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Acqua contaminata a Roma: al degrado non c’è deroga. Tutta la storia

3 Mar

Da due anni circa era noto che il 31 dicembre 2012 scadessero tutte le possibilità di ulteriori proroghe o deroghe ai parametri delle acque potabili, garantendo tutti i valori delle sostanze previste dal Dlgs 31/2001 al di sotto dei valori stabiliti dalla legge.

““Le deroghe, inizialmente previste solo come misura transitoria, sono diventate purtroppo un espediente per non fare i necessari interventi di potabilizzazioneDopo dieci anni dall’entrata in vigore della legge e a due dalla bocciatura dell’Unione Europea, in diverse regioni il problema è stato risolto, l’unica inadempiente è il Lazio“. (Giorgio Zampetti, responsabile scientifico Legambiente)

Anche i cittadini e i politici di Roma erano informati, almeno da quando, il 22 novembre 2010,  l’edizione romana del Corriere della Sera  aveva annunciato che “dovrà essere data la massima informazione all’utenza riguardo la nuova regolamentazione. Poi la responsabilità passerà ai sindaci che dovranno valutare se firmare le ordinanze di divieto. Nel frattempo Acea, Regione e Commissariato alle acque potabili stanno sistemando delle specie di «filtri» per abbassare la presenza dell’ arsenico e miscelare acque provenienti dagli acquedotti come quello del Simbruino – prive di arsenico – con quelle raccolte dai pozzi, i principali accusati per i valori fuori norma.”
Arsenico contenuto nell’acqua per uso umano o, peggio, resa potabile ope legis su cui verteva sia l’allarme dato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità perchè causa lesioni cutanee, malattie cardiovascolari, effetti sullo sviluppo, danni al sistema nervoso e diabete. L’Unione Europea, respingendo la leggittimità dei valori limite italiani, precisò che «30, 40 e 50 microgrammi comportano … rischi sanitari, in particolare talune forme di cancro».

“Nel 2012 sono stati poco meno di un milione i cittadini che hanno bevuto «acqua in deroga». I Comuni che hanno ottenuto nuove deroghe per i parametri di qualità dell’acqua potabile sono stati 112, concentrati nel Lazio e in Toscana. Secondo Cittadinanzattiva e Legambiente, dal 2003 al 2009 sono state 13 le Regioni che ne avevano fatto richiesta su un totale di 13 parametri (arsenico, boro, cloriti, cloruri, fluoro, magnesio, nichel, nitrati, selenio, solfato, trialometani, tricloroetilene, vanadio).” (La Stampa – 04/01/2013)

Ed, infatti, dall’inizio del 2014 molti sindaci del Lazio, hanno dovuto vietare l’uso dell’acqua del rubinetto, ma non solo per berla, ma anche il divieto di impiegarla per cucinare, lavarsi i denti e fare la doccia.
Da quanto si è scoperto nelle ultime ore doveva farlo anche Roma e lo si sapeva da tempo.

Almeno dall’estate del 2013, la Azienda USL Roma C aveva inviato diverse note (ad esempio la 351/2013) al Comune di Roma, evidenziando “acqua con caratteristiche chimiche e batteriologiche ovvero solo batteriologiche NON ADATTE al consumo umano”.
Dunque, non solo l’arsenico di cui si parla, ma anche qualche batterio.

Restando al problema ‘chimico’, già in estate (nota 1679/2013) il problema era stato circoscritto alle vie periferiche raggiunte da utenze ARSIAL, l’Agenzia per lo Sviluppo e l’Innovazione nell’Agricoltura del Lazio, e “sono due anni che Arsial manda le bollette con scritto ‘acqua non potabile'”, come ha dichiarato il commissario straordinario Antonio Rosati, che segue anche la dismissione del patrimonio “consegnando agli enti locali le infrastrutture, le strade, gli acquedotti, … se funzionali a progetti di valenza territoriale”, come recita il sito ARSIAL, dopo la ristrutturazione dell’ente in novembre scorso da parte della regione, a seguito di un debito di 17 milioni di euro (fonte Regione Lazio).
ARSIAL per statuto “promuove lo sviluppo e l’ innovazione del sistema agricolo laziale, sostenendone il suo carattere multifunzionale, inteso quale allargamento delle competenze del mondo agricolo alla gestione degli agroecosistemi e dei servizi ai territori rurali”.

Parliamo, dunque, da acque da destinarsi (forse) all’agricoltura, usate per ben 10 anni – ope legis – dai cittadini di quelle vie (e da quelli di altri 2-300 piccoli comuni) che da almeno due anni non ricevono forniture di acqua potabile.
Ricordiamo anche che ARSIAL  aveva chiesto con largo anticipo (nota 3237 del 2011) al Sindaco di Roma Capitale “nelle more del collegamento (ndr. già avvenuto) dei due acquedotti  e della loro presa in carico da parte di ACEA ATO 2 Spa, di intraprendere d’ordine richiamati nel parere della Comunità Europea del 28 ottobre 2010 e richiamati nelle raccomandazioni dell’Istituto Superiore di sanità, concernenti il superamento dei valori del parametro ‘arsenico”.

Una presa in carico definitiva che attende dal marzo 2004, quando venne sottoscritto il Protocollo d’intesa tra Regione Lazio, i Comuni di Roma e di Fiumicino e le associazioni di imprese tra cui ACEA per “interventi di sistemazione degli acquedotti ARSIAL … e loro inclusione nel Servizio Idrico”…
Precedentemente, il 21 novembre 2003, la Giunta Regione Lazio aveva previsto un apposito “stanziamento di 13,5 milioni di euro per la ristrutturazione, l’adeguamento e la manutenzione straordinaria”.

