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Prodi presidente? Tanti motivi per dire di no

15 Dic

Fassina nel salotto buono di Lilli Gruber sostiene la candidadura di Romano Prodi, come sostituto di Giorgio Napolitano; Giachetti, un’ora dopo, reesta possibilista.

Eppure di motivi (ottimi) per escludere una ‘presidenza Prodi’ ce ne sono. In un altro post si raccontava la sua biografia estesa, ricordiamo in pochi punti perchè proprio sarebbe inopinabile una tale candidatura.

Romano Prodi, al suo primo incarico manageriale nei primi Anni ’70 come presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi, due imprese in difficoltà gestite dall’istituto finanziario pubblico GEPI, fu ‘de facto’ l’inventore della famigerata ‘cassa integrazione’. Una vicenda di cui scriveva Adriano Bonafede (Miliardi nel pozzo Gepi, La Repubblica, 8 gennaio 1988), raccontando che “a posteriori è possibile attribuire a GEPI un notevole ruolo nello sperpero di risorse pubbliche e nel ritardo infrastrutturale italiano, dato che  solamente per la Innocenti, nel decennio tra il 1976 e il 1986, erogò contributi per l’astronomica cifra di 185 miliardi di Lire.

Nel 1982, Romano Prodi ottenne la presidenza dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, dove verrà successivamenre richiamato nel 1993: la produzione e la capacità manifatturiera del Meridione venne dimezzata,  dismettendo ben 29 pregiate aziende del gruppo, tra le quali l’Alfa Romeo, Finsider e Italsider, Italstat e Stet, Banca Commerciale, Rai, Alitalia, Sme, con drammatici tagli occupazionali gestiti tramite generosi prepensionamenti, che ancora oggi gravano sul nostro PIL,  azzerando le attività portuali ed industriali di una città come Napoli e provocando il crash del Banco di Napoli, con lo stop degli interventi straordinari nel Mezzogiorno e la canalizzazione su banche settentrionali dei fondi europei.

Come Presidente del Consiglio, Romano Prodi è stato artefice dell’entrata nell’Euro e dell’adeguamento delle pensioni in Lire, che oggi si sono rivelati disastrosi. Inoltre i suoi governi hanno promulgato le quattro norme sulla Sanità che oggi – anni dopo – si conclamano incapaci sia di contenere gli sprechi sia di incidere sulla malasanità sia garantire trasaprenza come sanno i cittadini delle Regioni con Irperf maggiorata. A Romano Prodi dobbiamo anche ascrivere la blindatura dei contratti di lavoro del pubblico impiego, nel 2007, e le norme che hanno causato /permesso il vero e proprio saccheggio che le casse previdenziali ex Inpdap hanno subito prima di essere fagocitate dal Inps.

Ma, soprattutto, Romano Prodi non può fare il presidente della Repubblica – non in un’Italia che volesse ‘cambiare’ – se Il Manifesto del 14 agosto 2004 titolava”Li fermeremo in Libia. Accordo con l’Italia per blindare frontiere e mari. Prodi si congratula con Gheddafi“ e  se Der Spiegel scriveva non troppi anni fa sui presunti legami nel ruolo di consulente per il leader kazako Nazarbayev, per non parlare dell’inchiesta Why Not su una presunta ‘loggia sammarinese’ poi finita archiviata.

originale postato su demata

 

 

 

Tremila finti invalidi. Parliamo degli altri?

23 Ago

Oggi, La Repubblica on line titola “Gdf, scoperti tremila invalidi e poveri falsi danno erariale per un miliardo e mezzo”, seguita a ruota dai principali quotidiani. In realtà, il danno erariale è stato accertato in “quasi 13 mila interventi contro truffe e sprechi di denaro pubblico”, come precisa lo stesso quotidiano.

E siamo alle solite.
Se un disabile resta bloccato ore e giorni a Piombino in attesa di un autobus che lo porti al treno per rientrare dalle ferie o se un altro blocca il traffico in Versilia perchè è ‘impossibile salire su gran parte degli autobus oppure scendere a causa delle piazzole’, la notizia va in cronaca locale, senza neanche interrogarsi su come funzionino sanità e assistenza in Toscana o, meglio, su quanti altri casi accadano senza che vi sia notiza e, soprattutto, soluzione.

In un Paese da 60 milioni di abitanti, fanno notizia i ‘tremila invalidi e poveri falsi’. Non i milioni di invalidi sotto-riconosciuti ed in balia del sistema sanitario e degli enti locali, con diritti ed accessibilità, che nelle grandi città come Roma cambiano da una strada all’altra, a seconda della ASL di appartenenza.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnalava:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione,
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Peggio ancora, secondo Il Sole 24 ore nel “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, per quanto relativo l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, che determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL.

Aggiungiamo la bella trovata della legge sulla disabilità (L. 68/99), che apparentemente aveva accolto – con sette anni di ritardo – le direttive del WHO che impongono di tenere conto della ricaduta funzionale e non solo del danno biologico, ma che, viceversa, le ha solo menzionate nella norma vigente.
Risultato? Si continuano a conferire punteggi in base alle patologie ed a un sistema di punti non troppo diverso dal preesistente, come se si fosse di fronte ad un tirchio ispettorato assicurativo e non dinanzi ad una benefica istituzione medica tramite la quale lo Stato garantisce l’accesso a diritti essenziali.
O della porta di servizio tramite la quale i servizi ancora in carico diretto al SSN (quelli pagati prima, di solito) sono stati esternalizzati in alcune regioni su strutture non pubbliche, cosa che riduce notevolmente le tutele dei malati, specie dopo l’introduzione delle cartelle cliniche elettroniche, e comporta non pochi disagi, visto che le norme prevedono che le certificazioni emesse siano validate/riemesse dal medico di base.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Preso atto che le malattie rare (sempre e comunque croniche) sono solo cinque tra quelle in elenco, parliamo di una legge che nega diritti internazionalmente riconosciuti a chiunque non soffra delle patologie elencate nella lista. Utile aggiungere che i malati italiani delle quasi 3.000 malattie rare esistenti sono milioni.
Il ritardo ‘de facto’ nell’applicazione delle direttive WHO-1992 (in italiano OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità) su funzionalità, lavoro e disabilità, ammonta ormai a 21 anni.

O, peggio, che addirittura nei contratti di lavoro, stipulati dallo Stato (non il ‘bieco aguzzino’ privato) per i propri dipendenti di ruolo, non sono considerati i diritti (e le dovute garanzie) a tutela dei malati con prescrizione sanitaria emessa da una commissione medica collegiale, di cui fa obbligo la norma nazionale apposita (art. 42 comma c d. lgs. 88-2008).

