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Tagli alla Sanità, la verità: la Politica ha abdicato, si tagliano servizi ma non la Casta

17 Gen

La Legge di stabilità permette ai Consigli Regionali di intervenire sulla Sanità entro il 31 gennaio per determinare i nuovi piani di bilancio dei rispettivi Servizi Sanitari Regionali ed attuare le economie necessarie.

Qualcuno li chiama ‘tagli alla sanità’, ma non sa o non ricorda che 30-40 miliardi del buco nero delle pensioni ex Inpadp (dipendenti pubblici) si creò proprio per ‘anticipazioni’ al sistema sanitario sotto l’egida di Tremonti e se oggi le pensioni di tutti ed il turn over della PA sono bloccati è a causa di questo.
Una vera vergogna, dato che quelli ‘anticipati’ (e mai tornati indietro) erano i soldi versati dai lavoratori.

Ancor più vergogna, se ricordiamo la deontologia che dovrebbe caratterizzare il settore Salute e poi scopriamo di intere ASL arrestate per mafia, di enormi policlinici saccheggiati da qualche ‘mondo di mezzo’ e ora sull’orlo del fallimento, di centinaia di migliaia di risarcimenti assicurativi per responsabilità professionale eccetera.

Dunque, non parliamo di tagli, bensì di RISANAMENTO e la stampa seria dovrebbe pur raccontarlo a qualcuno, specialmente se – andando alla pagina dell’economia – leggiamo le storie non edificanti di cui sopra.
Storie di cui la Rete gronda e che non stiamo qui a raccontar tutte, tanto ne bastano un paio per capire da che parte dovrebbero andare i ‘tagli’ e dove reinvestire le ‘economie’.

Roma è l’esempio ideale: ha un’enorme disponibilità ospedaliera e specialistica, ma il Recup ti da appuntamento a sei mesi forse meno forse più, anche se poi i conti presentano una spesa ospedaliera che che sfora del 50% la media nazionale e si paga un Irperf da record. Bella anomalia, eh?

Analizzando lo scenario troviamo che interi reparti e schiere di malati sono affidati a medici che sono nati nel 1948 o giù di lì, dimenticando che si va in pensione anche per sopravvenuti limiti di età biologica e tecnologica, ma soprattutto che ci costano il doppio.

Questo il motivo per il quale il Lazio taglia posti letto e prestazioni ai malati, ma non posti di lavoro. Secondo questa logica, ma non la nostra, costerebbe di più azzerare un reparto o un ambulatorio, che ‘si ripagano mentre funzionano’, piuttosto che ridurre di uno specialista, pagato decine e decine di migliaia di euro all’anno, se non centinaia, in un reparto dove ce ne sono già sei o sette della stessa specialità.
Perchè continuare a riconfermare medici ormai ultrasessanticinquenni e pure pensionati su incarichi, funzioni e poltrone che – di norma – dovrebbero almeno essere occupate da personale in effettivo servizio, che percepisce uno stipendio anche dimezzato rispetto ai soliti ‘ex sessantottini’.
Perchè tenerci un medico di sessanticinque anni a passa, che ha difficoltà persino con la posta elettronica, quando ne potremmo avere uno di quaranta con pedegree internazionale a metà del costo, senza dover licenziare due ausiliari o chiudere un ambulatorio oppure alzare Irperf e ticket?

Detto tutto no? No, manca ancora qualcosa.

Ad esempio il Contratto di lavoro dei medici, che possono essere adibiti a mansioni diverse, ma solo “fatte salve le eventuali specializzazioni di cui è in possesso ed esercitate all’interno della Struttura sanitaria”. Una vera mattanza, se vent’anni fa assumemmo tanti cardiologi e gastrenterologi ed oggi la prevenzione e i farmaci migliori ne hanno ridotto l’esigenza, teniamo aperti lo stesso i loro reparti consumando le risorse che andrebbero ai ‘nuovi’ settori e specialità mediche e raccondando ai cittadini che la colpa è dei tagli.
Risultato? Un intero ambulatorio di gastroenterologia che in una giornata fa la metà delle gastrocolonscopie o dei test al lattosio, ad esempio, con il doppio del tempo, il triplo del personale ed il quadruplo dello spazio rispetto a un ottimo poliambulatorio privato o convenzionato. Ci può stare.

Il risultato però è che i malati (speccie i quattro milioni di ‘rari’) che non trovano allocazione in un simile girone infernale vagano da uno specialista all’altro, con esami costosi, che – incredibile ma vero – vanno a dissanguare le loro tasche e quelle dei loro corregionali, manentendo funzionanti interi reparti che senza questo vagare non avrebbero ragione di esistere.
E tutto accade mentre nel Lazio vige una delle Irperf più gravose d’Italia, mentre oltre il 40% della popolazione è anziano, con il risultato che chi oggi contribuisce vede gran parte delle risorse destinate non a se o ai propri figli, bensì ai servizi geriatrici, come accade sia per la Sanità che per il Welfare.

E poi, c’è la questione che un privato assumerebbe un medico come direttore sanitario, un manager come direttore amministrativo. Una questione di buon senso, giusto? A Roma no e non solo lì.
Una vera e propria occupazione dei vertici amministrativi, se accade che siano dei laureati in medicina (e non in economia) a coordinare management, servizi, prestazioni, forniture eccetera per milioni e milioni di euro e di persone. Una mostruosità facile da comprendere, se si sa che i dirigenti scolastici non possono accedere a qual livello di dirigenza, soprattutto perchè molti non hanno le lauree in diritto o economia e che nel Lazio si rende possibile grazie a quasi quindici anni di Commissariamento più o meno ininterrotto.

Cosa pensare se la norma ha previsto un Commissario ad acta se la politica è incapace a governare /risanare e ci ritroviamo che il Presidente della Repubblica ha nominato non un manager, non un notabile o un contabile, ma lo stesso Presidente della Regione che è finita nel commissariamento e che questo accade praticamente da 15 anni?
Prendiamo atto che dietro l’opaco scudo di un Commissarimento ‘politico’ ed ‘eterno’, tutto il Sistema Sanitario del Lazio è in mano a laureati in medicina (non politici, non manager), cosa che ci indica ‘senza se e senza ma’ quale sia l’origine del problema.

Ma al peggio non c’è limite, perchè lo stesso problema lo ritroviamo in Parlamento, dove circa il 10% degli eletti proviene dal sattore sanitario, e al Senato, dove la Commissione Igiene e Salute è composta quasi completamente da ‘tecnici’ e non ‘politici’: su 28 componenti ben 13 sono medici, altri 5 sono biologi, farmacologi o infermieri e sono 6 i dipendenti di Inps o enti locali. Solo due gli esponenti di partito e due gli economisti.
Zero esponenti dell’associazionismo (malati e/o consumatori). Zero rappresentanza per ricerca (scienza) e mondo civile (etica). Di cittadini ‘qualunque’ zero, proprio zero. Zero, persino, le onnipotenti case farmaceutiche.

