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Sanità pubblica italiana: un’analisi strutturale

16 Feb

Sulla spesa sanitaria se ne sentono tante, ma come funziona effettivamente? E, soprattutto, le norme che abbiamo sono attuali ed adeguate?

IL SISTEMA DEI CONTI

La definizione di spesa sanitaria pubblica utilizzata ai fini delle previsioni ufficiali dello Stato Italiano “include sia la spesa sanitaria corrente in senso stretto che una stima degli ammortamenti relativi agli investimenti pubblici in campo sanitario effettuati nel tempo”.
L’Ocse invece prevede “una stima dell’ammontare dei costi sanitari effettivamente sostenuti nell’anno, a prescindere se destinati a spese di consumo o di investimento”. (fonte Ragioneria Generale dello Stato)

Tra ‘ammortamenti’ e ‘costi effettivamente sostenuti’ c’è una bella differenza, come quella che esiste tra buttare la cenere sotto il tappeto e spazzare per bene una stanza …

Il dubbio viene spontaneo, se veniamo a scoprire che l’Italia – proprio a partire dal governo Monti – non utilizza più il sistema di classificazione internazionale SHA (System of Health Account) che:

  • elimina alcune componenti di spesa che non hanno una diretta valenza sanitaria, ‘cose di poco conto’ come i trasferimenti ad amministrazioni pubbliche, imprese, famiglie, istituzioni private, gli interessi passivi, i premi di assicurazione, le imposte e le tasse
  • aggiunge alcune componenti di spesa funzionali all’erogazione dei servizi sanitari, quali gli “investimenti fissi lordi”, i servizi amministrativi collettivi ed ai contributi alla produzione
  • riporta tra le spese ambientali, anziché sanitarie, le spese per il controllo del cibo, dell’acqua e dell’igiene, che nell’area Ocse sono affidate prevalentemente a biologi e piuttosto che esclusivamente ai medici e che nel 2008 ammontavano a 2,7 mld di euro.

Tutto questo significa una sola cosa: se ‘ufficialmente’ lo Stato spende in un anno 110 miliardi per la Sanità, potrebbe venir fuori dopo anni – come per altro puntualmente accade da generazioni – che in realtà ne abbiamo erogati effettivamente 75 e ce ne risultano a rimborso 150 …

IL SISTEMA DI SPESA

Sempre la Ragioneria Generale dello Stato ci informa che “la spesa sanitaria pubblica corrisponde, sostanzialmente, alle prestazioni sanitarie erogate dalle Aziende Sanitarie Locali (ASL), dalle Aziende Ospedaliere (AO), dagli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) e dai Policlinici universitari”:

  1. le ASL sono aziende con personalità giuridica pubblica e autonomia imprenditoriale, che – da norma vigente – sono gestite in base a  determine regionali che indicano “preventivamente, in via generale, i criteri di valutazione dell’attività dei direttori generali, avendo riguardo al raggiungimento degli obiettivi definiti nel quadro della programmazione regionale”
  2. i policlinici universitari sono aziende – dotate solo di autonomia organizzativa, gestionale, patrimoniale e contabile – di proprietà delle Università, che possono essere anche operatori economici affidatari di servizi sul mercato (Corte di Giustizia UE, la quale con Sent., Sez. V, del 23 Dicembre 2009)
  3. gli IRCCS sono fondazioni, cioè enti per il perseguimento di uno scopo ai quali la legge – mancando l’assemblea, prevista invece per le associazioni – permette di concentrare tutti i poteri nell’organo di amministrazione che è responsabile solo verso l’ente stesso.

In poche parole i 100 e passa miliardi che spende lo Stato per la Sanità pubblica sono gestiti da ‘aziende’ con “autonomia imprenditoriale” o da “operatori economici affidatari di servizi sul mercato” oppure da autoreferenziali organi di amministrazione di “enti per il perseguimento di uno scopo”, ma solo a condizione che siano a capitale e – soprattutto – a controllo pubblico …

Somiglia ad una partita di giro attuata tramite un sistema di matrioske …

E che sia effettivamente così oppure che soltanto gli somigli, la cosa che è a dir poco abnormale in termini di gestione finanziaria delle entrate pubbliche, tenuto conto degli ammortamenti, delle spese e degli interessi che cataloghiamo differentemente dall’Ocse, mentre a livello nazionale i ‘costi effettivamente sostenuti’ restano un’incognita.

