 96’ e del suo blocco sta arrivando al capolinea del 2015.
Di edilizia, trasporti, formazione professionale e permanente, accessibilità per disabili e stranieri, contratti di lavoro, monitoraggio e valutazione, finanziamenti pubblici e politica locale, come dicevamo, meglio non parlarne.

scuola famigliaE sembrerebbe che tutti abbiano dimenticato che l’istruzione pubblica non fu solo istituita per ragioni di equità e solidarietà umana, ma anche e soprattutto per garantire pace e ricambio sociale, come competitività, meritocrazia e produttività, diffondendo conoscenze, competenze e regole di convivenza. Utile sapere anche che i dati comprovano come la dispersione scolastica si accompagni al bullismo e alla violenza negli stadi, alla microcriminalità e alla dipendenza da sostanze o da gioco, di disturbi comportamentali come depressione e anoressia, eccetera …

In Italia, anche quest’anno, si diplomerà circa mezzo milione di studenti, di cui circa il 20% ha ripetuto un anno (dati 2006) e quasi il 40% supererà l’esame con voti inferiori a 80/100 (dati 2011), mentre un altro 20% a scuola proprio non ci va.
Chissà perchè le agenzie di rating – che guardano al futuro oltre che al contingente – sono così restie da dar fiducia all’Italia …

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Italicum: i punti a sfavore

22 Gen

La sentenza di incostituzionalità della (parzialmente) vigente legge elettorale verteva su cinque punti cardinali:

  1. “il risultato casuale di una somma di premi regionali (al Senato), che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale”
  2. il caso che alla Camera “una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi”
  3. “l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio”
  4. il premio di maggioranza su scala regionale “comprime la rappresentatività dell’assemblea parlamentare, attraverso la quale si esprime la sovranità popolare, in misura sproporzionata”
  5. la norma che “priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti”
  6. “una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della «rappresentanza politica nazionale» (art. 67 Cost.), si fondano sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare”.

L’Italicum – proposto da Renzi e ‘benedetto’ da Berlusconi – soddisfa a pieno solo i primi quattro requisiti, mettendo fine sia alle maggioranze oceaniche della Camera sia alla roulette russa del Senato, che federale (ancora) non è. Riguardo gli ultimi due, sarà da vedere.

Negare agli elettori le ‘preferenze’ equivale a “privare l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti”. Un premio a chi si coalizza e supera il 35% dei voti potrebbe rivelarsi “una eccessiva compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare”.

Dunque, non c’è da meravigliarsi se l’accordo per la legge elettorale venga aggregato tra due leader di partito e non in Parlamento, ovvero dove dovuto, e on si pone rimedio a “l’incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica”, come commenta Federico Punzi (blogger dal 2003).

Infatti, quello che preoccupa nell’Italicum – oltre all’esclusione delle preferenze e ad un Senato tutto da capire – è anche altro. L’esito di un ballottaggio dal quale esca una premiership forte senza una maggioranza almeno sufficiente, ad esempio.

Ma , soprattutto, preoccupa – in termini di compressione della rappresentatività – l’ipotesi che alla Camera vi sia una ‘circoscrizione locale’ (ndr. distretto elettorale) per ogni provincia, ‘equiparando’ quella che ha 200.000 residenti a quella che ne ha 400.000 o quasi un milione, mentre ve ne saranno di più – ma non quanto ‘di più’ – nelle aree metropolitane.

