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L’Italia (in)giusta, che Grillo non vuole

5 Mar

L’Italia di oggi, come quella della Prima Repubblica, è piena di uomini e donne, che ancora ricoprono posti di lavoro o cariche pubblici e che, grazie al nostro sistema di giustizia, possono vantarsi di ‘non aver sfasciato il Paese’ e, soprattutto, di ‘aver creduto di essere nel giusto’.

Impossibile redigere una classifica, vuoi per l’efferratezza delle furbate abissali, che solo oggi media e giustizia scoprono, vuoi per il numero enorme dei ‘furbi’, che, puntualmente, cadono dalle nuvole, come se non avessero mai trascorso due giorni in un posto di lavoro normale con delle regole normali.

Qualche caso ‘eccellente’, però, possiamo facilmente individuarlo.

Infatti, un winner c’è e si chiama Consiglio regionale del Lazio, con Governatore Renata Polverini e, soprattutto, come presidente Mario Abbruzzese, un amministratore pubblico che ha speso 18.660 euro per acquistare 67 penne Montblanc da 278 euro ciascuna,  21.408 euro per cento cesti natalizi costati, 76.791 euro spesi in «agende da tavolo», 10.560 euro in biglietti di auguri, per un totale di spese di rappresentanza per ben 1.987.092 euro.

Inutile aggiungere che Mario Abbruzzese è stato rieletto, sempre nelle liste del PdL nel territorio di Cassino, che si trova a metà strada tra Fondi e Isernia e dove sono stati sequestrati beni per numerosi milioni di euro ai Casalesi, i quali avevano implementato nel Lazio Sud le prime teste di ponte già 30 anni fa or sono.

Come c’è la sentenza d’arresto per Nicola Cosentino, accusato per concorso esterno in associazione mafiosa per presunti rapporti con il clan dei Casalesi.
Un uomo del PdL voluto da Silvio Berlusconi nel suo governo come sottosegretario alle finanze e, più o meno contemporaneamente, ritenuto dalla Direzione Distrettuale Antimafia un “politico in grado di favorire i clan nella gestione di affari in Campania, in particolare la vicenda rifiuti nel periodo dell’emergenza”.

Fatti gravissimi, quelli del PdL, che trovano ampi corrispettivi se si considera che anche il Partito Democratico razzola male, a leggere dei tanti scandali e processi che convolgono suoi amministratori, e, soprattutto, è il principale artefice delle varie leggi che hanno dato il via al saccheggio delle finanze italiane da parte dei partiti, come erano suoi i voti che hanno permesso a governo Berlusconi di ‘affondare il colpo’ nell’ultimo decennio:

  1. 1993 – 1.600 lire per italiano, compresi quelli privi di diritto al voto (governo Amato)
  2. 1997 – 4 per mille a favore dei partiti (governo Prodi)
  3. 1999 – aumento  a 4.000 lire per iscritto alle liste elettorali della Camera (governo D’Alema)

Una breccia, quella dei ‘rimborsi’ per spese elettorali (per altro spesso non effettuate), che viene introdotta, ricordiamolo, dopo che gli italiani avevano votato un referendum che negava il finaziamento pubblico ai partiti.

A seguire, arriverà poi, nel 2002 l’aumento ‘fisiologico’ a 5 euro da parte del governo Berlusconi, che, nel 2006, estenderà al quinquennio i rimborsi elettorali, prescindendo dalla durata della legislatura. Una norma fatta apposta, ad averci una sfera di cristallo, per l’UDEUR e l’PRC che dal 2008 al 2013, caduto il Governo Prodi, continuarono a percepire denaro pubblico, come anche la Margherita, poi disciolta e, sostanzialmente, confluita nel PD.

Non è un caso che Cesare Salvi e Massimo Villone, autori de «Il costo della democrazia» dove denunciavano lo scandalo, non facciano più parte del Partito Democratico. Non lo è neanche il fatto che, pur fuori dal Parlamento, abbiamo potuto creare la Federazione della Sinistra nella quale sono andati a confluire i rimborsi di Rifondazione Comunista, un partito semi-estinto dal pensionamento di Bertinotti.