Una situazione drammatica per non pochi cittadini non (del tutto) abili al lavoro, oltre che sofferenti nella salute, come, ad esempio, quella del Lazio, dove almeno una ASL non concede l’art. 3 comma 3 della L.104 (quello che consente tre giorni di malattia al mese, per intenderci) neanche a persone con malattie congenite che devono essere sottoposte a frequenti terapie ospedaliere o che lesina punti, tanti punti, di invalidità a persone con doppio bypass, seri problemi metabolici, malattie croniche e notoriamente gravose, eccetera …

Un sistema che – grazie al de facto mancato assorbimento delle norme OMS che distinguono tra invalidità e capacità funzionale a svolgere una certa mansione/incarico – trasforma i malati italiani in due precise categorie: ‘gravissimi’, ovvero insindacabilmente non atti al lavoro, e ‘tutti gli altri’, ai quali – salvo esenzioni ticket (ci mancherebbe altro …) spetta poco o nulla, con un’età pensionabile che si allontana sempre di più.
Un sistema che aggravia i costi del lavoro per incrementare le spese sanitaria ed assistenziale, visto che un malato cronico che lavora senza tutele, si aggrava e necessita anche di maggiori cure, oltre ad assentarsi.

Malpractice Cartoons by T. McCracken mchumor.com/medicine_malpractice.html

Qualcuno ha provato a chiedersi se costa di più un lavoratore ultracinquantenne aggravato da particolari carichi di lavoro, che, ricorrendo frequentamente a cure e controli, richiede anche una spesa sanitaria di 30-40.000 euro annui o costa di meno un lavoratore con 25-30 anni di contribuzione che diventi un part timer od un pensionato e che, però, se la cava da solo ed incide molto meno sulla spesa sanitaria?
E, soprattutto, è questa una domanda lecita in una nazione come l’Italia, dove abbiamo circa un centinaio di parlamentari che arrivano dal settore sanitario ed un altro tanto dagli apparati locali di partito?

Di questo dovrebbero scrivere e raccontare – a proposito di invalidità e lavoro – i nostri quotidiani, non (solo) dei soliti tremila furbi che si annidano in tutte le categorie umane.

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Romano Prodi, un curriculum da conoscere

15 Apr

Romano Prodi, dopo il flop del suo esecutivo ‘di lotta e di governo’, nel 2007, e dopo il conseguente oblio, neanche interpellato sui guai dell’Eurozona di cui fu l’ideatore ed il fondatore, ritorna in auge nel listino degli probabili presidenti della Repubblica, con il voto del PD e del M5S.

Ma chi è Romano Prodi? Cosa ci racconta il suo curriculum?

Iniziamo col dire che non proviene da una ‘famiglia di contadini’, ma, più esattamente, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri emiliani, relativamente benestanti visto chei figli poterono studiare presso il prestigioso liceo classico Ariosto di Reggio Emilia e, poi, continuare gli studi universitari come fuori sede.
Romano l’ottavo dei nove figli di Mario Prodi, un ingegnere, sembrerebbe ‘dipendente pubblico’ (Luciano Chiappini, “Una voce fedele e libera: il Taccuino”), e di Enrica, maestra elementare.
Dipendenti pubbici sotto il Fascismo, che dovevano essere di giurata fede, come pretendeva il regime dell’epoca, come anche va ricordato che Romano era il nome il nome di battesimo del più giovane dei figli del Duce. Nulla di male e nulla di nuovo, gran parte degli italiani erano sentitamente fascisti all’epoca.

Una famiglia Prodi che, comunque, credeva nel progresso e – proprio nell’epoca in cui, sappiamo oggi, vennero a costituirsi le famigerate filiere baronali e nepotistiche – ebbe il merito e la fortuna di riuscire ad  inserirsi nel sistema di carriere universitarie.
Infatti, oltre a Romano, ben cinque suoi fratelli sono o sono stati docenti universitari. Tra questi, ricordiamo, in particolare, i più famosi:

  1. Giovanni, il primogenito, nato nel 1925 ed arruolato nelle milizie della Repubblica di Salò nel 1943, costituistosi nel 1944 e detenuto per cinque mesi a Coltano (Giampaolo Pansa – “Vincitori e vinti”). Laureatosi in matematica nel 1948, già nel 1956 era docente universitario e nel 1963 ottiene la prestigosa cattedra all’Università di Pisa, dove sarà a lungo professore di analisi;
  2. Giorgio, il terzo dei nove fratelli, nato nel 1928, medico, docente di Patologia Generale fin dal 1958 e pioniere dell’oncologia in Italia presso l’Univesrità di Bologna;
  3. Paolo, nato nel 1932, è uno storico, preside della Facoltà di Magistero bolognese dal 1969 al 1972  e rettore dell’Università di Trento dal 1972 al 1977. E’ tra i fondatori dell’Associazione di cultura e di politica “il Mulino”, controllante dal 1965 dell’omonima Società editrice il Mulino, sui cui testi si sono (con)formate due generazioni di laureati e tecnici italiani.

Dunque, Romano Prodi era già il fratello di tre noti ed autorevoli docenti universitari quando, nel 1961,  presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, conseguì  una laurea in Giurisprudenza – non in Economia come quella conseguita da Mario Monti nel 1965 presso l’Università Bocconi di Milano – presentando una tesi sul protezionismo nello sviluppo dell’industria italiana.
Due anni dopo, iniziò la sua carriera accademica come assistente presso Università di Bologna, dove due fratelli erano già affermati docenti, e, nel 1973, dodici anni dopo la laurea, Romano ottenne l’incarico per l’insegnamento di “Economia e politica industriale” presso l’Università di Trento, il cui rettore era all’epoca il fratello Paolo. L’anno dopo, arrivava a presiedere la casa editrice il Mulino, controllata dall’omonima associazione di cui lo stesso fratello Paolo era uno dei fondatori.

Nel 1965 – già inserito nel sistema universitario e già consigliere comunale a Reggio Emilia per la Democrazia Cristiana –  conobbe Flavia Franzoni, studentessa diciottenne, sua lontana cugina e figlia di un docente di chimica, anche lei impegnata nell’Azione Cattolica (ndr. un altro fratello di Romano Prodi, Vittorio, diventerà prima presidente dell’Azione Cattolica di Bologna, dal 1986 al 1992, e poi europarlamentare iscritto al gruppo gruppo Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa).
Nel 1969, l’omelia delle loro nozze fu officiata dall’attuale Cardinale Ruini ed anche lei diventerà docente universitaria presso la facoltà di Scienze politiche di Bologna –  dove «è soprannominata “google”, perché sa tutto» (Alessia Ercolini, Grazia) – e direttrice dell’Istituto regionale per i servizi sociali. Una donna “prima allieva, poi moglie e quindi mamma”, come la definiva il Corsera nel lontano 1995 (link).