Buon senso e logica ci dicono che con una Camera di 630 eletti e 38 milioni di ammessi al voto, viene eletto un onorevole ogni 60.000  elettori. Dunque, chi vive in provincia di Fermo o di Rieti dovrebbe poter eleggere 2-3 deputati, chi è a Caserta o a Varese i suoi dieci-dodici e così via nelle grandi province urbane, dove gli eletti saranno tra i 35 ed i 50.
E, almeno, il buon senso ci dice anche che i candidati delle aree demograficamente più dense dovrebbero avere pari opportunità di raccogliere il consenso elettorale che gli serve per essere eletti.
Ma questo non si verifica se un candidato si rivolge a meno di centomila elettori competendo con meno concorrenti, mentre un altro deve convincere un elettorato di 3-400.000 persone con concorrenti agguerriti e sponsorizzati. Specialmente, poi,  se non gli elettori non potranno esprimere le preferenze …

L’impressione che l’Italicum serva solo a gestire una transizione interna alla Partitocrazia – come la denominò tanti anni fa Marco Pannella – che oggi chiamiamo Casta, come strilla Beppe Grillo, e che qualcuno – già nel Dopoguerra – denominò ‘Catto-comunismo’.

Scriveva Riccardo Lombardi, a nome del Partito d’Azione, su ‘L’Europeo’ del primo dicembre 1946: “vediamo cosa avviene nella Repubblica Presidenziale ove, e’ bene ricordarlo il Presidente della Repubblica e’ nello stesso tempo capo del governo e viene eletto a suffragio universale anziche’ eletto in secondo grado dalla Camera dei Deputati (cioe’ dai partiti): gia’ in sede di elezioni il candidato alla Presidenza della Repubblica, appunto perche’ sara’ anche capo di un governo, e’ costretto a presentarsi con un programma di governo: il compromesso programmatico non avverra’ tra i diversi candidati alla presidenza e dopo le elezioni […] dunque il compromesso avverra’ prima delle elezioni, fra alcuni partiti che […] si accorderanno per la candidatura di un uomo a cui sara’ affidato un programma concordato”.

Già … cambiar tutto per non cambiar niente … come parlare di legge elettorale senza parlare anche di repubblica presidenziale e … di par conditio mediatica sulle reti di Stato?

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Fiducia a Letta in Parlamento, ma non nel Paese

11 Dic

Il Governo Letta ha ottenuto la fiducia alla Camera con 379 voti a favore, 212 contrari e due astenuti su un totale di 593 presenti.

Trecentosettantanove voti favorevoli – rapportandoli ai 630 eletti totali – significa che hanno votato a favore i 292 onorevoli del PD, più gli undici del Centro Democratico e del SVP, più i 45 di Scelta Civica o UdC che sia ed ancora una sessantina di voti dal PdL di Alfano e Formigoni.

In pratica, c’è tutta l’Italia della Prima Repubblica.

Nel Parlamento – tra i banchi del M5S o di Fratelli d’Italia e di La Destra – e fuori dal Parlamento – nelle strade assediate da cittadini che protestano inferociti – c’è un’altra Italia.
Un’Italia blocca uffici e snodi logistici, con qualche rissa e alterco o poco più, ma ben diversa da quella – a tutt’oggi impunita – che per ben tre volte aveva assaltato a Roma palazzi e agenti con bastoni e bombe carta.

E’ l’Italia che non ce la fa più a pagare per tutti. E’ quella che i dati del Tesoro individuano come il ‘motore fiscale’ italiano da cui arriva oltre il 50% dei prelievi. Quella dei dati sanitari che raccontano come quasi metà dei malati rari sia ben lontano da ricevere le cure dovute: Quella che i dati strutturali vedono disperdere il 30% del proprio tempo/lavoro/opportunità nel correr dietro a lacci e lacciuoli della burocrazia e del ‘ritenta sarai più fortunato’.

Non a caso Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom, racconta che ”arrivano anche alcuni segnali un po’ strani, ci sono imprenditori di ditte che lavorano con Fincantieri che dicono ai lavoratori che devono scioperare. Queste cose mi inquietano”.

Eh già, è davvero strano, inquietante, che padroni e operai la vedano allo stesso modo … le classi sociali dovrebbero ‘odiarsi’. Per fortuna che è l’appello di Beppe Grillo ad essere potenzialmente eversivo …

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Genova: ecco l’Alba Dorata di Beppe Grillo

22 Nov

Si parla tanto di spesa pubblica insostenibile ed è ben chiaro che la voragine dal mille miliardi del PIL italiano di certo non può dipendere dai quattro ‘spiccioli’ (milioni di euro) che vanno in malora per le prebende dei politici.