Un Partito Democratico al quale uno studio di Libero,  su dati Camere di commercio – Agenzia del Territorio, attribuisce un patrimonio immobiliare del valore di circa 1,2 miliardi di euro, di cui “l’80% circa riguarda proprietà immobiliari che risultano ancora in capo alle forze politiche in cui pianta le sue radici il Pd”.
Praticamente più di 3.000 fabbricati e più di 500 appezzamenti, con rendite catastali, agrarie e dominicali per circa 2,8 milioni di euro, con un valore fiscale IMU di circa 500 milioni di euro.

“Gran parte è intestato ancora al Partito democratico della sinistra e alle sue strutture territoriali (unità di base, federazioni regionali, comunali e territoriali di varia natura), nonché alle immobiliari che risultano ancora di sua proprietà. Solo nell’area Pci-Pds-Ds-Margherita-Ppi-Pd sono 831 i diversi codici fiscali che risultano intestatari di fabbricati.
Fra questi ci sono sicuramente le sezioni del vecchio PCI, che risulta ancora intestatario al catasto di ben 178 fabbricati e 15 terreni. Ma vedendo numeri di vani e caratteristiche di ciascun immobile, è difficile che proprietà accatastate come abitazioni di 12 o 14 vani o uffici di metrature ancora più ampie possano corrispondere al classico identikit delle vecchie sezioni territoriali.
I democratici di sinistra controllano gran parte del patrimonio immobiliare attraverso le nuove fondazioni che ha costituito con pazienza il tesoriere Ugo Sposetti. Particolarmente ricche quelle umbre e quella di Livorno.”

Quali possano essere i costi manutentivi e di funzionamento di questo enorme patrimonio è difficile quantificarlo – probabilmente centinaia di milioni di Euro – come anche è molto difficile immaginare i costi degli apparati che li usano.
Ancora più difficile capire come sia stato possibile per un partito accumulare un tale enorme patrimonio e come possa mai gestirlo non cadendo in frodi di qualche genere o, peggio, in qualche conflitto di interessi.

In due parole, davvero non si comprende se ci si trovi dinanzi ad una azienda o ad un partito.
Sarà un caso che il Movimento Cinque Stelle abbia chiesto a Bersani una legge sul finanziamento dei partiti ‘subito’ e dal fronte montiano sia già arrivata la richiesta per una legge sulle rappresentanze sindacali.

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PD al 40%? Un’altra barzelletta di Renzi …

22 Ott

Matteo Renzi, al PalaOlimpico di Torino annuncia «con me Pd al 40 per cento, con loro al 25». Numeri che non hanno il conforto dell’ufficialità e che, più che verificati, andrebbero interpretati.

Infatti, è del tutto impossibile che il Partito Democratico raggiunga il 40% dei voti, specialmente se i sondaggi SWG ormai declinano un ‘testa a testa’ con il Movimento Cinque Stelle per maggior numero di voti.

Dato che altri sondaggi ci dicono che il 60% degli italiani si asterrà o voterà M5S, l’unico modo per il quale il PD possa raggiungere un iperbolico 40% dei voti è quello di raccogliere – magari con un’apposita legge elettorale – il corpus post-democristiano del PdL che scalpita per arrivare ad una Grosse Koalition, per governare anche durante la prossima legislatura.

Un’idea che appare vecchia, nei tempi, e rabberciata, nei numeri, come quella di una premiership di Mario Monti futuro leader di coalizione, e che non tiene conto che nessun governo potrebbe sopravvivere in Parlamento sotto il fuoco incrociato di Lega, SEL, IdV, M5S e, forse, Autonomie e/o Forza Nuova.

Un’idea – quella di una III Repubblica fortemente consociativa – che Nicki Vendola stronca sul nascere, dai tipi dell’Unità: “a me sembra che coccolare i potenti che hanno fatto il bello e cattivo tempo, quelli che hanno cavalcato il puledro del berlusconismo, e che ora cercano nuovi puledri per continuare a vincere, descrive una prospettiva di trasformismo“.

