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La complicata storia del latte in Sardegna

20 Feb

Monta la protesta dei pastori sardi, a pochi giorni dalle elezioni regionali in Sardegna ed il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, chiede se “sembra giusto che un litro di latte venga pagato meno di un caffè?”

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Sappiamo tutti che per il caffè, come tutte le ‘spezie’, le variabili che incidono sui prezzi è l’abbondanza e la qualità dei raccolti come la richiesta dei consumatori, che lo rendono oggetto di oscillazioni di prezzo di minuto in minuto,   esattamente come per le azioni in borsa, per fattori di qualità come per quelli sociali, ambientali o salutistici nei paesi di origine come per il consumatore in Italia, tra cui il costo della manodopera, i fertilizzanti e i prodotti come i pesticidi, le varie Borse Merci, Azioni o Valute, la fiscalità locale, eccetera, tra cui ovviamente anche le speculazioni inevitabili in una filiera così.

Poi, per il caffè, ci sono da aggiungere al costo della materia prima anche quello di trasporto, le oscillazioni delle valute e i dazi doganali per arrivare fino alle industrie italiane che si occupano della trasformazione dei chicchi in miscela o delle fave in cacao in polvere.

La filiera del latte in Italia è molto più semplice, essendo sorta sulle infrastrutture pubbliche del Novecento preposte a garantire una alimentazione sana e sufficiente per tutti i bambini: le ‘Centrali del Latte”. Naturalmente, essendo la Sardegna un’isola impervia, il costo di raccolta e trasporto del latte sardo è prevedibilmente maggiore di quello di una regione continentale e pianeggiante. E con costi molto maggiori che nel Terzo Mondo, trasportare via mare il latte dalla Sardegna al continente potrebbe rivelarsi più oneroso che portare caffè dall’Etiopia, a parità di peso.

Poi, va sommato il costo di questa trasformazione, nel caso del del latte in se stesso c’è la pastorizzazione  .
La densità ed il peso specifico dei due prodotti influisce sul costo di impacchettamento e trasporto agli hub ed ai depositi, tributi o accise inclusi.
Restano comparabili per numero di prodotti venduti, non per peso, i costi di marketing commerciale per la diffusione del prodotto e tutto quanto contribuisce al prezzo della miscela all’ingrosso di norma.

Nel rapportare il passaggio dalla produzione alla vendita c’è un dettaglio essenziale: il caffè viene trasformato, il latte di per se è ‘trasformato’ con la pastorizzazione e la conservazione, ma non è formaggio o mozzarella.
In altre parole, se parliamo di ‘caffè tostato, polverizzato e impacchettato’, cioè trasformato, c’è da ricordare che esiste anche la ‘trasformazione’ del latte ed è quella ad opera dell’industria casearia italiana che sembra essere florida e nota nel mondo.
Da quanti decenni che si tenta di sviluppare una filiera casearia in Sardegna, che porterebbe occupazione e valore aggiunto?

Infine, ci sono i costi della somministrazione del caffè, cioè di gestione del locale e delle stigliature, l’Iva, i tributi locali, le tasse, i costi della sicurezza sul lavoro e della raccolta rifiuti, eccetera.

Infatti, al bar un bicchiere di latte costa circa 1 euro e non circa 28 cent come se lo comprassimo al supermercato, nè 0,7 cent come se lo viene pagato all’origine (dati CLAL).

Andando alla Politica in Sardegna, da Wikipedia apprendiamo sommariamente che “alle elezioni politiche del 2018 il Partito Sardo d’Azione stringe un accordo con la Lega Nord per l’inserimento dei suoi candidati nelle liste elettorali della Lega” conquistando un seggio alla Camera e uno al Senato.
Inoltre, il leader leghista Matteo Salvini presentava il 34esimo congresso del PSd’Az a Cagliari insieme al candidato a Governatore regionale, Christian Solinas.

In altre parole, sembra proprio che gli Autonomisti sardi hanno scelto in larga parte di transitare nella Lega (o comunque nel Centrodestra).  Infatti, gli ultimi sondaggi di Swg danno il candidato del centrodestra in testa con una forbice compresa tra il 33 e il 37%.

L’oppositore è Massimo Zedda, sindaco di Cagliari del Partito Democratico in coalizione con +Europa-Centro democratico e molte liste civiche, che è stimato invece fra al 27-33%, mentre Desogus del M5S è staccato nei sondaggi tra il 22 e il 26%, anche se il Movimento sostiene la protesta dei pastori.

Vale la pena di sapere, infatti, che la vicenda inizia con il pasticcio tutto sardo della Associazione Regionale Allevatori, che doveva solo riformare l’Art.9 dello Statuto ed è pervenuta sorprendentemente ad una sorta di trasferimento di tutte le funzioni amministrativo-contabili verso una società consortile con sede fuori dalla Sardegna.
Oggi, l’ARA Sardegna è stata messa in liquidazione ed è dall’inizio del 2018 che migliaia di allevatori sardi chiedono chiarezza alla Regione, dato che rischiano di perdere 37 milioni di euro annui che arrivano dal contributo a fondo perduto europeo sul Benessere Animale e sono rimasti senza servizi pubblici d’assistenza tecnica alle aziende agricole.

