Democratici d’Europa a corto di Democrazia?

3 Lug

Gli europei – a differenza dei popoli mediterranei ed asiatici – non si sono sviluppati accettando un Imperium dove tutti sono uguali per ordine di casta, bensì tutelando il potere dei cittadini a reclamare ed a pretendere l’uno pari all’altro e di fare a modo proprio a casa propria.

Clistene

Questo ‘stile di vita’  viene chiamato Democrazia, senza – però – dirci che non significa “potere al popolo” (cioè Laocrazia, da  λαός-κρατία), bensì  “potere delle comunità” (da δῆμοςκρατία), perchè ad Atene il Demos era equivalente alla ‘Gente’ che abitava nei Dem(o)i, le divisioni amministrative di Atene create da Clistene.

Un “potere della comunità”, che – andando per villaggi preistorici – faceva capo a quella che chiamavano Familia (o Sippe), cioè nucleo sociale di individui che si riconoscono – per sangue o elezione o adesione – nella discendenza da un antenato comune e che vivono  all’insegna del principio di parità.

Un “potere della comunità”, che – andando alle fondamenta della nostra Unione Europea – si trasforma in una Res Publica, quella con cui i Romani intendevano la ‘cosa di tutti’ e la ‘priorità collettiva’, ma parlavano della Pubblica Amministrazione, non delle Genti e non del Popolo.

In poche parole, l’Europa – senza aver fondato o strutturato una Costituzione ed un Governo federali – si ritrova con il medesimo problema che contrappone in USA i repubblicani ai democratici, guarda caso.

Attualmente l’Unione Europea si fonda su una valuta concepita quasi come fosse un edge-fund, che molto mal si presta ad affermare la sovranità dell’Unione come a sostenere le ‘Genti’ in difficoltà, mentre riduce il potere delle comunità ad autoamministrarsi, fosse solo perchè gli oneri di gestione esplodono, e, mentre la competizione è globale, le risorse locali sono risucchiate dalla “co-progettazione co-finanziata spesso fine a se stessa”.

Così anche l’attenzione dei Partiti si è sempre più focalizzata sulla “co-progettazione co-finanziata spesso fine a se stessa”, anzichè sugli elettori e sul territorio, quasi che i partiti fossero promotori finanziari, la politica una banca e … si potesse giocare in eterno sull’equivoco su quale Democrazia e su quale Repubblica si vada promettendo.

Demata

 

 

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UE verso rimpatri collettivi e detenzione per gli immigrati illegali?

3 Lug

Il piano “segreto” del Centrodestra europeo è ormai sul tavolo: si tratta del Masterplan Migration , presentato domenica al vertice del suo partito da Horst Seehofer, il ministro degli interni e segretario della Csu che ha puntato i piedi contro Angela Merkel.

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Del resto, se l’Italia si lagna, la nazione che ha accolto un numero enorme di migranti (inclusi quelli ‘altrui’) è proprio la Germania.

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Il Masterplan Migration prevede:

  1. linea della ‘fermezza’ in modo che ai migranti economici,sia chiaro che non ci sono opportunità per gli immigrati irregolari, quindi non vale la pena di partire
  2. Frontex – che include la nostra Guardia Costiera dipendente dal ministero dei Trasporti – si evolve in una polizia di frontiera europea, con autonomia finanziaria e dotazione di mezzi propri
  3. il paese di prima registrazione è sempre il responsabile della procedura d’asilo e su di esso pesano gli oneri di accoglienza e gestione del migrante
  4. un sistema di asilo comune e solidale in tutti i paesi membri con equa “ripartizione degli oneri” … e non dei migranti, salvo i ricongiungimenti
  5. una riduzione dei benefici per i richiedenti asilo, meno soldi e più beni in natura, come deterrente
  6. nuovi accordi con i paesi d’origine dei richiedenti asilo per rendere più efficace il rimpatrio di coloro ai quali non venisse riconosciuto lo status di rifugiato
  7. costruzione di hotspot lungo le vie percorse dai migranti per arrivare in Nord Africa, a cominciare dalla regione del Sahel in Africa centrale, “centri sicuri” sotto la supervisione dell’Ue e dell’Onu e capaci di occuparsi del reinsediamento dei migranti.

