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Quel che (non) resta del Made in Italy: dati e riflessioni

29 Lug

Da quando è iniziata la Crisi, in soli tre anni, sono 363 le aziende italiane acquisite, per un controvalore di circa 47 miliardi di euro, da imprenditori/fondi d’investimento/fondi sovrani. Questi i risultati dello  studio realizzato dalla società di revisione Kmpg per il Corriere della Sera, sul periodo 2009-2013.
Parliamo del famoso Made in Italy, le cui esportazioni sorreggono quel poco che resta dell’Italia che fu.

Parliamo di Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, Acqua di Parma e Loro Piana ormai parte della LVMH Hennessy Louis Vuitton SA, come di Gucci, Prada, Bottega Veneta e Sergio Rossi, in mano alla Ppr di Francois-Henry Pinault, oppure di Moncler (The Carlyle group), Ferrè (Paris Group Dubai), Valentino (Mayhoola for Investment), come anche Coin (Bc Partners) e la Rinascente, di proprietà della tailandese Central Retail Corporation.

Nel settore agroalimentare, siamo messi davvero male, con la Parmalat, la Locatelli e la Galbani, entrate nel Groupe Lactalis SA, poi Lactalis Italia, la AR Industrie Alimentari SpA (leader settore inscatolamento), controllata da Princes Limited (Gruppo Mitsubishi), la Star, oggi della spagnola Galina Blanca, la Gancia, inglobata nell’impero finanziario dell’oligarca russo Rustam Tariko, proprietario della vodka Russki Standard, il Riso Scotti, il cui 25% è del colosso industriale spagnolo Ebro Foods, la Casanova – Ripintura Chianti Docg del Gallo Nero, rilevata da un privato di Hong Kong, la Pernigotti, acquisita dal gruppo turco Toksoz, l’Invernizzi, che andò al 100% alla Kraft, l’Orzo Bimbo, passata alla Nutrition&Santè di Novartis, la premiata ditta Cesare Fiorucci, andata alla Bongrain Europe Sas / Campofrio Food Holding,  la Findus Italy, rilevata al 100% da Birds Eye Iglo Group Ltd, il Gruppo Bertolli (Maya, Dante, and San Giorgio olive oil), acquistato da SOS Cuétara S.A. che controlla anche la Carapelli e l’Olio Sasso, come la Perugina, la San Pellegrino e la Buitoni, da molto tempo andate alla Nestlè, la Peroni, da dieci anni di proprietà della sudafricana Sabmiller, il gruppo lattiero caseario Ferrari Giovanni, acquisito al 27% dalla francese Bongrain Europe, le quote della Del Verde Industrie Alimentari finite al gruppo Molinos Rio de la Plata, la Stock, acquisita nel 2007 dalla Oaktree Capital Management e chiusa per trasferire la produzione nella Repubblica Ceca.

Praticamente buona parte del nostro export porta ricavi ed utili ad azionisti stranieri. Ottimo affare, a prima vista …

Nel settore finanziario, ci sono la banca Unicredit, il cui 11% è diviso tra Aabar Investments PJSC e PGFF Luxembourg S.A.R.L., il Marazzi Group, passata alla Mohawk Industries,  la N&W Global Vending S.p.A., acquisita da Barclays Private Equity Limited.

Andando all’energia, reti ed infrastrutture, vediamo il passaggio in mano straniera di Terna, al 65% della Companhia Energetica de Minas Gerais,  di SAECO, acquisita da Koninklijke Philips Electronics N.V., di Ansaldo Energia, al 45% di First Reserve Corporation, di Gruppo Tenaris, finito alla General Electric Co, di Transalpina, andata alla EDF Electricity de France SA, Investcorp SA, del Gruppo Telecom Italia S.p.A., finito alla Iliad S.A. e alla Telefonica Deutschland Gmbh, del Gruppo Enel S.p.A. (assets), finito alla E.On AG, di Impregilo, passata alla Primav Construçoes e Commercio S.A. e BTG Pactual.