LE ENTRATE

Dicevamo delle entrate pubbliche per la Sanità pubblica e, come al solito, al peggio non c’è mai fine …

Il nostro Ministero della Salute ci informa che il Sistema Sanitario Nazionale è finanziato da:

  1. entrate proprie delle aziende del Servizio sanitario nazionale (ticket e intramoenia)
  2. fiscalità generale delle Regioni: IRAP e addizionale regionale IRPEF
  3. compartecipazione delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano
  4. bilancio dello Stato essenzialmente attraverso la compartecipazione all’IVA e le accise sui carburanti

Un sistema che – forse – poteva funzionare fino agli Anni ’70, quando c’erano tanti giovani, il boom economico e l’esplosione dei consumi:

  1. con una popolazione che invecchia, le esigenze di ricovero aumentano, le esenzioni aumentano, mentre la spesa aumenta anch’essa ma l’apporto dei ticket crolla
  2. senza prevenzione ed innovazione le difficoltà di accesso ai servizi e gli effetti disfunzionalizzanti si amplificano con maggiori esigenze di cura e maggiori situazioni invalidanti. Dunque, la spesa aumenta anch’essa ma l’apporto dei ticket crolla
  3. una popolazione che invecchia, che è meno istruita, che ha peggiore accesso al lavoro consolida un reddito minore e consumi molto inferiori e, se l’apporto dei ticket crolla, peggio ancora vanno i gettiti da Irpef, Irap e Iva per non parlare del calo del 5,5% nei consumi di benzine da autotrazione solo l’ultimo anno

Difficile dire che il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale si fondi su basi certe e, soprattutto, che – a tanti anni di distanza – sia pianificato in ragione delle esigenze dei servizi ai cittadini.

I SERVIZI

Secondo l’Istat, “analizzando separatamente il regime di ricovero, il tasso di dimissione ospedaliera in regime ordinario è ormai al di sotto del valore di riferimento essendo passato da 161 per 1.000 abitanti nel 2001 a 124 nel 2011. Per il day hospital il tasso di dimissione ospedaliera è dapprima aumentato tra il 2001e il 2005, passando da 53 per 1.000 abitanti a 67 e, successivamente, è diminuito fino ad assestarsi nel 2011 a 48 dimissioni per 1.000 abitanti, quindi su valori ancora superiori al valore di riferimento (36 per 1.000).

Per quanto riguarda i motivi del ricovero, il 94,5 per cento delle dimissioni in regime ordinario e il 98 per cento di quelle in day hospital sono relative a casi acuti. La riabilitazione e la lungodegenza hanno quindi ormai un ruolo marginale in ambito ospedaliero, in quanto vengono più frequentemente gestite dai servizi sanitari territoriali.”

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In termini di correttezza nell’informazione ai pazienti, prevenzione e innovazione, è significativo che:
  1. “all’aumentare dell’età decresce la prevalenza di persone che danno un giudizio positivo sul proprio stato di salute: scende al 39,5 per cento tra le persone anziane di 65-74 anni e raggiunge il 22,5 per cento tra gli ultrasettantacinquenni”,
  2. “la quota di persone che, pur dichiarando di essere affette da almeno una patologia cronica, si percepiscono in buona salute è pari al 41,5 per cento”,
  3. anche se … “il 20,0 per cento della popolazione ha dichiarato di essere affetto da due o più patologie croniche. Tra gli ultrasettantacinquenni la comorbilità si attesta al 68,1 per cento“, e … “al crescere dell’età i decessi riconducibili a malattie del sistema circolatorio aumentano, sia in termini assoluti (fino agli 89 anni di età) che relativi e, tra gli ultraottantenni, costituiscono la causa di morte più frequente”.

Nessuna mensione nel rapporto Istat per i milioni di malati rari italiani, ma almeno sappiamo che il 37,9 per cento dei residenti in Italia ha dichiarato di essere affetto da almeno una delle principali patologie croniche rilevate e, dunque, sappiamo che almeno 25 milioni di italiani dovrebbero recarsi dal medico di base ogni tot, far controlli e terapie ospedaliere ogni tot altro, prevenzione eccetera eccetera.

Anche se le informazioni di Istat sono minimali, alla base della piramide sanitaria emergono alcuni dati significativi:
  1. i medici di base sono oltre 45mila con una media di 1.150 assistiti ciascuno, che garantiscono un servizio di ambulatorio per tre ore su circa 250 giorni annui, che in totale fanno 750 ore annue con una media di circa 45 minuti di disponibilità per paziente ogni anno
  2. esistono solo un migliaio di ambulatori e laboratori, che sono pubblici al 48,8% nel Centro e al 21% nel Sud, con il risultato che in certe zone del paese la Sanità pubblica la fanno ‘de facto’ i privati. Ovviamente, tenuto conto che gli ambulatori saranno molto meno delle metà di mille, è ben chiaro il perchè molti malati si trascurino per poi riversarsi sugli ospedali
  3. il personale infermieristico varia da 3 unità per ogni medico nel Settentrione ad circa due nel Lazio e più a sud. Considerate le mansioni degli infermieri è ben evidente che la loro carenza sia la prima causa di disservizio per gli utenti e aggravio per il personale.