Se le misure previste dal regolamento di Dublino non dovessero essere efficaci (e non lo sono) la Germania provvederebbe attraverso “misure interne” e con lei a catena tutti gli altri paesi dell’Unione:

  1. azione di polizia flessibile su tutte le frontiere terrestri e controlli temporanei del traffico transfrontaliero da parte della polizia
  2. respingere anche coloro che hanno già presentato domanda d’asilo in un altro Stato membro dell’Ue
  3. aumentare i posti nelle strutture per la custodia dei migranti, consentendo di trattenere i ”trasgressori” delle norme sull’immigrazione anche in strutture diverse da quelle d’accoglienza
  4. centri d’espulsione all’interno degli aeroporti per facilitare “i rimpatri collettivi”.

Non essendo immigrati illegali potremmo anche pensare che va tutto bene, ma … se poi usciamo dall’Euro e diventiamo anche noi migranti?
Se andasse a finire – bisogna esser cinici – che l’import mitteleuropeo finisse per essere più fluido da Pola e da Marsiglia, anzichè dal Brennero e dal Sempione?
E, comunque, tra due o tre anni, come viaggeranno cittadini e merci con controlli a ‘campione’ verso chi non somiglia ad un europeo, i dazi internazionali in arrivo, mentre restano le solite leggi complicate del nostro Belpaese ed i sistemi assicurativi italiani già oggi non coprono all’estero per quanto gli versiamo?

Speriamo di no, ma l’affondamento dell’accordo di Dublino – grazie all’amletico Conte ed al protagonismo di Salvini – dovrebbe rivelarsi un grosso problema molto più per l’Italia che per ogni altro paese dell’Unione.

Demata

 

La dignità (a tempo) dei riders

3 Lug

imagesIl comparto delle consegna a domicilio è in piena crescita ed i fattorini (riders) delle piattaforme online ricevono paghe bassissime, con assurdi algoritmi e condizioni di lavoro stressanti.

Il Governo è intervenuto e Foodora, Deliberoo, JustEat, Social Food, Mooveda, eccetera si sono (tardivamente) trovate d’accordo sulla carta dei diritti dei riders, ma la Cgil è sconfitta sulla natura subordinata del rapporto di lavoro.

Dovrebbe essere il classico ‘lavoretto’ per studenti e per lavoratori temporanei senza una qualifica, di sicuro non ci si arriva a fine mese, ma in Italia ci sono famiglie che cercano di tirare avanti così e ci sono persone che fanno questo lavoro da anni ed anni: questi i due focus.

Il Decreto Dignità risolve il problema?
Certamente.

Quello delle consegne a domicilio ritornerà ad essere il classico ‘lavoretto’ per studenti e per lavoratori temporanei senza una qualifica: massimo due anni e poi la Ditta chiama un nuovo fattorino e l’ex rider si cerca un altro lavoro … presso un’altra ditta di consegne a domicilio.

Demata

Reddito, occupazione, pensioni: l’oro che rilancerà l’Italia?

25 Giu

Il problema delle pensioni future non risiede nelle pensioni del passato, bensì nell’occupazione e negli ammortizzatori sociali mancati, tra cui le pensioni integrative, di cui a partire dal 1992 c’era evidente necessità. 

La generazione di chi ha oggi tra i 30 e i 45 anni – non avendo una storia lavorativa precoce / assidua / produttiva – non ha modo di lavorare almeno quei 35 anni a circa 25 ore di media alla settimana se non pensionandosi ben oltre i 65 anni d’età.

Viceversa sono le pensioni “correnti”, cioè i lavoratori over55 e con già 30 anni di lavoro, ad essere afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, come lo sono gli invalidi e gli indigenti ai quali l’Inps sarebbe innanzitutto preposta, ma non ha le risorse.
Circa 200.000 pensioni oltre i 5.000 euro mensili netti sono davvero tante, specie se non contribuite e rivalutate con i parametri del 2002, mentre il PIL è regredito a quello del 1994.

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Pensioni al netto

 

Il problema delle pensioni future riguarda chi oggi versa i propri contributi, non confondiamoci, ed ha le sue radici nelle mancate riforme della Seconda Repubblica.