Una tipica storia familiare, dunque, come tante altre delle provincie dell’Italia centrale, microcosmi di tradizione contadina, patriarcale, cattolica, ma anche attenti alle opportunità, proprio come nella tradizione lo fu Bertoldo. Un giurista che si occupava di politica economica, dunque, in un paese che predilige la volontà politica ed il giusto intendimento alla prova dei fatti ed alla legge dei numeri.

Prodi 1982 aLa carriera professionale di Romano Prodi ‘economista’, da quel lontano 1965 fino agli Anni ’80, non sembra aver lascitato particolari tracce (su internet) di pubblicazioni o consulenze, ma sappiamo che all’inizio degli Anni Settanta ottenne un primo incarico manageriale come presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi, due imprese in difficoltà gestite dall’istituto finanziario pubblico GEPI allo scopo di risanarle.
Maserati si riprenderà solo con l’arrivo, nel 1975, dell’argentino Alejandro De Tomaso e grazie all’intervento della Benelli, mentre della Callegari e Ghigi, che nel momento più florido dava lavoro a circa 1500 dipendenti e famosa per i suoi gommoni, non v’è più traccia.

Per comprendere l’approccio socio-politico e metodologico dell’operazione, ricordiamo che la GEPI, Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali, era una finanziaria pubblica costituita nel 1971, con capitale posseduto per il 50 % dall’IMI e per l’altra metà suddiviso in parti uguali tra IRI, ENI ed EFIM. Pur avendo lo scopo di assumere il controllo delle aziende private in crisi per risanarle, ristrutturarle, rilanciarle, la GEPI nel linguaggio giornalistico e sindacale dell’epoca fu descritta come “lazzaretto“, “reparto di rianimazione“, “ambulatorio“, “rottamaio di aziende” (fonte Wikipedia).
Un bagno di sangue per le finanze pubbliche italiane, come scriveva Adriano Bonafede (Miliardi nel pozzo Gepi, La Repubblica, 8 gennaio 1988), raccontando che “a posteriori è possibile attribuire a GEPI un notevole ruolo nello sperpero di risorse pubbliche e nel ritardo infrastrutturale italiano, dato che  solamente per la Innocenti, nel decennio tra il 1976 e il 1986, erogò contributi per l’astronomica cifra di 185 miliardi di Lire.

D’altra parte parliamo dell’Italia che iniziava ad uscire dalla Guerra Fredda e si avviava verso il Consociativismo: il ‘metodo GEPI’, con i dovuti correttivi, piacque ad industriali, partiti e sindacati e Romano Prodi venne chiamato ad essere ministro dell’Industria dal novembre 1978 fino al marzo 1979, nel quarto Governo Andreotti, giusto in tempo per emanare un decreto legge che porta il suo nome (legge Prodi), finalizzato proprio al salvataggio delle grandi imprese in crisi.
L’anno successivo – sempre allo scopo di tamponare le crisi del sistema industriale centrosettenrionale invece che ristrutturare e ricollocare più a Sud dove l’industrializzazione era in crescita – alla GEPI fu affidato il compito di prendersi in carico i dipendenti in esubero di grandi imprese private (FIAT, Montedison, SNIA, SIR, Marzotto, eccetera), con il conseguente mantenimento in Cassa Integrazione di decine di operai e tecnici per molti anni (A. Bonafede, op. cit.). Intanto, si avviò lo spacchettamento delle industrie meridionali.

Gianfranco Viesti, politologo con laurea in economia all’Università Bocconi, in Abolire il Mezzogiorno, ricorda che “la ristrutturazione dell’industria a controllo pubblico inizia in ritardo, nel periodo della presidenza di Romano Prodi all’IRI e Franco Reviglio all’ENI“, sottolineando che “per alcuni il Mezzogiorno è una palla al piede. Per altri è un alibi. Per alcuni è un noioso rituale da inserire in agenda. per altri è la scorciatoia per arricchirsi illecitamente. Per tutti è una buona scusa per non affrontare realmente i problemi italiani.

industria meridione prodi svimez

Nel 1982, il governo Spadolini affidò a Romano Prodi la presidenza dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, creato da Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) all’epoca della Grande Crisi del 1929.
Un IRI che Prodi ridimensionò notevolemente e dove verrà successivamenre richiamato, nel 1993, per l’incarico del Presidente del Consiglio Azeglio Ciampi, allo scopo di completare un’enorme serie di privatizzazioni e dismissioni.

La ristrutturazione dell’IRI, attuata da Romano Prodi negli Anni ’80, portò alla cessione di 29 pregiate aziende del gruppo, tra le quali le più dolorose furono quella dell’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986, e la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat, ovvero della siderurgia e della navalmeccanica italiane, con drammatici tagli occupazionali gestiti tramite generosi prepensionamenti, che ancora oggi gravano sul nostro PIL.

Utile ricordare che ciò avvenne azzerando le attività portuali ed industriali di una città come Napoli e provocando il crash del Banco di Napoli, con lo stop degli interventi straordinari nel Mezzogiorno e la canalizzazione su banche settentrionali dei fondi europei.
Non sappiamo quali furono le effettive responsabilità di Romano Prodi, forse nessuna, ma furono certamente suoi il metodo  e la visione con cui si gestirono salvataggi, ristrutturazioni e cessioni di una delle ricchezze primarie del nostro Paese.
Un metodo che non poteva lasciare perplessi, fosse solo perchè era nato per intervenire su realtà limitate ed mergenziali, mentre lo si voleva utilizzare a strumento per ristrutturare il sistema industriale ed infrastrutturale nazionale, senza affatto tenere conto della millenaria tradizione industriale, commerciale ed agroalimentare del Meridone.

Le ricchezze storico-artistiche, le bellezze naturali e ambientali concentrate nelle regioni del Mezzogiorno sono di prim’ordine. é su queste ricchezze che va fondata una nuova via per lo sviluppo. Pensando al da farsi ho anche indicato un nome alla nostra strategia: facciamo del Sud la “Florida d’Europa”… Al Sud ci sono tanti giovani pieni di capacità che devono essere finalizzate“, prometteva il presidente del Consiglio Romano Prodi alla Fiera del Levante di Bari il 14 settembre 1996.