Nel campo della meccanica, abbiamo perso Ducati (Audi-Volkwagen),  Mv Agusta (Harley-Davidson) e Ferretti Yacht (SHIG-Gruppo Weichai). La FIAT è gruppo con la Chrysler, l’Alitalia è controllata dal Air France-KLM e, riguardo Finmeccanica, il 42% del capitale fa capo ad investitori istituzionali esteri.

Addirittura, il Gruppo Atlantia SpA, che controlla Autostrade S.p.A., è stato acquisito da un fondo pensionistico estero, il Canada Pension Plan Investment Board, quasi mentre Mario Monti ed Elsa Fornero falcidiavano le pensioni di chi oggi è al lavoro. Oppure, andando alla Sisal, che opera anche nel settore dei Servizi di pagamento alle P.A., ricordiamo che, nell’autunno del 2006, la Direzione Generale della Concorrenza della Commissione Europea evidenziò la sussistenza di un controllo congiunto sul Gruppo da parte dei fondi Apax, Permira e Clessidra.

Detto questo, non restano che poche e schiette riflessioni, visto che – a ben vedere – anche nell’andamento dell’import-export c’è qualcosa che andrebbe valutato meglio, a partire dalla quota di produzione che gli stessi imprenditori italiani hanno trasferito all’estero a causa di una fiscalità esosa, di servizi carenti e costosi, di una tristemente famosa complessità amministrativa e contrattuale. Specialmente, se nonostante tutto le cose non andassero affatto male …

Infatti, è evidente che una certa parte dell’Italia è ancora un buon investimento, che gli stranieri accorrono e che diventa davvero difficile comprendere la continua emissione di titoli di Stato da parte della Repubblica Italiana, mentre aumentano dubbi e perplessità sull’autorevolezza che possiamo ancora concedere a tanti guru della nostra finanza pubblica – sempre dediti alla ‘caccia agli evasori’, al taglio delle spese e al finanziamento (sprecone) di salvataggi impossibili e di apparati inutili – se accade che i pensionati canadesi verranno sostenuti anche (soprattutto?) dai pedaggi autostradali degli italiani. Interessante anche sapere se i capitali derivanti dalla vendita di tali aziende siano entrati e, soprattutto, rimasti in Italia.

Come anche dovremmo prendere atto che il ‘sistema’ su cui si è retto finora il Bel Paese – quello immortalato nei film di Sordi, Proietti, Verdone e Mastroianni – ha fino trasformato il Welfare in ‘volemose bene’ e ‘salti chi può’, mentre il Futuro, trascorrendo gli anni, si confermava essere Degrado e Corruzione. La ‘strana’ vicenda kazaka ha portato in luce, come pubblicato da Der Spiegel, un nesso profondo tra alcuni padri fondatori dell’Europa, nonchè ex leader di partito, e certi ‘benzinai’ oltreuralici, oligarchi di professione.

Ed, ormai, esistono anche degli indicatori affidabili e la lancetta è sul rosso.

Naturalmente, se i capitali derivanti dalla vendita di tante belle aziende fossero rimasti in Italia e fossero stati reinvestiti in fondi pensione, crescita ed occupazione, potremmo evitare di porci parte delle presenti questioni … e se la Germania – di cui attendiamo le prossime elezioni – non avesse intrapreso una escalation finanziaria e commerciale (incalzando il nostro export) non staremmo parlando, forse, neanche del resto.

Un trend avviatosi dal 2010, quando la Germania di Angela Merkel perfezionò una politica finalizzata a trattenere il turismo giovanile (con le note ricadute su Grecia e Spagna), poi seguita dalla svendita dei titoli di Stato italiani da parte delle Deutsche Bank di Josef Ackermann.
Una Germania al bivio, come rilevano gli analisti, ma anche un’Europa ed un Euro al pit stop, se gli indicatori di potenziale concorrenza qualitativa di segnalano che, nonostante quanto importi dall’Italia, sia Berlino – e ben distaccata Pechino – ad attuare politiche finanziarie e commerciali che ostacolano il nostro export e, di riflesso, le nostre capacità produttive, occupazionali e di leva previdenziale e fiscale.