Questi anelli deboli alla base del sistema sanitario – tra cui l’assenza di dati per la biodiagnostica preventiva e i teleservizi – li ritroviamo poi, al negativo, nell’efficienza, nell’efficacia e nell’omogeneità nazionale dei servizi ospedalieri:

  1. la Lombardia ha 145 istituti di cura, con 3,9 posti letto mille abitanti, e sostiene 1.354.391 ricoveri con  10.903.676 giornate di degenza
  2. il Lazio ha più istituti di cura  (167) della Lombardia, con ben 4,1 posti letto ogni mille abitanti, ma sostiene solo 751.877 ricoveri per ben 6.711.625 giornate di degenza
  3. la Campania ha meno istituti di cura  (128) e ancor peggio per i 3,0 posti letto ogni mille abitanti, ma sostiene 700.013 ricoveri con 4.755.848 giornate di degenza.
E’ evidente che sussiste un fattore deformante (cfr. rapporto Agenas) nella delega di poteri alle Regioni senza possibilità per lo Stato  di intervenire a subentro od in sede di pianificazione, salvo i noti e disastrosi Commissariamenti. La problematica non è estesa ad altri servizi pubblici e riguarda la riforma del Titolo V della Costituzione.
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CONCLUSIONI

Il recente Rapporto Meridiano Sanità elaborato da The European House- Ambrosetti conferma che la spesa sanitaria in Italia è terzultima in Europa (rapporto spesa-Pil calato al 9,1%,, con media europea al 10,1%) e ci esorta a “tornare ad investire in sanità ( in prevenzione e in innovazione) rappresenta un “indirizzo strategico prioritario per il Paese, in considerazione del fatto che mantenere elevati livelli di salute e qualità della vita delle persone costituisce anche un elemento imprescindibile per lo sviluppo e la crescita economica”.
I Paesi Bassi ((3.915 euro) e la Germania (3.624 euro) spendono il 30% in più a persona (pro capite) dell’Italia (2.355 euro), ma soprattutto la spesa in prevenzione è stata inferiore del 20% rispetto agli obiettivi.

Il Rapporto non chiede solo di incrementare la spesa sanitaria pubblica in Italia, ma indica anche dei correttivi urgenti per razionalizzarla e finanziarla adeguatamente, come:

  • ridurre le disomogeneità regionali
  • garantire la certezza di una programmazione pluriennale e definire criteri, tempi e regole trasparenti sul finanziamento della spesa farmaceutica
  • cogliere le opportunità offerte dalla digitalizzazione delle attività e dei processi e dalla gestione dei Big Data in sanità, per migliorare l’efficacia e l’efficienza dello studio, monitoraggio, prevenzione e cura delle patologie
  • ridurre i fattori di rischio per le patologie croniche non trasmissibili ad «alto impatto» sul sistema in termini di salute e di costi sanitari
  • implementare gli strumenti di sanità digitale, telemedicina e mobile, per migliorare l’accessibilità e garantire la continuità delle cure
  • poter disporre di risorse aggiuntive necessarie per fronte ai bisogni di salute emergenti, tra cui la cura di patologie ad alto impatto economico e sociale attraverso i nuovi farmaci in arrivo sul mercato
  • trattare le spese per interventi di prevenzione come spese per investimenti, ovvero non considerarle tra le spese correnti e tra i vincoli del Patto di Stabilità, e monitorarne l’applicazione e i risultati
  • assicurare che il finanziamento della spesa sanitaria cui concorre lo Stato sia fissato in modo da mantenere (almeno) costante il rapporto spesa/PIL, a differenza invece di quanto attualmente previsto dal MEF
  • adottare forme di finanziamento della sanità integrative di quelle erogate dal SSN per la copertura delle prestazioni escluse dai LEA (oggi e in futuro) e impiegare le risorse liberate per nuovi investimenti per l’innovazione in sanità

Perchè?

Perchè tra un po’ saranno 25 anni che il Sistema Sanitario Nazionale funziona in base ad un decreto (dlgs. 30 dicembre 1992, n. 502, modificato dal dlgs 19 giugno 1999, n. 229) che risale alla frettolosa transizione tra Prima e Seconda Repubblica quando le Corti dei Conti regionali bloccavano i bilanci sanitari per anni con tanto di processi e dell’altrettanto frettolosa privatizzazione (a chiacchiere visto come è andata) dell’enorme apparato pubblico italiano pur di entrare in Europa ‘con le carte in regola’ …

Demata

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Bilanci di previsione pubblici: le proroghe sono incostituzionali?