Se qualcuno si chiedeva chi/cosa rappresentasse la Casta nel Parlamento eletto nel 2013, questo potrebbe essere un indizio rivelatore. Anche perchè … grazie ad una recente norma, se un medico lascia uno sbrego a un malato (colpa lieve) praticamente non gli capita nulla, mentre se lo fa un genitore al figlio o un insegnante ad un alunno son sette anni di guai.
Ma il colmo è che, andando per tribunali, con buona parte della PA che ogni tanto incappa in qualche sentenza, accade che non v’è traccia di sanitari che incappino in irregolarità amministrative pur essendo cartelle e certificati atti come tutti gli altri. Come sia possibile, dato che molti potrebbero non aver studiato una riga di diritto, resta un mistero, ma i risultati del ‘va tutto bene’ … ce li troviamo poi nelle fatture e nei ticket per i farmaci e i laboratori.

Con uno scenario così – e ci siamo soffermati solo sugli aspetti ‘strutturali’ – non ci vengano a parlare di ‘tagli alla sanità’ chiedendo al governo di sborsare altri 4 miliardi che verranno sottratti agli esodati, ai pensionandi ed ai giovani disoccupati che attendono, per salvare posizioni apicali e dirigenziali mentre si tagliano i servizi ai malati.
Iniziamo, dunque, a parlare di tagli del personale sanitario, almeno per quanto riguarda coloro che abbiano l’età di pensionamento e/o doppi incarichi, se vogliamo dare più servizi con meno spese iniziamo a fare reparti e ambulatori dove ci sono due infermieri, un medico assistente e un medico strutturato, come ovunque, e non un infermiere e tre medici, di cui due primari ed uno pensionato riconfermato … e pretendiamo che tutti sappiano usare il computer a menadito, che già per stampare un’impegnativa, a volte è un’avventura.

E basta commissariamenti ‘politici’: o la Politica ci mette la faccia oppure – se i conti non tornano – che intervegano i pubblici ministeri od i super magistrati come Cantone, come per tutto il resto della pubblica amministrazione.

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Dirigenti e dipendenti pubblici, quanto guadagnano per categoria e … quanti sono

28 Mag

Ridurre la spesa pubblica e combattere gli sprechi significa anche e soprattutto sapere quante e quali figure professionali servono e dove.

Tanto per fare un esempio, un altro post segnalava che nel Piano di previsione di Roma Capitale, a pagina 1447, c’è un ufficio che occupa 250 metri quadrati, ma utilizza ben 16 condizionatori per soli 25 dipendenti ed un dirigente, mentre, a pagina 1871, c’è un ufficio con 75 dipendenti ed un dirigente su ben 2.000 metri quadrati che, però, necessita di solo 35 condizionatori.
Una bella differenza … specialmente se teniamo conto di come stanno messi gli edifici scolastici del Comune di Roma …

Pertanto, nell’analizzare i costi di personale non andrebbero solo considerati i compensi dei dipendenti publici, ma vale la pena di fare chiarezza, viste le cifre scandalose denunciate dai media ma non dai sindacati.
Come anche, volendosi uniformare ad un sistema internazionale, è utile considerare tutti i laureati che operano nel sistema pubblico, dato che questo – come vedremo – ci darà la possibilità di discernere meglio la situazione.

Raccogliendo un po’ di cifre dalle tabelle di Roberto Perotti, coordinatore di un gruppo di lavoro della segreteria di Matteo Renzi sulla spesa pubblica,  da Manager Italia e da Lavoce.info, questo è il quadro che ne viene.

demata redditi dipendenti pubblici

Facile notare che ci troviamo davanti a compensi tutti da comprendere e non solo, come giacobini e forcaioli fanno, guardando ai grassi e indecenti compensi apicali.

Non è affatto possibile, infatti,  che un ricercatore od un associato si trovino a guadagnare il doppio dei loro colleghi di studi a scuola e/o, peggio, che qualunque ausiliario o impiegato si trovi a guadagnare tanto e più di una maestra. Allo stesso modo, i dirigenti scolastici guadagnano meno di un impiegato di una authority, la metà dei dirigenti di II fascia e degli enti locali.
E’ evidente che il personale scolastico è particolarmente bistrattato in termini  stipendiali.

Come non dovremmo scoprire che un infermiere vada a guadagnare un quarto del dirigente medico che supporta. E non doveva accadere che ci ritrovassimo con quasi 700 dirigenti apicali del Servizio Sanitario Nazionale, che ci costano quasi un miliardo l’anno e che guadagnano quasi il  doppio dei loro omologhi della Gran Bretagna, dove però non c’è un disastro Sanità che perdura da decenni.

Ma, come dicevamo, la questione ‘compensi’ è double-face.
Ad esempio, dai dati diffusi dal Fatto Quotidiano, emerge che con meno di 100.000 impiegati e forse 15.000 dirigenti in Italia riusciamo a far funzionare ‘amministrativamente’ scuole e ospedali.
Come si spiega che ai Comuni servano ben 360.000 tra impiegati e ausiliari e circa 8.000 dirigenti? E i 1.300 dirigenti ed i 50.000 dipendenti delle cento ex province, per manutentare strade, fornire trasporti e poco più?

Oppure, le tabelle di Roberto Perotti ci evidenziano i quasi 250 dirigenti del MIUR, che – salvo il MEF – superano per numero tutte le altre amministrazioni, specialmente se ricordiamo che le scuole e le università sono ‘autonome’ e comunque gestite dai soli 20 dirigenti apicali degli uffici regionali. Per non parlare dei quasi 300 dirigenti alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che costano una cinquntina di milioni annui, più uffici, arredi, sedi e consumi.

Sarebbe bello anche capire come si verifichi l’anomalia di 100.000 medici  e quasi 250.000 infermieri alle dipendenze del SSN (un medico ogni due soli infermieri), escludendo il personale universitario e le decine di migliaia di medici studenti specializzandi.
Specialmente se gli stessi dati ufficiali del ministero riportano che i posti letto utilizzati effettivamente per ogni disciplina negli ospedali pubblici, nel 2010, erano 167.165 per degenze ordinarie, 20.157 per Day Hospital, più altri 43.241 accreditati.
Un medico ospedaliero (esclusi gli specializzandi) e due infermieri per posto letto, ovvero ogni 250 abitanti? Il tutto mentre i cittadini sono in coda per mesi nelle strutture e ore dai medici di famiglia?

Finendo alle scuole, dove abbiamo già constatato stipendi da fame, scopriamo un dato opposto a quello dei medici, perchè i dati dell’Annuario statistico italiano 2011 parlano di 8.968.063 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2009/2010, di cui 625.781 alle private. Per circa 8 milioni di alunni in 20/25 per classe a 30 ore di media a settimana per 33 settimane – dovremmo ritrovarci con almeno 2-300.000 docenti in più di quelli che abbiamo. Anche se a frequentare fossero in 7 milioni, il numero dei docenti sarebbe insufficiente. Qual’è la reale entità della dispersione scolastica e quanto è frequente il fenomeno delle doppie iscrizioni?
Quanto dovremmo spendere in più per l’istruzione e la formazione?

Dunque, non è detto che a riordinare i conti e le spese pubbliche ci si ritrovi sempre e comunque a spendere di meno, come è ineludibile far chiarezza e trasparenza non solo sui dipendenti pubblici, ma soprattutto sulle perequazioni tra i diversi.

