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Sisma Nepal e … se accadesse a Roma?

27 Apr

A Roma dormiamo sonni tranquilli? Si, più o meno gli stessi di quelli coloro che abitano a 70 km dall’epicentro del sisma in Nepal.

C’è, a dire il vero, la ‘molto rassicurante’ classificazione di Roma in zone sismiche che racconta come nelle aree territoriali dei Municipi:

  • V, VI, VII, VIII, IX, X, XI e XII – Zona 2B – possono verificarsi terremoti abbastanza forti
  • I, II, III, IV, XIII, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX e XX – Zona 3A – può essere soggetta a scuotimenti modesti.

I primi dubbi li lanciava l’autorevole il Time – nel giugno 2012 – con un approfondimanto firmato da Stephan Faris: “Can an Earthquake Bring About the Fall of Rome“?

Infatti, a meno di 100 km da Roma c’è  l’Abruzzo, che negli ultimi 7 secoli è stato colpito da almeno 11 terremoti di intensità superiore al IX grado (Scala Mercalli-Cancani-Sieberg).
Inoltre, lo stesso Lazio è stato interessato da forti terremoti, nella parte estrema meridionale  (1349 X e 1654 X) e in quella nord-orientale (1298 X, 1639 X e 1695 IX), più quelli avvenuti in Abruzzo (1461 X, 1703 X) e Umbria (1703 XI)
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“La sismicità capitolina, pur se limitata e caratterizzata da intensità massime intorno al VI-VII grado della scala MCS, ha infatti da sempre rappresentato un serio pericolo per l’integrità dei monumenti millenari, spesso  trascurati e lasciati senza manutenzione. Ancor più gravi sono i rischi legati alle scosse “risentite”, con epicentri localizzati nei Colli Albani, nel Mar Tirreno e perfino nell’Appennino Centrale che, nonostante disti circa tra i 60 ed i 120 km da Roma, rappresenta la sorgente sismogenetica principale capace di provocare danni anche sensibili nella capitale.” (28 aprile 2014 10:59 – Redazione MeteoWeb)

“Il problema è acuito da due fattori fondamentali, uno geologico ed uno ingegneristico. La maggior parte di Roma è costruita su depositi alluvionali olocenici del Tevere e dei suoi affluenti. La valle del Tevere è larga oltre due km, ma esistono altre zone edificate su materiali soffici, non consolidati e dalle scadenti proprietà geomeccaniche (Valle della Caffarella al terminal “Ostiense”, Grotta Perfetta, Viale Giustiniano, Valle di Vallerano, ecc.). In condizioni particolari questo tipo di terreni, soprattutto le sabbie, può essere soggetto ad amplificazione dell’onda sismica (liquefazione, densificazione, ecc.) e quindi aumentare a dismisura la potenza distruttrice del terremoto. Nell’area che va da Ponte Milvio alla Magliana è stato calcolato che gli effetti delle scosse possono amplificarsi anche fino a due volte e mezzo rispetto alle altre zone capitoline. ” (Prof. Enzo Mantovani (docente di Fisica Terrestre presso il Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente – Università di Siena)
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Se il problema ‘geologico’ è grave, quello derivante dall’enorme espansione urbanistica, spesso sregolata, dè ancor peggio.
Secondo un recente studio dell’Anaci (Associazione nazionale amministratori condominiali) a Roma almeno il 35% degli edifici non possiede il certificato di abitabilità.

“Da un secolo, esattamente dal 1915, quando si verificò il terribile terremoto di Avezzano, l’urbanizzazione di Roma è stata abnorme e noi non sappiamo come si potrebbero comportare i “nuovi” edifici in caso di un forte sisma appenninico, con magnitudo ben superiore a 6.0. Non lo sappiamo per il semplice motivo perché ignoriamo le caratteristiche costruttive degli edifici stessi e crediamo di non andare lontani dalla realtà asserendo che probabilmente non vi esistono particolari accorgimenti antisismici.” (Enzo Mantovani – Giampiero Petrucci)

“Il problema vero è che sull’Appennino centrale possono verificarsi terremoti molto più forti, fino a magnitudo 7 com’è accaduto nel 1915 ad Avezzano. In quell’occasione a Roma non ci furono morti, ma molti danni distribuiti su gran parte della città, soprattutto in alcune zone che poi abbiamo individuato come le valli alluvionali“.
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Dopo il terremoto di Messico City, si capì che questi terreni erano in grado di amplificare lo scuotimento del suolo in occasione di terremoti anche lontani. Molte zone di Roma sono costruite sui terreni alluvionali, a partire dalla valle del Tevere che va da Prati a piazza Venezia fino a San Paolo ed è larga oltre 2 chilometri, fino a una serie di valli affluenti da est, non riconoscibili dalla morfologia perchè ormai completamente urbanizzate, come la valle della Caffarella in corrispondenza del terminal “Ostiense”, la valle di Grotta Perfettta e il Viale Giustiniano Imperatore. E poi ancora la Valle di Tre Fonrtna e la Valle di Vallerano. Queste zone sono state intensamente urbanizzate soprattutto negli ultimi 20-30 anni. Non possiamo purtroppo sapere come si comporterebbero tutti gli edifici lì costruiti, perchè non conosciamo le caratteristiche costruttive degli stessi edifici.
Sostanzialmente il rischio sismico, a Roma come in tutt’Italia, dipende dal fatto che non siamo in grado di fare la stima della vulnerabilità degli edifici, anche se sappiamo quali aree possono amplificare lo scuotimento. Noi possiamo fare una mappatura dei terreni che possono amplificare lo scuotimento, ma manca la parte ingegneristica e strutturistica che è quella più importante, i morti sono sempre causati dalle modalità costruttive degli edifici.” (Fabrizio Marra, geologo e ricercatore dell’Ingv)

“Il principale rischio sismico viene dall’Appennino: quando forti terremoti, di magnitudo 7, colpiscono l’area al confine tra Lazio e Abruzzo, anche Roma ne risente gravemente. Nel 1915 per fortuna non è successo nulla di gravissimo, ma Roma non era com’è oggi. Oggi è molto più amplificata proprio su quei terreni alluvionali e non consolidati che amplificano lo scuotimento del suolo. Proprio in quelle zone, il terremoto di L’Aquila è stato sentito in modo più significativo che altrove, ed era un magnitudo 6. Secondo me bisognerebbe valutare proprio questo aspetto sugli edifici, come ho già spiegato, per stare più tranquilli. Pensate che sul Viale Giustiniano Imperatore qualche anno fa alcuni edifici costruiti male, con fondazioni inadeguate per quei terreni inconsolidati perchè alluvoinali, si sono addirittura inclinati e alcune persone sono state evacuate dalla loro abitazione …”

Il terremoto della Marsica del 1915 come quello dell’Irpinia del 1980 confermano che l’Appennino Centrale può scatenare sismi nell’ordine del VII grado (MW) con danni anche molto gravi anche a distanze superiori ai 50 chilometri, se parliamo di terreni allluvionalli e di edifici costruiti male.

Anche il terremoto di Haiti del 2010 era del VII grado … il numero di vittime è stimato in 222.517 morti. L’entità dei danni materiali provocati dal sisma è ancora sconosciuta. Secondo la Croce Rossa Internazionale e l’ONU, il terremoto avrebbe coinvolto più di 3 milioni di persone.

Demata (blogger since 2007)

Brittany Maynard: suicidio o eutanasia?

31 Ott

santa muerte Nell’aprile scorso a Brittany Maynard,  29 anni, dopo un intervento chirurgico e una serie di chemioterapie, erano stati diagnosticati sei mesi di vita per un tumore al cervello scoperto pochi mesi prima.

Così Britanny decide di trasferirsi da San Francisco, dove viveva, a Portland in Oregon, che  è – con Vermont, Montana, New Mexico e Washington State – uno degli stati che offrono protezione legale (Death With Dignity Act ) ai malati terminali che vogliano l’eutanasia.

E domani tutto questo avverrà, mentre i media già diffondono le foto della sua gita in famiglia al Gran Canyon, dato che Britanny ha deciso di usare la propria morte come una campagna mediatica pro eutanasia.

“Non sono una suicida e se lo fossi stata l’avrei già fatto, ma sto morendo e voglio farlo. Il mio tumore è così grande che servirebbero delle potenti radiazioni al cervello solo per rallentarne l’avanzata ma con effetti collaterali spaventosi, tra cui le ustioni. Con la mia famiglia abbiamo ragionato e verificato che non esiste un trattamento. Le cure palliative inoltre non riducono comunque il dolore devastante e la possibilità che possa perdere a breve le capacità cognitiva e di movimento, ho deciso quindi per una morte dignitosa”.