Inoltre, le proposte che arrivano da Cofferati e Damiano sul salario minimo, almeno alle famiglie, e sullo svecchiamento della P.A. con pensionamento dopo 35 anni, sono gli strumenti di cui ci dovremo dotare, nel SudEuropa, per superare la Crisi nei prossimi anni.
Proposte, che sarebbero forse anche recepibile dal Terzo Polo, se non a Destra, se contenute entro il 50% dei salari reali, riformando il sistema ei contratti nazionali e potenziando la lotta al lavoro nero.

Ipotesi, tutte da verificare, che Renzi non menziona e non affronta. Eppure, non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, per una decina di anni furono necessari aiuti, sussidi e persino gli ‘unemployed camp’, per chi non aveva più nulla, e travagliata da continui ed anche violenti scioperi. Come Mario Monti ben sa, gli aiuti sociali scaturiti dalla Grande Crisi ebbe effettiva fine in USA solo con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e la nascita del ‘compesso industrial-militare’, ma questa è un’altra storia.

Che saranno ‘lacrime e sangue’ è cosa certa. Non a caso, Matteo Renzi, già fiero sostenitore di Mario Monti e delle misure adottate dal suo governo, si ricorda che «chi vi dice che la crisi è finita vi prende in giro. La crisi non ha una fine, è un cambiamento. Ed è anche una opportunità. Noi siamo di sinistra perché non abbiamo paura del futuro».

Beato Renzi e chi gli crede.

Fatto sta che Vendola gli ricorda che i “tuoi sponsor sono il vecchio che si ricicla” e la Camusso, ad ogni buon fine, sottolinea “voterò chi parla di lavoro“.

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C’è un intero welfare da rottamare

22 Ott

Sono diversi anni, ormai molti, che sostengo l’utilità per il ‘sistema Italia’ di prepensionare la Pubblica Amministrazione e di introdurre un salario minimo. Ben prima che Bankitalia-MEF, nel 2007, avviassero i primi monitoraggi per quantificare spese, margini e benefici e, diversamente da loro, prevedendo ampi margini di negozialità contrattuale.

Non molti sanno che che, negli Stati Uniti, a partire dalla Grande Depressione – e per una decina di anni successivi – furono necessari aiuti, sussidi e persino gli ‘unemployed camp’, per chi non aveva più nulla, e travagliata da continui ed anche violenti scioperi.
Come pochi ricordano che il diritto di cittadinanza, così perfetto nelle società mitteleuropee, nasce dal diritto ad un salario minimo,  in una società industriale, dove accade che il lavoratore dipendente o ‘esterno’ si trovi senza occupazione a prescindere dal proprio merito od impegno, ma solo per una congiuntura generale o per il malgoverno dell’azienda oppure, peggio, per il prevalere della speculazione finanziaria sulla produttività industriale.


Alla scadenza del Governo Monti ci ritroviamo con un arcano apparentemente indistricabile, che, viceversa, con dei buoni mediatori potrebbe rappresentare una gran soluzione:

  1. la riforma Amato delle pensioni è stata troppo ‘volenterosa’ verso i coetanei di chi la scrisse ed oggi esiste un’enorme perequazione tra pensionati ed, addirittura, è possibile che per alcuni lavori/professioni i dismissed percepiscano un reddito superiore a chi al lavoro;
  2. la riforma Fornero del Welfare richiederà anni per diventare qualcosa di organico e, soprattutto, equo: tanto vale abrogarla e riscriverla non appena si avvierà la prossima legislatura;
  3. la proposta dell’ex ministro Damiano di pensionare tutti a 35 anni di servizio  è irrealizzabile, senza  incidere sui TFR e senza cambiare contratti di lavoro e liberalizzare il sistema previdenziale;
  4. l’ipotesi, sviluppata da un gruppo di esperti e formulata dall’ex ministro Veltroni, si arena ‘di per se’ a causa dei vincoli ‘populisti’ imposti durante i lavori.