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Senato SI, Conferenza Stato Regioni NO

7 Apr

“Il Senato delle autonomie non ha senso alcuno, c’è già la conferenza Stato-Regioni, che comprende anche i Comuni; è formata da tutti i governatori e da tutti i sindaci ed ha un comitato ristretto eletto dall’assemblea di tutti i suddetti. Non costa un centesimo se non il viaggio a Roma quando l’incontro col governo ha luogo. Il Senato delle autonomie sarebbe un inutile doppione.” (Eugenio Scalfari – domenica 6 aprile 2014)

Eppure, proprio La Repubblica del 4 ottobre 2012 ci spiegava che ‘il viaggio’ a Roma come a Bruxelles  costerebbe qualcosa in più di un centesimo …
” Il piccolo Molise ha deciso di raddoppiare la sua presenza a Roma acquistando un appartamento in centro da oltre 4 milioni di euro, la Calabria continua a spendere 240 mila euro l’anno per una sede a Bruxelles che non usa più e mantiene un ufficio del turismo a Milano, mentre la Sicilia continua a elargire stipendi da favola ai dipendenti distaccati in una sede nella capitale d’Europa popolata di parenti di politici e arredata con marmi fatti giungere da Custonaci, in provincia di Trapani. …
È una storia con molti zeri, … il Piemonte puntava sulla Lettonia o sulla Corea, la Lombardia di Formigoni apriva “ambasciate” in Argentina, Russia e Brasile, la Sicilia sbarcava sull’Empire State Bulding a New York, … a Bruxelles la rappresentanza italiana è frantumata in 21 costose sedi – comprese quelle delle Province di Trento e Bolzano – ospitate in 15 edifici diversi. E al conto vanno aggiunte le “filiali” belghe di Anci (associazione dei Comuni) e Upi (unione delle Province). Uffici che si sommano a quelli della rappresentanza presso la Ue e la Nato, dell’Ice, dell’Enit, dell’istituto di cultura  … costi che – tra personale, affitti e costi di gestione – raggiungono i 20 milioni di euro. Una cifra che aumenta fino a 70 milioni, se si tiene conto del costo dei 22 “avamposti” delle Regioni nel cuore di Roma, tra valore degli immobili, affitti, spese per il personale e per la gestione.”

 

Inoltre, la  “la Conferenza Unificata è convocata e presieduta dal Ministro per gli Affari regionali e Autonomie, su delega del Presidente del Consiglio dei Ministri” non è esattamente un ‘parlamento’.

Attualmente sono 49 persone in tutto. I ministri degli Affari Regionali, degli Interni, dell’Economia e FInanze, dei Trasporti, della Salute, più i presidenti delle Regioni ed i due delle Province Autonome di Trento e Bolzano, ai quali si aggiungono il Presidente e i consiglieri (15 sindaci in tutto) dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani e dell’Unione delle Province italiane (sette presidenti di province in totale).

“Dunque cominciamo dal Senato. Nessuno, tranne il movimento di Rodotà e Zagrebelsky, si oppone all’abolizione del bicameralismo perfetto perché, appunto, è una gigantesca imperfezione”, lo ammette lo stesso Scalfari.

“Il Senato non dovrà più votare la fiducia al governo né approvare il bilancio dello Stato e la legislazione connessa, salvo che non si ravvisi una violazione costituzionale. … Così pure potrebbe, anzi dovrebbe esercitare un accurato controllo sulla pubblica amministrazione, … potrebbe, anzi dovrebbe svolgere un ruolo culturale approfondendo temi scientifici, sanitari, ecologici, umanistici, … per adempiere a questo compito il Senato dovrebbe esser composto da un certo numero di membri che rappresentino altrettante “eccellenze” e le mettano a tempo pieno a disposizione del paese. Non possono certo essere eletti, ma nominati dal capo dello Stato che potrà avvalersi di rose di nomi fornite da Accademie culturali, Università, scuole specializzate.” (Eugenio Scalfari – domenica 6 aprile 2014)

Praticamente, un Senato di ‘non eletti dal popolo’, ma di designati da Regioni, Città metropolitane e Province che avrebbe potere di controllo, di indirizzo e di veto su tutto il ‘resto’, magistratura inclusa, visto che – secondo Eugenio Scalfari –  la Corte dei Conti “è una magistratura che persegue irregolarità o addirittura reati di natura contabile; negli ultimi tempi è andata al di là di queste sue competenze.”

E’ proprio vero, dottor Scalfari, “in una fase in cui si aumenta il potere decisionale del governo e soprattutto quello del premier, annullare completamente una delle due Camere configura una tendenzialità autoritaria estremamente rischiosa” …

Una Conferenza Stato-Regioni (propriamente detta o unfificata che fosse) che finora ha svolto, con i ‘successi’ di cui tutti ci siamo accorti, un bel numero di iniziative, come i Tavoli Permanenti, Gruppi di lavoro e Comitati per:

  • il monitoraggio dell’intesa fra le Regioni e le province autonome, il Dipartimento degli affari regionali, il Ministero degli affari esteri, il Ministero dello sviluppo economico, in materia di rapporti internazionali;
  • per l’uniformità dei procedimenti di invalidità civile e di trasmissione per via telematica dei certificati di malattia fra le Regioni, il Ministero della salute, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’INPS;
  • sulle problematiche relative alla decorrenza dei termini per l’acquisizione del certificato prevenzione incendi da parte delle strutture sanitarie pubbliche e private e sugli “indirizzi per prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di rischio connesse alla vulnerabilità di elementi anche non strutturali negli edifici scolastici”;
  • per la sanità penitenziaria e per l’attuazione delle linee guida per gli interventi negli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e nelle case di cura e custodia, nonchè quello per le problematiche afferenti il settore della prevenzione e del recupero delle tossicodipendenze, su richiesta del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria;
  • per la definizione delle Convenzioni tra la Cassa Depositi e Prestiti S.P.A. e le Regioni sull’utilizzo del “Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca” e per la definizione di una proposta di legge quadro in materia di affidamento e utilizzazione delle concessioni demaniali marittime con finalità turistico-ricreative, a seguito del documento di infrazione n. 2008/4908 UE,
  • per l’espletamento delle attività istruttorie in materia di informazione, formazione ed educazione ambientale e sul Secondo e il Terzo Piano di azione nazionale per l’efficienza energetica;
  • per la semplificazione, per l’innovazione tecnologica nelle regioni e negli enti locali, per l’efficientamento e la razionalizzazione dei servizi del trasporto pubblico locale, per l’accesso al mercato del noleggio con conducente di autobus;
  • per la realizzazione di un’offerta di servizi educativi a favore di bambini dai due ai tre anni, volta a migliorare i raccordi tra nido e scuola dell’infanzia e a concorrere allo sviluppo territoriale dei servizi socio educativi 0-6 anni;
  • per la semplificazione e per l’attuazione coordinata delle misure previste dal decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 recante: “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”.

Dunque, tra le cose da ‘rottamare “c’è già la conferenza Stato-Regioni, che comprende anche i Comuni”  che costa più di qualche centesimo … a parte di valore del tempo perso dal Paese e della crescita che non c’è stata.