E che sia in fin di vita, lo conferma il fatto che, all’indomani della gita al Canyon, la ragazza è stata ricoverata in ospedale con il più grave attacco epilettico nella breve storia della sua malattia che l’ha lasciata per ore incapace di parlare.

Diversi i commenti dei media, che comunque tutti stanno dando ampio risalto alla vicenda: una ‘che ha deciso di andarsene alle sue condizioni’ (La Stampa), che “ha deciso che avrebbe giocato d’anticipo con la Nera Signora. Avrebbe scelto lei quando darle appuntamento e non viceversa” (Panorama), “volersi confessare davanti alle telecamere, per molti una scelta nobile, per altri si annuncia come un suicidio tramutato in spettacolo” (RaiNews).
Secondo Famiglia Cristiana, nel video registrato il 13 ottobre e diffuso ieri dalla Cnn, “Brittany Maynard ritratta la scelta di porre fine alla sua vita il primo di novembre. O quanto meno la mette in stand by.

Il solito coro, insomma.
I modernisti e i laici invocano la libertà di aborto e/o eutanasia, le religioni che si sono affermate negli ultimi 2000 anni (Ebraismo, Cristianesimo e Islam) non sanno bene come metterla, tutti gli altri culti arricciano il naso per la faciloneria con cui si affronta la questione.

Infatti, ad applicare un bel po’ di religioni ‘ancora vigenti’ ce ne sarebbero cose da dire.

Innanzitutto, nessun’altra religione – diversa da quelle che accettano la Bibbia come libro sacro – considera il suicidio un ‘peccato di per se’ e tutte – nei modi che vedremo – trovano applicazione al triste caso di Britanny.

02115_bastone_aesculapioIl mondo antico fondava i propri principi riguardo l’eutanasia nel Giuramento di Ippocrate (circa 420 a.C.): “somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo” e simili indicazioni erano già nel primo corpus legislativo della storia, il Codice di Hammurabi ( 1792 al 1750 a.C.).

Il suicidio e l’assistenza allo stesso – se da parte di una persona diversa da un medico o da uno schiavo – erano considerati con rispetto.

E andando dall’Olimpo al Walhalla, alla religione dei suoi antenati – quella di Thyr, di Odino e del Ragnarok – c’è una sola scelta ‘perfetta’ ad eccezione del suicidio: rifiutare le cure e affrontare la ‘propria morte’ in un luogo isolato e senza assistenza per attacco epilettico, collasso o ictus che fosse.
Atteggiamento simile sarebbe stato consigliato dalle religioni precolombiane indo-mesoamericane, da confuciani, buddisti e animisti vari.

Allontanarsi in mare, nei boschi o nel deserto … cercando nella solitudine il proprio ultimo ‘Se’, amando la Vita fino all’ultimo istante, prima che la malattia arrivi a deturpare tutto.

Il problema di Britanny, il problema di tutti noi è che il culto dell’onnipotenza – divina o umana la medaglia è una sola –  ha ormai attecchito nella nostra società sotto tutte le latitudini.
Per rendersene conto basta ascoltare i discorsi di tanti nostri  settantenni od ottantenni che – sopravvissuti ad altri di loro prematuramente scomparsi – si lamentano dell’amaro destino riservatogli – da Dio o dalla sorte – per prevedibili malanni e dolori che li accompagneranno alla Morte, invidiando la sorte di chi giovane o sessantenne abbia perso la vita in un attimo o nel sangue …

Britanny ha tutto il diritto di decidere di morire, per lasciar corso alla malattia o per metallo o veleno che fosse. E è quello che ha fatto: è andata dopo le potevano prescrivere un veleno e l’ha acquistato.

Ma non si tratta di eutanasia: è un suicidio.

La questione ‘morale’ riguarda solo il fatto se avesse il diritto di comprare quel veleno dal droghiere o in farmacia: l’eutanasia è un problema dei medici, l’accesso a determinati veleni per i malati terminali (o il possesso di un’arma da fuoco) è un altro.
Se la propria morte non è una questione del tutto privata, cosa può esserlo mai?

A proposito, nel ‘ringraziare’ chi ha strumentalizzato Britanny e tutti i malati come lei, prendiamo atto che – grazie a lei – la ‘morte privata’ è divenuta show business: a quando il prossimo pre mortem a reti unificate?

Originally posted on Demata

Ebola contagion: the state of art

4 Ago

It was 1976, in the valley of Ebola in the Democratic Republic of Congo (former Zaire), when it was recognized for the first time a virus – belonging to the family Filoviridae – extremely aggressive to humans, causing a lethal hemorrhagic fever with 88% .
Ebola hemorrhagic fever is a range of symptoms such as fever, vomiting, diarrhea, generalized pain or malaise, asthenia and only sometimes external and internal bleeding. Some believe (PE Olson, CS Hames, AS Benenson, EN Genovese – 1996) that the Plague of Athens – which afflicted the city from 429 BC to 427 BC and which Thucydides tells us – was a kind of Ebola haemorrhagic fever.

Some populations of lowland gorillas, chimpanzees and antelope of central Africa are carriers of the virus and have been decimated by Ebola, which is, above all, in three species of bats (Hypsignathus monstrosus, Epomops franqueti, Myonycteris torquata) spread throughout the Afro-Asian equatorial belt that have been voted as natural hosts or viral stocks.
The chain ‘food’ sees the bats leave partially eaten fruits and contaminated by saliva, of which land mammals such as gorillas and antelopes then will eat.

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Among humans, the virus is transmitted by direct contact with infected bodily fluids, or, in lesser proportion, by epidermal contact or with the mucous membranes. The incubation period can range from 2 to 21 days, but is generally 5-10 days.

Although viral transmission by air, between monkeys, has been demonstrated in the course of an accidental epidemic occurred in American laboratories located in Virginia, but there is little evidence of human to human transmission routes.

In the early stages Ebola does not seem to be extremely contagious contact with affected individuals as in the early stages does not seem to cause the disease, but as the disease progresses, bodily fluids in the diarrhea, blood in vomit and represent an extreme biohazard.
There is no cure or vaccine, only when the sick are handled promptly we have  a 30-50% of survivals.

So far, due to the lack of appropriate tools and protocols of sanitation, epidemics had broken out in the poorest areas and isolated, but now Ebola has come to the millions people town – as  Conakry, Freetown and Monrovia – and continues to expand despite modern hospitals and trained personnel.

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Since March, there have been more than 1.20o Ebola cases and 672 deaths in Guinea, Liberia and Sierra Leone, as well as several others for infected travelers returning to their countries, including a woman from Hong Kong, a Briton and two Nigerians.

But what makes it so dangerous?

“There are no direct flights from West Africa to Hong Kong, but an infected person has arrived in the city by air,” said the Minister of Health of China – “Since Ebola is a highly contagious disease, suspected cases will be put into isolation soon as they are identified. “(South China Morning Post)
Same concerns from the British Foreign Secretary Philip Hammond: in all cases the infected people had been tested for Ebola that was negative.
And ‘this is the reason why the World Health Organization declared’ out of control ‘the epidemic.

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The possibility that, taking advantage of promiscuity, and the degradation of the Underworld illegal, Ebola can ‘win’ a city … as in the horror novel The Hot Zone by Richard Preston.

Until now it was thought unlikely that Ebola could be developed with characteristics pandemic worldwide, because of its difficulty to spread by air.
This time, Ebola has been more insidious because less identifiable symptoms: only half of the patients presented cutaneous or internal bleeding but, in the rest of the cases, are prevalent fever and intestinal manifestations and the epidemic had been brewing for months in small villages and widened the metropolitan slums .

In addition, the definition of “highly contagious” – given by the Minister of Health of China – riferisi goes to the fact that the transmission through oral exposure and through conjunctiva is probable and has been confirmed in non-human primates (Jaax NK, Davis KJ, Geisbert TJ, P Vogel, Jaax GP, Topper M, Jahrling PB – FEB 1996) and has been demonstrated in the laboratory (Johnson E, Jaax N, White J, Jahrling P – Aug 1995) that enough drops of 0.8 -1.2 micrometers to ‘contain’ the pathogenic potential, ie the virus.
Recently, it has been shown to be transmissible from non-contact by pigs in non-human primates. (Weingartl HM, Embury-Hyatt C, Nfon C, Leung A, Smith G, G Kobinger – 2012)
It is not a coincidence Ebola and other haemorrhagic fevers have also been classified as Class A biological weapon, such as anthrax or botulism. (EK Leffel, Reed DS – 2004)

But to complicate the landscape, there are two incidents that occurred in the U.S. between 1989 and 1990.
The first took place at the Hazleton Research Products’ (HRP) Reston when they were quarantined (standard procedure) one hundred macaques (Macaca cynomolgus fascicularis) resulted affected by Ebola and sent by Ferlite Farms on the island of Mindanao, in the Philippines, via Manila, Amsterdam and New York. In that case – inexplicably as incubation period of EBO in nonhuman primates is 5-7 days – were also infected monkeys arrived 30 days later the macaques and segregated in a different area of ​​quarantine.