Tagliare le pensioni d’oro, quello oltre i 5mila euro netti, equivarrebbe a dire un alleggerimento dei conti Inps di 3-4 miliardi annui effettivi per i prossimi vent’anni e la possibilità di trovare le risorse per sbloccare il turn over (e l’innovazione) e per liberare da lavori usuranti i lavoratori anziani, cioè riavviando i percorsi tradizionali di occupazione stabile e non solo sussidiare un reddito con relativa produttività e sicura temporaneità. 

C’è da superare le mancate riforme della Seconda Repubblica, non intervenire con misure temporanee, e di concerto con il Mef e la Cdp: le economie non sono dell’Inps ma dello Stato e saranno diversi i miliardi risparmiati che non affluiranno alle Poste Italiane.

Non è regredito al 1994 solo il PIL.

Demata

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Approfondimento:

Partendo dalla durata di vita lavorativa media, scopriamo che in Europa è salita a 35,4 anni nel 2015, secondo Eurostat. In Germania, si lavora di media 38 anni (+2,4 anni sul 2005), che varia dai 40,1 anni tra gli uomini ai 35,8 anni tra le donne. Il “gender gap” tedesco è di 4,3 anni, meno della metà di quello italiano (9,7 anni), con le donne italiane che lavorano di media 25,7 anni.

Per i lavoratori italiani maschi, invece, si prevede che – di media – trascorreranno al lavoro appena 30,7 anni, ben cinque in meno rispetto alla media dei paesi UE.
In Italia la ‘carriera lavorativa attesa’ è salita di 1,1 anni nel corso dell’ultimo decennio, molto meno della media europea, e c’è chi lavora oltre 40 anni per pagare le pensioni di chi ha lavorato o lavorerà poco più di vent’anni.

La Francia e la Spagna non sono certamente “l’operosa Germania”, ma di media la carriera lavorativa è di 34,9 anni in ambedue le nazioni, e le francesi lavorano 30,6 anni mentre le spagnole 32,5 anni, cioè tanto quanto un maschio italiano se non di più.

Inoltre, secondo uno studio di Harvard e Dartmouth, se in Italia un adulto non disabile lavora 18,4 ore a settimana di media, c’è che in Francia le ore trascorse al lavoro sono 19,3 , Germania 20,2 , Spagna (21,2), Grecia 22,2 , Portogallo 22,7.
Vale a dire che, in Italia, chi lavora oltre 40 anni – per pagare le pensioni di chi ha lavorato o lavorerà poco più di vent’anni – è spesso anche quello che ‘compensa’ con le proprie 36 ore settimanali chi di ore ne fa molte di meno, disoccupato o privilegiato che sia.

Intanto, da almeno un decennio, in Italia si inizia a lavorare più tardi, spesso in settori ‘effimeri’ come produttività e si hanno carriere contributive più discontinue rispetto agli anni Sessanta e Settanta, quando il boom demografico e dei consumi garantiva ben altra crescita e richiesta occupazionale.
La generazione di chi ha oggi tra i 30 e i 45 anni – non avendo una storia lavorativa precoce / assidua / produttiva – non ha modo di lavorare almeno quei 35 anni a circa 25 ore di media alla settimana se non pensionandosi ben oltre i 65 anni d’età.

Dunque, il problema delle pensioni future non risiede nelle pensioni del passato, bensì nell’occupazione e negli ammortizzatori sociali mancati, tra cui le pensioni integrative, di cui a partire dal 1992 c’era evidente necessità.

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Quegli Anni ’90 durante i quali si creavano le premesse dell’attuale carenza occupazionale e produttiva, cioè fiscale, contributiva e previdenziale, con lo smantellamento dell’industria manifatturiera meridionale come la scarsa innovazione del settore agro-alimentare-turistico extra-sussidiato da Stato ed Europa, o la speculazione edilizia ‘da sempre’ che ha trasformato le maestranze in padroncini con partita Iva e l’altrettanta speculazione ‘new economy’ che ha fatto altrettanto degli impiegati italiani, oggi call center esteri.