Piuttosto, “Congresso in America, Camera dei Lord in Gran Bretagna sono due esempi da non perder di vista in Italia e nella futura Europa nel giorno auspicabile in cui diventerà un vero Stato federale”.
Ma ci sarà da convincere gli Europei a mettere i propri destini ‘federali’ nelle mani di un eletto ogni 3-400.000 residenti … e, quanto alla Camera dei Lord britannica, ricordiamo che da quelle parti, ma anche altrove, il titolo nobiliare può essere acquistato.

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Italia: diritti fondamentali sempre peggio

7 Apr

L’Italia, ha le scuole talmente degradate da richiedere un piano edilizio e manutentivo urgente e pluriennale.
Eppure, da anni la Conferenza Stato-Regioni dovrebbe fornire  gli “indirizzi per prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di rischio connesse alla vulnerabilità di elementi anche non strutturali negli edifici scolastici”.

In Italia, a dire il vero, la Conferenza Stato-Regioni è competente anche in materia di “uniformità dei procedimenti di invalidità civile”, di “trasmissione per via telematica dei certificati di malattia” e della “decorrenza dei termini per l’acquisizione del certificato prevenzione incendi da parte delle strutture sanitarie pubbliche e private”.
Sappiamo bene che non esistono parametri univoci per le invalidità neanche tra ASL di una stessa città, che far pervenire il debito certificato di malattia è ancora una corsa ad ostacoli per i lavoratori e che c’è il misundertanding dei ‘file F’ a cui sono stati derubricati i Day Hospital, che un ospedale senza certificato antincendio proprio non deve funzionare …

Sempre nel Bel Paese, l’Italia, abbiamo adeguato la normativa sulla disabilità nel 2007, con quasi 15 anni di ritardo, alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità … mamtenendo però tutto l’impianto preesistente, con il risultato che invalidi si diventa ancora oggi per ‘patologie e punteggi’ … la disabilità funzionale è solo in premessa.
Risultato? In Germania e Francia – che pure loro hanno i ‘falsi invalidi’ come ovunque – i disabili che beneficiano di sussidi e tutele sono il 10% della popolazione, da noi (dati Istat)  solo il 6% …

Un’operazione di maquillage per cambiar tutto pur di non mutare nulla’ degna di quella avvenuta per i così detti malati rari, che così rari proprio non sono, visto che parliamo di 1-4 milioni di pazienti cronici, che vanno gestiti per una vita intera.
Infatti, in Italia, la legge sulle malattie rare prevede che in ogni regione vi sia un centro apposito, che (essendo le regioni 20 e le malattie censite almeno .) fanno ben 80.000 siti specialistici … una tragica barzelletta.
Infatti, secondo tutti i dati esistenti almeno metà di questi malati neanche sa di esserlo e tra quelli riconosciuti almeno un terzo rinuncia alle cure per problemi ‘burocratici’.

Il tutto accade proprio in Italia, dove rischiamo sanzioni UE sul riposo obbligatorio dei dirigenti medici, mentre – come ha spiegato il presidente del Collegio italiano dei chirurghi –  ““spesso sono costretti a prolungare il proprio orario perché manca il personale, ma è ovvio che così aumenta il rischio degli specialisti di incorrere in errori”.
D’altra parte, i medici, generici e specializzati, all’interno di strutture sanitarie pubbliche e private nel 2007, erano 363,5 ogni centomila abitanti, una delle medie più alte d’Europa.

Italia che dai lontanissimi Anni ’60, distingue i suoi figli di un dio minore in tante e troppe categorie, quando si parla di disoccupazione.
Ci sono i cassaintegrati, le cui tutele possono durare anche decenni, e le casalinghe, alle quali addirittura si chiede di pagare l’assistena sanitaria senza nulla in cambio. O i ‘meridionali’ che avendo un tessuto industriale IRI, se lo son visto smantellare senza neanche un cent per l’occupazione. Per non parlare dei giovani, che dopo aver investito in un postdiploma o in una laurea non si ritrovano neanche una legge sul lavoro che li canalizzi ed, eventualmente, li sussidi.

Parlando di Welfare, in Italia, ci sono anche gli anziani, che una volta erano quelli che superavano i 55 anni di età e iniziavano ad aver diritto al riposo dopo una vita di lavoro. Ne abbiamo messi per strada almeno mezzo milione con una leggina natalizia e quattro lacrime da caimano. La restante parte, per ‘giustizia generazionale’ sembra che resterà al lavoro ad libitum, mentre le pensioni correnti – il vero buco nero – ‘non si toccano’, as usual.
Ed i bambini … le cui famiglie non vedono un bonus bebè (o delle consistenti detrazioni fiscali) neanche per il primo anno di vita e … per i quali abbiamo esternalizzato di tutto, visto che secondo le associazioni di settore, sono ‘centinaia di migliaia’ gli operatori che hanno un ‘lavoro’ continuo con loro … ma che poco proteggiamo, se esentiamo queste persone dai controlli che la legge prevede per i dipendenti pubblici, ovvero di docenti ed anche se si tratta di un supplente di pochi giorni …

E, sempre, l’Italia, a 24 anni dall’aver aderito alla Convenzione Onu apposita, non si è data ancora una legge per il reato di tortura. Al momento, il Senato ha approvato un testo che punisce “chiunque, con violenze o minacce gravi, cagioni acute sofferenza fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale”, inserendolo tra i reati comuni, connotati da dolo generico e con prescrizione a cinque anni. Vedremo la Camera dei Deputati quanto altro tempo impiegherà. e se – ma è molto difficile – vorrà estendere i termini di prescrizione.

Non è che gli altri Stati non siano esenti da ‘peccatucci’, come la Germania che rischia sanzioni per ‘surplus commerciale’ (ndr. concorrenza sleale) e la Francia che le ha ricevute per le sforature del patto di stabilità ed è stata ‘graziata’ per le politiche verso i Rom.
Il punto è che questi ‘peccati’ sono i nostri, quelli della nazione che ospita la Chiesa Cattolica e che, in quasi 100 anni di religione di Stato, dovrebbe aver fatto suo – nel senso comune, nell’etica e nelle norme – il principio di ‘amare il prossimo tuo come te stesso’, ma, a vedere dove ci hanno portato la politica e i poteri forti, sembrerebbe davvero di no …

A contraltare delle scuole disastrate, abbiamo l’Italia dei palazzinari e degli edili o, perchè no, dell’abuso edilizio fai da te. Oltre all’indifferenza dei media verso le okkupazioni e le famiglie inadempienti … o i ragazzi che crescono senza riferimenti e luoghi ‘sicuri’, con il consumismo ed il ‘conflitto’ come valori.

A corrispettivo del Sistema Sanitario, troviamo una fetta costante dei nostri parlamentari che arrriva dal settore, ma soprattutto che è proprio la classe medica ad incidere in modo rilevante sulla spesa pubblica di personale, con i suoi circa 150.000 stipendi in fascia alta e le derivanti pensioni, considerato che un medico di base può arrivare facilmente a percepire quasi il doppio di un docente e che un medico strutturato ospedaliero forse raddoppia il reddito di un ingegnere in fabbrica, per non parlare dei doppi e tripli incarichi possibili nei policlinici universitari.