Ad ogni modo, con la nota ARSIAL 8076 del 18 dicembre 2013 si perviene a delimitare il raggio di utenza cui perviene ‘acqua non potabile’, come confermato anche dai controlli dell’Azienda USL Roma C del 17 gennaio 2014, ormai ad oltre due settimane dalla scadenza della deroga di legge.

E qui inizia il mistero delle stanze capitoline.

Infatti, l’ordinanza del Sindaco Ignazio Marino – che vieta l’uso umano di acqua (N.B. già dichiarata ‘non potabile’ da due anni dall’azienda fornitrice) nella fascia esterna di due municipi – reca un primo numero di protocollo (QN/7559) che fa data al 18 febbraio 2014, ovvero il giorno successivo al definitivo accertamento delle utenze contaminate.
Peccato che l’ordinanza sia – poi – emessa dal Segretariato in data 21 febbraio (prot. 3397) e che venga notificata (prot. Dipartimento Sviluppo 9337) solo tra il 27 ed il 28 febbraio, una settimana dopo, come ‘urgente’ …

Acqua contaminata Roma ordinanza sindaco

Intanto, andando a consultare il sito ACEA è possibile scaricare un report, aggiornato a luglio 2013, in cui i valori sono dichiarati tutti nella norma, per quel settore (Report ACEA Roma – Zona_1 Peschiera_Capore_Prevalente), tra cui 1 μg/L di arsenico. Utile evidenziare che ACEA indichi come massimo di legge ben 10 μg/L As, come se OMS, Unione Europea e deroghe in scadenza non significassero granchè …

Ed è bene sapere che, in altri comuni, i Codacons hanno ottenuto dal Tar del Lazio un risarcimento in favore di quasi 2.000 famiglie, perchè il “fatto illecito costituito dall’esposizione degli utenti del servizio idrico ricorrenti ad un fattore di rischio (l’arsenico disciolto in acqua oltre i limiti consentiti in deroga dall’Unione Europea), almeno in parte riconducibile, per entità e tempi di esposizione, alla violazione delle regole di buona amministrazione, determina un danno non patrimoniale complessivamente risarcibile, a titolo di danno biologico, morale ed esistenziale, per l’aumento di probabilità di contrarre gravi infermità in futuro e per lo stress psico-fisico e l’alterazione delle abitudini di vita personali e familiari conseguenti alla ritardata ed incompleta informazione del rischio sanitario“.

Cosa possiamo imparare da tutto questo?
Molto, specialmente se viviamo a Roma.

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Ad esempio, prendiamo atto che ARSIAL c’entra ben poco, almeno per quanto finora emerso. Sono, piuttosto, il Comune di Roma, come la Azienda ASL Roma C e l’Istituto Superiore di Sanità nel doverci delle spiegazioni. Il primo per i fatti che apprendiamo, i secondi perchè è a loro che affidiamo la nostra salute, affinchè controllino e denuncino.
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Inoltre, tra decreto Salva Roma e acqua contaminata, è evidente che la Capitale debba prendere atto che è finito il tempo delle deroghe e delle proroghe ad libitum, come è finito il tempo dei governi che finanziano spericolatamente non i bisogni della capitale, ma i suoi sprechi e le sue speculazioni.
Non è una questione legata a Matteo Renzi: anche Enrico Letta ha lesinato – nonostante le ‘buone intenzioni” – dinanzi ad un’opposizione composita e transregionale.
La gestione dei terremoti di L’Aquila e di Modena, come il dissesto di Napoli o della Regione Sicilia, rappresentano – nel bene e nel male – la fine di un’epoca di finanziamenti ‘straordinari’.
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Infine, dal 2004 ad oggi è trascorso un decennio, le giunte sono passate e le ‘emergenze’ di Roma sono sempre state ‘altre’ che le infrastrutture.
Oltre allo scandalo ‘acqua contaminata’ (da anni …), pende la questione ANAS per il Grande Raccordo Anulare, che ormai è inglobato in Roma e quella della passante Civitavecchia – Pontina (ndr. un’opera biblica). Intanto, dopo le pioggie di questo inverno, ci siamo resi conto che l’infrastruttura fognaria (specie dove si è costruito tanto nell’ultimo ventennio) non ce la fa, come non ce la farà il Comune a rabberciare le nostre strade quasi ridotte a tratturro rurale.

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Peccato che proprio la manutenzione e il rinnovo delle infrastrutture potrebbe dare lavoro – invece che spesa sociale e sussidi – a quel milione circa di lavoratori inattivi (ndr. che non cercano più lavoro) segnalati dalla Provincia di Roma nel 2011, denuciando un tasso di disoccupazione maschile del 35,5% e femminile del 37% … ed oggi sono molti di più.

Se al degrado non c’è più deroga, se si vuole arrestare il declino, va anche ricordato che solo il senso dello Stato e la fiducia nelle istituzioni locali può tenere in piedi una Capitale.