Oggi, a due mesi circa dall’esito delle elezioni tedesche e con la sentenza di Cassazione per Silvio Berlusconi passata in giudicato, almeno una parte della Destra italiana dovrebbe chiedersi se continuare a far capo dai cristiano-popolari targati Deutschland od iniziare a rapportarsi con i laici conservatori di base a Londra. Allo stesso modo, una parte della Sinistra – mentre si prepara al congresso di novembre del PD – potrebbe provare a chiedersi se non sia il caso di passare dallo stato sociale del FSE, modellato sull’impronta francese e comprovata fonte di ampia corruttela, ad un più standardizzato (sobrio ed equo) welfare di stile anglo-germanico.

Questioni che sono sottointese nei “mal di pancia” delle monarchie costituzionali nordeuropee che hanno ben presente l’eccesso di ‘nazionalismo’ insito nel modello di socialcapitalismo, che un certo cristianesimo europeo (bavarese) ha recentemente ispirato, e l’importanza di uno stato laico e liberale, che altro cristianesimo europeo preferì, dopo aver constatato nei secoli che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’Inferno.
Un tema meritevole di un’enciclica, forse, visto anche il New Deal che Papa Francesco ha pre-annunciato al suo gregge romano.

Un tema ‘europeo’ che coinvolge anche e soprattutto il Movimento Cinque Stelle di Grillo & Casaleggio – guardando oltre gli schemi tradizionali di destra-sinistra – che dovrà pur iniziare a raccogliere e canalizzare su candidati di qualità il prevedibile consenso che raccoglierà anche alle possibili ri-elezioni nazionali ed alle già previste europee.
Un M5S che dovrà fornire volti, programmi e risposte a chi fa impresa ed amministrazione, se vuole essere credibile come partito di governo per le riforme strutturali che servono.

Intanto, su gran parte di quello che si produce Made in Italy, da quache tempo c’è un’option, ovvero un ‘valore’, che va all’estero e questo ci fa sempre più somigliare ad uno dei tanti paesi ispanici d’oltre oceano. Loro in crescita e noi in calo, ma per sempre lavoratori dipendenti di qualche holding mondiale anche se cervello, prodotto e risultato sono tutti made in Italy.

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Finmeccanica, un imperdibile futuro italiano

24 Ott

Finmeccanica è un’azienda a partecipazione pubblica, di cui il MEF ha il controllo con il 30,2% del pacchetto azionario, mentre il 70% degli azionisti detiene il resto, diviso tra diversi  investitori istituzionali (46%) e privati (23,8%). Il Capitale sociale è di euro 2.543.861.738,00,  rappresentato da 578.150.395 azioni ordinarie del valore nominale di Euro 4.40.

Una colosso industriale mondiale controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, non da quello delle Infrastrutture come logica vorrebbe. Nel primo caso una rendita, nel secondo un investimento. Nel primo un costo per lo Stato che immobilizza capitali, nel secondo caso un ricavo per il paese in termini di valore aggiunto, know how, occupazione, rendita fiscale e previdenziale, autonoma capacità difensiva ed energetica.

Finmeccanica, un gigante italiano che rischia di implodere se, come sembra, si andrà alla fusione tra il colosso franco-tedesco Eads e quello britannico Bae Systems, mentre  Thales, Dassault, Safran – sono da sempre il ‘core’ del complesso industrial-militare della Francia post-coloniale. In un mondo dove sempre più brevetti e tecnologie saranno registrati in Cina Popolare e in India.