7 Giu

Il 29 aprile scorso, un decreto a firma del ministro Alfano differiva ulteriormente io termine di deliberazione del bilancio di previsione 2014 per gli Enti Locali, prorogandolo fino al 31 luglio.
Di norma la delibera va posta entro il 31 dicembre dell’anno precedente (in questo caso il 2013), ma era stata già prorogata due volte, prima al 28 febbraio e poi al 30 aprile.
Nel 2012, le proroghe per la delibera del bilancio di previsione del 2013 erano arrivate fino al 30 novembre, ovvero fino al giorno in cui Bankitalia conclude le assegnazioni di fondi e avvia la revisione di fine anno. Niente paura, nel 2011 s’era arrivati praticamente a Natale del 2012 …

Scrive Lio Sambucci su Contabilitàpubblica.it:da sempre, e in modo sistematico da una ventina d’anni, è invalsa la prassi di spostare in avanti il momento approvativo dei documenti di programmazione finanziaria degli enti locali: in origine, il differimento era di un paio di mesi (a febbraio, qualche volta a marzo); poi, negli ultimi dieci anni, la proroga si è spinta anche fino a giugno; ed ora addirittura a fine novembre, e, cioè, praticamente a fine esercizio.
Con ciò determinandosi una situazione surreale: con un bilancio che contiene previsioni finanziarie, che definisce la programmazione per l’anno successivo, che costituisce il documento sulla base del quale solo può avvenire la gestione nel periodo considerato, e che viene approvato praticamente alla fine dell’esercizio cui si riferisce.”

In effetti, l’idea di programmare PRIMA di iniziare un anno di lavoro, non è una norma di buon senso insita nell’indole dei nostri amministratori. Infatti, il nostro Stato – dopo un tentativo di obbligare (legge n. 142/1990) gli enti locali ad approvare il bilancio di previsione entro un termine ragionevole, il 31 ottobre dell’anno precedente, dovette abdicare portando il termine (Legge 3 agosto 1999, n. 265) al 31 dicembre dell’anno precedente, prorogabile ulteriomente, tramite la gestione commissariata, fino al 31 marzo dell’anno in questione.

Ovviamente, se il pesce puzza, inizia dalla testa ed, a corrispettivo di troppe amministrazioni locali palesemente approssimative e strafalcione, dobbiamo prendere atto che non è affatto normale che lo Stato non abbia messo a bilancio nel 2013 quello che (per esempio) doveva assegnare ai comuni nel 2011 per consentirgli di deliberare il bilancio di previsone 2012 in anticipo e non postumo.

E qui si pone un’altra questione, tanto semplice ed evidente quanto dimenticata e tralasciata: quale lavoro svolgono gli strapagati dirigenti (ministeriali e locali) se tutta una serie di conti e previsioni di spesa, derivanti da leggi o unità previsionali europee e indispensabili al funzionamento del Paese, non ce le ritroviamo nei conti pubblici quando c’è da deliberare i bilanci dei ‘terminali di spesa’: comuni, scuole, caserme, ospedali.

Nel caso dell’istruzione, ricordiamo che per anni non sono state poste in bilancio le somme, ampiamente prevedibili dal pregresso, per le supplenze nelle scuole, come anche che il bilancio di previsione – normato al 31 ottobre, è stato de facto prorogato fino alla primavara, cioè a scuola finita, a partire dal 2007 con il ministro Fioroni.
Per le forze dell’ordine, c’è l’emblematico caso delle divise e della benzina insufficienti anno per anno; andando alla Sanità – tra le tante – sembra sia inutile immaginare un bilancio di previsione per il Servizio Sanitario Nazionale /Regionale, che sembra essere un vaso di Pandora con pozzo di San Patrizio annesso, mentre non spende abbastanza e dove serve, stando alle univoche statistiche di settore.

Un sistema di bilancio, quello dello Stato, che evidentemente è disallineato, nella milgiore delle ipotesi, da quello degli enti locali, pur avendo il legislatore costituzionale individuato (art. 119 Cost. ) TUTTE le diverse tipologie di entrate di cui  le regioni e gli enti locali possono disporre /riportare nei loro bilanci, eliminando ogni possibilità di fraintendimento nella programmazione economico-finanziaria dello Stato, che esercita la leva fiscale e assegna finanziamenti.
Anche per scuole, caserme ed ospedali – a voler cercare una riprova – è lo stesso: da un lato le unità previsionali UE e le voci di bilancio dei punti di erogazione del servizio, dall’altro i parametri tabellari che costituiscono la struttura di bilancio dello Stato e che, come metodo, risalgono al lontano 1886, al Trasformismo e ai primi scandali di lobbing mafiosa nella politica e nella finanza.

Acclarato che queste proroghe sono l’espressione di un sistema ‘fuori di testa’ – oltre che concausa di inerzie, defaillances, sprechi, ruberie eccetera – c’è da chiedersi se siano ammissibili dalla nostra Costituzione e se lo siano non in ‘casi eccezionali’, bensì come dato sistemico.