Il problema delle pensioni future riguarda chi oggi versa i propri contributi, non confondiamoci, ed ha le sue radici nelle mancate riforme della Seconda Repubblica.

Viceversa sono le pensioni “correnti”, cioè i lavoratori over55 e con già 30 anni di lavoro, ad essere afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, a partire dalle Pensioni d’Oro, come lo sono gli invalidi e gli indigenti ai quali l’Inps sarebbe innanzitutto preposta.

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Infatti, nel nostro paese tra 2009 e 2014, l’età effettiva di pensionamento è stata di 62,5 anni (la cifra indicata da Boeri nella sua audizione del 2015) contro una media OCSE di 64 anni: basta che riparta l’occupazione giovanile (o che tuteliamo un po’ meglio i lavoratori malati cronici) e ci siamo.

Il vero problema è che “fino agli anni Settanta, l’età media di pensionamento effettiva è stata intorno ai 65 anni. Soltanto negli anni successivi ha iniziato ad abbassarsi, fino al record del 1994, quando l’età media effettiva scese a 57 anni. In sostanza, le generazioni nate prima della Seconda guerra mondiale, sono andate in pensione molto tardi anche per i nostri standard. I “baby boomers”, cioè coloro che sono nati subito dopo la guerra, e quelli nati immediatamente prima, hanno invece goduto di regimi pensionistici tra i più generosi d’Europa, le cui conseguenze vediamo ancora oggi.” (Il Post)

Questo enorme buco radicatosi proprio mentre si legiferava per correggere un sistema anacronistico, ricade in primis sugli indigenti e sugli invalidi per i quali l’Inps e lo Stato non possono destinare sufficienti risorse.
A seguire, c’è tutta la generazione nata negli Anni ’50 e ’60 che ha già pagato e sta pagando un prezzo molto alto, solo per ricordare gli esodati o le pensioni pari al 40% dell’ultimo stipendio, che a loro volta causeranno per un ventennio una capacità di acquisto e di consumi di gran lunga inferiore rispetto a quella dei pensionati che hanno alimentato il PIL italiano in questo ventennio.

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Le pensioni “correnti” dei prossimi 10 anni sono quelle afflitte dalle enormi facilitazioni del passato, che risucchiano le risorse necessarie per un intervento perequativo statale e che hanno ritardato ad oggi l’avvento di strumenti integrativi e di adeguate norme assicurative per i lavoratori, invalidi e indigenti.

Il Ministro per il Lavoro ed il Welfare, Luigi Di Maio , afferma che “è una questione di giustizia sociale, dobbiamo ricominciare a mettere al centro alcuni segnali istituzionali, passeremo anche alle pensioni d’oro, che sopra i 5mila euro netti vanno tagliate se non hai versato i contributi”.

Tagliare le pensioni d’oro, quello oltre i 5.000 euro netti, equivarrebbe a dire un alleggerimento dei conti Inps di 3-4 miliardi annui effettivi per i prossimi vent’anni e la possibilità di trovare le risorse per sbloccare il turn over (e l’innovazione) e per liberare da lavori usuranti i lavoratori anziani, cioè riavviando i percorsi tradizionali di occupazione stabile e non solo sussidiare un reddito con relativa produttività e sicura temporaneità.
Un reddito di cittadinanza, che va accompagnato da adeguate misure per il turn over, l’innovazione e la salute sul lavoro, se non vogliamo ritrovarci – tra qualche anno come 20 anni fa – con la sorpresa  di lavori comunali ‘socialmente utili’ mal fatti, di un precariato ancor più diffuso e di mancata innovazione.

Demata

Pensioni, addio diritti per gli invalidi?

21 Giu

Lega e Cinque Stelle vogliono l’età minima pensionabile a 64 anni per tutti, anche gli invalidi gravi: lo ‘scivolo’ pensionistico per invalidità > 74% che hanno gli invalidi gravi va a levare sull’età contributiva, non su quella anagrafica.

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Non possiamo pensare che Conte, Di Maio e Salvini ignorino gli elementi basilari di un sistema previdenziale, figuriamoci quello italiano, di cui Lega e Cinque Stelle parlano fin dal 2011, opponendosi alla Legge Fornero, che tra l’altro era ‘scaduta’ quando loro, mesi fa, ne chiedevano l’abolizione.