La politica deflazionistica di Prodi e di Ciampi è stata la vera responsabile dell’affondamento del Mezzogiorno. Nel ’97 il governo ha dimezzato le erogazioni di cassa per le aree depresse del Mezzogiorno” e “Bagnoli da sei anni è bloccata al palo da un contenzioso tra Comune e Ansaldo Trasporti” (Panorama, Raccolta Edizioni 1677-1680 – 1998).

I dati pubblicati da Svimez per i 150 anni dell’Unità non lasciano dubbi: l’anno peggiore per l’industria meridionale fu il 1998, mentre la ripresa nel ventennio a seguire fu nei limiti congiunturali. Inoltre, abbiamo visto tutti come è andata con la crisi in Spagna, dove avevano investito nell’industria turistica.

svimez industrializzazione meridione

Per avere un’idea delle strategie e degli effetti della seconda tornata all’IRI di Romano Prodi, ‘a protezione dell’industria e dell’occupazione italiane’, ricordiamo almeno una parte di cosa accadde drammaticamente in quegli anni:

  1. Banca Commerciale Italiana, privatizzata nel 1994 ed oggi assorbita in Intesa Sanpaolo. Credito Italiano, privatizzata nel 1993, e Banco di Roma, confluito nella Banca di Roma nel 1992, ed tutti oggi parte di Unicredit;
  2. Finsider, privatizzata “a pezzi” (operazione conclusa nel 1995), di cui oggi restano ‘i problemi’: il raddoppio dell’inquinante stabilimento siderurgico di Taranto (ILVA – Gruppo Riva) e l’area industriale-portuale di Gioia Tauro, che già all’epoca si prevedevano essere investimenti improduttivi;
  3. SOFIN, acquisita dal ILVA – Gruppo Riva, era partecipante di Industrie Ottiche Riunite, Strade Ferrate Secondarie Meridionali, Sidalm, Forus SpA, Acciaierie e Ferriere di Piombino e Vertek;
  4. Finmeccanica e Fincantieri, che fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, divenuto direttamente proprietario di fabbriche d’armi e risorse energetiche;
  5. Italstat, settore costruzioni, anch’essa trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze e controllante di Gruppo Autostrade S.p.A. (privatizzata nel 1999), Italinpa, Aeroporti di Roma, Stretto di Messina, eccetera;
  6. STET, fusa nel 1997 con Telecom Italia e trasferite al Ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre la prestigiosa controllata Selenia-Divisione Spazio con sede a Napoli veniva fusa con la Elsag e ridislocata, per poi essere del tutto assorbita, dal 1989, dalla controlalnte Finmeccanica;
  7. Cofiri e SPI (Società per la Promozione e Sviluppo Imprenditoriale), invece, furono inghiottite da Sviluppo Italia nel 2000, quando il Governo D’Alema fuse tutte le società di promozione in un’unica azienda per attrarre investimenti esteri per lo sviluppo industriale del sud Italia;
  8. Alitalia, la cui proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, arrivando a costare agli italiani almeno un miliardo di euro l’anno in debiti, nel 2008, mentre, pochi mesi fa, annunciava ancora 280 milioni di perdite;
  9. RAI, la proprietà fu trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, diventando a pieno titolo una televisione commerciale di Stato.

Aggiungiamo la storia di Finmare, ovvero Tirrenia che fu inglobata in Fintecna e trasferita al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che la ha privatizzata circa un anno fa. Proprio a partire dal 1993, la Tirrenia avviò una dispendiosissima politica di ammodernamento della flotta confluita nell’acquisto di quattro nuove navi superveloci, una vera manna dal cielo per la Fincantieri degli stabilimenti di Sestri Levante (GE). Costosi gioielli del mare che furono messi in disarmo dopo pochi anni a causa degli inconvenienti ed elevati consumi di carburante (circa 290 kg di gasolio al minuto), dieci volte superiori ad un traghetto tradizionale di simili capacità. La privatizzazione di Tirrenia è stata assemblata sullo stesso schema di quella di Alitalia e prevede la creazione di una bad company.

O quella di SME, privatizzata “a pezzi” negli anni ’90, con l’ex  Motta venduta alla Nestlé; GS (distribuzione) vendute alla famiglia Benetton ed a Leonardo Del Vecchio, il gruppo Cirio Bertolli De Rica (oli, latte e conserve) venduto alla Fisvi di Carlo Saverio Lamiranda, rivenduto a Unilever e poi passato sotto il controllo di Sergio Cragnotti, con relativi crac e noti scandali, Autogrill (ristorazione). Il tutto perdendo un’occasione unica per realizzare un grande gruppo alimentare italiano, in grado di competere con le multinazionali straniere e di difendersi dalle organizzazioni criminali.
All’epoca, ricordiamolo, ebbe origine l’eterno conflitto tra Prodi e Berlusconi, scatenato dalla tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, per la quale Romano Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso.

Prodi 1982Una vera e propria tragedia italiana, da togliere il sorriso per una vita, quella che coincise con il passaggio di Romano Prodi all’IRI o ne fu conseguenza o proseguimento.

Una vicenda che, ormai, è affidata alle statistiche ed agli storici di cui tanta Italia sembra essersi dimenticata e che l’intervento alla Camera dei Deputati di Emilia Calini Canavesi (PRC), del 1 luglio 1993,  ben delinea nel contesto dell’epoca: “abbiamo denunciato che la FIAT ha acquistato (si fa per dire, perché per sei anni non ha pagato una lira ed ho presentato un’interrogazione per sapere se sia stata pagata anche solo la prima rata, ma nessuno mi ha ancora fornito una risposta) o meglio, ha avuto in regalo l’Alfa Romeo dal Governo di allora, presieduto da Craxi, il cui braccio destro era allora l’onorevole Amato.
I ministri che hanno trattato questo regalo dell’Alfa Romeo alla FIAT, per citarne solo alcuni, erano Darida, De Lorenzo, Nicolazzi, De Michelis. Dunque, quanti hanno trattato quell’affare non godono certo oggi di una buona fama e reputazione. Questi sono coloro i quali hanno condotto la prima rilevante privatizzazione in Italia. … La percentuale di vendite di auto che ha toccato oggi la FIAT non è mai stata così bassa, neppure quando l’Alfa Romeo era di proprietà statale, dell’IRI.”
Noi posteri, oggi, ben sappiamo quale valore avesse quel Centro Ricerche Alfa, ormai volato via a Detroit.