Six of the 178 people who had had contact with the infected monkeys showed serological evidence of infection with Ebola-Reston, but without developing a disease-related filovirus.
Out of 550 people with different levels of exposure to the monkeys (or monkey tissues or body fluids), 7.6% tested positive for at least one of filoviruses (EBO-Z, EBO-S, EBO-R, EBO-CI, MBG) but none of the 42 had a disease caused by a filovirus.
The case of the infected monkeys in the United States urged the Philippine government to monitor workers Ferlite Farms: about 186 people twelve showed serological evidence of infection with EBO-R, while forty indirect immunofluorescence test was positive, but showed no symptoms detectable.

However, at the moment, the precautions to be observed for Ebola are the same as for the other viruses that are transmitted by contact (HIV and Hepatitis C): good hygiene habits, such as hand washing and use of gloves and masks , proper management of hypodermic needles and aseptic techniques.

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The Plague of Athens

According to Daniel Bausch, an expert at Tulane University School of Public Health and Tropical Medicine in New Orleans interviewed by Wired, according to which “could happen? I think so. Would turn into an epidemic too? I do not believe. The screening at airports are essential, but there would have to worry even if it were to be some chance of infection, it is sufficient that health workers should take appropriate precautions. “

Measures which, however, were used by Dr. Kent Brantly and nurse Nancy Writebol, just returned to the U.S., after contracting the infection.

Therefore, as explained to the newspaper Done Pierangelo Clerici, president of Italian clinical microbiologists : “what bothers most of this time, however, the jump is that the virus has made ​​a Guinea … it would be good that even Italy began to activate measures of attention in airports and reception centers” even if it has direct flights with countries there is officially an epidemic.

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Ebola Story 1: quali i rischi di trasmissione e contagio?

4 Ago

Era il 1976, nella valle di Ebola della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), quando venne riconosciuto per la prima volta un virus appartenente alla famiglia Filoviridae estremamente aggressivo per l’uomo, che causava una febbre emorragica con esiti letali dell’88% .
La febbre emorragica dell’Ebola comprende una gamma di sintomi quali febbre, vomito, diarrea, dolore o malessere generalizzato, astenia e solo a volte emorragia interna e esterna. Alcuni ritengono (Olson PE, Hames CS, Benenson AS, Genovese EN – 1996) che la Piaga di Atene, che afflisse la città dal 429 a.C. al 427 a.C e di cui narra Tucidite, fosse una febbre emorragica del genere di Ebola.

Alcune popolazioni di gorilla di pianura, scimpanze e antilopi dell’Africa centrale, portatrici del virus, sono state decimate da Ebola, che è presente, soprattutto, in tre specie di pipistrelli (Hypsignathus monstrosus, Epomops franqueti,  Myonycteris torquata) diffuse in tutta la fascia equatoriale afroasiatica sono state  ritenute ospiti naturali o riserve virali.
La catena ‘alimentare’ vede i pipistrelli abbandonare frutti parzialmente mangiati e contaminati dalla saliva, dei quali i mammiferi terrestri come i gorilla e le antilopi poi si nutriranno.

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Tra gli esseri umani, il virus viene trasmesso mediante il contatto diretto con i fluidi corporei infetti, oppure, in minor proporzione, per via epidermica o per contatto con le membrane mucose. Il periodo di incubazione può variare dai 2 ai 21 giorni, ma generalmente è di 5–10 giorni.

Sebbene la trasmissione virale per via aerea tra scimmie sia stata dimostrata nel corso di un’epidemia accidentale verificatasi in laboratori americani situati in Virginia , vi è una scarsa evidenza di trasmissioni aeree da uomo a uomo.

Nelle prime fasi l’Ebola sembra non essere estremamente contagioso: il contatto in fase precoce con individui colpiti sembra non causare la malattia, ma come la malattia progredisce, i fluidi corporei presenti nella diarrea, nel vomito e nel sangue rappresentano un rischio biologico estremo.
Non esistono cure o vaccini, solo quando gli ammalati vengono gestiti prontamente a livello sintprobabilità di sopravvivenza.

Finora, a causa della carenza di strumenti appropriati e di protocolli igienico-sanitari, le epidemie erano scoppiate nelle aree più povere ed isolate, ma ormai Ebola è arrivato alle città aereoportuali (Conakry, Freetown e Monrovia) e, nonostante ospedali moderni e personale addestrato, continua ad espandersi.

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Dal mese di marzo, sono stati registrati oltre 1.20o casi di Ebola e 672 morti in Guinea, Liberia e Sierra Leone, oltre a diversi altri per viaggiatori infetti rientrati nei propri paesi tra cui una donna di Hong Kong, un britannico e due nigeriani.

“Non ci sono voli diretti da West Africa a Hong Kong, ma una persona infetta è arrivata in città in aereo”, ha dichiarato il ministro della Salute cinese – “Dal momento che Ebola è una malattia molto contagiosa, casi sospetti saranno messi in isolamento, non appena sono identificati.” (South China Morning Post)
Medesime preoccupazioni dal British Foreign Secretary Philip Hammond: in tutti i casi le persone infette avevano fatto un test per Ebola che era risultato negativo.

E’ questo il motivo per il quale l’Organizzazione Mondiale per la Salute ha dichiarato ‘fuori controllo’ l’epidemia. Ma cosa lo rende così pericoloso?

La possibilità che, avvantaggiandosi della promiscuità, del degrado e dell’underworld illegale, Ebola possa ‘conquistare’ una città … come nel romanzo horror The Hot Zone di Richard Preston

 

a-map-of-africa-giving-dataFinora si riteneva piuttosto improbabile che Ebola potesse svilupparsi con caratteristiche pandemiche a livello mondiale, per via della sua difficoltà a diffondersi per via aerea.
Stavolta Ebola si è mostrato più insidioso perché da sintomi meno identificabili: solo una metà dei malati presenta  emorragie cutanee o interne, nel resto dei casi sono prevalenti febbre e manifestazioni intestinali e l’epidemia covava da mesi nei piccoli villaggi per poi allargarsi alle bidonville metropolitane.

Inoltre, la definizione di “malattia molto contagiosa” – data dal ministro della Salute cinese – va a riferisi al fatto che la trasmissione attraverso l’esposizione orale e attraverso la congiuntiva è probabile ed è stata confermata in primati non-umani  (Jaax NK, Davis KJ, Geisbert TJ, Vogel P, Jaax GP, Topper M, Jahrling PB –  Feb 1996) e in laboratorio è stato dimostrato (Johnson E, Jaax N, White J, Jahrling P – Aug 1995) che bastano gocce di 0,8-1,2 micrometri  per ‘contenere’ il potenziale patogeno, cioè il virus.
Recentemente, è stata dimostrata la trasmissibilità senza contatto da suini a primati non umani. (Weingartl HM, Embury-Hyatt C, Nfon C, Leung A, Smith G, Kobinger G – 2012)
Non a caso Ebola e altre febbri emorragiche sono anche state classificate come armi biologiche di categoria A, come l’antrace o il botulino.  (Leffel EK, Reed DS – 2004)

Ma a complicare il quadro ci sono due incidenti avvenuti negli USA tra il 1989 e il 1990.
Il primo avvenne presso la Hazleton Products Research ‘(HRP) di Reston quando vennero messi in quarantena (procedura standard) cento macachi (Macaca fascicularis Cynomolgus) affetti da Ebola ed inviati dalla Ferlite Farms nell’isola di Mindanao, nelle Filippine, tramite Manila, Amsterdam e New York. In quel caso – inspiegabilmente   dato che  periodo di incubazione di EBO nei primati non umani è di 5-7 giorni – vennero contagiate anche le scimmie arrivate 30 giorni dopo i macachi e segregate in una diversa area di quarantena.

Sei delle 178 persone che avevano avuto contatti con le scimmie infette mostrarono evidenza sierologica di infezione con Ebola-Reston, ma senza sviluppare una malattia filovirus-correlata.
Su 550 persone con diversi livelli di esposizione alle scimmie (o tessuti di scimmia o fluidi corporei) il 7,6%  risultò positivo ad almeno uno dei filovirus (EBO-Z, EBO-S, EBO-R, EBO-CI, MBG), ma nessuno dei 42 ebbe una malattia causata da un filovirus.
Il caso delle scimmie infettate negli Stati Uniti spinse il governo filippino a monitorare  i lavoratori della Ferlite Farms: su 186 persone, dodici mostravano evidenza sierologica di infezione da EBO-R, mentre una quarantina risultava positiva al test immunofluorescenza indiretta, ma non avevano mostrato sintomi rilevabili.