Lio Sambucci – ricercatore confermato presso il Dipartimento di Economia e diritto (Sezione di Diritto dell’economia)  della Sapienza di Roma – pone l’accento su un principio costituzionale prevalente quale la «buona opportunità dei pubblici uffici» rispetto alla «armonizzazione dei bilanci pubblici» e al «coordinamento della finanza pubblica», che riguardano un aspetto specifico e, in teoria, occasionale ed emergenziale

Inoltre, se “si ritenesse quello della coincidenza di anno finanziario e anno solare a tutti i livelli istituzionali un principio assolutamente insostituibile dell’ordinamento contabile pubblico, deve essere segnalato come il costante, sistematico differimento del termine approvativo del bilancio di previsione degli enti locali, oltre a presentare, come si dirà, dubbi di costituzionalità, sia in netto contrasto proprio con il suddetto principio. In proposito, è sufficiente evidenziare che, in disparte di ogni altra considerazione, per effetto della ripetuta proroga, negli enti locali la coincidenza tra anno finanziario e anno solare e lo stesso carattere annuale del bilancio di previsione sono divenuti solo una finzione contabile: le amministrazioni locali, infatti, sanno bene di poter contare sul differimento del termine approvativo e predispongono le proprie attività (funzionali alla programmazione economico-finanziaria) e i propri adempimenti tecnico-contabili in funzione dell’approvazione del bilancio entro i primi mesi dell’anno finanziario considerato”.

“Negli ultimi dieci anni, moltissimi enti locali hanno gestito in esercizio provvisorio praticamente fino a metà anno finanziario (e , in molti casi, anche oltre), con totale svuotamento delle prerogative funzionali (a carattere programmatorio e gestionale) del bilancio di previsione, ridotto a mero adempimento formale”.
Non solo enti locali e servizi essenziali come polizia municipale e sanità, ma anche tante amministrazioni e istituzioni statali, in primis scuole e università, più pressochè tutte le ex aziende municipalizzate …

Dunque, i primi dubbi di costituzionalità riguardano il contrasto tra la possibilità di differimento  dell’approvazione del bilancio da parte di pubblicche amministrazioni ed uffici con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione che trova definizione all’art. 97 della Costituzione.

Ammessa la possibilità di differire, resta comunque un altro profilo di dubbia costituzionalità – come afferma molto condivisibilmente il prof. Sambucci – che “può essere rilevato in relazione alle prescrizioni di cui all’art. 81, comma quinto, Cost. (come sostituito dall’art. 1 legge cost. 20 aprile 2012, n. 1: in precedenza, il principio era stabilito al secondo comma del citato art. 81), ove è stabilito, tra l’altro, che l’esercizio provvisorio del bilancio non può avere una durata superiore, complessivamente, a quattro mesi”.

Inoltre, “il costante, ripetuto, differimento del termine di approvazione del bilancio di previsione degli enti locali appare, inoltre, difficilmente compatibile, da un lato, con le disposizioni di cui all’art. 81, comma quarto, Cost., ove si stabilisce, tra l’altro, il principio di annualità del bilancio: si stabilisce, cioè, in Costituzione, quale principio generale della contabilità pubblica – peraltro, ribadito dalle disposizioni ordinamentali con riguardo a tutti i livelli istituzionali, e, come visto, dai principi di armonizzazione dei bilanci pubblici – che il bilancio di previsione deve essere approvato ogni anno e (quindi) deve avere una durata annuale“.

Ma non solo, dato che è evidente a chiunque che “il sistematico differimento del termine approvativo del bilancio degli enti locali risulta difficilmente compatibile con il principio di armonizzazione dei bilanci pubblici, il quale, come detto, ha trovato riconoscimento costituzionale” e regolativo nel d.lgs. n. 118/2011, che – infatti – stabilisce esattamente il contrario di quanto facciamo da quell’anno, ovvero che le amministrazioni pubbliche devono approvare il rispettivo bilancio di previsione entro il 31 dicembre, e lo richiede proprio quale principio generale di armonizzazione dei bilanci pubblici.

Intanto – mentre le proroghe sembrano essere del tutto incostituzionali e mentre dovremmo chiederci come facciano i conti al MEF e a quanto ammonterebbe ‘per davvero’ la spesa pubblica ‘a regime, se la situazione è questa da anni e anni – il Comune di Roma ha deliberato il Bilancio previsione annuale 2013 durante le Assemblea Capitolina n. 88 del 2/3/4/5/6 dicembre 2013, con 29 voti favorevoli, 16 contrari e un’astensione, citando nel testo proprio l ’art. 151 del D.Lgs. n. 267 del 18 agosto 2000 che dispone che il Bilancio deve essere deliberato osservando i principi dell’unità e annualità …

Bilancio 2013 ‘postumo’, ma anche Bilancio pluriennale e Piano degli investimenti 2013-2015, dove, ad esempio si prevede che la spesa per ‘studi e incarichi di consulenza’ sia di 261.698 euro nel 2014, come si prevedono 9.900 euro per spese di rappresentanza e 1.000 di pubblicità. Per il patrocinio di mostre, cinquantamila euro in tutto.
Un po’ poche per Roma Capitale che vuole cultura e turismo … specialmente se per l’acquisto, manutenzione e noleggio autovetture la spesa resta sostanzialmente invariata, oltre 1,1 milioni di euro. Per non parlare dei quasi 4 milioni annui, riconfermati per il 2014 e 2015, per editoria e rilegature, mentre siamo dell’era di internet ed esistono leggi apposite sulla digitalizzazione di atti e albi pubblici.