Dopo una tale mattanza per il futuro industriale italiano e con un futuro inesistente per vasti territori del paese, Romano Prodi, il 31 maggio 1994,  rivendicando i bilanci ‘finalmente’ in attivo dell’IRI, formalizzò le proprie dimissioni al nuovo Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e l’11 agosto  annunciò di entrare in politica: «Adesso ho mente e animo liberi. Un impegno in politica diventa un dovere, vista la situazione».

Riuscì a raggiungere l’obiettivo, due anni dopo, quando venne nominato Presidente del Consiglio dei ministri dopo le elezioni politiche 1996, a capo di una coalizione guidata da quello che è oggi il Partito Democratico, ma molto eterogenea, che, soprattutto, si avvalse di un appoggio esterno da parte di Rifondazione Comunista, con cui aveva stretto un patto di desistenza elettorale (la mancata presentazione di proprie liste nella maggior parte dei collegi elettorali maggioritari), che costituisce, con gli occhi di oggi, una sottile forma di forzatura elettorale.

Prodi IRI 1994

Non pochi i risultati, nei due anni di vita che ebbe il Governo Prodi, tra cui il il tentativo di semplificazione amministrativa della P.A. e di deregulation delle scuole e delle facoltà universitarie, il mantenere l’Italia fuori dai conflitti in corso nella ex-Yugoslavia, i finanziamenti per i Beni Culturali. Romano Prodi, soprattutto, ebbe il merito a riportare il rapporto deficit/PIL entro i parametri del Trattato di Maastricht, ma a costo di un impopolare ed iniquo contributo straordinario, chiamato anche “eurotassa” o “tassa per l’Europa”, in parte restituita nel 1999 a furor di popolo.
Oggi possiamo aggiungere che si confidò, molto ottimisticamente, sull’ipotesi che l’entrata nell’euro avrebbe portato un considerevole risparmio di interessi sui titoli di Stato anche nel lungo periodo. Il tutto, senza tenere conto che una pressione fiscale di quel genere non poteva risanare un debito pubblico a due zeri e non poteva essere che una tantum.

Di nuovo, una questione di metodo.
Inoltre, l’Ulivo – la creatura politica che Romano Prodi aveva raccolto intorno a se –  promulgò, sotto D’Alema ed Amato, la pessima riforma del Titolo V della Costituzione e, soprattutto, l’odierno disastro Sanità in Italia: fu quella maggioranza ulivista, con tanto di Lega al seguito, che emanò le quattro leggi che affliggono contribuenti, casse pubbliche, fornitori e, soprattuto, malati: istituzione del Servizio Sanitario Regionale, ridestinazione dei centri psichiatrici, legge sulle malattie rare, recepimento dei parametri dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità inerenti lavoro, funzionalità e stato invalidante.

Sfiduciato dalla sua stessa maggioranza e lasciando il movimento appena fondato, nel marzo del 1999, Romano Prodi accetta la designazione dei governi europei  alla Presidenza della Commissione Europea, avviando quel processo che, in Germania, i malevoli chiamano ‘italianizzazione dell’Europa’.
Durante la sua presidenza vennero introdotte gran parte delle innovazioni su cui c’è oggi dibattito e divisione tra gli europei:

  1. 1º gennaio 2002, l’entrata in vigore dell’Euro come valuta corrente dell’Unione, di cui sono ben noti i pregi, i difetti e le polemiche incessanti;
  2. 1º maggio 2004 l’allargamento dell’Unione ad altri 10 paesi: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, che si è rivelato disastroso per le economie spagnole ed italiane;
  3. il 29 ottobre 2004, la firma a Roma della Costituzione europea, un progetto definitivamente abbandonato nel 2009 a seguito dello stop alle ratifiche imposto dai no ai referendum in diversi paesi europei, tra cui Francia e Paesi Bassi.

Prodi EuroMissione compiuta anche in Europa, dato che sul momento sembrò a tanti un successone, Romano Prodi si candidava alle Primarie, con il Partito Democratico (attuale) che -caso unico nella Storia- non volle candidare un proprio iscritto di particolare fama. Inutile dire che Prodi vinse alla grande, con una marea di equivoci al seguito, visto che c’erano Di Pietro, Bertinotti e Mastella a far da coprotagonisti, mentre D’Alema eterno dominus del PD andava a dettare i tempi ed i modi.
Sull’onda dell’antiberlusconismo e di questi consensi ‘primari’ – apparentemente per la sua persona – Romano vinse anche le elezioni politiche 2006, ma con uno scarto inferiore ai 25.000 voti e solo grazie al Porcellum ottenne 340 seggi alla Camera dei deputati e 159 seggi al Senato della Repubblica.
Una maggioranza risicata e borderline che diede adito a numerosi reclami e ricorsi, respinti, ma, soprattutto, venne ritenuta un azzardo, sia per l’esigua maggioranza al Senato – corroborata dal voto spesso decisivo dei Senatori a vita, fino ad allora per prassi non incidenti sulla fiducia ai governi – sia per la deriva ‘di lotta e di governo’ che la cooptazione dell’estrema sinistra avrebbe imposto, mentre esattamene la metà degli italiani era di opinione del tutto opposta.

Fu un brutto inizio, dato che, nonostante gli italiani già mugugnassero abbondantemente sugli sprechi e sulle inerzie della Casta e nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, il governo Prodi II passò alla storia della Repubblica come quello più numeroso (102 tra ministri, viceministri e sottosegretari).

Fu allora che le tasse s’impennarono a livelli ancora più intollerabili, secondo la logica che ogni contribuente è un sospetto evasore. Ciò permise a Romano Prodi di archiviare l’early warning che pendeva sull’Italia dal 2005 per sfondamento del Patto di Stabilità Europeo e così accadde, che archiviata la sanzione e regalati all’Italia altri tre anni di tempo, mentre Comunisti e CGIL raccontavano di un ‘tesoretto’ di risorse pubbliche sommerse da spendere in welfare, passò del tutto inosservato il ‘problema’ che il Trattato di Maastricht prevedeva e prevede (saggiamente) che gli stati non abbiano – grosso modo – un debito pubblico eccedente il 60% del PIL ed un deficit superiore al 3%.
Servivano urgenti misure strutturali, ma lo stesso Romano Prodi riteneva, fin da quando era Presidente della Commissione, “il Patto inattuabile per la sua rigidità, sebbene ritenesse comunque necessario, sulla base del Trattato, cercare di continuare ad applicarlo” (Wikipedia).