Ad ogni modo, al momento, le precauzioni da osservarsi per Ebola sono le stesse che per gli altri virus che si trasmettono per contatto (HIV e Epatite C): buone abitudini di igiene, come lavarsi le mani e l’uso di guanti e mascherine, corretta gestione di aghi ipodermici e tecniche asettiche.

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La Piaga di Atene

Secondo Daniel Bausch, esperto della Tulane University School of Public Health and Tropical Medicine di New Orleans intervistato da Wired, secondo il quale “Potrebbe succedere? Penso di sì. Si trasformerebbe in un’epidemia anche da noi? Non credo. Gli screening negli aeroporti sono fondamentali, ma non ci sarebbe da preoccuparsi nemmeno se dovesse presentarsi qualche caso di infezione, basterebbe che gli ufficiali sanitari prendano le adeguate precauzioni”.

Misure che, comunque, erano usate dal dottor Kent Brantly e dall’infermiera Nancy Writebol, appena rientrati in USA, dopo aver contratto l’infezione.

Dunque, come spiegava al Fatto Quotidiano Pierangelo Clerici, presidente dei microbiologi clinici italiani: “quello che preoccupa di più questa volta però è il salto che il virus ha fatto un Guinea … sarebbe bene che anche l’Italia iniziasse ad attivare misure di attenzione negli aeroporti e nei centri di prima accoglienza” anche se non ha voli diretti con i Paesi vi è ufficialmente l’epidemia.

 

originale postato su demata

Fritjof Capra: l’evoluzionismo sociale come traccia d’esame

21 Giu

La traccia D della prima prova dell’esame di maturità che mercoledì 19 giugno 2103, ha preso il via per quasi 500mila studenti, sta raccogliendo critiche e contestazioni d parte della comunità scientifica italiana.

Infatti, viene riportata una frase del fisico austriaco Fritjof Capra che nel saggio “La rete della vita”, edito nel 2001, afferma che: “Tutti gli organismi macroscopici, compresi noi stessi, sono prove viventi del fatto che le pratiche distruttive a lungo andare falliscono. Alla fine gli aggressori distruggono sempre se stessi, lasciando il posto ad altri individui che sanno come cooperare e progredire. La vita non è quindi solo una lotta di competizione, ma anche un trionfo di cooperazione e creatività. Di fatto, dalla creazione delle prime cellule nucleate, l’evoluzione ha proceduto attraverso accordi di cooperazione e di coevoluzione sempre più intricati”.

E viene chiesto agli studenti di “interpretare questa affermazione alla luce dei loro studi e delle loro esperienze di vita in modo da dare un commento coerente al pensiero di Capra, che prende una netta posizione contro l’arrivismo a favore della più proficua collaborazione tra persone, che vede rispecchiarsi nella natura, in particolar modo negli organismi viventi.”

Ricordiamo che Capra ha dedicato la sua vita allo studio della teoria fisica dei sistemi, divenendo però noto in tutto il mondo con il saggio “Il Tao della fisica”, scritto nel 1975 ed iniziamo col dire che l’affermazione ‘creazione delle prime cellule’ è un’affermazione priva di alcune base scientifica. Non c’è dibattito.
E, prendiamone atto, è un’affermazione che dequalifica per intero la maggiore opera di Fritjof Capra, il “Tao della Fisica”, visto che nè la Fisica (od ogni altra scienza) nè, soprattutto, il Taoismo (come tutte le religioni orientali) prendono in questione la ‘Creazione’. Al massimo parliamo di Big Bang o di ‘onda primordiale’, ‘suono primordiale’ (Aum, Om, Amen eccetera).

Il testo proposto all’esame, introduce un concetto, però, ben più disastroso dell’innocuo e volenteroso credere in un Deus ex machina artefice dell’Universo, sottinteso nell’affermazione “creazione delle prime cellule nucleate”.
Agli studenti si chiede di “dare un commento coerente al pensiero di Capra, che prende una netta posizione contro l’arrivismo a favore della più proficua collaborazione tra persone, che vede rispecchiarsi nella natura, in particolar modo negli organismi viventi.”

Questo si chiama evoluzionismo sociale, una non-scienza madre dell’eugenetica, del razzismo e di tutti i galatei ed i politically correct del mondo.
La madre di tutte le ipocrisie e di tutte le corruttele, se il concetto ‘etico’ basilare delle relazioni sociali è che “chi non collabora proficuamente è meno evoluto”. Il mantenimento di tutti gli status quo, se per “arrivismo” trovassimo ricompresa anche la meritocrazia che permetterebbe anche a chi arriva dalla middle o lower class di ricoprire posizioni apicali, la spinta al cambiamento, presupposto essenziale per il ricambio generazionale, la giusta aspirazione alla realizzazione personale, che le costituzioni nordiche e sassoni ancora garatirebbero.

L’evoluzionismo sociale è qualcosa di cui troviamo tracce fin dai tempi protostorici, con l’appellativo (greco e cinese) di ‘barbari’ diretto verso le popolazioni dei territori Hun, Schyth e Arya (gli indoeuropei), per l’appunto a causa del fatto che ” gli aggressori distruggono sempre se stessi, lasciando il posto ad altri individui che sanno come cooperare e progredire.”
Un tema che ritroviamo, ben incardinato, nella descrizione cattolica dei vichinghi e norreni, definiti come ‘mali homines’ o meglio ‘demoni’, ovvero non-umani, e, soprattutto, nel concetto di ‘uomo evoluto’ tanto caro alle Massonerie ed alla New Age.
Senza dimenticare che anche il mito dell’Ultramensch e l’eugenetica abortista britannica, per non parlare del razzismo contro chi ha pelle scura introdotto dagli islamici circa 1200 anni fa, come le banche del seme di cervelloni ed i tentativi di clonazione di mammiferi odierni, sono un risultato di teorie sull’evoluzionismo sociale, divergenti da quella ipotizzata da Capra.

L’idea che “gli aggressori distruggono sempre se stessi, lasciando il posto ad altri individui che sanno come cooperare e progredire” è, poi, una boutade: basta applicare un po’ di statistica alla Storia.
In Cina sono gli invasori barbari a rappresentare ancora dopo 4000 anni il ceto dominante, nelle Americhe è l’aggressore bianco che domina (a 400 anni dallo sbarco) e di Cheyenne o Maya se ne vedono sempre meno, in Medio Oriente siamo ancora (dopo 1200 anni almeno) al testa a testa tra invasori islamici ed invasori apparentati con gli antichi Rus (Normanni, Sassoni, Ebrei Ekhnaziti/Cazàri). Anche in Africa, dissestata da noi Europei, le nazioni più ‘evolute’ erano quelle guerriere, come i Mandingo, i Masai e gli Zulu.

Ed il ‘progresso’ – sempre che di progresso si tratti, la questione è controversa – l’hanno creato gli aggressori, non i cacciatori-raccoglitori o le comunità protoagricole. Chi, se non i razziatori ed i mercanti (spesso erano coincidenti le ‘professioni’) ha diffuso sementi, buone pratiche, tecnologie? Chi ha trovato percorsi affidabili e delineato piste e basi logistiche? Chi ha addomesticato il cavallo, ottenendo la prima forza lavoro? E la tecnologia del ferro od i sistemi fognari, gli acquedotti e le terme? Eccetera eccetera …

Gli aggressori, se sono individui che sanno come cooperare, riescono a prendere il potere e, desiderando lusso e onori (il così detto ‘benessere’), si danno da fare per ‘progredire’, sia realizzando opere benefiche sia a discapito di altri, secondo la loro propria personale inclinazione e le esigenze esistenti.

Dunque, applicare una scorretta idea creazionista all’evoluzione biologica è già un errore. Ma trasporla all’organizzazione sociale ed alle relazioni umane mi sembra un azzardo ampiamente controvertibile.
Quanto sia esatta la teoria di Capra riguardo “gli aggressori distruggono sempre se stessi, lasciando il posto ad altri individui che sanno come cooperare e progredire” dovremmo chiederlo a chi vive in Medio Oriente od ai cittadini dei paesi ex sovietici, come ai congolesi od ai messicani come a tutti coloro che vivono in un territorio vessato da mafie o guerre negli ultimi 60 anni … e, persino, agli abitanti odierni degli stati ex Confederati d’America.

Per concludere, ricordo che per la Legge del Tao il ‘distruttivo’ non è migliore o peggiore del ‘creativo’. Un concetto che può ampiamente coincidere con tutte le riflessioni e gli studi di ambito biologico sugli esseri viventi ed eventuali condizioni di sovraffollamento …

Il ciclo naturale è quello della Vita e della Morte, non solo della vita, come vorrebbe qualcuno.