Speriamo che almeno per Natale venturo, Santa Klaus ci faccia trovare sotto l’albero non solo dei consutivi 2014 che dimostrino la ‘buona opportunità’ delle pubbliche amministrazioni, ma soprattutto i bilanci di previsione per il 2015, che ci diano contezza e speranza per il futuro.
In alternativa, sarà inutile chiedersi perchè l’Italia non riparte … se le previsioni si fanno puntualmente a consuntivo.

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La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

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L’agenda politica di maggio

2 Mag

Arriva il mese di maggio, quello maggiormente funesto, insieme all’autunno, per governi iniqui e regimi infausti. Niente paura, siamo in Italia, l’andamento è lento.

Giorni fa, si accennava alle “provincie” ed al nulla di fatto delle Regioni, nella non riposta speranza che Mario Monti si attenesse a tempi, leggi e promesse. Ed infatti, salvo una BCE (ovvero Mario Draghi?) che suggerisce di “accorpare” anzichè eradere, nulla s’è detto o s’è sentito.

Intanto, l’agenda c’è, l’ha fissata Monti stesso per decreto, ed è scaduta.

Non a caso, a fissare il viatico dei 30 giorni futuri, arrivano segnali di insofferenza dal Senato, dove una leggina “salva pensioni d’annata” è caduta su un emendamento della (nuova)Lega con 124 voti a favore, 94 contrari, 12 le astensioni.

Esiste, almeno al Senato, una “maggioranza” diversa dall’attuale non disponibile (in parte) a votare le mattanze sociali della Fornero o gli F-35 di Finmeccanica, ma propensa a legiferare in favore di minori prebende per la Casta e minore spesa pubblica?

Sarebbe interessante saperlo e, forse, lo sapremo a breve, con quello che c’è da votare in Parlamento.

Una “congiuntura interessante”, perchè un cambio di passo di Mario Monti – con rimpasto di governo, visto che stragiura da mesi che “i conti sono a posto” – rappresenterebbe un’ottima via d’uscita per Mario Monti, Giorgio Napolitano ed i partiti per restare saldi in sella mentre si avvia la tornata elettorale del 2013, per licenziare qualche ministro “ingombrante” e, soprattutto per noi, metter mano a quello che spread, default e speculatori hanno interrotto: la nascita della III Repubblica.

Del resto, i tempi sono pronti.

Tra qualche giorno conosceremo gli esiti delle elezioni locali e gli pseudomaghi di partito consulteranno le loro sfere di cristallo e detteranno alleanze e strategie.

Tra un mese circa esploderà (è il caso di dirlo) il “panico” da IMU, che verrà incassato anche da enti che la legge ha già cassato, pur senza attuare. E dopo un po’, con la chiusura delle scuola, le grandi città inizieranno ad esser piene di gente disoccupata e ragazzini senza meta, mentre le località turistiche dovranno aspettarsi i minimi storici.

Entro luglio bisognerà capire come uscire dallo “spremiagrumi fiscale impazzito” che Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Tremonti e Monti hanno creato in questi 20 anni, portando la leva fiscale sul “cittadino onesto” ben oltre il 60% del PIL da lui prodotto.

Da settembre, forse prima, saremo in campagna elettorale per le politiche e bisognerà trovare soldi da spendere per rattoppi e ripristini, se i partiti vogliono le urne piene.

Dulcis in fundo, l’idea – cara ad una certa Roma – di riaggregare intorno Pierferdinado Casini la vecchia Democrazia Cristiana ed i comitati d’affari d’altri tempi, sembra inabissarsi dopo le esternazioni del leader dell’UDC ed il proseguire delle sue frequentazioni con Totò Cuffaro, detenuto per mafia a Regina Coeli. Dopo il fondo il “de profundis” con l’ennesima caduta del Partito Democratico che votava a favore delle “pensioni d’oro”, mentre il PdL sosteneva l’emendamento di Lega e IdV.

Mario Monti non sembra un uomo da “cambio di passo”, come non sembra anteporre l’italianità a tutto tondo, quella “popolare” come quella “laica”, agli ambienti bocconiani e “protagonisti” dai quali proviene.