originale postato su demata

* ove non citato e/o linkato, la fonte è l’Ordinanza del Sindaco di Roma stessa

Marino e il babbuino: tutta la storia

6 Mag
Il ‘buon’ Ignazio Marino, che parla ai giardinetti con la gente ed accarezza cani, potrebbe diventare, a pochi giorni dalle elezioni romane, un ‘asettico’ scienziato, a causa della vivisezione di un babbuino da lui praticata anni addietro.
Un micidiale tallone d’Achille per il candidato sindaco del Partito Democratico – voluto dalle segreterie ed osannato nelle primarie  – che tocca il ventre di una città ‘indifferente a tutto’, ma che insorge se si maltrattano gli animali. Vivisezione che, anche per chi non fosse ambientalista, ricordiamoche è condannata da tutte le religioni, come in generale per tanti esperimenti sulle ‘creature del Signore’.
Al di là delle violente – e biasimabili – proteste degli animalisti, la vivisezione su scimmie praticata da Marino molti anni fa ebbe motivazioni e risultati discutibili, come racconta l’articolo dello stesso Ignazio Marino, su L’Espresso dell’11 maggio 2012, (link) che ribadiva come “Chi è contrario all’uso degli animali da laboratorio va rispettato, ma c’è davvero qualcuno che ritiene possibile testare gli effetti di un farmaco, come un’eruzione cutanea, l’insufficienza epatica o le allucinazioni, su una cellula in provetta? Oppure la proposta è quella di sperimentare le sostanze direttamente sugli uomini e sui bambini?
Secondo l’Eurispes, l’86 per cento degli italiani è contrario alla sperimentazione animale eppure solo il 3 per cento si dichiara vegetariano. La coerenza scarseggia. Oltre a smettere di mangiare carne di animali allevati per finire in padella e a non indossare scarpe di pelle, coloro che chiedono di chiudere gli allevamenti, come nel recente episodio di Green Hill vicino a Brescia, sono pronti a rinunciare anche alle medicine testate sugli animali, sino ad accettare il sacrificio della propria vita o quella dei propri figli, per una leucemia o una polmonite?
In realtà, come denunciano gli antivivisezionisti, solo il 27,5%  degli animali è usato nella ricerca e sviluppo di farmaci, mentre in UE la percentuale è del31%, più un altro 15,4% usato nei test obbligatori per legge specifici per i farmaci (dato in media UE),  piuttosto c’è un 44% degli animali che muore per ricerca di base, quasi il 9% nei test tossicità per la produzione e il controllo di qualità in campo medico e odontoiatrico, il 4,2% per la diagnosi di malattie, didattica e “altro”.

Inoltre, per la “ricerca di base” e della “ricerca e sviluppo” di farmaci non vi e’ obbligo di legge che costringa a usare animali nei test e non si tratta di ‘quattro gatti’, visto che gli animalisti denunciano che “ogni anno nel mondo vengono torturati e uccisi più di 150 milioni di animali, nei 600 laboratori italiani quasi 900’000”. Ridurre del 12% il ‘consumo’ come fatto dalla Germnia nel 2005, significa la vita per circa 100.000 animali nel solo territorio italiano.  Dei circa 10.000 primati usati per esperimenti, in quell’anno nell’UE a 15 membri, oggi ne sarebbero vivi oltre mille.

La differenza c’è.
Il senatore Marino, nel suo articolo, difende una certa ‘ricerca scientifica’ che “alcuni vorrebbero affossare con un articolo della legge Comunitaria in discussione al Senato che, tra le altre cose, vieta in Italia l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni. Con quali conseguenze?
Innanzitutto se questa legge venisse approvata a Roma sarebbe bocciata a Bruxelles perché in contrasto con la direttiva europea. In secondo luogo le aziende farmaceutiche, come gli istituti di ricerca pubblici, dovrebbero trasferire i laboratori all’estero, con inevitabili ricadute sull’occupazione e sulla nostra economia, oppure importare gli animali da altri Paesi“.

In realtà,il testo di legge licenziato dalla Camera cui fa riferimento Marino, contiene un comma – proprio quello che recitava di “vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione su tutto il territorio nazionale” – che è stato approvato il 1 febbraio 2012 dalla Camera non da alcuni affossatori della scienza, bensì con ben 380 voti a favore, 20 no e 54 astenuti. In quello stesso giorno, in un convegno nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, Carla Rocchi, Presidente dell’ENPA, sottolineò che il testo inviato al Senato va a “vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale”.

La norma, nell’accogliere le direttive UE, garantisce “l’implementazione di metodi alternativi all’uso di animali a fini scientifici, destinando all’uopo congrui finanziamenti”, la formazione di personale esperto nella sostituzione degli animali con metodi in vitro tramite corsi specifici e di approfondimento senza nuovi oneri a carico della finanza pubblica, la presenza di “un esperto di metodi alternativi e un biostatico all’interno di ogni organismo preposto al benessere degli animali e nel Comitato nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici”.
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Una questione innazitutto etica e, mentre Ignazio Marino ritiene che in Italia si possa proseguire con l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni, Tonio Borg, commissario europeo ad interim per la Salute e le Politiche dei consumatori, si è espresso con fermezza contro un’ulteriore posticipazione del’obbligo di prodotti cosmetici “Cruelty Free”, perché “se non vi è obbligata, l’industria non farà gli sforzi necessari per sviluppare i metodi sostitutivi che permettono di sostituire gli ultimi tre test di tossicità sugli animali tuttora autorizzati“.
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Ma non solo, dato che lo stesso Ignazio Marino fa riferimento al caso mediatico internazionale della Green Hill, un’azienda situata a Montichiari (Brescia) che alleva cani (beagles) da destinarsi ad esperimenti scientifici, coinvolta in inchieste e scandali dopo continue e pressanti manifestazioni di animalisti ed ambientalisti.

Significativo e riassuntivo della vicenda e di cosa accadesse ai cani, è il comunicato della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente: “la nuova linea seguita dalla procura va avanti su questo binario: la soppressione non necessaria di parecchi beagle a Green Hill conferma il sospetto che i cuccioli nell’allevamento non fossero destinati solo alla sperimentazione farmacologica, ma che molti di loro diventassero cavie anche per l’industria cosmetica. E, dopo i controlli sulla documentazione e i primi esami medici, emergerebbe che i cani non perfetti, cioè non corrispondenti agli standard richiesti, venivano eliminati con un’iniezione letale. Molti beagle, come hanno scoperto gli inquirenti, sono stati soppressi per problemi di dermatite. E proprio questa malattia lascia supporre che Green Hill facesse anche test cosmetici.