Intanto, il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza dichiara, riguardo le tracce d’esame, tra cui quella di cui parliamo che: «Io le ho scelte e me ne assumo la responsabilità».
Un ministro che da sempre si occupa di bioingegneria e, da tempo, coordinatrice dell’Arts Lab (Advanced Robotics Technology and Systems Laboratory) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che crede nella Creazione ed è convinta, come Capra, che la proficua collaborazione tra persone sia un riflesso della natura, in particolar modo negli organismi viventi.

Se c’è ancora qualcuno nelle nostre università scientifiche come in quelle che si occupano di etica, antropologia e religioni, batta un colpo …

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Marino e il babbuino: tutta la storia

6 Mag
Il ‘buon’ Ignazio Marino, che parla ai giardinetti con la gente ed accarezza cani, potrebbe diventare, a pochi giorni dalle elezioni romane, un ‘asettico’ scienziato, a causa della vivisezione di un babbuino da lui praticata anni addietro.
Un micidiale tallone d’Achille per il candidato sindaco del Partito Democratico – voluto dalle segreterie ed osannato nelle primarie  – che tocca il ventre di una città ‘indifferente a tutto’, ma che insorge se si maltrattano gli animali. Vivisezione che, anche per chi non fosse ambientalista, ricordiamoche è condannata da tutte le religioni, come in generale per tanti esperimenti sulle ‘creature del Signore’.
Al di là delle violente – e biasimabili – proteste degli animalisti, la vivisezione su scimmie praticata da Marino molti anni fa ebbe motivazioni e risultati discutibili, come racconta l’articolo dello stesso Ignazio Marino, su L’Espresso dell’11 maggio 2012, (link) che ribadiva come “Chi è contrario all’uso degli animali da laboratorio va rispettato, ma c’è davvero qualcuno che ritiene possibile testare gli effetti di un farmaco, come un’eruzione cutanea, l’insufficienza epatica o le allucinazioni, su una cellula in provetta? Oppure la proposta è quella di sperimentare le sostanze direttamente sugli uomini e sui bambini?
Secondo l’Eurispes, l’86 per cento degli italiani è contrario alla sperimentazione animale eppure solo il 3 per cento si dichiara vegetariano. La coerenza scarseggia. Oltre a smettere di mangiare carne di animali allevati per finire in padella e a non indossare scarpe di pelle, coloro che chiedono di chiudere gli allevamenti, come nel recente episodio di Green Hill vicino a Brescia, sono pronti a rinunciare anche alle medicine testate sugli animali, sino ad accettare il sacrificio della propria vita o quella dei propri figli, per una leucemia o una polmonite?
In realtà, come denunciano gli antivivisezionisti, solo il 27,5%  degli animali è usato nella ricerca e sviluppo di farmaci, mentre in UE la percentuale è del31%, più un altro 15,4% usato nei test obbligatori per legge specifici per i farmaci (dato in media UE),  piuttosto c’è un 44% degli animali che muore per ricerca di base, quasi il 9% nei test tossicità per la produzione e il controllo di qualità in campo medico e odontoiatrico, il 4,2% per la diagnosi di malattie, didattica e “altro”.

Inoltre, per la “ricerca di base” e della “ricerca e sviluppo” di farmaci non vi e’ obbligo di legge che costringa a usare animali nei test e non si tratta di ‘quattro gatti’, visto che gli animalisti denunciano che “ogni anno nel mondo vengono torturati e uccisi più di 150 milioni di animali, nei 600 laboratori italiani quasi 900’000”. Ridurre del 12% il ‘consumo’ come fatto dalla Germnia nel 2005, significa la vita per circa 100.000 animali nel solo territorio italiano.  Dei circa 10.000 primati usati per esperimenti, in quell’anno nell’UE a 15 membri, oggi ne sarebbero vivi oltre mille.

La differenza c’è.
Il senatore Marino, nel suo articolo, difende una certa ‘ricerca scientifica’ che “alcuni vorrebbero affossare con un articolo della legge Comunitaria in discussione al Senato che, tra le altre cose, vieta in Italia l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni. Con quali conseguenze?
Innanzitutto se questa legge venisse approvata a Roma sarebbe bocciata a Bruxelles perché in contrasto con la direttiva europea. In secondo luogo le aziende farmaceutiche, come gli istituti di ricerca pubblici, dovrebbero trasferire i laboratori all’estero, con inevitabili ricadute sull’occupazione e sulla nostra economia, oppure importare gli animali da altri Paesi“.

In realtà,il testo di legge licenziato dalla Camera cui fa riferimento Marino, contiene un comma – proprio quello che recitava di “vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione su tutto il territorio nazionale” – che è stato approvato il 1 febbraio 2012 dalla Camera non da alcuni affossatori della scienza, bensì con ben 380 voti a favore, 20 no e 54 astenuti. In quello stesso giorno, in un convegno nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, Carla Rocchi, Presidente dell’ENPA, sottolineò che il testo inviato al Senato va a “vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale”.

La norma, nell’accogliere le direttive UE, garantisce “l’implementazione di metodi alternativi all’uso di animali a fini scientifici, destinando all’uopo congrui finanziamenti”, la formazione di personale esperto nella sostituzione degli animali con metodi in vitro tramite corsi specifici e di approfondimento senza nuovi oneri a carico della finanza pubblica, la presenza di “un esperto di metodi alternativi e un biostatico all’interno di ogni organismo preposto al benessere degli animali e nel Comitato nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici”.
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Una questione innazitutto etica e, mentre Ignazio Marino ritiene che in Italia si possa proseguire con l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni, Tonio Borg, commissario europeo ad interim per la Salute e le Politiche dei consumatori, si è espresso con fermezza contro un’ulteriore posticipazione del’obbligo di prodotti cosmetici “Cruelty Free”, perché “se non vi è obbligata, l’industria non farà gli sforzi necessari per sviluppare i metodi sostitutivi che permettono di sostituire gli ultimi tre test di tossicità sugli animali tuttora autorizzati“.
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Ma non solo, dato che lo stesso Ignazio Marino fa riferimento al caso mediatico internazionale della Green Hill, un’azienda situata a Montichiari (Brescia) che alleva cani (beagles) da destinarsi ad esperimenti scientifici, coinvolta in inchieste e scandali dopo continue e pressanti manifestazioni di animalisti ed ambientalisti.

Significativo e riassuntivo della vicenda e di cosa accadesse ai cani, è il comunicato della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente: “la nuova linea seguita dalla procura va avanti su questo binario: la soppressione non necessaria di parecchi beagle a Green Hill conferma il sospetto che i cuccioli nell’allevamento non fossero destinati solo alla sperimentazione farmacologica, ma che molti di loro diventassero cavie anche per l’industria cosmetica. E, dopo i controlli sulla documentazione e i primi esami medici, emergerebbe che i cani non perfetti, cioè non corrispondenti agli standard richiesti, venivano eliminati con un’iniezione letale. Molti beagle, come hanno scoperto gli inquirenti, sono stati soppressi per problemi di dermatite. E proprio questa malattia lascia supporre che Green Hill facesse anche test cosmetici.