Il problema sono i ‘miliardi di euro’ che spendiamo ogni giorno per servizi malandati e tutele che neanche in Svezia se le sognerebbero.

In prima fila, tra i servizi spreconi, iniqui e malandati troviamo il sistema pensionistico pubblico, che – cosa nota a tutti orma – de facto regala quasi 10 miliardi di euro all’anno ai pensionati di fascia alta (over 3.000 euro mensili), visto che la stessa INPS ha dovuto ammettere di recente che la contribuzione effettiva di lor signori è molto lontana da ammortizzare l’ingente spesa.
Miliardi di euro ai quali si aggiungono, ad esempio e non solo, il buco di circa cinque miliardi ereditato dalle casse prvidenziali dei dirigenti per tramite dell’INPDAP.
Non deve stupire se l’INPS registri una perdita di circa 12 miliardi annui nè dobbiamo meravigliarci se pian piano l’ira verso la riforma Fornero serpeggia tra tutti coloro che abbiano versato finora 15 o più anni di contribuzione.

In seconda fila abbiamo una pletora di dipendenti pubblici e semipubblici di cui davvero non sappiamo che farcene.
Si parte dall’istruzione dove – sulla base di 1000 alunni per istituzione scolastica – basterebbero 4-5.000 dirigenti scolastici e, invece, ne abbiamo il doppio. Oppure i docenti, che dieci anni fa erano forse 700.000 ed oggi quasi un milione, mentre gli alunni iscritti son calati ed il numero di maschi adulti non diplomati era, è e sarà all’incirca il 70% dell’intera forza lavoro.
E si arriva all’Università, che ha dimensioni elefantiache, nonostante il nostro paese sia il fanalino di coda dell’OCSE in quanto a numero di laureati (15% circa), specialmente se consideriamo solo quelli scientifici (5-7%).

Andando agli apparati ministeriali e degli enti locali, stracolmi di sessantenni subinformatizzati tutti al massimo della carriera e largamente incapaci sia di usare un computer decentemente sia soprattutto disavezzi all’efficienza oppure un esercito di laureati che senza aver mai studiato un rigo di matematica o di project management vengono reclutati per quantificare e gestire tagli. Quanto danno abbiano arrecato all’Italia queste persone ed i sindacati che li tutelano è impossibile dirlo, ma basta ricordare che un qualunque certificato che ‘ritorni indietro’ o ‘non sia necessario’ provoca dei costi a catena esorbitanti per la P.A., per le imprese e per i cittadini.

C’è la macchina del welfare gestita da Comuni e Regioni, che ci costa un occhio della testa con i risultati che conosciamo.  Milioni e milioni di italiani ai quali diamo casa, esenzione e sussidio/cassa integrazione, senza neanche verificare se in realtà lavorino in nero e, in caso di famiglie allargate, se abbiano altri redditi. Senza neanche chiedere loro – non in un anno, ma in un decennio – di frequentare corsi di formazione o di ‘restituire’ una parte del benefit erogato collaborando in servizi socialmente utili. Ormai, a parlare di case popolari, ci troviamo dinanzi a case ‘tramandate’ di bisnonna a pronipote … e, parlando di onlus, troviamo troppi volontari che ne hanno fatto dei rimborsi spese un primo o secondo lavoro esentasse.

E c’è il comparto trasporti. Quello che vede Genova in ginocchio per gli scioperi, sommersa dall’immodizia non raccolta con Beppe Grillo e Andrea Gatto, sindacalista della Faisa/Cisal, che sbraitano contro le privatizzazioni. Anzi, ad essere esatti, Grillo parla di ‘lotta all’ultimo sangue’ e i sindacati di ‘scintilla di un incendio che si espanderà in tutta Italia’.