Ma, d’altra parte, sono già sei mesi sei che l’Italia non ha un ministro dell’economia a tempo pieno, quello del welfare sembra quasi che levi ai poveri per dare ai ricchi, agli esteri “vorremmo vincerne una”, alla giustizia serve sempre, da 20 anni almeno, una legge per snellire, semplificare, accelerare le procedure giudiziarie, dateci un ministro delle infrastrutture che faccia costruire o manutentare qualcosa.

Mai dire mai, però. Il trasformismo è un’arte italiana.

originale postato su demata

Il debito non è pubblico: è dello Stato

20 Apr

Ferdinando Imposimato, 76 anni portati bene, è il Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. Nella sua lunga carriera si è occupato della lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro (1978), l’attentato al papa Giovanni Paolo II (1981), l’omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet, e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione.

Di seguito, sono riportati ampi stralci di una lunga disanima pubblicata dal “cittadino” Ferdinando Imposimato sulla sua pagina Facebook, che dovrebbero davvero far riflettere non solo l’Italia – lo “Stato” italiano non i cittadini esausti – ma l’Unione Europea tutta.

“Il debito non e’ pubblico: e’ dello Stato. Riguarda il complesso delle spese sostenute dallo Stato, che costituiscono un insieme da definire con precisione: investimenti diretti quali grandi opere pubbliche, infrastrutture nei settori strategici, costate cento volte piu’ di quello che sarebbe stato giusto spendere.”

“Il debito pubblico e’ cresciuto enormemente per alimentare la corruzione e finanziare la criminalita’ organizzata, che si e’ aggiudicata il 90 per cento degli appalti di grandi opere pubbliche.
E non e’ giusto che quel debito debba essere pagato da poveracci che di quelle spese non hanno goduto minimamente.

“Non sono state costruite scuole pubbliche, non sono stati creati fondi per i non abbienti, non sono state sostenute le piccole e medie imprese, non sono stati migliorati i servizi pubblici, non sono stati assicurati salari tali da garantire una vita libera e dignitosa.”

Nella voragine-debito bisogna inserire i fondi per gli appalti con spese dilatate a dismisura a favore delle imprese del post terremoto, la costruzione di grandi ed inutili infrastrutture per i mondiali di nuoto del 2009, la moltiplicazione per mille delle spese per le autostrade e l’Alta Velocita’, il pagamento dei debiti contratti dall’Alitalia, e gli investimenti indiretti come i finanziamenti pubblici dei partiti (usati anche per acquisti di immobili privati), crediti agevolati, le assunzioni clientelari nelle Autorithy, la pletora delle burocrazie inutili nelle Regioni, nelle provincie e nei comuni, oltre che nel Parlamento italiano. Fino alle spese per gli impegni militari in Afghanistan, in Iraq e in Libano.

Tutte spese che non producono alcun vantaggio per la comunita’ nazionale nel suo insieme, ne’ assicurano la pace nel mondo.”

“Intanto la crisi travolge milioni di persone, i dati testimoniati dalle ricerche della Caritas sono drammatici: piu’ di 8 milioni di poveri e un aumento del 20 per cento della poverta’ tra i giovani sotto i 35 anni. E le speranze di lavoro si riducono sempre piu’. “

“Nessuno ci dice la verita’ su quello che sta accadendo e sui nuovi sacrifici che ci vogliono imporre con il pretesto di dovere ridurre il debito pubblico, con il pericolo del fallimento, della bancarotta che travolgerebbe solo i piu’ deboli.”

“Il movimento degli indignati e’ stato oggetto dell’attacco di persone estranee ad esso, ed e’ stato ingiustamente delegittimato dalla violenza di pochi mascalzoni, che sono i principali alleati di questa maggioranza, responsabile di una politica scellerata e ingiusta. Noi siamo solidali con le Forze dell’Ordine e condividiamo la loro protesta, ma sarebbe un errore confondere i delinquenti che hanno sconvolto Piazza San Giovanni e altre vie di Roma mediante aggressioni e incendi, con coloro che stavano protestando pacificamente.”

“Orbene una minoranza di teppisti non puo’ oscurare le ragioni del dissenso. Essi fanno solo gli interessi di questo Governo che se ne deve andare a casa.

I movimenti, nell’assenza dei partiti, sono oggi i protagonisti di una democrazia diretta, mobilitano milioni di cittadini a sentirsi protagonisti e a spingere il governo verso scelte che non penalizzino ancora una volta i poveri e i diseredati.”

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broken English version Italy? A cleptocracy, as a Supreme Court judge wrote

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Pareggio di bilancio? Una norma che garantisce solo banche e speculatori

18 Apr

Il pareggio di bilancio diventa obbligo costituzionale per la già misera Italia, afflitta da interessati vicini (Francia e Germania) e da orribili demagoghi e cleptocrati. Il decreto ha ottenuto oggi il via libera definitiva a Palazzo Madama, dopo essere stato approvato dalla Camera.