Un caso mondiale, ormai, visto che il caso Green Hill è diventato la bandiera della Giornata mondiale contro la vivisezione.
Un’attività definita dall’On. Brambilla a Matrix, il 4 Aprile scorso, come ‘non in regola con le nostre coscienze’, ma, a quanto pare, a posto con quella del senatore Ignazio Marino, che non dovrebbe, però, dimenticare che l’Unione Europea, attraverso un Regolamento risalente all’11 marzo 2009 (EC n.1223), ha messo al bando i prodotti cosmetici con ingredienti o combinazioni di ingredienti testati su animali. L’Italia era, come prevedibile, inadempiente fino a pochi giorni fa, nonostante un precedente regolamento del 2004 che già proibiva di testare su animali prodotti cosmetici finiti. “Il divieto definitivo imposto nell’Unione Europea – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – segnerà una pagina importante a livello mondiale per il superamento dei tanti, troppi, e spesso inutili esperimenti fatti sulla pelle degli animali“.
Cosmetici, tanti test per cosmetici, più tanti altri per ‘ricerca di base’, ‘test tossicologici’, ‘didattica’ – non  leucemia, polmonite, eruzione cutanea, insufficienza epatica, allucinazioni – per i quali, come raccomandano le direttive europee, tanti test sono ampiamente ed efficacemente sostituibili senza sofferenze e morte per tanti animali,  .
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Ritornando alla storia del babbuino ‘ucciso’ dal mite Ignazio, la vera questione di oggi è quella della Green Hill ed i suoi beagle, e della candidatura a sindaco di una città che ama e difende gli animali ed in particolare i cani. Il ventre di Roma non può altro che borbottare, specie se l’impressione è che ci si nasconda dietro un dito, cosa del tutto vietata a qualunque Primo Cittadino.
Infatti, non è in ballo il sacrosanto diritto/dovere alla ricerca scientifica o farmacologica, ma l’uso di migliaia di cani per le ‘esigenze’ dell’industria cosmetica e la sincerità di un ‘afflato umano’ – quello di Ignazio Marino e del suo Partito Democratico – che gli elettori (pro o contro o ìndifferenti che siano) sentono sempre più mancare.
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La questione, però, straborda dall’ambito politico, se si tiene conto che la sperimentazione di cui parla con orgoglio Ignazio Marino era anche ‘sull’uomo’ – il fegato espiantato alla scimmia era destinanto ad un paziente epatico – e girovagando per la Rete è possibile leggere questo articolo di di forte critica etica e medica sul  Riformista Torinese (link)
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Valutare la fondatezza dei rilievi è questione medica, ma l’articolo a firma di Roberta De Antonio appare credibile, quando menziona professore Bruno Fedi, medico primario anatomopatologo, “che gli ricorda (ndr. a Ignazio Marino), in una lettera del 24.05.2012, che già nel 1967 il Direttore della Patologia Chirurgica dell’Università Di Roma, Paride Stefanini, aveva effettuato un trapianto di rene da babbuino ad uomo e aggiunge: Risultato disastroso: paziente morto. Conclusione: Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di aver ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Fu un tentativo di salvare la vita ad un uomo, usando un organo incompatibile, sapendo che era incompatibile, ma sperando che, con enormi dosi di farmaci immunosoppressori, venisse tollerato dal ricevente.
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Nella lettera del noto medico e professore universitario – pubblicata integralmente da UNA Cremona (link) – si può anche leggere che:Nell’ambiente dell’università, si criticava pesantemente lo Stefanini, per avere effettuato un intervento che non poteva riuscire: tutti lo sapevano, ma Stefanini aveva voluto tentare. Qualcuno disse che era stato un omicidio, benevolmente tollerato dalle leggi. 
Oggi, Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di avere ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Quello descritto da Marino è un caso tipico di sperimentazione sull’uomo (perché, negli animali, si sanno i risultati, ma gli stessi sperimentatori sanno che non sono predittivi). La descrizione di Marino è proprio il caso di un uomo, usato come cavia, anzi, come cavia pagante, perché si sapeva che i risultati negli altri animali non erano stati favorevoli e che, in senso generale, non sono predittivi, dunque si è sperimentato sull’unico animale predittivo per l’uomo: l’uomo stesso.
Questo esperimento, questo tipo di esperimenti, rivelano anche una metodica, una mentalità. Marino procede per “tentativi ed errori”, metodo che i vivisettori hanno tante volte sostenuto giusto. Marino sapeva che la cosa che tentava, non poteva riuscire, ma ci ha provato.”
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Indecifrabili -forse- questioni mediche che lasciamo volentieri -forse- agli stessi medici.
Piuttosto, come si traduca nell’ottica del paziente ed a cosa sia servito il sacrificio del babbuino è, ahimé, semplice, visto che basta leggere qualche statistica, che ci racconta come quasi un trapiantato di fegato su cinque muoia entro tre anni dall’intervento ancora oggi, più o meno come tot anni fa. Un’aspettativa in vita, una reazione immunitaria, che è sempre la stessa da dieci anni, come altre statistiche dimostrano.
SRTR Program Reports – July 2010
In caso di dubbio su cosa sia significato l’esperimento ‘umano’ – se si ha stomaco forte – è possibile anche leggere la cruda pubblicazione scientifica “Baboon-to-human liver transplantation”  che Marino ed altri pubblicarono su Lancet (link).
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Anche se è stato rilasciato dalla terapia intensiva dopo un mese, (ndr. il paziente) ha sviluppato diverse infezioni, che hanno reso necessaria la terapia con anticorpi nefrotossici. La più invalidante di queste è stata mixata da Citomegalovirus, Candida, Esofagite e Duodenite, che sono stati sospettati essere la causa di ricorrenti emorragie gastrointestinali dal giorno 27esimo al 39simo e che hanno richiesto 14 unità di sangue trasfuso (ndr. circa sette litri, praticamente come se avvesse perso tutto il sangue e servisse un ricambio totale).
E’ stato coltivato dal sangue lo Staphylococcus aureus (ndr. provoca infezioni suppurative acute) … Enterococcus faecalis (ndr. provoca infezioni del tratto urinario, endocarditi e sepsi) … Aspergillus (ndr. infezione tracheale).
Altre complicazioni, incluse insufficienza renale e dipendenza da dialisi, hanno avuto inizio il 21esimo giorno, che probabilmente sono il risultato della tossicità da più farmaci (sic!) …  fino al giorno 55esimo quando (ndr. il paziente) è stato riammesso in terapia intensiva dopo una recidiva di ittero … il giorno 61esimo è diventato ipotensivo con rigori, ha richiesto l’intubazione. C’erano tracce di coagulazione intravascolare disseminata ed emolisi con un calo della conta piastrinica (ndr. meno 80%) … un aumento di emoglobina plasmatica libera (ndr. 30 volte il massimo) … e un aumento della bilirubina (ndr. del 400%) … durante le successive 48 ore.
Dai giorni 65esimo al 70esimo, il paziente aveva 5 plasmaferesi che avevano ridotto la bilirubina sierica.  Il 70esimo giorno … c’è stata una perdita improvvisa delle maggiori funzioni del sistema nervoso. La TAC ha mostrato una massiva emorragia subaracnoidea (ndr. i cui sintomi includono la terribile “cefalea a rombo di tuono”, vomito, confusione mentale, abbassamento del livello di coscienza e, talvolta, convulsioni) e 6 ore dopo è stato dichiarato cerebralmente morto.”
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Un vero e proprio calvario.
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Avrebbe sofferto così tanto prima di morire per cause naturali? E, soprattutto, se – come Ignazio Marino oggi afferma di sapere ma che all’epoca evidentemente supponeva all’incontrario – il sistema immunitario degli uomini e quello dei babbuini non sono compatibili, nemmeno utilizzando i farmaci antirigetto più potenti, a quale “terapia che oggi permette di salvare centinaia di migliaia di malati terminali” è servito quell’esperimento dall’esito letale?
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Domande che nella città dei Papi hanno un certo peso anche sugli spiriti semplici … ed una storia che dimostra come non si possano lasciare in mano ai soli medici sia le politiche sanitarie, ma, soprattutto, la bioetica.
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Alcol? Molto peggio di eroina e cocaina …

27 Apr

Uno studio pubblicato dal British Medical Journal, The Lancet, ha certificato l’alcol come la droga più dannosa di una lista di 20 sostanze diverse. Contrariamente alla percezione popolare, l’alcol è stato posizionato come più distruttivo rispetto sostanze di “classe A” come l’eroina e crack.

Lo studio, condotto da un gruppo di esperti del Comitato scientifico indipendente sulle droghe, considera gli effetti nocivi di ciascuna sostanza in base ad una serie di criteri per ricaduta fisica, impatto psicologico e sociale.

Lo studio, finanziato dal Centre for Crime and Justice Studies (UK), è stato condotto utilizzando un processo chiamato di modellazione dei dati di analisi decisionale multicriterio (MDA), attribuendo un punteggio  per gli effetti sugli individui e ad altre persone.

Tra le ricadute fisiche di un singolo farmaco sono considerate anche la mortalità specifica, mortalità legata alla droga, dipendenza e compromissione del funzionamento mentale. L’impatto su altri considera il crimine, il danno ambientale, il costo economico,  gli effetti sulle famiglie.

Dei 16 criteri utilizzati in totale, nove sono relativi all’impatto di un solo individuo e sette sulle altre persone. Questi criteri sono stati poi ponderati in base al relativo impatto complessivo.

L’eroina, il crack e la cocaina, le metanfetammine sono risultati essere i farmaci più dannosi per chi le usa, mentre l’alcol, l’eroina, il crack e la cocaina sono stati indicati come i più dannosi per gli altri, ma nella classifica complessiva l’alcol non ha “rivali”.

Nel complesso, l’alcol ha ricevuto un punteggio di 72, battendo tutti gli altri farmaci dello studio, dominando i punteggi nei criteri di costo economico,  avversità della famiglia e lesioni. La mortalità correlata al farmaco è anche elevata, equiparabile, ad eroina e tabacco.

Riguardo la cocaina, in particolare, è probabile che lo studio sottostimi il danno sociale, in termini di corruzione dei poteri e invasività delle mafie, ma è evidente che le norme in uso – in Italia come altrove – sottostimano il danno causato dagli alcolici e sono troppo benevole con le “movide”.