Un caso mondiale, ormai, visto che il caso Green Hill è diventato la bandiera della Giornata mondiale contro la vivisezione.
Un’attività definita dall’On. Brambilla a Matrix, il 4 Aprile scorso, come ‘non in regola con le nostre coscienze’, ma, a quanto pare, a posto con quella del senatore Ignazio Marino, che non dovrebbe, però, dimenticare che l’Unione Europea, attraverso un Regolamento risalente all’11 marzo 2009 (EC n.1223), ha messo al bando i prodotti cosmetici con ingredienti o combinazioni di ingredienti testati su animali. L’Italia era, come prevedibile, inadempiente fino a pochi giorni fa, nonostante un precedente regolamento del 2004 che già proibiva di testare su animali prodotti cosmetici finiti. “Il divieto definitivo imposto nell’Unione Europea – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – segnerà una pagina importante a livello mondiale per il superamento dei tanti, troppi, e spesso inutili esperimenti fatti sulla pelle degli animali“.
Cosmetici, tanti test per cosmetici, più tanti altri per ‘ricerca di base’, ‘test tossicologici’, ‘didattica’ – non  leucemia, polmonite, eruzione cutanea, insufficienza epatica, allucinazioni – per i quali, come raccomandano le direttive europee, tanti test sono ampiamente ed efficacemente sostituibili senza sofferenze e morte per tanti animali,  .
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Ritornando alla storia del babbuino ‘ucciso’ dal mite Ignazio, la vera questione di oggi è quella della Green Hill ed i suoi beagle, e della candidatura a sindaco di una città che ama e difende gli animali ed in particolare i cani. Il ventre di Roma non può altro che borbottare, specie se l’impressione è che ci si nasconda dietro un dito, cosa del tutto vietata a qualunque Primo Cittadino.
Infatti, non è in ballo il sacrosanto diritto/dovere alla ricerca scientifica o farmacologica, ma l’uso di migliaia di cani per le ‘esigenze’ dell’industria cosmetica e la sincerità di un ‘afflato umano’ – quello di Ignazio Marino e del suo Partito Democratico – che gli elettori (pro o contro o ìndifferenti che siano) sentono sempre più mancare.
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La questione, però, straborda dall’ambito politico, se si tiene conto che la sperimentazione di cui parla con orgoglio Ignazio Marino era anche ‘sull’uomo’ – il fegato espiantato alla scimmia era destinanto ad un paziente epatico – e girovagando per la Rete è possibile leggere questo articolo di di forte critica etica e medica sul  Riformista Torinese (link)
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Valutare la fondatezza dei rilievi è questione medica, ma l’articolo a firma di Roberta De Antonio appare credibile, quando menziona professore Bruno Fedi, medico primario anatomopatologo, “che gli ricorda (ndr. a Ignazio Marino), in una lettera del 24.05.2012, che già nel 1967 il Direttore della Patologia Chirurgica dell’Università Di Roma, Paride Stefanini, aveva effettuato un trapianto di rene da babbuino ad uomo e aggiunge: Risultato disastroso: paziente morto. Conclusione: Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di aver ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Fu un tentativo di salvare la vita ad un uomo, usando un organo incompatibile, sapendo che era incompatibile, ma sperando che, con enormi dosi di farmaci immunosoppressori, venisse tollerato dal ricevente.
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Nella lettera del noto medico e professore universitario – pubblicata integralmente da UNA Cremona (link) – si può anche leggere che:Nell’ambiente dell’università, si criticava pesantemente lo Stefanini, per avere effettuato un intervento che non poteva riuscire: tutti lo sapevano, ma Stefanini aveva voluto tentare. Qualcuno disse che era stato un omicidio, benevolmente tollerato dalle leggi. 
Oggi, Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di avere ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Quello descritto da Marino è un caso tipico di sperimentazione sull’uomo (perché, negli animali, si sanno i risultati, ma gli stessi sperimentatori sanno che non sono predittivi). La descrizione di Marino è proprio il caso di un uomo, usato come cavia, anzi, come cavia pagante, perché si sapeva che i risultati negli altri animali non erano stati favorevoli e che, in senso generale, non sono predittivi, dunque si è sperimentato sull’unico animale predittivo per l’uomo: l’uomo stesso.
Questo esperimento, questo tipo di esperimenti, rivelano anche una metodica, una mentalità. Marino procede per “tentativi ed errori”, metodo che i vivisettori hanno tante volte sostenuto giusto. Marino sapeva che la cosa che tentava, non poteva riuscire, ma ci ha provato.”
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Indecifrabili -forse- questioni mediche che lasciamo volentieri -forse- agli stessi medici.
Piuttosto, come si traduca nell’ottica del paziente ed a cosa sia servito il sacrificio del babbuino è, ahimé, semplice, visto che basta leggere qualche statistica, che ci racconta come quasi un trapiantato di fegato su cinque muoia entro tre anni dall’intervento ancora oggi, più o meno come tot anni fa. Un’aspettativa in vita, una reazione immunitaria, che è sempre la stessa da dieci anni, come altre statistiche dimostrano.
SRTR Program Reports – July 2010
In caso di dubbio su cosa sia significato l’esperimento ‘umano’ – se si ha stomaco forte – è possibile anche leggere la cruda pubblicazione scientifica “Baboon-to-human liver transplantation”  che Marino ed altri pubblicarono su Lancet (link).
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Anche se è stato rilasciato dalla terapia intensiva dopo un mese, (ndr. il paziente) ha sviluppato diverse infezioni, che hanno reso necessaria la terapia con anticorpi nefrotossici. La più invalidante di queste è stata mixata da Citomegalovirus, Candida, Esofagite e Duodenite, che sono stati sospettati essere la causa di ricorrenti emorragie gastrointestinali dal giorno 27esimo al 39simo e che hanno richiesto 14 unità di sangue trasfuso (ndr. circa sette litri, praticamente come se avvesse perso tutto il sangue e servisse un ricambio totale).
E’ stato coltivato dal sangue lo Staphylococcus aureus (ndr. provoca infezioni suppurative acute) … Enterococcus faecalis (ndr. provoca infezioni del tratto urinario, endocarditi e sepsi) … Aspergillus (ndr. infezione tracheale).
Altre complicazioni, incluse insufficienza renale e dipendenza da dialisi, hanno avuto inizio il 21esimo giorno, che probabilmente sono il risultato della tossicità da più farmaci (sic!) …  fino al giorno 55esimo quando (ndr. il paziente) è stato riammesso in terapia intensiva dopo una recidiva di ittero … il giorno 61esimo è diventato ipotensivo con rigori, ha richiesto l’intubazione. C’erano tracce di coagulazione intravascolare disseminata ed emolisi con un calo della conta piastrinica (ndr. meno 80%) … un aumento di emoglobina plasmatica libera (ndr. 30 volte il massimo) … e un aumento della bilirubina (ndr. del 400%) … durante le successive 48 ore.
Dai giorni 65esimo al 70esimo, il paziente aveva 5 plasmaferesi che avevano ridotto la bilirubina sierica.  Il 70esimo giorno … c’è stata una perdita improvvisa delle maggiori funzioni del sistema nervoso. La TAC ha mostrato una massiva emorragia subaracnoidea (ndr. i cui sintomi includono la terribile “cefalea a rombo di tuono”, vomito, confusione mentale, abbassamento del livello di coscienza e, talvolta, convulsioni) e 6 ore dopo è stato dichiarato cerebralmente morto.”
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Un vero e proprio calvario.
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Avrebbe sofferto così tanto prima di morire per cause naturali? E, soprattutto, se – come Ignazio Marino oggi afferma di sapere ma che all’epoca evidentemente supponeva all’incontrario – il sistema immunitario degli uomini e quello dei babbuini non sono compatibili, nemmeno utilizzando i farmaci antirigetto più potenti, a quale “terapia che oggi permette di salvare centinaia di migliaia di malati terminali” è servito quell’esperimento dall’esito letale?
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Domande che nella città dei Papi hanno un certo peso anche sugli spiriti semplici … ed una storia che dimostra come non si possano lasciare in mano ai soli medici sia le politiche sanitarie, ma, soprattutto, la bioetica.
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La FIAT non è a Detroit