L’idea balzana è che, in un paese con un debito ed un deficit pubblici come il nostro, «le autostrade, il gas, i trasporti, l’acqua sono un bene pubblico e nessuno deve arrogarsi il diritto di venderli ai privati».
Balzana perchè autostrade e energia sono già private: sono delle società per azioni, il non plus ultra del ‘Capitale’. Balzana perchè se l’azienda trasporti di Genova sta per fallire, la questione è del tutto ovvia: i prezzi dei biglietti sono troppo bassi.

L’idea eversiva è che, in un paese democratico e ultragarantista, dove si viaggia in autobus sottocosto, accada che “la città è rimasta a piedi, prigioniera dell’ingorgo provocato dallo sciopero selvaggio degli autisti, non un bus è uscito dalle rimesse. Poi buona parte dei 2300 dipendenti Amt ha dato l’assalto a Palazzo Tursi, aperto di forza le porte del Consiglio comunale, invaso l’aula rossa, intonato cori di «dimissioni», interrotto la seduta e l’intervento del sindaco. Infine un gruppetto ha cercato di colpire il primo cittadino. Doria è stato scortato fuori dall’aula dai vigili, nel tafferuglio un vigile è caduto e si è rotto un dito, altri quattro (fra cui una vigilessa) sono andati al pronto soccorso.” (Corsera)
Non a caso, per garantire il regolare svolgimento dei lavori comunali s’è dovuto ricorrere alla forza pubblica e, come ha precisato è stato il Prefetto di Genova, Giovanni Balsamo: «Dobbiamo preservare la democrazia. Fare uno sciopero a oltranza è da irresponsabili. La tollerabilità di una protesta scende man mano che passa il tempo e il disagio per i cittadini cresce. In questo caso la tollerabilità è scesa a picco».

Il tutto mentre Roma era assediata e completamente bloccata da un migliaio, forse meno, di NO TAV, precari, occupanti di case eccetera, che hanno assaltato ben due sedi di partito. E mentre, come da quarant’anni le solite scuole superiori erano occupate e di far lezione sul serio se ne riparlerà a gennaio, che Natale è alle porte ed il futuro del paese può attendere. Ovviamente, gli occupanti saranno men che cinquanta di media per scuola, mentre i loro compagni che saltano le lezioni saranno almeno 6-800 …

Dunque, se qualcuno stesse cercando l’Alba Dorata italiana – ovvero la giunzione tra pubblica amministrazione intoccabile e movimenti di protesta irresponsabili e violenti – eccola trovata. In Grecia ammantata di nero ed in Italia – oggi come negli Anni ’70 – con la bandiera rossa in mano, come quella degli operai FIAT che sono rimasti al lavoro – ope legis – dopo aver bloccato l’impianto e messo a rischio la sicurezza.

Cose che accadono solo in Italia. Enrico Letta si è detto dispiaciuto, ma son lacrime da coccodrillo.

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P.S. Esiste un’Alba Dorata italiana?
La domanda giusta è: perchè i promotori dello sciopero selvaggio e illegittimo dei bus genovesi non sono stati denunciati per interruzione di pubblico servizio? Perchè le scuole che non denunciano gli occupanti non vengono perseguite per omessa denuncia? Perchè vengono autorizzati sit in e cortei i cui stessi organizzatori preannunciano atti illegali e non c’è verso di arrestarli in flagranza?

Come può accadere che un organo democratico come lo è un Comune, una Regione, un Parlamento, o peggio delle scuole che con la politica nulla hanno a che fare, vengano assaltate, occupate, assediate da sparuti gruppi di facinorosi se – nel pieno dei suoi poteri ed in nome del popolo italiano – determinano strategie aziendali e piani di rientro?
Quale parte della Pubblica Ammistrazione italiana de facto avalla quelli che protestano con violenza, bloccano intere città, assaltano partiti e consigli comunali e che, come da statistiche, possono contare su una sostanziale impunità?