Lo studio, infatti, arriva alla conclusione che l’approccio del governo britannico per la determinazione delle sanzioni penali per possesso e spaccio di droga ha “poco a che fare la prova del danno” e raccomanda vivamente che “una strategia valida e necessaria per la salute pubblica miri ad incidere sui danni causati dall’alcol”.

Tra l’altro, secondo un’altro studio pubblicato da The Lancet in questi giorni, molte ragazze tra i 13-15 anni, specialmente in USA, Austria e Irlanda – sono delle “binge drinker”, cioè bevono cinque o più bevande alcoliche in un giorno. Il coma alcolico tra i teenagers è in allarmante aumento.

Mandando in galera i ragazzini con uno spinello, tollerando gli assembramenti di migliaia di giovani in gran parte “bevuti”, consentendo la pubblicità di alcolici anche in fascia protetta, per non parlare dei bambini usati come testimonial di alcolici (come nella pubblicità di San Crispino delle Cantine Ronco, un “vino per tutti”),  certamente non si fa molto per evitare che i nostri giovani siano in cattiva salute.

Come anche, non legalizzando alcuni consumi – come viceversa accade per la droga più dannosa, l’alcol – si lascia tutto un “mercato” nelle mani delle mafie (il 2-5% del PIL?)  e si rinuncia ad una leva fiscale di molti miliardi, mentre la droga circoli a fiumi senza nessun controllo sulle sostanze usate e senza tener conto che, in non pochi casi, i tossicodipendenti sono quasi ridotti in schiavitù.

Una grande contraddizione  che la “civile” Europa deve andare ad affrontare, un “peccato originale” che gli “atlantici” si portano dietro da quando si tentò di colonizzare la Cina con l’oppio turco.

Anche questo è III Millennio e va a cambiare.

Leggi anche Haschish, tabacco ed alcool

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Fonte: The Lancet, Volume 376, Issue 9752, Pages 1558-1565, 6 novembre 2010/11/05

L’età della ragione? Dopo i 24 anni

27 Apr

In accordo con il British Medical Journal, recenti ricerche sugli adolescenti pubblicate da The Lancet determinano che il cervello non è maturo o, comunque, completamente sviluppato prima dei 25 anni di età.

Infatti, anche avvalendosi di una massiva documentazione, raccogliendo dati su un totale di 1,2 miliardi di adolescenti, gli scienziati hanno messo in evidenza diverse conclusioni allarmanti.

Innanzitutto, il 40 per cento dei decessi in 10-a 24 anni di età in tutto il mondo sono causati da incidenti d’auto e danno intenzionale causato da suicidio e violenza.
La morbilità e la mortalità, inoltre, suggeriscono che gli adolescenti sono significativamente interessati da lesioni e disturbi neuropsichiatrici.

Ogni anno 1,4 milioni di adolescenti muoiono a causa di incidenti stradali, le complicazioni del parto, suicidi, AIDS, la violenza e altre cause. Nonostante i progressi medici e tecnici in una società che tutela gli adolescenti nello studio e nel lavoro, le morti di adolescenti sono diminuite solo marginalmente, se si fa il confronto con la mortalità infantile.

Mediamente, nel mondo, 17 teenagers (15-19 anni) maschi su 100.000 è ucciso in conseguenza di atti di violenza. Molte ragazze tra i 13-15 anni, specialmente in USA, Austria e Irlanda – sono delle “binge drinker”, cioè bevono cinque o più bevande alcoliche in un giorno. I morti per coma alcolico tra i teenagers è in allarmante aumento.

E? arrivato il tempo, come sottolinea il British Medical Journal, di “porre il “giovane come persona” al centro  della questione, dato che la salute degli adolescenti è ancora oggi una “specialità marginalizzata” che deve essere elevata a “mainstream” nelle agende globali relative alla salute.

Gli esperti hanno anche evidenziato che il numero assoluto degli adolescenti è previsto in aumento fino al 2050.

Dunque, l’idea di abbassare l’età di accesso al voto sembra essere scientificamente infondata ed, addirittura, dovremmo riportare l’asticella del diritto al voto all’età di 21 anni, come da tradizione.

D’altra parte, il primo accesso alla politica in età maggiore dell’attuale – e più adeguata al reale accrescimento psicofisico – garantirebbe un primo voto più consapevole e responsabile, non frutto di una qualche infatuazione adolescenziale.

Brutte notizie per quei partiti e quelle “think tank” che da tempo tentano di abbassare a 16 anni l’età di voto, come “bad news” arrivano per chi, da oltre un secolo, cavalca il naturale ribellismo giovanile per capitalizzare voti ed adesioni.

Come anche per quanto riguarda la necessità di una moratoria sui programmi televisivi ed i videogiochi per i teenager, solitamente violenti o macabri, ed il dilagante fenomeno degli alcolici e delle droghe da (s)ballo tra i minorenni.

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Mario Monti, un curriculum da conoscere

25 Mar

Tempo addietro, allorchè si parlò della prodigiosa carriera di Silvia Deaglio, Elsa Fornero ebbe a dire che “i curriculum parlano da soli“.
Affermazione ineccepibile, visto che proprio del curriculum si ponderava e proprio dei curriculum dovremmo pre-occuparci, prima di mettere qualcuno a capo di qualcosa.

Dunque, tra un Milan-Roma ed un Juventus-Inter, mentre il Napoli affronta il Catania in casa, raccogliamo l’invito del nostro ministro del Welfare e vediamo cosa “racconta” il curriculum di Mario Monti, limitando le ricerche a Wikipedia, per snellezza ed attendibilità.

N.B. La “lettura” di questo curriculum si articola in un’ottica di “elegibilità teorica” di un premier, espressione della sovranità e dell’interesse nazionale e frutto del consenso di una pubblica opinione informata.
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Dal 2005 al 2011, l’economista Mario Monti è International advisor per Goldman Sachs, una banca che, il 16 aprile 2010, venne incriminata per frode dalla SEC, l’ente governativo statunitense preposto alla vigilanza della Borsa valori: tramite il titolo Abacus 2007-AC1 la banca d’affari avrebbe di fatto “truffato” i propri clienti, tra i quali figurano anche grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Cose che capitano con i titoli, ma la Goldman Sachs ha anche suscitato forti polemiche, in USA e UK,  per il fenomeno conosciuto come revolving doors (in inglese: “porte girevoli”), per cui determinate persone passano da responsabilità pubbliche a ruoli di vario genere all’interno della banca d’affari e viceversa, configurando un potenziale conflitto di interessi.
Anche Mario Draghi, oggi a capo della Banca Centrale Europea, ha lavorato per Goldman Sachs, dal 2002 al 2005, come vicepresidente e membro del Management Committee Worldwide.

Un problema, quello delle “revolving doors”, che sembra essere del tutto sconosciuto in Italia.
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Dal 2010 al 2011, il “supertecnico” Mario Monti è stato il Presidente europeo della Trilateral Commission, un’organizzazione di orientamento neoliberista, al centro di gran parte delle teorie cospirazioniste, fondata nel 1973 da David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank.
Utile ricordare che le origini delle fortune investite nella Chase Manhattan Bank ed i rapporti con la Germania ed il gruppo Thyssen-Krupps risalgono alle speculazioni finanziarie della repubblica di Weimar ed alla nascita del Nazismo.
Della Trilateral Commission fanno parte anche Enrico Letta, attuale vicesegretario del Partito Democratico, e Luigi Ramponi, senatore del Popolo della Libertà.

A riguardo Wikipedia cita Gilbert Larochelle, in «L’imaginaire technocratique» (Montreal, 1990), che scrive: «Il maggiore benessere deriva solo dai migliori che, nella loro ispirata superiorità, elaborano criteri per poi inviarli verso il basso”. Un atteggiamento che ritroviamo anche in Mario Monti ed alcuni dei suoi ministri …
Lo scrittore francese Jacques Bordiot racconta, sempre riguardo la Trilateral Commission, che “il solo criterio che si esige per l’ammissione, è che i candidati siano giudicati in grado di comprendere il grande disegno mondiale dell’organizzazione e di lavorare utilmente alla sua realizzazione” e che “il vero obiettivo della Trilaterale è di esercitare una pressione politica concertata sui governi delle nazioni industrializzate, per portarle a sottomettersi alla loro strategia globale”. (“Présent”, 28 e 29 gennaio 1985).