15 Gen

Sergio Marchionne – al Salone dell’automobile di Detroit, promette una maggiore integrazione fra FIAT e Chrysler:  “devono diventare una cosa sola”.
Un’integrazione che procede, anche se con qualche difficoltà, dato che Veba, il fondo sanitario gestito dai sindacati che controlla il 41,5% di Chrysler, pretende per il solo 3,3% ben 342 milioni di dollari contro i 139 offerti dall’azionista di maggioranza.

Un problema che non agita i sonni del numero uno del Lingotto che assicura come “Veba non resterà a lungo nell’azionariato di Chrysler”, che “i colloqui con il gruppo Gac (ndr. per costruire modelli Jeep in Cina) vanno avanti, siamo a buon punto” e che il futuro Suv della Maserati, sarà costruito in Italia  “perché negli Usa l’impianto di Jefferson North è saturo ”.

Così, mentre l’Italia annaspa in relazioni sindacali antidiluviane ed in politiche industriali declinanti, Fiat-Chrysler si conferma il motore dell’America.

Non a caso, sempre da Detroit, Sergio Marchionne, interpellato sul rientro in fabbrica di alcune maestranze, ricorda che “il mercato non c’è, cosa li riprendiamo a fare. Non ne abbiamo bisogno, è questione di utilizzo delle persone nello stabilimento. E’ un problema del sistema italiano: manca la certezza di come portare avanti un’azienda”.

E di come portare avanti un sindacato, che in USA controlla, tra l’altro, il 41,5% di Chrysler, mentre in Italia i sindacati sono sostenuti dall’erario pubblico, dato che, solo considerando la Legge 902-1977, lo Stato italiano ha ceduto ai sindacati – a titolo gratuito ed esentasse – un’enorme quantità di beni ed immobili pubblici. Basti dire che la sola CGIL conta, oggi,  3.000 sedi sul territorio nazionale ed, in alcuni casi, si tratta di interi edifici con valori milionari, mentre, grazie alla legge 504 del 1992 i sindacati non pagavano l’ICI, dato che sono assimilati alle onlus.

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iPhone: il gioco vale la candela?

4 Gen

Il Corriere della Sera e l’Huffington Post riportano, quasi fosse manna dal cielo, la storia di una mamma che, regalando un iPhone al figlio tredicenne, gli ha sottoposto un contrattino d’uso, con una serie di regole che dovrebbero essere più che scontate e che invece fanno scalpore.

Non portare il telefonino a scuola, stare alla larga dal porno, non fotofilmare tutto maniacalmente, riporlo dopo una certa ora della sera.