Andando a parlare di Welfare, balza all’occhio la disparità di trattamento tra generazioni, sessi e territori diversi, ma soprattutto non può sfuggire che un unico soggetto, il Sindacato ed il sistema gemello del Volontariato, è sempre presente, dai tavoli di lavoro ai CdA e agli Enti, per non parlare dell’apparato dei Servizi cui è demandato, de facto, la gestione in accesso per i  servizi pensionistici e per l’invalidità, oltre a gran parte dei servizi per disabili, immigrati, fasce a rischio e minori.

Ma dalle crisi strutturali si esce in un altro modo: con il senso dello Stato di tanti e la cultura del lavoro di tutti.

Non sarà questo governo o il successivo a cambiare tutto questo: è necessario prima che ‘grande bellezza’ che ha creato questa mostruosità vada effettivamente in pensione e cessi di influenzare i destini italiani e, poi, che negli italiani risorga il desiderio di sentirsi alla pari degli altri paesi avanzati, piuttosto che trotterellare speranzosi per qualche briciola che cade dal tavolo del banchetto di quelli che vivono rivendendosi la grande ricchezza italiana.

E, per lo meno, si potrebbe anche iniziare, tentare, a guardare al futuro piuttosto che al passato.

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L’Aquila: le responsabilità, gli affari

13 Gen

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, L’Aquila è colpita da un terremoto di magnitudo 6.3 Mw, equivalente a 5.9 Ml secondo la Scala Richter e tra l’8º e il 9º grado di distruzione della Scala Mercalli.
I parametri Richter indicano “molte fessurazioni sulle mura; crollo parziale o totale di poche case; pericolo per la popolazione”, Mercalli prevedeva “rovina totale di alcuni edifici e gravi lesioni in molti altri; vittime umane sparse ma non numerose”. Diciamo anche che l’entità della scossa è ‘non distruttiva’ in Giappone, se si è costruito con criteri seriamente antisismici.

Le responsabilità

A L’Aquila e dintorni, pur trovanodoci in un territorio dichiarato “zona dove non di rado possono verificarsi forti terremoti”, il bilancio definitivo è di 308 morti. circa 1600 feriti di cui 200 gravissimi, 65.000 gli sfollati su poco più di 90.000 residenti, tra capoluogo e piccoli comuni limitrofi.
E dire che il comune di L’Aquila fu classificato come sismico sin dal 1915 (terremoto  del Fucino), che dal 1927 appartiene alla classe sismica 2, quelle di media intensità, e che fin dal  2006 si attendeva la classificazione di ‘zona 1’ proposta dall’’Ingv.

Poco si è saputo della sorte dei 220 fascicoli inizialmente aperti per la maxi-inchiesta della procura della Repubblica avviata dopo il sisma del 6 aprile 2009.
Tra i pochi pervenuti a sentenza, il processo di primo grado per il crollo della Casa dello studente si è concluso ‘solo’ quattro anni dopo il sisma, con tre condanne a quattro anni per i tecnici che supervisionarono le ristrutturazioni colpevoli di omicidio plurimo e lesioni.
Ben più severa la pena di sei anni di reclusione, viceversa, a cui sono  stati condannati sette eminenti scienziati italiani, facenti parte della Commissione Grandi Rischi e a capo del Dipartimento della protezione civile, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e del Centro nazionale terremoti, accusati di aver fornito, prima del sisma del 6 aprile del 2009 che distrusse L’Aquila, false rassicurazioni ai cittadini, e, secondo Giovanni Cirillo, magistrato presso il Tribunale di Teramo, colpevoli di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose.

Intanto, il giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco ha assolto i quattro imputati dall’accusa di disastro colposo per il crollo dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila avvenuto con il terremoto. Eppure, La Repubblica riportava di una relazione che il direttore generale della Asl aquilana, Roberto Marzetti, dalla quale emergeva che “l’ospedale – inaugurato nove anni fa – non risulta nemmeno nelle mappe catastali”, che pur essendo una “costruzione travagliata al centro di dibattiti parlamentari, esposti e polemiche”, nel 2000, “l’allora direttore generale Paolo Menduni decise di aprire lo stesso”.
Senza resposnabili il crollo del Palazzo del Governo (Prefettura), Tribunale, Politecnico, nonostante le perizie raccontino di materiali scadenti e di misure tecniche insufficienti.

Utile ricordare che “il dossier Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, redatto nel ’99 dall’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico per volere dell’allora sottosegretario alla Protezione Civile Franco Barberi, nel quale si evidenziano vulnerabilità critiche, rimaste ignorate, in tutti gli edifici pubblici poi crollati nel sisma del 2009, nonché una valutazione eccessivamente al ribasso del grado di pericolo sismico assegnato alla zona aquilana.” (Wikipedia)
Non a caso, a lungo i giornali scrissero della telefonata intercettata a Bertolaso in cui lo stesso capo della Protezione Civile, facendo riferimento alla riunione con gli esperti della Commissione Grandi Rischi, che si tenne all’Aquila il 31 marzo 2009, parlò di “operazione mediatica”, come anche la motivazione della sentenza di condanna degli esperti, riporta che “gravi profili di colpa si ravvisano nell’adesione, colpevole e acritica, alla volontà del capo del Dipartimento della Protezione Civile di fare una operazione mediatica”.

Gli affari

Secondo la Relazione dell’allora ministro Fabrizio Barca al 6 aprile 2012 erano stati effettivamente impiegati dallo Stato o trasferiti agli Enti preposti:

  • 2,9 miliardi di euro (impegno Stato) per gli interventi di emergenza, di cui:
    • 680,1 milioni per la prima emergenza
    • 700 milioni per il Progetto C.A.S.E. (4449 immobili, 12969 persone ospitate) e per i Map (3535 strutture, 7202 ospiti)
    • 493,8 milioni dall’Unione Europea – Fondo di Solidarietà
    • 667 milioni per Emergenze varie e assistenza alla popolazione
    • 82,8 milioni per i Moduli Scolastici ad Uso Provvisorio
    • Altre spese per ripresa attività scolastica, esenzione pedaggi, indennizzi, sospensione pagamenti tasse, attività di soccorso ecc.
  • 1,96 miliardi di euro (trasferimento Enti) per la ricostruzione, di cui:
    • 1,04 miliardi per la ricostruzione di edifici privati sotto forma di mutui
    • 736,7 milioni per la ricostruzione di edifici privati erogati con delibere del CIPE attingendo dai Fondi FAS e dal Fondo Strategico
    • 95,7 milioni per la ricostruzione di edifici pubblici
    • 81,6 milioni per la ricostruzione di edifici scolastici

All’incirca 5 miliardi in tre anni, di cui poco meno di due per la ricostruzione, mentre resta ancora da rimuovere il 62% delle macerie di quello che è classificato come il 5º terremoto più distruttivo in Italia in epoca contemporanea.

Già pochi mesi dopo il sisma, il 10 febbraio 2010, vengono pubblicati i testi delle intercettazioni degli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e il cognato Gagliardi che affermavano di “ridere ciascuno nel proprio letto” durante il terremoto, immaginando l’inserimento delle loro imprese nei lavori per il post-sisma, grazie ai loro presunti buoni rapporti con il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso.
Un mese fa, Mauro Dolce – ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile – è stato condannato ad un anno di reclusione con rito abbreviato per il reato di frode nelle pubbliche forniture in relazione alla vicenda degli isolatori sismici difettosi installati negli edifici antisismici del Progetto Case.