Una “loggia” dei tecnocrati della politica e della finanza? Forse.
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Sempre dal 2010 al 2011, il Premier Mario Monti è stato anche membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, fondato nel 1954 per iniziativa di diverse persone tra cui il principe Bernhard van Lippe-Biesterfeld, il primo ministro belga Paul Van Zeeland, della nota famiglia di gioiellieri, l’olandese Paul Rijkens, CEO della Unilever, e Walter Bedell Smith, capo della CIA.
In violazione del Logan Act, il Bilderberg non ha mai rese note le proprie riunioni e ne ha secretato i verbali. Quello che è noto è che, tra gli scopi dichiarati del Bilberger Group, c’è  “il controllo americano sul Medio Oriente”, la “creazione di un’Europa regionale”.
Vale la pena di notare che, 3 anni dopo la nascita del Gruppo Bilderberg, il 25 marzo 1957, venne firmato a Roma il trattato istitutivo della Comunità Economica Europea. Nel Gruppo Bilderberg figura anche Franco Bernabè, Chairman and CEO di Telecom Italia e ne hanno fatto parte anche Romano Prodi e Tommaso Padoa Schioppa.

Difficile commentare riguardo l’appartenenza ad un’organizzazione che non ha un logo, non rende note le proprie riunioni e ne secretata i verbali.
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Il fondatore del Gruppo Bilderberg, il principe Benno van Lippe-Biesterfeld, è menzionato negli atti del processo di Norimberga per attività filonaziste ed è stato l’incontrastato presidente del Gruppo fino al 1976, quando dovette dimettersi per una tangente da 1,1 milioni di dollari versata dalla Lockheed Corporation per l’acquisto di aerei da parte dell’aereonautica militare olandese.
Dal 1990 al 1998, il Presidente del Bilderberg Group è stato Peter Alexander Rupert Carington, VI Barone Carrington of Upton, già Segretario Generale della NATO dal 1984 al 1988.

Prendiamo atto che uno dei primi atti di governo di Mario Monti è stato il notevole incremento della commessa di cacciabombardieri F-35.
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Inoltre, da 14 anni, il Gruppo Bilderberg è presieduto dal visconte Étienne Davignon, un uomo dal “curriculum che parla da solo”.
Infatti, dal 1969 al 1984 l’economista Davignon gioca il ruolo di “padre fondatore” europeo in quota socialista, ricoprendo cariche importantissime – e molto delicate se si guarda ai conflitti di interessi – come primo presidente dell’Agenzia internazionale dell’energia, commissario europeo per il mercato interno, l’unione doganale e gli affari industriali europei, vicepresidente e commissario per l’energia e gli affari industriali europei.
Dal 1985, il visconte Étienne Davignon diventa il dominus della finanza belga, prima con la presidenza di Société Générale e, poi, come vicepresidente della super-multinazionale SUEZ che rifornisce di acqua almeno 120 milioni di persone in tutto il mondo, e che – dopo la fusione con Gaz de France, nel 2006 creando GDF Suez S.A. – è la prima società al mondo nella gestione del gas naturale liquefatto.

Utile ricordare che l’Italia è una delle ultime roccaforti dell’acqua pubblica, pur essendo la patria delle “acque minerali”, e che, riguardo il gas, possiede un’azienda di Stato, l’ENI, che ha sviluppato rilevanti rapporti commerciali nelle ex-repubbliche sovietiche.

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Mario Monti è stato anche uno dei presidenti del “Business and Economics Advisors Group” del Consiglio Atlantico, il cui scopo è “promuovere la leadeship americana e promuovere accordi internazionali basati sul ruolo centrale della comunità atlantica nell’affrontare le sfide del 21° secolo”.

Allora, se sono gli USA che vogliono promuovere la loro leadership, sostenendo il proprio “complesso industrial-militare”, perchè i soldi, i brevetti (Alfa Romeo) e la disoccupazione deve metterceli l’Italia?.
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Venendo all’attività accademica del professor Mario Monti, il masterpiece dell’attività di ricerca in campo economico fu (eravamo ai primi Anni ’70) il cosiddetto “modello di Klein-Monti”, che regola il comportamento di una banca che riesca a porsi in regime di monopolio …
Inutile precisare che il regime di monopolio bancario sarebbe vietato in/da qualunque stato esistente e che, in questo “modello”, i titoli rappresentano una sorta di “variabile buffer”, da “riempire”, quando si vogliono raccogliere risorse in eccesso tra i risparmiatori, e da “svuotare”, se servono risorse cash da investire altrove.

Questo era il “mondo futuro” che occupava i pensieri di un Mario Monti non ancora trentenne.
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I curriculum parlano da soli, non c’è che dire.

Aggiornamenti: Le colpe di Mario Monti e Dittatura Monti

N.B. Mario Monti è certamente un uomo onesto, animato da buone intenzioni e di grandissima competenza, ma questo non esclude che non sia anche un convinto fautore di un “ordine mondiale”. Come anche, va sottolineato che la Trilateral Commission ed il Bilderberg Group sono associazioni legalmente costituite e perseguono – nota bene, secondo il proprio punto di vista – l’intento di un futuro di crescita e pace.

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Il futuro? Speriamo sia una donna

24 Mar

«È necessario passare la mano. È necessario che si facciano avanti altri per la carica di presidente della Repubblica».
«Sicuramente rimane ancora, se non un vero e proprio pregiudizio, una resistenza a scegliere una donna per certi incarichi. Questo, prima di arrivare a quello di presidente della Repubblica, riguarda molti incarichi, se si pensa ad esempio che fino a non molto tempo fa anche in certi alti gradi della magistratura non c’erano donne».
«Più le donne si faranno sentire, prima arriverà – mi auguro presto – il momento in cui ci sarà anche una candidata donna a presidente della Repubblica e potrà essere eletta».

Questo il pensiero del Capo dello Stato Giorgio Napolitano intervistato dalla Rai.

Non è un caso che, in oltre 60 anni di repubblica, l’unica senatrice a vita, contro 41 uomini, sia stata Rita Levi Montalcini.
E non a caso il primo problema in cui ci si imbatte nel “immaginare un Presidente donna” è che di donne che abbiano una carriera adeguata a poter essere delle potenziali candidate non ce ne sono, se non forse nella magistratura, che comunque è un ambiente di lavoro dove di donne ai vertici se ne vedono poche, come ricordava proprio il Presidente.

Come non è un caso che negli ospedali troviamo quasi sempre un’inflazione di dottori ed una gerarchia “al maschile”, con i cittadini – donne o maschi cambia poco – continuano a non accorgersi che la vera “malasanità” ed il vero “spreco” è nel non pretendere che siano i cervelli e le coscienze migliori ad andare avanti, specialmente se parliamo di vita e salute.
Sanità, un settore dove le  quote rosa andrebbero “sperimentate” con urgenza.
Basti prender nota di quanti primari donna esistono ed in che percentuali sono distribuite tra le varie specializzazioni: le statistiche esistono già e già se ne parla da almeno venti anni, ma le cose restano così nonostante sembra che persino l’Iran abbia percentuali migliori delle nostre.

Lo stesso vale per le altre carriere professionali e per il mondo accademico, anche se in misura, talvolta, minore – nel settore entrainment c’è un po’ di spazio – e non ci sarebbe da meravigliarsi se qualche statistico dovesse rilevare che, con le dovute proporzioni, esiste una migliore stima verso le capacità delle donne in gran parte degli ambienti di lavoro “dipendenti”, ma non i quelli “per quadri o laureati”.

D’altra parte, come non rilevare che grazie ai lauti redditi, questi “professionals” maschi possono permettersi una “desperate housewife” e continuare a vivere tranquilli con i loro pregiudizi? Ecco perchè i redditi oltre gli 80.000 euro non si toccano: salta il menage familiare …

L’unico settore dove la donna – specialmente se istruita e propositiva – può vivere “alla pari” è la scuola, specie se parliamo delle superiori, visto che la larga presenza di donne alle elementari e materne è anche correlata al ruolo tradizionale di una donna in una società maschilista e lo stesso vale per la condizione delle infermiere, ovviamente.

Siamo un paese dove, se volessimo eleggere una donna come presidente o come premier, non sapremmo neanche da dove iniziare, visto che non ve ne è nessuna che abbia una sufficiente esperienza a certi livelli, salvo Moratti, Fornero e Marcegaglia che non sono certamente papabili.

Dunque, cosa dire?
Seguire il consiglio presidenziale: «Più le donne si faranno sentire, prima arriverà il momento in cui ci sarà anche una candidata donna a presidente della Repubblica e potrà essere eletta».

Come fare? Facile.

Basta iniziare a rivolgersi ad un “professionista” donna, che si tratti di un(a) medico (il femminile la medicina italiana proprio non lo vuole …), di una specialista, di un’avvocato, di una architetta, di una fornitrice, di un centro o di un ufficio o di un servizio.
Oltre, naturalmente, a non votare i partiti che non abbiano abbastanza donne rappresentative in lista.

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