Infatti, nel caso del salario minimo, uno dei vincoli ‘culturali’, che la Sinistra sembrerebbe richiedere, è che sia un reddito tassabile sia dallo Stto sia come IRPERF e che vengano detratti in contributi previdenziali, invece che chiamarsi ‘sussidio’ e basta. Con questa formula accade che servano ben 1.100 euro al mese per far arrivare ad un disoccupato forse 800, forse meno.
Tra l’altro, assegnare un salario/contributo di 800 euro significa erogare somme equivalenti o superiori agli stipendi minimi, specialmente se parliamo di Meridione, di part time, di ex Co.Co.Co o, molto peggio, se andassimo a fare un bilancio del settore dei lavoraori rurali già sussidiati.

Allo stesso tempo, nel fare i conti, non va dimenticato che mantenere al lavoro degli over50enni, che siano affetti da serie patologie croniche e/o degenerative, ha un suo costo (rilevante) sul sistema sanitario derivante dall’aggravio e dal conseguente aggravamento7recidività: potrebbe essere più vantaggioso, limatura più limatura meno, lasciarli in pace a casa e/o flessibilizzare il loro lavoro.

Recenti studi statunitensi parlano chiaro.

E non dimentichiamo – in un’ottica di mercato – che, secondo Moody’s, ‘Mps non è stata in grado di aumentare la propria base di capitale ai livelli richiesti’ e che, in Italia, il mercato assicurativo e gli enormi capitali che vi circolano servono solo ad arricchire una statica finanza pubblica, governata, non di rado, da enti e commissioni espresse dal sottobosco politico-amministrativo che conosciamo.

Ovviamente, se esistesse una ‘responsabile voglia di negozialità’ da parte di tutti, gli anatemi dei ‘tecnici’ di Mario Monti si scioglierebbero come neve al sole, le perplessita del Terzo Polo verso le proposte della Sinistra decadrebbero e, finalmente, ci si potrebbe mettere al lavoro per trovare un modo in cui i conti possano ‘tornare’, garantendo il futuro dell’Italia e di chi indistintamente giovane, anziano, lavoratore, malato, disoccupato, bambino, casalinga.

Infatti, se è, correttamente, troppo tardi per introdurre certi ammortizzatori sociali, è anche il tempo di riconcepire costoso ed inefficiente sistema welfare-sanità italiano, prima che arrivi l’impennata di costi e di malati, che tutti gli indicatori prevendono nel corso del decennio, mentre i tassi effettivi di disoccupazione ritornano a due cifre.

Infatti, una Grosse Koalition, che badi al futuro, potrebbe porre trovare i fondi necessari ad una ‘riforma del welfare’, equa e lungimirante, attingendo da risorse interne come:

  1. revisione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, eliminazione delle casse integrazioni e degli aiuti per ristrutturazione aziendale;
  2. razionalizzazione del sistema pensionistico con eliminazione di pensioni d’annata, privilegiate e qualsiasi altro benefit che sia stato introdotto nel sistema assicurativo da norme oggi abrogate o modificate;
  3. compensazione del TFR come titoli di Stato e possibilità di negoziabilità (parametrata) a partire dal 30esimo anno di contribuzione
  4. liberalizzazione del comparto assicurativo (modello tedesco), scivoli per lavoratori seriamente malati che nel triennio abbiano comportato un elevato costo delle gestione sanitaria, riforma del sistema pensionistico e delle indennità per i disabili a seguito del salario minimo;
  5. avviare – con l’introduzione delle coppie di fatto – un’effettiva politica per le famiglie, che probabilmente ci costerebbe molto meno della miriade di interventi causati da coppie disastrate e minori incontrollabili.

Inoltre, comunque andasse, lo Stato determinando ‘di per se’ l’esistenza di ‘redditi’ garantiti andrebbe a deformare il mercato del costo del lavoro e ciò implicherebbe che si rivedano le norme sui contratti collettivi nazionali.