Finmeccanica, un’azienda che è innanzitutto scossa dagli scandali che raccontano di tangenti e big della politica, ma che preoccupa ancor di più per le scalate o le svendite che potrebbero spoliarla dei suoi gioielli od da salvataggi dalle gambe corte, come quello dispendiosissimo di Alitalia, azienda che ha notevolmente contribuito ad affossare il debito pubblico italiano.

Scrive “lo Stato è il socio di controllo di Finmeccanica, soggetto venditore, ma anche della Cassa depositi e prestiti che sta costruendo una proposta d’acquisto alternativa a quella di Siemens per Ansaldo Energia, e pure delle Fs, principale cliente e partner tecnologico di Ansaldo Trasporti, oggetto del desiderio della giapponese Hitachi. Qual è l’interesse del Paese? Lo dovrebbe stabilire la politica industriale. E però se il governo non vuole o non sa dare linee guida al management , allora dovrebbe assumersi la responsabilità di mettere all’asta Finmeccanica. Scelga. Non si lasciano languire così le aziende di cui si è padroni. A beneficio dei padroni prossimi venturi.”

Stiamo parlando, infatti, della ‘corporation’ pubblica molto interessante per investitori e speculatori, oltre che strategica nel settore ‘difesa’, dato che controlla (asset più asset meno) AgustaWestland N.V., Agusta S.p.A., ST Microelectronics Holding II B.V, STMicroelectronics N.V., Aeromeccanica S.A., gruppo Avio, Alenia Aermacchi, Ansaldo Energia, AnsaldoBreda, BredaMenarinibus, Fata, Oto Melara, Trimprobe, Telespazio Holding, Finmeccanica Group, Finmeccanica Finance, Finmeccanica Group Real Estate, Finmeccanica North America, Finmeccanica UK LTD, DRS Technologies, ElsaCom N.V., ElsaCom, Seicos, Selex Elsag, Selex Service Management, Selex Sistemi Integrati, So.Ge.Pa.,  Whitehead Alenia Sistemi Subacquei, Eurosysnav, Orizzonte – Sistemi Navali, Europea Microfusioni Aerospaziali, Thales Alenia Space, Elettronica, European Satellite Navigation Industries GmbH, Galileo Industries, MBDA, Nahuelsat, NGL Prime.

Qualcosa, dunque, di cui l’Italia non può e non deve affatto privarsi, dato che Finmeccanica non Alitalia ed ha portato ricavi, nel 2011, per 17.318.000.000 di euro. Una solida realtà che, se vuole e deve restar tale, non può affidarsi a cordate italiane deboli od improprie.

Ad esempio, è poco ragionevole che lo Stato italiano declassi la propia presenza in Finmeccanica a mero fund rising, tramite la Cassa Depositi e Prestiti del MEF, anzichè il ministro del MEF, ovvero il Governo ed il Parlamento, in prima persona. Tra l’altro, visto che gli investitori istituzionali e privati sono in tot o tanta parte stranieri, il ‘declassamento’ comporterebbe ipso facto una forte perdita di ‘italianità’ da parte dell’azienda. L’ingresso di Siemens comporta il rischio di un semismantellamento come per Thyssen e siderurgia varia italiana o per Chrysler e forza commerciale di FIAT
Quanto ad Ansaldo Trasporti, sarebbe ben più logico diventi – eventualmente – lei la controllante, e non la controllata, di FS,  un gestore di rete ferroviaria in perenne sofferenza, ristrutturazione ed innovazione. Caso mai sarebbe corretto il contrario. Come per Siemens, l’ingresso di Hitaci appare molto più conveniente per la ditta del Sol Levante che per la nostra.

Cosa fare con Finmeccanica allora?

Iniziamo col dire che solo il 3,36% dell’azionariato istituzionale è italiano, la restante parte è sostanzialmente anglo-statunitense. Dunque, è difficile che Londra o New York intendano incrementare la propria presenza nell’impresa. E che da ENI, FIAT e Finmeccanica dipende la sopravvivenza dell’Italia nel mondo industrializzato come realtà autonoma e decisionale, mentre la terziarizzazione ed i flussi turistici ci porrebbero in balia di scelte altrui, come è accaduto per la Spagna.