Qualche dubbio sulla bontà dell’idea nel suo complesso sorge subito, considerato che un iPhone, come vedremo, costa quello che costa e che il ragazzino potrà usarlo, durante la settimana, solo dal ritorno da scuola (ore 14.00) e fino alle 19.00: a quell’ora ci sarebbero piscine, palestre e compiti. Altro che chattare con gli amichetti.

A cosa serve ad un tredicenne un iPhone, da 500-900 euro, che potrà usare si e no per un’oretta al giorno? Misteri del consumismo.

Infatti, un iPhone 5, secondo i dati di sostariffe.it, costa tra i 600 ed i 900 euro a seconda del contratto abbinato. Praticamente quanto un ultrabook Acer core i5 di ultima generazione oppure la metà di un motorino 50 cc. della Kymco o dell’Honda o quanto tre nebook Acer o quattro smartphone Blackberry o Nokia, tutte ditte note per la qualità delle proprie tecnologie, come lo è la Apple.

Ma non solo. Un iPhone costa quanto percepiscono di pensione mensile circa 20 milioni di italiani e di salario base tanti operai e precari o quanto si paga d’affitto in due mesi per un appartamentino in periferia od, in un anno, per il riscaldamento autonomo. Costa quasi quattro volte La Treccani ‘light’ (due volumi, 1.400 pagine ciascuno, 190 euro totali) e due volte l’abbonamento di un anno a La Repubblica. O quanto un soggiorno di 10 giorni in Irlanda con tanto di corsi d’inglese madrelingua e certificazione internazionale.

I benefit dell’iPhone non sono nella sua durevolezza, tra l’altro, visto che la casa di Cupertino solo dal novembre scorso ha accettato di estendere gratuitamente la garanzia per due anni, come di norma, dopo le proteste dei consumatori. E, sempre riguardo la durevolezza del bene, va anche rilavato che il melafonino sta diventando uno degli oggetti più rubati negli USA, mentre in Europa si arriva ad assaltare a mano armata i TIR, se carichi di i-qualcosa, quasi fossero barili di whisky durante il Proibizionismo.

I punti di forza degli iPhone sono principalmente nella fotocamera di buona definizione, nel controllo vocale – che si basa su Wolfram Alpha, un motore di intelligenza artificiale assai evoluto, che funziona, però, solo se si è connessi con il datacenter Apple via internet – nella possibilità di impostare allarmi e avvisi geolocalizzati – ma a condizione però che i servizi di localizzazione siamo sempre attivi – e nella enorme messe di giochini ed utilità.
Rievocando un giochino giapponese di qualche anno fa, qualcuno potrebbe parlare di una vita da Tamagochi, quasi l’i-phone fosse un cucciolo di cui prendersi cura e da cui essere gratificato.

Non è un caso che negli USA, dove il fenomeno iPhone è nato prima, si stiano ponendo già da anni degli interrogativi.

The New York Times pubblicava, il 30 settembre 2011 (link), uno studio del prof. Martin Lindstrom, che ha provato a rispondere all’interrogativo “se possiamo veramente caratterizzare l’intensa devozione del consumatore per l’iPhone come una dipendenza?

Utilizzando la tecnologia di neuroimaging il prof. Lindstrom ha esaminato l’attività cerebrale dei soggetti nel visualizzare immagini di marchi come Apple e Harley-Davidson ed immagini religiose come la corona del rosario e una foto del Papa: l’attività cerebrale era stranamente simile durante la visualizzazione di entrambi i tipi di immagini.

Alcuni psicologi suggeriscono che utilizzando i nostri iPhone e BlackBerry attingiamo allo stesso apprendimento associative del cervello che rende così coinvolgenti altri comportamenti compulsivi, come il gioco d’azzardo.

Il prof. Lindstrom menziona nell’articolo anche un esperimento fMRI finalizzato a scoprire quanto gli iPhone sono  coinvolgenti, condotto con la collaborazione della società di MindSign Neuromarketing di San Diego, arruolando otto uomini e otto donne tra i 18 ei 25 ann ed esponendoli separatamente all’audio di una suoneria e al video di un iPhone che vibra.

I risultati hanno mostrato l’attivazione in entrambe le cortecce audio e video di cervelli dei soggetti. In altre parole, quando sono stati esposti al video, il cervello dei soggetti non solo ha visto l’iPhone vibrante, ma ha anche “sentito” la suoneria, e, quando sono stati esposti al solo audio, ha anche “visto” il melafonino. Questo potente fenomeno cross-sensoriale è noto come sinestesia.

Ma la cosa più sorprendente di tutte è stata la raffica di attivazioni nella corteccia insulare del cervello, che è associata a sentimenti di amore e compassione: i cervelli dei soggetti hanno risposto al suono dei loro telefoni come avrebbero potuto rispondere alla presenza o la vicinanza di un membro della famiglia od un fidanzata/o.

In una parola, è “amore“.

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Automobili: la Cina supera l’Europa

2 Gen

Il Financial Times annuncia che la Cina, nel 2013, per la prima volta supererà l’Europa nella produzione di autovetture e veicoli leggeri. La previsione è di  19,6 milioni di veicoli rispetto ai 18,3 milioni europei.

Le proiezioni si basano sui dati della IHS, LMC Auto e consulenza PwC, gli investimenti banche UBS e Credit Suisse. Essi dipingono un quadro di lieve ripresa nel 2013 per l’industria automobilistica mondiale con un’Europa la cui produzione ha perso il 10% della fetta di mercato rispetto al 2001 ed il 30% rispetto al 1970, quando quasi una ogni due auto prodotte nel mondo nasceva in una fabbrica in Europa.

Non a caso, Norbert Reithofer, amministratore delegato della casa automobilistica tedesca BMW, ha detto di aspettarsi le condizioni per la vendita di autovetture in Europa rimangono “molto impegnative” nel 2013.