Quel governo, come prevedibile, fu vessato, nella sua breve esistenza, da continue contrapposizioni intergovernative, manifestazioni sindacali e della sinistra estrema, tensioni con gli alleati NATO, interventi militari controversi, spese incrementali per lo Stato in nome di una presunta economia in crescita e di un fantomatico Tesoretto nelle casse pubbliche.
Tra l’altro, nonostante venga ricordato per l’avvio dato alla  moratoria universale della pena di morte, adottata in forma non vincolante dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, c’è da sottolineare che è sotto Romano Prodi che nacque l’Equitalia S.p.a. che conosciamo, per l’esattezza il 4 luglio 2006, quando Riscossione S.p.A. (poi ridenominatasi) fu autorizzata ad utilizzare i dati in possesso dell’Agenzia delle entrate, fino ad allora considerati riservati.

Caduto il governo per le insuperabili tensioni interne, il 9 marzo 2008, Romano Prodi annunciava di aver «chiuso con la politica italiana e forse con la politica in generale», ma, sei mesi dopo, il 12 settembre 2008, accettava di presiedere il Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa.
Nessun proglema riguardo al potenziale conflitto di interessi – specialmente in Nigeria o Libia, ricche di petrolio – per essere “stato chiamato nell’ ‘Advisory Board’ di British Petroleum per i temi di strategia internazionale e industriale”, almeno dal 2009, come confermato dallo stesso Prodi l’11 giugno 2010.

Nè sembrano aver creato imbarazzo i buoni rapporti pregressi con il sanguinario dittatore libico Gheddafi, come anche nè SEL nè Laura Boldrini, l’attuale Presidente della Camera, sembrano ricordare che Il Manifesto del 14 agosto 2004 titolava”Li fermeremo in Libia. Accordo con l’Italia per blindare frontiere e mari. Prodi si congratula con Gheddafi.

No, non appare un cattivo uomo, il professor Romano Prodi, forse solo un po’ troppo accomodante ed ambizioso, certamente notevolmente fortunato e, di conseguenza, fin troppo ottimista. Meno fortunate le sue soluzioni, come lo fu il suo famoso ‘si può fare’ in campagna elettorale, smentito meno di due anni dopo a stretto giro parlamentare.
Un uomo di buona volontà, avrebbe detto qualcuno quando si credeva ancora che ‘chi non sbaglia, non fa’, dmenticando che ‘di buone intenzioni, son lastricate le vie per l’inferno’.

Il suo passaggio all’IRI – ed i ‘risultati’ che oggi, a ragion veduta, possiamo annoverare tra i pochi cocci rimasti – dovrebbero escludere ‘di per se’ la possibilità che Romano Prodi possa diventare il presidente degli italiani; allo stesso modo, per la sua ostinazione nell’arrivare a tappe forzate alla moneta unica europea con i controversi problemi in cui ci troviamo o, peggio, per la sanguinosa questione di Equitalia (ex Riscossione Spa).
Un’ampia parte di noi cittadini potrebbe non sentirsi rappresentata o rassicurata.

Dunque, perchè ostinarsi a candidarlo, se poi dal PdL arriva un “Prodi al Colle? Tutti all’estero” e lui stesso annuncia: “Nessuna mia candidatura al Quirinale, io sto semplicemente a guardare”, ribadendo da Lucca ai giornalisti “io sono fuori”?
Ma, soprattutto, perchè dovrebbero votarlo il Movimento Cinque Stelle ed i Renziani, che promettono di volere il cambiamento da quel ‘metodo’ e da quell’Italia consociativa che fu?

Post Scriptum: Fu sotto la presidenza del Consiglio di Romano Prodi che si svolsero e furono secretate le audizioni del pentito Carmine Schiavone inerenti il traffico di rifiuti tossici e il disastro ambientale in Campania.

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Rosy Bindi, il disastro Sanità ritorna?

22 Feb

Rosy Bindi è uno dei big che il Partito Democratico ha blindato, garantendogli l’elezione, ed è accreditata come futuro vicepremier, ma potrebbe finire – ahimè – alla Sanità od al Welfare.
I suoi principali meriti sono legati a fattori occasionali, come essere accanto a Vittorio Bachelet (del quale era assistente universitaria) nel momento del suo assassinio, il 12 febbraio 1980, da parte delle Brigate Rosse, o fideistici, come il lungo impegno nell’Azione Cattolica, di cui è stata vicepresidente nazionale, dal 1984 al 1989.
Dal punto di vista politico, prettamente politico, si contano, viceversa, i disastri.

Ad esempio, il pasticcio del 1996, quando chiuse in modo decisamente affrettato ben 63 strutture psichiatriche che servivano 17.000 malati, determinando che andavano riutilizzate o, se vendute, i soldi ricavati dovevano andare al progetto obiettivo sulla salute mentale.
Risultato a 15 anni di distanza? Si legge dalla relazione dei Nas: “Gli ambienti sono stati per lo più ristrutturati e riutilizzati dalle Asl anche per l’assistenza e cura dei malati psichiatrici. Dati in comodato d’uso gratuito. Dismessi e non utilizzati. Venduti o locati in tutto o in parte a Comuni, Università o privati e i relativi ricavi utilizzati anche per la creazione di strutture destinate ai malati psichiatrici. Le somme derivate dalle vendite o locazioni, a volte, sono state versate direttamente nelle casse regionali, rendendo difficile una ricostruzione dettagliata del loro successivo utilizzo“.

Morale della favola: un regalo per le onlus, comunità terapeutiche e case famiglia, che gestiscono servizi pubblici esternalizzati in 1.679 strutture residenziali con 19.299 posti per 30.375 utenti, mentre i ‘centri diurni’ consistono in altre 763  strutture, 12.835 posti, 32.030 assistiti.
Salute mentale privatizzata, missione compiuta?

Una Rosy Bindi che nasce a Sinalunga, in terra dei Monte dei Paschi di Siena, ma va a conquistarsi le primarie a Reggio Calabria, vincendole nonostante per i calabresi lei sia solo un nome su un cartellone.
Una Bindi, presidente del Partito Democratico, che si poneva a capo della ‘resistenza ai tagli alla politica’ di Mario Monti, insieme  alla vicepresidente della camera Susanna Cenni (PD),  e azzerava il provvedimento con un provincialissimo ed arrogante ‘non si capisce come mai Siena venga duramente penalizzata dal testo predisposto dal governo sul riordino delle province. La scelta operata dal governo appare miope anche alla luce della candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura per il 2019.
Forse perchè il Comune di Siena raccoglie appena 54.646 abitanti e la provincia intera arriva a sole 270.333 anime?