In questi giorni, l’operazione “Do ut Des” ha portato alla luce un sistema di tangenti ben radicato, al fine di ottenere delle dazioni di denaro per l’aggiudicazione di alcuni appalti relativi a lavori di messa in sicurezza di edifici danneggiati dal sisma del 2009 e l’appropriazione indebita, previa contraffazione della documentazione contabile, della somma di circa 1.250.000 euro, relativa al pagamento di parte dei lavori. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, si è dimesso dopo gli arresti di alcuni dipendenti pubblici ed il coinvolgimento del vice sindaco Roberto Riga, dell’ex consigliere comunale delegato per il recupero e la salvaguardia dei beni costituenti il patrimonio artistico, il dirigente ASL Pierluigi Tancredi, dell’ex assessore comunale alla Ricostruzione dei beni culturali, Vladimiro Placidi, oggi direttore del Consorzio dei beni culturali della Provincia dell’Aquila.

Con le dimissioni di Massimo Cialente esce di scena l’ultimo dei protagonisti di questa vicenda. Iscritto fin dal 1970 al PCI, consigliere comunale dell’Aquila dal 1990 al 2001, quando è eletto  alla Camera dei Deputati con i Democratici di Sinistra e rieletto nel 2006. Sindaco dal 2007, dopo il terremoto dell’Aquila del 2009 non viene toccato dalle indagini, anzi è nominato vice commissario straordinario alla ricostruzione con delega all’assistenza alla popolazione.
Dominus, dunque, della politica aquilana da almeno una dozzina d’anni e -secondo buon senso – non esente dalle scelte di governance locale.

E sono trascorsi tre anni dal convegno organizzato dall’Associazione “309 martiri dell’Aquila” – costituita in rappresentanza dei familiari delle 309 vittime del sisma – che si intitolava «Cahiers de doleances. Primo quaderno» e che denunciava «la scottante e dibattuta tematica inerente la mancata prevenzione e le omissioni che hanno concorso a determinare la strage del 6 aprile 2009».
A proposito, ricordiamo che – ristruttarato od originale – per ogni fabbricato è del Comune  la competenza a rilasciare il Certificato di agibilità, che include anche il Documento di idoneità statica  …

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Obamacare: cosa proprio non funziona? Un monito per l’Italia

19 Nov

In USA lo chiamano Obamacare, è il progetto di riforma sanitaria che la Casa Bianca sta cercando in ogni modo di introdurre da sei anni a questa parte. Probabilmente non se ne verrà a capo, ma il tentativo di Barak Obama ed i suoi fallimenti dovrebbero e potrebbero far riflettere le pubbliche amministrazioni di mezzo mondo.


Innanzitutto, per buona parte degli statunitensi il sistema assicurativo privatistico regge, va bene, vogliono continuare così, è migliore e più tutelato di quello pubblico. Obiezioni che arrivano sia dai ‘soliti’ Repubblicani sia da non pochi Democratas e soprattutto da sindacati e associazioni è ben sintetizzato in un articolo di “L’indipendensa – Quotidiano Online’.

Come molte cose che sembrano nuove, l’Obamacare è per molti versi vino vecchio in bottiglie nuove. Ad esempio, quando si confronta con il fatto che a seguito dell’ Obamacare milioni di americani rischiano di perdere la loro assicurazione medica esistente, i difensori dell’Obamacare affermano che questo è vero solo quando queste persone hanno una “scadente” assicurazione.

Chi decide cosa è “scadente”? Cosa c’è di più vecchio dell’idea che alcune élite esaltate sappiano cosa è bene e meglio per noi stessi più di noi medesimi?

Persone diverse hanno rischi diversi e diversa propensione nel prendersi cura dei loro rischi, invece di pagare per trasferirli ad una compagnia di assicurazioni. Ma i politici di turno nello Stato ad ogni tornata hanno definito quello che deve essere coperto da assicurazione, indipendentemente da ciò che gli assicurati e le compagnie di assicurazione potrebbero concordare se lasciati liberi di fare le proprie scelte.”
E, tra l’altro, come stanno denunciando da anni – con scioperi e sit in – gli operatori del sistema sanitario ‘pubblico’ statunitense (Medicare e Medicaid), gli interventi degli spin doctors di Obama per ‘migliorare la qualità’ sono sostanzialmente consistiti nella chiusura di centri di cura.
Non a caso uno dei ‘goal’ promessi dall’Obamacare c’è la diminuzione della spesa governativa per la sanità di circa 500 miliardi di Euro.

Se per gli assicurati il sistema attuale è quello giusto, le cose cambiano per chi l’assicurazione non ce l’ha e deve ricorrere al sistema pubblico, che non dovrebbe aver motivo di negare a tutti le cure essenziali, se, nel 2003 il servizio sanitario nazionale copriva in media il 17,7% delle spese totali, senza contare circa 30 milioni di cittadini privi di assistenza sanitaria.

Ricordiamo che Medicare è il programma nazionale universalistico di assistenza agli anziani e che Medicaid è gestito dai singoli Stati (contributo federale del 60%) per le famiglie con bambini, donne in gravidanza, anziani e disabili.
Purtroppo, come sono venuto a sapere per fonte diretta, accade che – Medicaid od Obamacare che sia –  ad una donna incinta priva di assicurazione sanitaria ma ‘coperta’ dal Medicaid venga diagnosticata una malattia rara trasmessa anche al nascituro, ma, dopo tre mesi dal parto, madre e figlio non abbiano più neanche uno specialista a cui rivolgersi via Email.

Dunque, la diffidenza degli statunitensi deriva dal fatto che non è ben chiaro come funzioni sia il ‘vecchio’ Medicare sia il ‘nuovo’ Obamacare.
Il sospetto è che la lobby dei sanitari (e dei loro amministratori ‘pubblici’) non offra più sufficienti garanzie di trasparenza e deontologia è forte, se giorni fa persino l’editoriale di Ezra Klein, columnist del “Washington Post”, ex blogger ‘radicale’, parla di “perdita di credibilità con i democratici al Congresso e con chiunque altro” riguardo l’approvazione di una “legge basandosi su promesse che non potevano mantenere. Hanno clamorosamente pasticciato nell’implementazione. E ora sembra che persino le modifiche al sito Healthcare.gov non saranno effettuati entro la deadline che loro stessi avevano predeterminato. I democratici al Congresso si sentono ingannati.”

In effetti, sarebbe innanzitutto da capire se più che di riforma sanitaria, il problema non sia che Obamacare non sia un progetto troppo ambizioso.

Da un lato  il desiderio inconfessato di introdurre il Welfare State anche in USA non tanto per sostenere le persone affette da malattie croniche, che avrebbero equo diritto alle cure, ma soprattutto per tutelare una trentina di milioni di americani che, prima che di necessitare di cure e terapie, hanno il problema di non arrivare a fine mese pur vivendo in un paese ha talmente tanto lavoro da offrire da assorbire ancora oggi tanti e tanti immigrati.
Dall’altro, è molto difficile mettere ordine al Medicaid  (garantito anche agli immigrati con regolare permesso) perchè è un programma amministrato dai singoli stati, e non dal governo federale, con diversi criteri di reddito, età, invalidità per accedere al servizio d’assistenza. che evidentemente i sistemi sanitari dei diversi stati amministrano senza sufficienti standard e controlli.