Una criticità che era stata prevista in Europa come conseguenza del un forte calo delle vendite di auto in tutto il continente dopo la crisi finanziaria, che non sembra essere cessata, con gravi difficoltà anche per i produttori di veicoli di grandi dimensioni, in particolare francese PSA Peugeot Citroën, che sta tagliando quasi 10.000 posti di lavoro ed è in attesa di un pacchetto di € 7 miliardi per il salvataggio del suo braccio finanziario da parte del governo francese.

Un’Europa che è generalmente riconosciuta come il luogo in cui l’industria automobilistica mondiale ha avuto inizio con un rudimentale  veicolo a tre ruote, prodotto nel 1885 dall’inventore tedesco Karl Benz.

Un’Europa dove oggi, Håkan Samuelsson, amministratore delegato di Volvo Cars,  dice che “per quanto riguarda l’industria automobilistica europea, si può solo pregare”. E c’è da credergli se teniamo in conto che la Volvo, solo due anni fa, è stata ceduta dalla Ford alla società cinese Zhejiang Geely Holding Group, che ha l’ha pagata 1,3 miliardi di euro.

Del resto, come competere se ‘lo stipendio medio mensile di un operaio cinese della Fiat a Shan Chat è di 250,00 euro’ (fonte Paolo Longo – RAI) ed ‘il costo salariale medio nell’industria automobilistica è di 1 euro all’ora’ (Les Echos , France , 25/03/2006)?
Operai che svolgono 12 ore di attività giornaliera, senza accantonamenti previdenziali, che mangiano, vivono e dormono in strutture messe a disposizione dalle fabbriche e da loro regolate. Per non parlare dei detenuti, inviati ai lavori forzati anche e spesso perchè ‘divergenti’, costretti ai lavori più rischiosi senza neanche un salario.

Condizioni di vita subumane che la nostra civilizzazione si vanta, rispetto a quelle orientali, di aver superato. Anzi, essendo la nostra europea una società di uomini liberi, una tale costrizione è degna del nome di schiavismo, come quello denunciato in una disperata richiesta di aiuto, arrivata dalla Cina nascosta in un gadget di Halloween, e trovata giorni fa una donna dell’Oregon all’interno di una confezione acquistata da Kmart.

Cattivi cinesi, allora? Non esattamente.
Le fabbriche dove si lavora in quel modo e/o con quei salari sono di proprietà di Haier Group Co, Benetton Group S.p.A., Hermès International, Vivarte ex-André Groupe, Liz Claiborne, Inc., Hi-Tec Sports plc, Giovanni Crespi Spa, Cone Denim, Cortefiel, S.A., Geox Spa., Dainese, Triumph International, H&M (Hennes & Mauritz), Rossignol SA, Samsonite Corp., Beaumanoir, FIAT, Citroen, Dell Computer, Acer Inc., Apple Inc., DC Leisure, DeCoro, Hewlett-Packard Co., Mattel Inc., Merton Company Ltd, New Balance Athletic Shoe Inc., Polo Ralph Lauren Corp., Nokia, Brown Shoe Company, Timberland Co.,Wolverine World Wide, Liz Claiborne, Phillips-Van Heusen Corp, Toys “R” Us Inc., Wal-Mart Stores, Nestlé SA, C&J Clark International Ltd, Fila Holding SpA, McDonald’s, Reebok International Ltd., Disney (Walt), Hasbro Inc., Polo Ralph Lauren Corp., Adidas, Nike Inc., Levi Strauss & Co., Volkswagen, eccetera eccetera.

E non v’è necessità di pensare in grande, dato che la presenza delle aziende italiane solo nell’area est della Cina e’ stimata in circa 900 unità, con un aumento del 291% rispetto al dato registrato nel 2006 (230 unità). La sola rilevazione dell’ufficio ICE di Shanghai, per il territorio di competenza, aggiornata a novembre 2011 (sulla base delle richieste volontarie delle imprese) comprende 443 società italiane.

Un’idea brillante – ma solo in termini di bolla speculativa generazionale – quella di far produrre cose agli operai cinesi pagandoli un quinto degli operai nostrani ai quali rivendere cose per il doppio od il triplo del costo di produzione.
Ma quanto potrà durare? O meglio, come non prender atto che è già finita?

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Il futuro? Speriamo sia una donna

24 Mar

«È necessario passare la mano. È necessario che si facciano avanti altri per la carica di presidente della Repubblica».
«Sicuramente rimane ancora, se non un vero e proprio pregiudizio, una resistenza a scegliere una donna per certi incarichi. Questo, prima di arrivare a quello di presidente della Repubblica, riguarda molti incarichi, se si pensa ad esempio che fino a non molto tempo fa anche in certi alti gradi della magistratura non c’erano donne».
«Più le donne si faranno sentire, prima arriverà – mi auguro presto – il momento in cui ci sarà anche una candidata donna a presidente della Repubblica e potrà essere eletta».

Questo il pensiero del Capo dello Stato Giorgio Napolitano intervistato dalla Rai.

Non è un caso che, in oltre 60 anni di repubblica, l’unica senatrice a vita, contro 41 uomini, sia stata Rita Levi Montalcini.
E non a caso il primo problema in cui ci si imbatte nel “immaginare un Presidente donna” è che di donne che abbiano una carriera adeguata a poter essere delle potenziali candidate non ce ne sono, se non forse nella magistratura, che comunque è un ambiente di lavoro dove di donne ai vertici se ne vedono poche, come ricordava proprio il Presidente.