Non è un’iperbole: alcuni Sindacati stanno già allertando i propri iscritti per la delirante idea dei 64 anni anagrafici come requisito minimo per la pensione:

  • “a) Si parla di quota 100 i cui paletti minimi imposti dovrebbero essere 64 anni di età e 36 di anzianità contributiva. Quindi non sarà possibile accedere alla pensione con 67 anni di età e 33 anni di contributi o con 60 anni di età e 40 di contributi.
    È necessario raggiungere ambedue i paletti imposti, 64 anni di età e 36 di contributi.
  • b) In alternativa a quota 100 sarà possibile andare in pensione con 41 anni di servizio “effettivo”. Effettivo dovrebbe escludere i periodi di maggiorazioni, riscatti ecc. ecc.” Per un laureato magistrale o un medico sarebbe, ad esempio, un requisito impossibile da raggiungere prima dei 64 anni, come per chiunque iniziasse a lavorare dopo i 25 anni.

Dunque, non potendo credere che chi si accinge a governare ignori ‘dettagli’ così importanti per milioni di italiani (gli invalidi), c’è da chiedersi se Lega e Cinque Stelle non intendano vessare lavoratori anziani e malati con il plauso del loro elettorato, che in buona parte aveva già lasciato correre sugli esodati in mezzo ad una strada,  votando PD e Forza Italia.

Meglio colpire i deboli che scontrarsi con i Poteri Forti e riformare il Comparto Previdenza e Salute o no?

Se siete d’accordo anche voi sull’idea di mandare in pensione gli invalidi alla stessa età di chi in salute … vale la pena di ricordare ai più giovani che – dopo i 55 anni – un lavoratore su tre si trova con almeno due patologie croniche da sopportare (dati Inps-Istat).
Uno su tre, il rischio vale la scommessa?

Demata

La foto di Salvini abbracciato a tre donne Rom

18 Giu

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“Purtroppo ce li dobbiamo tenere” ha detto oggi a TeleLombardia il ministro degli Interni Matteo Salvini. Una frase molto lontana da quella fotografia scattata al leader della Lega Matteo Salvini “abbracciato a tre donne Rom … con le tipiche gonne lunghe che indossano solitamente le donne di quell’etnia e le facce sorridenti per quel momento da immortalare il 16 aprile scorso.” (Primo Numero – Termoli)

 La foto è stata scattata a Santa Croce di Magliano e pubblicata su Facebook dal giornalista Antonello Caporale.

Evidentemente in campagna elettorale anche i voti dei Rom contano. 

Ma … vista la cordialità verso i Rom nella foto di due mesi fa e il “purtroppo ce li dobbiamo tenere” di oggi, quale è il vero Matteo Salvini?
E le signore nella fotografia sono anche attiviste della Lega in Molise  ?

Demata

 

Stadio di Roma: il peggio delle intercettazioni

16 Giu

Luca Parnasi, il costruttore dello Stadio di Roma arrestato per corruzione, da tempo finanziava in modo più o meno lecito e trasparente la politica locale capitolina e laziale.

Dalle intercettazioni emerge il quadro inquietante di un singolo e non particolarmente noto imprenditore che ‘controlla’ Roma con estremo cinismo, finendo inevitabilmente per infiltrarsi negli affari e nei destini nazionali, fosse solo vantando una presunta vicinanza alle stanze del potere.

“Lanzalone mi chiede i biglietti per Roma-Genoa, gli ho detto va bene, tranquillo… Mi ha detto: mi servono tre biglietti in più perché vengono degli esponenti nazionali dei Cinque Stelle. Tra l’altro uno di questi è funzionale a favorire una specie di photo opportunity accordo”.

“Lanzalone è stato messo a Roma da Grillo per il problema stadio, insieme al professor Fraccaro e Bonafede. L’ho conosciuto in una riunione, in cui io ero praticamente spacciato perché avevano messo assessore all’Urbanistica Paolo Berdini, che era un pazzo totale, assoluto, matto.”.