E questo spiegherebbe ampiamente l’insuccesso della riforma e la diffidenza dei cittadini, visto che staremmo parlando di assistenzialismo puro, oltre che di calo qualitativo della sanità in generale. Non a caso Bill Clinton, ex presidente e probabile primo “first-husband” degli USA, ha sollecitato invitato Obama a tenere fede alle proprie promesse, tra cui quella ai cittadini americani che già possedevano un’assicurazione sanitaria, che avrebbero potuto mantenerla in ogni caso.

Non dimentichiamo che già oggi il Governo Federale USA spende circa il 4% del Prodotto Interno Lordo e un ulteriore 2% arriva da singoli stati e contee. Un 6% totale del PIL non lontano da quel 7% che l’Italia spende per i suoi cittadini.

Con una sola differenza: gli USA – già prima di Obama – spendevano il 6% del PIL per curare il 15-20% dei propri cittadini, privi di assicurazione, l’Italia spende praticamente lo stesso, in percentuale, ma per tutti gli italiani, che assommano più o meno al 20% degli statunitensi.
Con l’unica differenza che tanti e tantissimi italiani versano allo Stato e alle Regioni – ogni mese e in contanti – ‘contributi’ per il sistema sanitario che se fossero premi assicurativi avremmo (quasi) tutti un’assistenza a quattro stelle.

Nel 2003 il servizio sanitario nazionale USA copriva in media il 17,7% delle spese totali, ovvero una percentuale che corrisponde più o meno a quel 15-20% di cittadini invalidi o indigenti.
Se in America 32 milioni di persone (circa il 10% della popolazione) non fruiscono di alcuna assistenza sanitaria è evidente che il problema non è nei finanziamenti, bensì nella malasanità pubblica.
In USA coma altrove.

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Perugia: gli scandali, la strage

6 Mar

Un uomo è entrato stamane negli uffici della Regione Umbria e, dopo aver gridato ‘mi avete rovinato’, ha ucciso una dirigente ed un’impiegata e si è tolto la vita. Un eccidio annunciato, dopo i suicidi (tentati o compiuti) da parte di cittadini che ritenevano di essere vessati da Equitalia od abbandonati dalle istituzioni.

L’uomo si chiamava Andrea Zampi, di 43 anni, e le due vittime sono Daniela Crispolti, 46 anni di Todi, e Margherita Peccati, 61 anni di Umbertide. Sembra che, nei giorni scorsi, la Regione gli avesse respinto la richiesta di accreditamento per carenza dei requisiti, che gli avrebbe permesso l’accesso ad un finanziamento ammontante ad un centinaio di migliaia di euro.

Una somma misera se si considerano le ‘chiacchiere’ e gli ‘scandali’ che riportano i giornali locali.

Come le “crepe nel mito dell’Umbria, regione verde per geomorfologia e rossa per la monocromia politica dei suoi amministratori”, di cui racconta Blitz Quotidiano  accennando ad una “gestione clientelare e un arcipelago di piccoli scandali locali”.

Dal “sesso rosso” che imperversa dalle parti di Orfeo Goracci,”zar” di Gubbio e sindaco della cittadina medievale targato Rifondazione Comunista all’assessore regionale all’agricoltura Fernanda Cecchini, che con i fondi di un bando del Programma di sviluppo rurale varato dal suo stesso assessorato ha finanziato con 83 mila euro a fondo perduto la ristrutturazione dell’abitazione dove vive la sorella. Stessa cosa, con 200 mila euro, ha fatto il sindaco democratico di Città di Castello, successore peraltro della stessa Cecchini.

Oppure la vicenda delle ‘tangenti ENAC’ in cui Catiuscia Marini, presidente della Regione, è menzionata ma non indagata nell’inchiesta anche se, su “un foglietto sequestrato a Viscardo Paganelli, proprietario della Rotkopf aviation arrestato per corruzione, c’è scritto “Marini 20 mila”. Sembra accertato che una parte della somma sia finita come contributo per Umbria Jazz, ma non è che la cosa appaia così chiara e trasparente come vorremmo noi contribuenti.

Per non parlare dello scandalo che coinvolge l’ex presidente “Maria Rita Lorenzetti, indagata insieme ai due assessori della sua giunta Maurizio Rosi e Vincenzo Riommi nell’inchiesta “sanitopoli”: i pm li accusano di assunzioni sospette alla Asl di Foligno, contratti di lavoro pilotati, distruzione di atti relativi a un’operazione che costò un rene a un paziente“.

Oppure “l’ex vicepresidente Carlo Liviantoni, indagato per Sanitopoli, così come il consigliere regionale del Pd Luca Barberini. Il presidente del Consiglio regionale Eros Brega è indagato per peculato, come ex responsabile dell’associazione “Eventi Valentiniani” organizzatrice della festa di San Valentino, patrono di Terni. Dai conti della festa mancano all’appello 200 mila euro.”

Nell’informativa dei Carabinieri ci sono decine di telefonate che si riferiscono alla pressioni per far ottenere il posto alla «raccomandata» di turno. Tanto che gli indagati nelle intercettazioni le chiamano «marchette” (Terni Magazine).

Il tutto condito con l’allegra partecipazione di dirigenti regionali e sanitari, impiegati a vario titolo e ‘raccomandati’ in lista d’attesa, dilapidando centinaia di migliaia di euro.

Andrea Zampi ne chiedeva molti di meno e, per ora, non sappiamo quanto ne avesse diritto o meno: sarà, si spera, un’indagine della Guardia di Finanza a chiarirci se a monte del gesto esasperato ci fossero anche delle irregolarità o delle pressioni indebite da parte delle due impiegate morte o da chi le aveva precedute, dando adito ad aspettative e speranze disattese in un uomo che, su Radio Capital, Vladimiro Boccali, sindaco di Perugia, ha definito ‘matto‘.

Un uomo con ‘problemi psichici‘ – secondo le affermazioni del sindaco – che però era in possesso di una pistola calibro 21, due impiegate uccise dell’ufficio dell’assessorato alla Formazione che sono un fatto atroce ‘di per se’, le vergognose notizie che riportano i giornali umbri sui loro politici e tante malversazioni.

Una strage annunciata, come non pensarlo?

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Sanità: tagli ai malati od ai medici?

27 Nov

“La sostenibilità futura dei sistemi santiari nazionali, compreso il nostro di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantita se non si individueranno nuove modalità di finanziamento per servizi e prestazioni” … “La sostenibilità futura del Servizio sanitario nazionale potrebbe non essere garantita”. (Mario Monti in videoconferenza)

Mai sentita un’informazione scorretta come questa.

Per riallineare il Sistema Sanitario Nazionale alle risorse effettive del Paese, basterebbe pagare i nostri medici in base quanto possiamo permetterci e non a fronte di quanto pretendono.

Ed, essendo tutti o quasi ‘dipendenti pubblici’, la questione è lapalissiana.

Un paese ricco paga lautamente, uno meno ricco, non potendo tagliare sui servizi, farmaci e diagnostica, può solo intervenire sugli stipendi, specialmente se i redditi dei medici di norma superano gli 80.000 euro lordi e se un primario di un policlinico universitario supera spesso i 10.000 euro lordi al mese.