Come non è un caso che negli ospedali troviamo quasi sempre un’inflazione di dottori ed una gerarchia “al maschile”, con i cittadini – donne o maschi cambia poco – continuano a non accorgersi che la vera “malasanità” ed il vero “spreco” è nel non pretendere che siano i cervelli e le coscienze migliori ad andare avanti, specialmente se parliamo di vita e salute.
Sanità, un settore dove le  quote rosa andrebbero “sperimentate” con urgenza.
Basti prender nota di quanti primari donna esistono ed in che percentuali sono distribuite tra le varie specializzazioni: le statistiche esistono già e già se ne parla da almeno venti anni, ma le cose restano così nonostante sembra che persino l’Iran abbia percentuali migliori delle nostre.

Lo stesso vale per le altre carriere professionali e per il mondo accademico, anche se in misura, talvolta, minore – nel settore entrainment c’è un po’ di spazio – e non ci sarebbe da meravigliarsi se qualche statistico dovesse rilevare che, con le dovute proporzioni, esiste una migliore stima verso le capacità delle donne in gran parte degli ambienti di lavoro “dipendenti”, ma non i quelli “per quadri o laureati”.

D’altra parte, come non rilevare che grazie ai lauti redditi, questi “professionals” maschi possono permettersi una “desperate housewife” e continuare a vivere tranquilli con i loro pregiudizi? Ecco perchè i redditi oltre gli 80.000 euro non si toccano: salta il menage familiare …

L’unico settore dove la donna – specialmente se istruita e propositiva – può vivere “alla pari” è la scuola, specie se parliamo delle superiori, visto che la larga presenza di donne alle elementari e materne è anche correlata al ruolo tradizionale di una donna in una società maschilista e lo stesso vale per la condizione delle infermiere, ovviamente.

Siamo un paese dove, se volessimo eleggere una donna come presidente o come premier, non sapremmo neanche da dove iniziare, visto che non ve ne è nessuna che abbia una sufficiente esperienza a certi livelli, salvo Moratti, Fornero e Marcegaglia che non sono certamente papabili.

Dunque, cosa dire?
Seguire il consiglio presidenziale: «Più le donne si faranno sentire, prima arriverà il momento in cui ci sarà anche una candidata donna a presidente della Repubblica e potrà essere eletta».

Come fare? Facile.

Basta iniziare a rivolgersi ad un “professionista” donna, che si tratti di un(a) medico (il femminile la medicina italiana proprio non lo vuole …), di una specialista, di un’avvocato, di una architetta, di una fornitrice, di un centro o di un ufficio o di un servizio.
Oltre, naturalmente, a non votare i partiti che non abbiano abbastanza donne rappresentative in lista.

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Roma bloccata dalla neve

3 Feb

Ore 13,40: Roma è in tilt a causa della neve  e, per il momento, ne sono caduti 50 centimetri in poche decine di minuti su Roma Nord, dove le pendenze sono anche elevate.

Il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha disposto la chiusura degli uffici pubblici dalle 14 di oggi a tutta la giornata di domani per “le avverse condizioni atmosferiche che si prevedono in miglioramento solo a partire da domenica, dovranno essere comunque garantiti i servizi d’emergenza”.

In questo momento, migliaia e migliaia di impiegati sono ancora negli uffici, colti alla sprovvista lontano dalle proprie abitazioni, come anche tanti automobilisti sono sulla strada per tornare a casa propria, tra le smisurate periferie romane o, addirittura, nella provincia.

Tutti senza informazioni, eccetto il fai da te, consultando i tweet dei romani in movimento su l’unico servizio in rempo reale attualmente funzionante, ovvero la pagina Twitter di INFOATAC.

Non è per mettere la croce ad Alemanno, l’organizzazione richiede anni ed anni, ma nessuno sa quali strade siano ancora percorribili o quali mezzi pubblici, eccetto quelli ferroviari, siano ancora in funzione.

Cose anche banali, ad esempio sapere se lungo la Nomentana i bus stiano percorrendo regolarmente la corsia a loro riservata e che “non dovrebbe” avere intralci. Oppure, quali tram e quali metro siano ancora operativi. Per non parlare delle indicazioni minime agli automobilisti, visto che affrontare la neve con il traffico in tilt.

L’unica speranza, al momento, è che la “bufera” cessi per qualche ora, prima del buio, in modo da dare il tempo alle persone di rientrare a casa.

In alternativa, nessuno sa cosa racconteranno le cronache domani riguardo quel circa mezzo milione di persone che cercherà di rientrare alla propria abitazione.

In ambedue i casi, sarebbe il caso di iniziare e chiedersi se Roma è effettivamente diventata una metropoli da 4 milioni di persone, più i pendolari, o se è solo il numero, ma non il Pil e le infrastrutture, a renderla tale.

P.S. Mentre Roma iniziava a paralizzarsi per la neve “una Smart ha bloccato il passaggio dei tram all’altezza del museo d’arte moderna, in viale delle Belle arti. La macchina è parcheggiata esattamente sulle rotaie. Il volante bloccato da una sbarra antifurto. Sul posto i carabinieri già presenti per monitarare il traffico che tramite la centrale cercano di rintracciare il proprietario.
Speriamo venga denucniato e condannato per interruzione di pubblico servizio.

Intanto, il Piano Emergenza Neve per il trasporto pubblico di Roma su disposizione della Protezione civile di Roma Capitale, diffuso dall’Agenzia per la Mobilità, la linea numero 3 dei tram è tra le linee che assicurano il servizio. Peccato che  “non ce la fa a fare la salita”, lo confermano gli autisti, e che il problema sia di vecchia data …

Secondo un comunicato di TomTom, alle ore 16, c’erano 270 chilometri di code entro il Grande Raccordo Anulare.

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