Ci sarebbero un paio di riflessioni.
La prima questione è che Finmeccanica deve restare italiana: il gettito di ricavi che comporta è un attivo che brilla come una gemma rara nei bilanci pubblici. Cedere il 30% per declassare il nostro debito pubblico è segliere l’uovo oggi rinunciando all’uovo di domani.
Ma non è trasferendola a Cassa Depositi e Prestiti o FS per risollevarne i bilanci, che si fanno scelte per il futuro: si continua a mantenere in vita un passato che forse non esisteva più già 35 anni fa.

La seconda riflessione è che – tanto per dirne una – se partner interessanti come Siemens e Hitaci vogliono entrare nel business, esistono, tra le aziende su elencate, ampie possibilità di negoziare quote detenute anche al 100% da Finmeccanica. Come anche che il 30,2% controllato dal MEF potrebbe ‘diventare’ una società creata ad hoc che, pur restando a controllo statale italiano, potrebbe permettere ai partner di sentirsi garantiti.
Non abbiamo (ancora) bisogno di affittare il Pireo ai cinesi … e, dopo ‘il senso di responsabilità’ mostrato dai cittadini italiani in questi anni e mesi, meriteremmo che Siemens-Germania e Hitachi-Giappone entrassero nel business, ma in punta di piedi, sostenendo un paese amico e facendo un buon affare.

Non è un caso che il Corriere della Sera incalzi: “il ministro Vittorio Grilli, d’intesa con i colleghi allo Sviluppo economico e alla Difesa, Corrado Passera e Giampaolo Di Paola, batta un colpo. Il premier Mario Monti si assicuri che venga battuto presto e bene.

Possibile, impossibile?
Dipende dal mediatore (nel caso presente il ministro dell’Economia Grilli) e dai margini concessigli: c’è chi ha venduto frigoriferi agli eschimesi … ma, probabilmente, aveva massima autonomia.

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Cronache di un’Italia colonizzata

22 Ott

Mario Monti spera che «grazie a noi si dica che l’Italia non è stata colonizzata dall’Europa e ha mantenuto la sua sovranità».

Quasi in simultanea, però, TGcom24 ci informa che “non c’è stato nessun incontro a Palazzo Chigi sul futuro dei vertici di Finmeccanica“, dopo che la Uilm aveva annunciato “che Finmeccanica ha confermato di voler passare “da una quota di maggioranza a una di minoranza” in Ansaldo Energia, l’azienda genovese oggetto di trattative per una dismissione, e ha confermato anche trattative con un partner “estero” per la cessione di Ansaldo Breda.

Riguardo gli F35, “l’impianto Final Assembly and Check-Out (FACO) sulla base aerea novarese partirà a regime ridotto, con inevitabili aggravi di costo cui si aggiunge per il Governo – che li ha spesi – l’onere di recuperare i circa 800 milioni di euro investiti per realizzare la struttura. … Non mancheranno tuttavia di avere conseguenze almeno indirette sul nostro Paese i nuovi contrasti fra Pentagono e Lockheed sulla conduzione complessiva del programma, con una sovrapposizione di attività che porta a risultati negativi sul piano del costo-efficacia … Il Pentagono è preoccupato fra l’altro per le difficoltà di sviluppo del software dell’aereo, la non corretta pianificazione de collaudi, la vulnerabiltà ai “cyberattack” del sistema logistico integrati“. (fonte AnalisiDifesa.it)
Intanto, il futuro ‘civile’ di Alenia Aermacchi, il Superjet 100, è al 49% della Sukhoi, che ne gestisce anche la commercializzazione in Europa. Dulcis in fundo, i piani alti di Finmeccanica sono scossi da scandali che raccontano di tangenti, commesse sporche e leader di partito.