Una schietta origine senese che si è confermata, scandalosamente, giorni fa, nel salotto di Bruno Vespa, dove Rosy Bindi haprovato a sminuire il caso Mps, bollandolo come «polemica elettorale», sostenendo che quasi due milioni di euro – versati al PD da dirigenti Mps – sono stati definiti «liberalità, erano contributi volontari, cosa c’entrano?».
Oppure lo scandalo sanità in Toscana dove oggi si devono tagliare 2.000 posti letto per risparmiare circa 350 milioni di Euro e tra questi ci sono quelli degli Ospedali Riuniti della Valdichiana, voluti una ventina d’anni fa dalla Rosy nazionale, che da soli rappresentano un bel 10% dello surplus di posti. Lo stesso dicasi per l’Ospedale di Chieti, il suo trasferimento ed il risanamento del territorio, per le quali si spesero cifre folli per le quali l’ex sindaco Cucullo ringrazia ancora pubblicamente, mentre da anni la Regione Abruzzo ‘taglia sprechi’, riducendo i posti letto proprio di quella provincia, dove, evidentemente, sono stati creati in eccesso.
Una Toscana dove la procura di Massa ha indagato a lungo sul sistema sanitario, descritto dalla Commissione d’inchiesta parlamentare come “elefantiaco e clientelare”, mentre sembra che un toscano su 72 sia in qualche modo retribuito dal sistema regionale sanitario. Un sistema di potere clientelare che ha scaricato sui ticket ed sui tagli il dissesto finanziario, visto che solo la Asl di Massa aveva un deficit superiore ai 420 milioni di euro, mentre la Commissione Parlamentare non ha mancato di evidenziare la discutibilità dei quattro nuovi ospedali di Lucca Pistoia, Prato e Massa.

E, a proposito delle disastrose idee di Rosy Bindi, come non ricordare il decreto legislativo 229 del 1999, la riforma del Servizio Sanitario Nazionale, che, come noto a tutti, ha messo in ginocchio la finanza pubblica nazionale, ha devastato le tasche di mezza Italia con i prelievi IRPERF, ha delegato alle Regioni servizi primari che, poi, sono stati esternalizzati, ha foraggiato l’avidità di tanti corrotti politicanti e dirigenti.

Ma non solo. Una riforma che, collegata alla legge sulle malattie rare, emanata in piena campagna elettorale se non addirittura mentre si votava, che ha scatenato il caos generalizzato, delegando tutto alle Regioni, con il risultato che 3/4 dei malati rari non è diagnosticato ed un terzo di quelli noti rinuncia alle cure per problemi gestionali. Per non parlare delle Onlus che, a 20 anni di distanza, hanno deluso tutti ed innanzitutto i malati, sempre esternalizzando servizi, parcellizandoli con enormi costi aggiuntivi.

O la bella trovata della legge sulla disabilità (L. 68/99), che apparentemente aveva accolto – con sette anni di ritardo – le direttive del WHO che impongono di tenere conto della ricaduta funzionale e non solo del danno biologico, ma che le ha solo menzionate nella norma vigente, che continua, infamemente indefessa, a conferire punteggi come se si fosse di fronte ad un tirchio ispettorato assicurativo e non dinanzi ad una benefica istituzione medica.
Una legge, oggi, che nega diritti internazionalmente riconosciuti a chiunque non soffra di patologie elencate nella lista, come i malati di quasi 3.000 malattie rare non mezionate nel testo italiano, mentre i finti invalidi affollano le prime pagine dei giornali.
Il ritardo, rispetto alle direttive WHO-1992 su lavoro e disabilità, ammonta ormai a 21 anni, cosa per cui ringraziamo l’ex ministro Rosy Bindi.

Dunque, con le elezioni alle porte, c’è da chiedersi perchè gli elettori calabresi, abituati a lunghi e costosi ‘viaggi della speranza’, visto il disastro sanitario in cui versa la regione, dovrebbero votare proprio Rosy Bindi. Mica credono che porterà ospedali anche a loro, dopo Montepulciano e Chieti, e, comunque, mica credono che non glieli taglieranno quasi subito, come a Montepulciano e Chieti?

E, visto che ci siamo, perchè votare, a Novara, il medico genovese Ignazio Marino, noto per i suoi blitz in un paio di ospedali romani, che molto, ma molto di più, avrebbe potuto e dovuto fare come Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, nonché membro della Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica nella XVI Legislatura.

Un Ignazio Marino che – molto furbamente o troppo ingenuamente, ma certamente con una buona dose di demagogia – propone in campagna elettorale di abolire i ticket che sono “una tassa odiosa che scarica le inefficienze del sistema sulle persone, si può eliminare e sarà il primo obiettivo del PD una volta arrivati al Governo. Siamo già in una situazione insostenibile che pesa sulle famiglie e sugli anziani che sempre di più rinunciano alle cure per via del ticket.”
Veramente è sull’IRPERF – una tassa che colpisce direttamente tutti, sani inclusi – che si scaricano le inefficienze dei baronaggi ospedalieri e delle malversazioni dei dirigenti medici ed amministrativi. Il ticket è un contributo direttamente correlato ad un servizio, ma questo, forse, il senatore Marino l’ha dimenticato, come da medico e parlamentare non ha notato le ‘vacatio legis’ che sono alle fondamenta della costosa e sprecona non-gestione di invalidi, malati rari e psichiatrici.
Dal punto di vista finanziario, poi, a parte il caso Toscana, azzerare i ticket significa anche azzerare le entrate cash delle aziende sanitarie, con risultati simili a quando si accentrò la gestione delle scuole con il risultato che per due anni non si pagarono esami e supplenti, maturando un debito pubblico che è ancora in circolo.

Tornando a Rosy Bindi, l’ultima è la cacciata del giornalista Antonino Monteleone della trasmissione Report, di Milena Gabanelli, che ha spiegato come «l’onorevole appena mi ha visto ha detto che non avrebbe cominciato se non me ne fossi andato». Non è un caso che il fatto accada a Reggio Calabria, al convegno «Diritto alla salute in Calabria: tra livelli essenziali e gestione delle risorse», un evento con tanto di logo del PD bene in vista mentre la Bindi è candidata come capolista per Montecitorio.
Tra l’altro, trattandosi di sanità e di denaro pubblici, i giornalisti avrebbero dovuto essere bene accetti … a meno che ‘lì dentro’ non dovessero discutere di qualche altra ‘disastrosa idea’.