“Questi sono Cinque stelle, irresponsabili e se ne fregano. Ora come andiamo alle elezioni? Incontrerò anche la Lombardi”. “Mi hanno chiesto di aiutare la Lombardi, non lei direttamente perché neanche la conosco, ma con tutti i miei contatti sono a disposizione di tutti, sono un professionista”.

“Domani c’ho un altro meeting dei Cinque Stelle, perché pure a loro gliel’ho dovuti dare eh, mica che… ci sta l’amico tuo adesso, gliel’ho detto di quell’operazione”.

“Volete che faccia qualche altro passaggio politico? Visto che sto sostenendo tutti quanti. Poi vediamo Marcello De Vito, vediamo Ferrara, serve che faccio qualcosa? Avviso Lanzalone”.

“Noi in questo momento con i 5 Stelle abbiamo una forte credibilità.  Vuoi la previsione di Luca Parnasi? C’è un rischio altissimo che questi facciano il governo, magari con Matteo Salvini insieme, e quindi noi potremmo pure avere… incrociamo le dita, silenziosamente, senza sbandierarlo, un grande rapporto”.

“Noi fatto lo stadio dobbiamo decidere cosa fare a Roma, no? Dobbiamo capitalizzare il super rapporto che c’abbiamo co’ questo qua”.

“Oggi decidiamo una cosa… dobbiamo fare di tutto perché ci sia un governo“.

“Ti devo mandare il bonifico che abbiamo fatto a Piva … era quello che è venuto…braccio destro di Di Maio, tanto per essere chiari, purtroppo è stato trombato…lui ha detto che ci rimborsa il finanziamento perché non li può spendere”.

“Io questo gli ho detto a Giancarlo, comunque si sono fidati di me in tempi non sospetti. … Se hai bisogno sì, tieni conto che io parlo anche con Matteo”. “Io con Matteo sono amico fraterno. Si fa campagna con me, siamo fuori, siamo proprio amici“.

“Adesso non c’abbiamo un tema … cioè facciamo … che ha vinto Lega”.
“Se hai bisogno tieni conto che io parlo direttamente con Matteo ma in questo momento con Giancarlo ”. “Il governo lo sto a fare io“.

In un’altra intercettazione, Luca Parnasi chiedeva al suo commercialista se “hai parlato con Forza Italia e Fratelli d’Italia“, mentre per quanto riguarda il Pd dice che ci penserà lui il giorno successivo. E dalle intercettazioni spuntano anche i nomi del presidente del Coni, Giovanni Malagò, e del faccendiere Luigi Bisignani.

Amicalità e relazioni personali con personaggi nazionali vantate da Luca Parnasi, ma tutte da verificare fino a prova contraria. E c’è anche che non sempre le ciambelle escono col buco: “Siamo andati a parlare con l’assessore Maran, quello di Milano, no? … e Simone che gli prova a vendere alla Tecnocasa un appartamento… e quello dice, amico mio no! Cioè qua funziona così… qua se tu mi dici che la cosa la riesci a fare è perché la puoi fare, a me non mi prendi per culo perché io non mi faccio prendere… io… io non voglio essere… non voglio prendere per il culo chi mi ha votato. Siamo andati dall’assessore a fare una figura … cioè proprio, sembravamo i romani… quelli sai… dei centomila film che hai visto? I romani a Milano. … Qua funziona perché ancora comunque la Roma, rometta, Baldissoni… Lì si mettono a ridere, cioé nel senso lì, lì è proprio un altro mondo“.

Intanto, a Roma e nel Lazio si vive di bilanci martoriati, appalti che procedono a rilento, forniture a singhiozzo, opacità amministrativa, degrado e downgrade diffusi, debito consolidato per due generazioni, overflow finanziario nella spesa corrente, servizi e prestazioni non determinati.

Ed, parte lo stadio che ancora deve nascere per davvero e l’ennesima occasione di rilancio e crescita perduta – c’è da prendere atto che il Comune a Cinque Stelle e la Regione del PD senza maggioranza propria hanno perso ‘pezzi’ e credibilità, come continueranno a perderli nel corso delle indagini, ed allo stesso modo chi è all’opposizione, salvo qualche forza minore. 

Altrove “si mettono a ridere, cioé nel senso lì, lì è proprio un altro mondo” …

Demata