Una mission impossible che il governo futuro dovrà intraprendere comunque, per dare speranze agli italiani, che, ricordiamolo, sono stanchi di interventi scollegati, iniqui, spreconi ed estemporanei.
E non è credibile continuare a non prevedere dei costi, nei prossimi anni, per dare delle risposte a chi, colpito da un 2012 ‘persino retroattivo’, dal 2013 non vedrà alcuna prospettiva o certezza, neanche l’anno in cui andrà in pensione o come arrivare a fine mese con un figlio a carico od a quale istituzione voltarsi per ottenere quell di cui ha bisogno.

Servono riforme, proposte negoziabili di riforme; non i ‘post it’ o le bozze di partito.

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Rottamazione PD: una tragica comica

18 Ott

Mentre Mario Monti salva la finanza italiana, ma non gli italiani, e mentre l’Italia inizia a rendersi conto che ci vorranno anni per trasformare in qualcosa di organico e funzionante il patchwork di leggine e laccioli che questo governo chiama leggi, nel Partito Democratico si litiga.

«Se perdo io, l’ho già detto e lo ripeto, mi faccio da parte e al massimo posso dare una mano, ma continuo a fare il sindaco. Una cosa è certa se io vinco D’Alema può considerare la sua carriera parlamentare finita». (Matteo Renzi)
«Ho cambiato radicalmente idea: se vince Bersani non chiederò deroghe». Ma se le primarie del Pd le vincerà Renzi «sarà scontro, sarà scontro politico». (Massimo D’Alema)

Intanto, il Corriere della Sera titola: “La scure di Moody’s si abbatte su Mps, tagliato il rating a livello spazzatura. Insufficiente l’iniezione di capitale di 1,5 miliardi di euro da parte del governo italiano”.

Ma come, non abbiamo occhi per piangere, si negano diritti elementari ai malati e poi abbiamo un miliardo e mezzo da gettare per risanare una banca, Monte Paschi di Siena, che, tra l’altro, è ‘governata’ da una Provincia, quella di Siena, che tra 75 giorni non esisterà più?

Se Mario Monti non avesse salvato Unicredit ed, in parte, MPS, avremmo ancora un Partito Democratico?

Probabilmente, no.
Infatti, ci vuole poco a notare che la comunicazione di Matteo Renzi è molto, molto simile a quelle pubblicità televisive che consigliano servizi on line a quegli sprovveduti che non sanno andare su internet da soli per cercarsi un mutuo od una assicurazione. Come basta poco per ricordare che Massimo D’alema fece parte di quelle delegazioni del PCI che, tra il 1968 ed il 1972, andarono in Russia ad imparare dei ‘compagni sovietici’ come è giusto che funzioni il mondo.
Ancor meno tempo serve a ricordare che i rubli sovietici continuarono adarrivare anche dopo il 1969 – dopo il coraggioso discorso di Enrico Berlinguer a Mosca – e che costituirono la base finanziaria per la creazione di una finanza di partito e l’arricchimento delle regioni rosse.

Solide realtà che scompaiono, finiti i rubli, finito l’arricchimento, finita la finanza, finite le prodigiose regioni rosse … iniziato il saccheggio dei Fondi UE (leggasi capannoni e quote latte), partorita l’idea di ‘partito, infrastruttura per l’Italia’ e di una politica ‘professionale’, esternalizzati servizi e prebende come le inchieste dimostrano.

Una tragica comica, insomma. Due mondi di ‘serie B’ a confronto, mentre l’Italia che lavora e che produce è tutt’altra.

Anzi una tragedia che vogliono far passare per comica. Non a caso la Federazione Lavoratori della Conoscenza (CGIL Scuola) organizza convention annunciando Dandini e Vergassola come ‘partecipanti’, mentre sappiamo tutti che la Sinistra farebbe il pienone se candidasse Crozza o Zingaretti (l’attore) e Guzzanti (figlio) … o Beppe Grillo.