Di cosa stia parlando Mario Monti in effige (videoconferenza) vorremmo davvero saperlo, visto che, tra l’altro, ha accuratamente evitato, finora, di incidere sui redditi e sulle mansioni di professori, medici e giornalisti?

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C’è un intero welfare da rottamare

22 Ott

Sono diversi anni, ormai molti, che sostengo l’utilità per il ‘sistema Italia’ di prepensionare la Pubblica Amministrazione e di introdurre un salario minimo. Ben prima che Bankitalia-MEF, nel 2007, avviassero i primi monitoraggi per quantificare spese, margini e benefici e, diversamente da loro, prevedendo ampi margini di negozialità contrattuale.

Non molti sanno che che, negli Stati Uniti, a partire dalla Grande Depressione – e per una decina di anni successivi – furono necessari aiuti, sussidi e persino gli ‘unemployed camp’, per chi non aveva più nulla, e travagliata da continui ed anche violenti scioperi.
Come pochi ricordano che il diritto di cittadinanza, così perfetto nelle società mitteleuropee, nasce dal diritto ad un salario minimo,  in una società industriale, dove accade che il lavoratore dipendente o ‘esterno’ si trovi senza occupazione a prescindere dal proprio merito od impegno, ma solo per una congiuntura generale o per il malgoverno dell’azienda oppure, peggio, per il prevalere della speculazione finanziaria sulla produttività industriale.


Alla scadenza del Governo Monti ci ritroviamo con un arcano apparentemente indistricabile, che, viceversa, con dei buoni mediatori potrebbe rappresentare una gran soluzione:

  1. la riforma Amato delle pensioni è stata troppo ‘volenterosa’ verso i coetanei di chi la scrisse ed oggi esiste un’enorme perequazione tra pensionati ed, addirittura, è possibile che per alcuni lavori/professioni i dismissed percepiscano un reddito superiore a chi al lavoro;
  2. la riforma Fornero del Welfare richiederà anni per diventare qualcosa di organico e, soprattutto, equo: tanto vale abrogarla e riscriverla non appena si avvierà la prossima legislatura;
  3. la proposta dell’ex ministro Damiano di pensionare tutti a 35 anni di servizio  è irrealizzabile, senza  incidere sui TFR e senza cambiare contratti di lavoro e liberalizzare il sistema previdenziale;
  4. l’ipotesi, sviluppata da un gruppo di esperti e formulata dall’ex ministro Veltroni, si arena ‘di per se’ a causa dei vincoli ‘populisti’ imposti durante i lavori.

Infatti, nel caso del salario minimo, uno dei vincoli ‘culturali’, che la Sinistra sembrerebbe richiedere, è che sia un reddito tassabile sia dallo Stto sia come IRPERF e che vengano detratti in contributi previdenziali, invece che chiamarsi ‘sussidio’ e basta. Con questa formula accade che servano ben 1.100 euro al mese per far arrivare ad un disoccupato forse 800, forse meno.
Tra l’altro, assegnare un salario/contributo di 800 euro significa erogare somme equivalenti o superiori agli stipendi minimi, specialmente se parliamo di Meridione, di part time, di ex Co.Co.Co o, molto peggio, se andassimo a fare un bilancio del settore dei lavoraori rurali già sussidiati.

Allo stesso tempo, nel fare i conti, non va dimenticato che mantenere al lavoro degli over50enni, che siano affetti da serie patologie croniche e/o degenerative, ha un suo costo (rilevante) sul sistema sanitario derivante dall’aggravio e dal conseguente aggravamento7recidività: potrebbe essere più vantaggioso, limatura più limatura meno, lasciarli in pace a casa e/o flessibilizzare il loro lavoro.

Recenti studi statunitensi parlano chiaro.

E non dimentichiamo – in un’ottica di mercato – che, secondo Moody’s, ‘Mps non è stata in grado di aumentare la propria base di capitale ai livelli richiesti’ e che, in Italia, il mercato assicurativo e gli enormi capitali che vi circolano servono solo ad arricchire una statica finanza pubblica, governata, non di rado, da enti e commissioni espresse dal sottobosco politico-amministrativo che conosciamo.

Ovviamente, se esistesse una ‘responsabile voglia di negozialità’ da parte di tutti, gli anatemi dei ‘tecnici’ di Mario Monti si scioglierebbero come neve al sole, le perplessita del Terzo Polo verso le proposte della Sinistra decadrebbero e, finalmente, ci si potrebbe mettere al lavoro per trovare un modo in cui i conti possano ‘tornare’, garantendo il futuro dell’Italia e di chi indistintamente giovane, anziano, lavoratore, malato, disoccupato, bambino, casalinga.

Infatti, se è, correttamente, troppo tardi per introdurre certi ammortizzatori sociali, è anche il tempo di riconcepire costoso ed inefficiente sistema welfare-sanità italiano, prima che arrivi l’impennata di costi e di malati, che tutti gli indicatori prevendono nel corso del decennio, mentre i tassi effettivi di disoccupazione ritornano a due cifre.

Infatti, una Grosse Koalition, che badi al futuro, potrebbe porre trovare i fondi necessari ad una ‘riforma del welfare’, equa e lungimirante, attingendo da risorse interne come:

  1. revisione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, eliminazione delle casse integrazioni e degli aiuti per ristrutturazione aziendale;
  2. razionalizzazione del sistema pensionistico con eliminazione di pensioni d’annata, privilegiate e qualsiasi altro benefit che sia stato introdotto nel sistema assicurativo da norme oggi abrogate o modificate;
  3. compensazione del TFR come titoli di Stato e possibilità di negoziabilità (parametrata) a partire dal 30esimo anno di contribuzione
  4. liberalizzazione del comparto assicurativo (modello tedesco), scivoli per lavoratori seriamente malati che nel triennio abbiano comportato un elevato costo delle gestione sanitaria, riforma del sistema pensionistico e delle indennità per i disabili a seguito del salario minimo;
  5. avviare – con l’introduzione delle coppie di fatto – un’effettiva politica per le famiglie, che probabilmente ci costerebbe molto meno della miriade di interventi causati da coppie disastrate e minori incontrollabili.

Inoltre, comunque andasse, lo Stato determinando ‘di per se’ l’esistenza di ‘redditi’ garantiti andrebbe a deformare il mercato del costo del lavoro e ciò implicherebbe che si rivedano le norme sui contratti collettivi nazionali.

Una mission impossible che il governo futuro dovrà intraprendere comunque, per dare speranze agli italiani, che, ricordiamolo, sono stanchi di interventi scollegati, iniqui, spreconi ed estemporanei.
E non è credibile continuare a non prevedere dei costi, nei prossimi anni, per dare delle risposte a chi, colpito da un 2012 ‘persino retroattivo’, dal 2013 non vedrà alcuna prospettiva o certezza, neanche l’anno in cui andrà in pensione o come arrivare a fine mese con un figlio a carico od a quale istituzione voltarsi per ottenere quell di cui ha bisogno.

Servono riforme, proposte negoziabili di riforme; non i ‘post it’ o le bozze di partito.

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La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

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