Una decisione  foriera, secondo i suoi sostenitori, di un “nuovo ordine mondiale”, visto che si basa sull’indimostrato presupposto che svalutare la moneta sia sempre e comunque errato per la stabilità dei mercati e la pace nel mondo. Un po’ come dire che la salvaguardia degli interessi delle banche è premessa essenziale per l’esistenza del nostro “mondo”, cosa forse verosimile, ma inaccettabile.

Una decisione, quella di aderire al Fiscal Compact “senza se e senza ma”, che danneggerà ulteriormente l’Italia, mettendola in balia dei sistemi finanziari mitteleuropei – ovvero svizzeri ed alsaziani – e danneggerà l’Europa che si spacca in due: quella dell’Eurozona germanica e postcomunista e quella  angloscandinava liberale e solidale.

Fissare il pareggio di bilancio come presupposto di “buona salute” è come ammettere che non sono più gli Stati a battere moneta, ma le banche e che stiamo parlando di “limite massimo di esposizione debitoria”.

Infatti, se c’era da porre un limite all’indebitamento di uno stato, perchè non fissarlo intorno al 50% del PIL, come accade un po’ in tutto il mondo, quando si parla di nazioni libere ed in buona salute?

E sarebbe stato possibile farlo se la BCE di Mario Draghi avesse finanziato gli stati anzichè le banche che poi hanno fatto credito agli stati e se, contestualmente, la Banca Centrale Europea avesse battuto maggiore valuta.

Svalutare per risanare nazioni e governi, rovinando banche e speculatori, o garantire il “bravo creditore” per consentire alla “mano dei mercati” di governare il mondo?

Oggi, il nostri partiti hanno scelto la seconda opzione.

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Niente crescita: Monti, missione fallita

18 Apr

Anche oggi pan cotto o pan bollito.

Monti annuncia che «c’è un nuovo patto politico», il viceministro dell’Economia Grilli annucnia che «al momento  non c’è necessità di una manovra correttiva», Barbara Spinelli, finalmente, si accorge che “Matthews denuncia lottizzazioni partitiche già nel ’44. Un’altra cosa che smaschera è il ruolo della mafia nella Liberazione. Anche quest’idra è tra noi.

“La letteratura è spesso più precisa dei cronisti. Nel numero citato di Mercurio è evocato il racconto che Moravia scrisse nel ’44: L’Epidemia. Una malattia strana affligge il villaggio: gli abitanti cominciano a puzzare orribilmente, ma in assenza di cura l’odorato si corrompe e il puzzo vien presentato come profumo.

Quindici anni dopo, Ionesco proporrà lo stesso apologo nei Rinoceronti. La malattia svanisce non perché sanata, ma perché negata: “Possiamo additare una particolarità di quella nazione come un effetto indubbio della pandemia: gli individui di quella nazione, tutti senza distinzione, mancano di olfatto”. Non fanno più “differenza tra le immondizie e il resto”.

A dire il vero, gli italiani, molti italiani, la puzza non hanno mai smesso di sentirla, ma non hanno voce. Intimiditi dalle cosche, esclusi dalla politica, bloccati nelle carriere, indifesi verso malattia e povertà, nulla hanno potuto se non astenersi dalle urne o votare la cosiddetta “antipolitica” (Lega, Beppe Grillo, Di Pietro, una parte di SEL, Forza Nuova). A conti fatti sono almeno il 50% di tutti noi.

La metafora “dell’olfatto”, egregiamente richiamata da Berbara Spinelli, si applica solo ad una ristretta minoranza dei cittadini ed a una ampia  maggioranza dei “potenti” o dei “fortunati”.
Si chiama “cleptocrazia”, come racconta l’enorme messe di scandali, non fascismo, che arriva, invece, quando il malcontento popolare diventa risentimento, non avendo trovato percorsi democratici per emergere e non godendo, neanche in minima parte a causa della crisi, delle “briciole” lasciate, anzi dovendo gravosamente sobbarcarsi l’onere del continuo banchettare di alcuni.

Ovviamente, dato che la chiave delle storie di Moravia e Ionesco è la pubblica opinione che nega il tanfo, non riusciremo ad aggregare nuovi partiti, se i nostri editori non decideranno di abbandonare al proprio destino l’attuale classe dirigente italiana, selezionata con criteri affatto meritocratici.

Iniziassero a pubblicare e raccontare gli scandali che emergono ogni giorno come federo ai tempi di Tangentopoli, basterebbe questo per non lasciar soli i magistrati cme accadde per Falcone o Borsellino. Anzi, vuoi vedere che la Spinelli stesse scrivendo non a noi lettori, ma ad un paio di “grandi vecchi” della Repubblica Italiana, invitandoli ad “aprire gli occhi” e cambiar rotta rapidamente?

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