Questa è l’Italia del Partito Democratico, quella di ‘basta un click’, del ‘si può fare’, del ‘prima il Partito’, di ‘la Storia siamo noi’ il futuro si vedrà, dei ‘programmi di contenuti’ solo enunciati, eccetera.

L’Italia del PD, ma non degli elettori del PD si spera.

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D’Alema, il rinnovatore?

17 Ott

Bersani, come riporta La Stampa, ha chiarito che “non chiederà di candidarsi” a Massimo D’Alema, ma anche che “D’Alema lo conosco bene, e dico che contro il concetto di rottamazione combatterà fino alla morte. Per quel che riguarda il concetto di rinnovamento, ci lavoreremo tutti assieme.”

Un colpo al cerchio ed uno alla botte, mentre la gerontocrazia di sinistra trema al pensiero che ‘si consegni il partito a Renzi’ e mentre decine tra ex ministri e veterani d’aula non sanno se saranno in lista, dato che le poltrone ‘blindate’ dalla cosiddetta lista di partito non saranno tutte, come col Porcellum, ma solo una quarantina.

Questa sì che è crisi della politica e dei partiti: meno sedie di quanti sono i fondoschiena, visto che si devono anche accorpare comuni e province.

Una titubanza del Partito Democratico che è leggibile anche nel Programma, che è un contenitore di contenuti solo enunciati, e nella reazione verso una Legge di Stabilità che così malferma e così ‘peggiore’ eravamo tutti bravi a farla: qualunque circolo del golf o del bridge ne avrebbe potuto produrre una simile.

E, come al solito, quando è l’ora di ‘avanzare’, quella di raccogliere i frutti del pessimo lavoro altrui, il Partito Democratico traballa e rinuncia a mettere in campo l’innovazione, il coraggio, l’imprenditorialità, l’equità, la tradizione mitteleuropea di cui si ammanta, evidentemente impropriamente.

Inoltre, il ‘fenomeno Renzi’ non esprime altro che un contesto socioculturale ben radicato nel Partito Democratico, seppure avulso alla sua tradizione, e non v’ altro da dire che ‘il partito’ farebbe bene ad interrogarsi su cosa è diventato, piuttosto che lanciare anatemi contro il futuro che è cresciuto al suo interno, in 20 anni di egemonia dalemiana e veltroniana. Il vuoto arriva da lontano.

Ed, in tutto questo, se i big sono Bersani, Renzi e Vendola, gli elettori – sinistri, destri e centristi – non possono altro che chiedersi quali tecnici e quali soluzioni ci aspettano, visto che non basta il buon Fassina a riformare l’Italia intera e visto che di errori dramamtici se ne son fatti, dalle riforme del lavoro di Bassolino e del compianto Biagi al caos del Titolo V della Costituzione, riformato da D’Alema ed Amato, al disastro pansioni-welfare di Amato e Damiano od alla voragine Sanità di Bindi-Balduzzi, per finire al famigerato Capitolone di Fioroni, dopo il quale le scuole non hanno visto più un soldo.

E qui ritorniamo al dunque: i candidati del Pd.
Veltroni, il sindaco delle buche stradali e della sovraesposizione finanziaria, ha fatto il beau geste, si spera riconoscendo qualche suo errore.
Perchè dovrebbero candidarsi od essere candidati personaggi come D’Alema, Amato, Bindi, Damiano, Ferrero, Turco, Fioroni e quant’altri che siano stati promotori di leggi dimostratesi disastrose o scellerate?

Per quale motivo un partito si dovrebbe avventurare alle elezioni con una tale caduta di immagine?

A proposito, notavo che Bersani ha parlato di “concetto di rinnovamento”, non di ‘rinnovamento’ in se e per se …

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La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

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L’agenda politica di maggio

2 Mag

Arriva il mese di maggio, quello maggiormente funesto, insieme all’autunno, per governi iniqui e regimi infausti. Niente paura, siamo in Italia, l’andamento è lento.