Malati e contribuenti italiani sono avvisati.

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Pensioni – Fornero, pessime idee

26 Nov

Che il Governo Monti non abbia i numeri per durare è un dubbio che inizia a serpeggiare tra gli osservatori.

Sono già troppe le “buche” che questo governo ha mostrato di non saper evitare, dal protrarsi delle scelte per i ruoli di governo minori, ma “politici”, alla quasi assenza di esposizione mediatica, ovvero di attenzione al consenso popolare.
Per non parlare delle età e delle professioni rappresentate nel governo, che mostrano una squadra vecchia e lontanissima dal mondo del lavoro e delle imprese medio-piccole, per non parlare della gente: un esecutivo che mai è stato esecutivo.

Crepe già vistose, di cui torneremo a parlare, che la proposta del ministro Fornero sulle pensioni non fa altro che confermare, deludendo profondamente le aspettative di chi aveva sperato in una vera riformatrice.

Infatti, non era difficile comprendere cosa chiedono a viva voce gli italiani: stop pensioni d’annata e privilegi, meno anziani al lavoro più spazio ai giovani, sistema contributivo per tutti.

Basterebbe, per far sentire garantiti i lavoratori italiani, legiferare che nessuna pensione possa superare lo stipendio iniziale dell’ultima/migliore professione svolta. Facile come bere un bicchier d’acqua.

Cosa offre il ministro? Più anziani al lavoro, meno spazio ai giovani, sistema contributivo solo per chi è ancora al lavoro.

In due parole, potrebbe esserci uno scarto anche del 15%  sulla pensione tra un lavoratore pensionatosi lo scorso anno ed uno che sta andando via oggi con la stessa entità contributiva.

Rieccoci con le pensioni d’annata …

L’incredibile è che la motivazione di un intervento così iniquo sia dato dal fatto che, come annuncia lo stesso ministro Fornero su La Repubblica, i “principi, che sembrano banali, sono stati spesso largamente disattesi, nel periodo preriforma, ma anche successivamente, sia con la riforma Amato (1992), sia con la riforma Dini (1995), in modo particolare con la scelta di tutelare i “diritti acquisiti” dei lavoratori meno giovani, scaricando invece sulle nuove generazioni l’onere dell’aggiustamento. E hanno continuato a essere disattesi nel periodo successivo, a ogni nuovo intervento sulla transizione.”

Ma non finisce qui: non è solo un problema di equità.

Infatti, il neoministro del Welfare sarebbe anche dell’idea di “non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse.
E dire che eravamo tutti d’accordo, tempo fa, che nell’additare il duopolio INPS-INPDAP come l’elemento sistemico che ha messo in ginocchio il sistema pensionistico italiano, oltre a creare una commistione pericolosa tra previdenza, assistenza e politica.

Dunque, la ricetta del governo Monti per le pensioni è sostanzialmente quella di colpire “i lavoratori nati tra il 1950 e il 1962”, di fare cassa tramite l’assorbimento delle poche forme assicurative “privatistiche” esistenti.

Magari, il prossimo passo, dopo aver accorpato tutte le pensioni nell’INPS-INPDAP, sarà di trasformarli in aziende di Stato e metterli sul mercato …

Ecco il “progetto Monti” per noi più giovani di loro: niente equità, ma, soprattutto, tanto statalismo, a cui potrebbe far seguito  un’enorme cessione del sistema previdenziale, visto che siamo nelle mani di banche e sindacati.

Un’idea involutiva, visto che se i giovani in Italia avessero un sistema sbloccato, potrebbero iniziare a lavorare e versare contributi prima dei 25 anni, risolvendo il problema all’origine, e visto che, con un sistema assicurativo libero, ogni lavoratore può negoziare individualmente il proprio pensionamento.

L’avevo detto io che se non era pan cotto era pan bagnato …

(leggi anche Pensioni, quelle d’annata non si toccano e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Pensioni: quelle d’annata non si toccano …

24 Nov

La riforma delle pensioni «è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati», Elsa Fornero ministro del Welfare.

Una «azione improntata a sobrietà», in nome dell’equità dice il neoministro, che «implicherà che i sacrifici imposti siano equlibrari in funzione della capacità di sopportazione dei singoli».

Non è quello che ci aspettavamo: restano intatte le pensioni d’annata e quelle d’anzianità che, non essendo su base contributiva, gravano “inspiegabilmente” sugli attuali e futuri lavoratori.

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.

E questa il ministro Fornero la chiama “equità”?

(Leggi anche Pensioni – Fornero, pessime idee e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Il rischio recessione

24 Nov

Queste le ultime dichiarazioni di Mario Monti.

Ho illustrato il programma in corso di articolazione del governo, e ho insistito nell’interesse che l’Italia ha di perseguire in modo rigoroso gli obiettivi di consolidamento della finanza pubblica, entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e in modo sostenibile.

La sostenibilità implica anche una crescita economica non inflazionistica, non alimentata dal disavanzo. Questo significa riforme strutturali.

“L’Italia ha un rilevante avanzo primario, ma deve fare sforzi particolari. Non è in discussione l’obiettivo del pareggio di bilancio, esiste un problema più generale di cosa accade se si entra in una fase recessiva.”

Fase recessiva? Eh già …

Da tempo questo blog ha richiamato l’attenzione sulla necessità di sostenere un’inflazione contenuta, a causa dell’elevato interesse sul debito, e di evitare spinte inflattive forti, derivanti da fattori speculativi,  a fronte della prevedibilissima flessione dei consumi causata da patrimoniali, nuove imposte dirette ed indirette, tassi di interesse accresciuti, incertezza riguardo lavoro, salute e pensioni.

Il rischio recessione, grazie al salasso che ci colpirà a breve, è notevole e tutto ci serve fuorchè un ulteriore downgrade dei prezzi degli immobili od ulteriore caos e tagli sui servizi pubblici.

Non è una partita tecnica però, bensì politica, visto che i piani regolatori toccano ai Comuni,  i piani di gestione sanitari alle Regioni ed il welfare e la formazione a tutti e due. Comuni e Regioni, cassate le Provincie si spera, che potrebbero, dati i precedenti, dissolvere in un mare di sprechi, cemento e prebende ciò che è congelato dal Patto di Stabilità e non solo, impoverendoci ulteriormente.

Le rassicurazioni per il governo Monti non devono arrivare solo dall’Europa, ma soprattutto dai partiti nostrani, che oltre le “amene” chiacchierate a Porta a Porta non vanno, quasi che il problema non fossero anche e principalmente loro.

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