Restando all’aereonuatica, abbiamo di recente scoperto che il Commissario europeo alla Concorrenza ha aperto un numero impressionante di procedure contro aeroporti di piccole e medie dimensioni per finanziamenti illeciti alle compagnie aeree, che non pochi aeroporti italiani che non sono in grado di sostenersi senza aiuti pubblici, che si prospettano “tagli ben più drastici di quelli proposti dal piano elaborato dal ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, mettendo a repentaglio persino aeroporti centrali come Genova, Bologna, Firenze o secondari come Ciampino” (fonte Gazzettino.it).

Intanto, giorni prima, Alitalia annunciava 690 esuberi a fronte di diverse centinaia di milioni di perdite ed un magistrato la condannava per ‘monopolio sulla tratta Roma-Milano”, ordinando di “liberare entro il 28 ottobre gli slot necessari all’ingresso sul mercato di un altro competitor.”

Ricordiamo che l’INAIL racconti di “cantieri navali senza più ordini, di fatturato dimezzato sul pre-crisi dei posti barca, di porti deserti” o che Tassinari, presidente di Coop Italia annunci che “la grande distribuzione soffre per la caduta dei consumi provocata dalla crisi. Ci aspettiamo, per la prima volta dopo 20 anni, non solo la chiusura di punti di vendita, ma la cessione di rami d’azienda e purtroppo anche la chiusura di imprese distributive“. Mettiamo in conto anche che a Torino si fanno le Jeep ed a Pomigliano ‘solo la Panda’, che ILVA Taranto è affogata nell’inquinamento, che da alcuni mesi Parmalat fa parte del gruppo francese Lactalis, che ne ha acquisito l’83,3%, ed andiamo alla sostanza: le Banche.

Di Unicredit si legge, in questi giorni, di “voci che corrono sul taglio di 35mila bancari, ma secondo l’Abi di Mussari non sarebbero più di 25mila” (Dagospia), che “il consiglio ha anche cooptato Mohamed Ali Al Fahim quale consigliere. Mohamed Ali Al Fahim è attualmente responsabile della Divisione Finance dell’International Petroleum Investment Company, società di investimenti interamente detenuta dal governo di Abu Dhabi e controllante di Aabar, uno dei maggiori azionisti di Unicredit” (Milano Finanza), riguardo lo “scorporo della banca italiana dalla holding, l’ad Ghizzoni spiega che per ora e’ un tema che non e’ in agenda” (Borsaitaliana.it).

Una settimana fa,  Moody’s declassava la gloriosa Monte Paschi di Siena a livello ‘trash’, con un downgrade a «Ba2» da «Baa3», nonostante il ‘dono’  – è proprio il caso di dirlo – fatto dal governo Monti per 1 miliardo e mezzo di euro, tagliati a pensionati, scolari e malati.
Una situazione che richiedeva cautela, se parliamo di soldi pubblici, visto che, nonostante un ‘provvidenziale’ accordo tra MPS e CartaSì – siglato pochi giorni prima del report di Moody’s, “il primo in Italia di questo genere” – consentiva “all’istituto senese di diventare il quarto operatore per numero di carte emesse (circa 3,3 milioni) sul mercato nazionale” (fonte MPS), l’agenzia di rating ritiene «che ci siano probabilità reali che la banca abbia bisogno di ulteriore aiuto esterno nell’arco dell’orizzonte del rating. Come gli stress test dell’European Banking Authority (EBA) e della Banca d’Italia hanno mostrato, Mps non è stata in grado di aumentare la propria base di capitale ai livelli richiesti».

A cosa si riferiva, allora Mario Monti con ‘abbiamo mantenuto la sovranità’? Quali informazioni lo inducono a promettere che «pochi mesi, spero pochi, che ci mancheranno all’emergere chiaro di segni di ripresa»?

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