Giorni fa, si accennava alle “provincie” ed al nulla di fatto delle Regioni, nella non riposta speranza che Mario Monti si attenesse a tempi, leggi e promesse. Ed infatti, salvo una BCE (ovvero Mario Draghi?) che suggerisce di “accorpare” anzichè eradere, nulla s’è detto o s’è sentito.

Intanto, l’agenda c’è, l’ha fissata Monti stesso per decreto, ed è scaduta.

Non a caso, a fissare il viatico dei 30 giorni futuri, arrivano segnali di insofferenza dal Senato, dove una leggina “salva pensioni d’annata” è caduta su un emendamento della (nuova)Lega con 124 voti a favore, 94 contrari, 12 le astensioni.

Esiste, almeno al Senato, una “maggioranza” diversa dall’attuale non disponibile (in parte) a votare le mattanze sociali della Fornero o gli F-35 di Finmeccanica, ma propensa a legiferare in favore di minori prebende per la Casta e minore spesa pubblica?

Sarebbe interessante saperlo e, forse, lo sapremo a breve, con quello che c’è da votare in Parlamento.

Una “congiuntura interessante”, perchè un cambio di passo di Mario Monti – con rimpasto di governo, visto che stragiura da mesi che “i conti sono a posto” – rappresenterebbe un’ottima via d’uscita per Mario Monti, Giorgio Napolitano ed i partiti per restare saldi in sella mentre si avvia la tornata elettorale del 2013, per licenziare qualche ministro “ingombrante” e, soprattutto per noi, metter mano a quello che spread, default e speculatori hanno interrotto: la nascita della III Repubblica.

Del resto, i tempi sono pronti.

Tra qualche giorno conosceremo gli esiti delle elezioni locali e gli pseudomaghi di partito consulteranno le loro sfere di cristallo e detteranno alleanze e strategie.

Tra un mese circa esploderà (è il caso di dirlo) il “panico” da IMU, che verrà incassato anche da enti che la legge ha già cassato, pur senza attuare. E dopo un po’, con la chiusura delle scuola, le grandi città inizieranno ad esser piene di gente disoccupata e ragazzini senza meta, mentre le località turistiche dovranno aspettarsi i minimi storici.

Entro luglio bisognerà capire come uscire dallo “spremiagrumi fiscale impazzito” che Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Tremonti e Monti hanno creato in questi 20 anni, portando la leva fiscale sul “cittadino onesto” ben oltre il 60% del PIL da lui prodotto.

Da settembre, forse prima, saremo in campagna elettorale per le politiche e bisognerà trovare soldi da spendere per rattoppi e ripristini, se i partiti vogliono le urne piene.

Dulcis in fundo, l’idea – cara ad una certa Roma – di riaggregare intorno Pierferdinado Casini la vecchia Democrazia Cristiana ed i comitati d’affari d’altri tempi, sembra inabissarsi dopo le esternazioni del leader dell’UDC ed il proseguire delle sue frequentazioni con Totò Cuffaro, detenuto per mafia a Regina Coeli. Dopo il fondo il “de profundis” con l’ennesima caduta del Partito Democratico che votava a favore delle “pensioni d’oro”, mentre il PdL sosteneva l’emendamento di Lega e IdV.

Mario Monti non sembra un uomo da “cambio di passo”, come non sembra anteporre l’italianità a tutto tondo, quella “popolare” come quella “laica”, agli ambienti bocconiani e “protagonisti” dai quali proviene.

Ma, d’altra parte, sono già sei mesi sei che l’Italia non ha un ministro dell’economia a tempo pieno, quello del welfare sembra quasi che levi ai poveri per dare ai ricchi, agli esteri “vorremmo vincerne una”, alla giustizia serve sempre, da 20 anni almeno, una legge per snellire, semplificare, accelerare le procedure giudiziarie, dateci un ministro delle infrastrutture che faccia costruire o manutentare qualcosa.

Mai dire mai, però. Il trasformismo è un’arte italiana.

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