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Codacons, MIUR e le aule troppo strette

16 Giu

Ecco la prima class action italiana contro una norma dello Stato. Il Codacons chiede al MIUR  di «emanare il piano di edilizia scolastica come stabilito dalle leggi vigenti».

Il Consiglio di Stato ha dato il via libera alla class action promossa dal Codacons sulle aule sovraffollate dove il numero di alunni supera il limite previsto dalle norme.

Tutto molto giusto ma … quali norme?

Sostanzialmente una: le norme tecniche per l’edilizia scolastica del 1975, legge dello stato con tanto di progetti “fac simile”, dove, tra l’altro, furono fissate cubature, metri quadri eccetera.

Una legge che non fissa un numero massimo di alunni, ma che determina quanto spazio debba avere ogni alunno, cosa che impedisce in molte scuole di avere classi di 25 alunni, come recita la norma apposita del Ministero dell’Interno riguardo la prevenzione incendi.

Per questo i Codacons chiedono un Piano per l’edilizia scolastica e non semplicemente il ritiro di certe disposizioni dle Ministro Gelmini.

Come cittadini, però, dovremmo prendere coscienza che non dovrebbero esistere aule affollate, visto che le aule costruite prima del 1976 erano pensate per classi numerosissime e quelle fatte dopo dovrebbero essere tutte omologate per 25 alunni.

Come anche, dovremmo ricordare che dietro quegli appalti e quelle licenze edilizie, quanto meno inadeguati, ci sono delle firme, delle persone, delle responsabilità.

Perchè nessuno mai è intervenuto? Perchè i Comuni, finchè c’è stato l’ICI, e le Regioni, visto che c’è l’IRPERF, non provvedono?

Perchè, in questa Seconda Repubblica, sono rimasti pressochè intatti i fondi speciali per l’edilizia scolastica messi a disposizione in Finanziaria da molti governi?

Semplice: perchè, quando si parla di edilizia scolastica, le indagini giornalistiche languono e ci si ferma alle solite lacrime da coccodrillo sul disastro di turno od allo scandalo delle classi (N.B. mica aule …) stracolme.

Il resto, evidentemente, è noia …

I reali limiti dei test Invalsi

23 Mag

Molti anni fa, ormai, nel settore industriale si fece un salto avanti epocale per quanto relativo il “controllo di qualità”.
Parliamo delle macchine a controllo automatico e della rivoluzione “italiana” degli Anni ’80 che cambiò tutto.
Il problema era che l’intersezione tra meccanica ed elettronica iniziava a farsi sentire, la complessità s’impennava ed i sistemi di controllo della qualità “pezzo per pezzo” perdevano colpi. Era l’epoca in cui qualunque “prima serie” era ormai affetta da difetti.
Noi italiani scoprimmo che applicando un controllo minuzioso alle macchine di produzione anzichè ai prodotti finiti, i risultati erano notevolmente superiori.

Macchine e uomini non sono la stessa cosa, mi direte voi … e su questo concordo. Ma i processi logici e le contestualizzazioni dei saperi/dati hanno le stesse regole negli uomini e nelle macchine che altri uomini hanno creato.

Intendo dire che i monitoraggi come INVALSI sono utili, ma lo sono quasi esclusivamente per le macro-organizzazioni come ONU, WTO, Repubblica Italiana, UE od OCSE.
Non forniscono sufficienti informazioni agli operatori su come variare il modello/modulo d’insegnamento e non le forniscono in tempo reale.

Inoltre, i dati INVALSI non vengono aggregati (almeno nella forma resa al pubblico) con i dati socioeconomici e familiari ISTAT della “foglia” monitorata, nè riportano indicazioni sui modelli organizzativi adottati. Di conseguenza, i dati non ci permettono di fare valutazioni sulle cause del gap o del successo e, diciamocelo, sulla finanziabilità di chi o di cosa.
Dunque, l’attuale stato dell’arte dei test INVALSI è il monitoraggio OCSE e servono a testare le “intelligenze”.

Bene, anzi benissimo, facciamolo.
Però, poi, forse, vediamo di realizzare un sistema di valutazione che necessiti di potenze di calcolo molto minori, che coinvolga i docenti come protagonisti e come responsabili del successo didattico, che ci fornisca dati per contrastare il disagio, la dispersione, l’insuccesso.

Questo significherebbe, però, destatalizzare la scuola pur mantenendola pubblica, obbligando (come?) gli enti locali fare il proprio dovere come negli altri paesi, gestendo scuole, aiutando famiglie, creando servizi gratuti.

E significherebbe anche intervenire sui contratti di lavoro dei docenti, ovvero stabilire il principio, ereticale, che un pubblico impiegato possa essere licenziato o possa essere “precario” a vita.
… meglio INVALSI, così mandiamo due numeri in Europa ed, intanto, restiamo con i comitati per la valutazione delle scuole, di tribunizia (e plebea) memoria.