E’ ancora possibile un testa a testa tra Solinas e Zedda, ma la filiera del latte sembra essere la chiave del successo del Centrodestra, almeno delle promesse di Salvini, visto l’insuccesso della uscente Giunta regionale a guida PD.

Lo sviluppo caseario ad elevata qualità sembra restare un fattore di qualità del Centrosinistra, che da anni doveva sostenerlo con più coraggio, se  il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba, conferma il problema di ricavi infimi da parte dei pastori legati alla ‘trasformazione’ e successiva ‘distribuzione’, invitando “i trasformatori dare un segnale concreto e immediato proponendo un prezzo di acconto più alto”.

Del resto, in Sardegna come altrove, ognuno è portatore del proprio male, specialmente se questo ‘male’ si chiama ‘resistenza al cambiamento’, cioè decrescita.

Demata

Milton Friedman, assistenza e previdenza: fu solo un problema di traduzione in italiano?

20 Feb

Forse, Milton Friedman avrebbe votato a favore del Reddito di cittadinanza e, chissà, contro la Quota 100, ma a condizione – assoluta e preliminare – di riformare l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.

Ricordiamo che il famoso Nobel per l’Economia nei suoi interventi si riferisce sempre al sistema statunitense in cui Welfare e Social Security sono programmi diversi, ambedue finalizzati a fornire reddito a chi ne è bisognoso.

La Social Security equivale ai Contributi che tutti i lavoratori versano per tutta la vita alla Pubblica Amministrazione, in cambio della garanzia di sussidi di previdenza o ai superstiti.
Il Welfare, viceversa, è finanziato dalla leva fiscale (Tasse) e riguarda i residenti poveri, anziani o disabili, oltre ai lavoratori che non possono esercitare un proficuo lavoro per una malattia grave.

Semplificando, la Social Security equivale ad una Previdenza pubblica obbligatoria per i lavoratori e il Welfare ad una sorta di Assistenza pubblica universale. Vengono spesso confuse perchè non di rado la medesima Pubblica Amministrazione sovraintende ad ambedue i programmi.

Questa sovrapposizione (percepita o reale che sia non solo negli USA), ha causato quello che fin dagli Anni ’70 viene chiamato il ‘pasticcio del Welfare’ e che … noi italiani siamo riusciti dal 1974 e ad oggi a complicare in modo esemplare, viste le competenze dell’Inps, delle Regioni, del Ministero per la Salute e pure quello del Lavoro, senza dimenticare i Comuni e gli Enti o l’onnipresente Ministero dell’Economia e delle Finanze, che, in pratica, … attingono tutte al Debito Pubblico.
E non è che in Francia stiano messi molto meglio, in termini di competenze incerte e/o sovrapposte.

Infatti, Milton Friedman – nonostante sia stato il maggiore studioso di questa ‘dinamica’ etica, sociale e finanziaria, ricevendo un premio Nobel – non sembra sia stato tradotto in francese, mentre buona parte delle traduzioni italiane risalgono ad almeno quarant’anni fa, cioè a quando le sue idee vennero alla ribalta con l’avvento di Margaret Hilda Thatcher, mentre ancora c’era la Guerra Fredda.

Traduzioni, dunque, che sarebbe opportuno verificare oggi, senza lo ‘spirito di fazione’ e le ‘strilla’ di quell’epoca.

Ecco come potrebbe essere tradotto oggi Milton Friedman in lingua italiana, senza il rischio di generare gli equivoci che hanno condizionato l’Informazione e la Politica negli Anni ’70.

“Sono favorevole a tagliare le Tasse in qualsiasi circostanza e con qualsiasi pretesto, per qualsiasi motivo, ogni volta che è possibile. Il motivo è perché credo che il problema centrale non siano le Tasse, il grande problema è quanto si consuma (spending), cioè la Spesa.

La domanda è: “Come contenere i Consumi dell’Amministrazione (government)?”

I consumi dell’Amministrazione pubblica ora ammontano a quasi il 40% del reddito nazionale, senza contare le spese indirette mediante regolamenti e cose simili. Se le si includono, si arriva a circa la metà. Il vero pericolo da affrontare è che quella cifra aumenterà e aumenterà.

Io credo che l’unico modo efficace per contenere questa cifra è quello di contenere l’ammontare della rendita fiscale (income) che ha l’Amministrazione.
Il metodo per farlo è tagliare le Tasse.

La diffusa insoddisfazione nei confronti del programma di assistenza pubblica – con il cosiddetto “pasticcio del Welfare” – ha prodotto numerose proposte di riforma drastica, tra cui gli interventi presidenziali al Piano di Assistenza Familiare.
D’altra parte, l’attrazione acritica (complacency) per la sicurezza sociale si riflette nella pressione per estenderla ancora oltre.

Il mio atteggiamento nei confronti dei due programmi è quasi al rovescio (ndr. cioè possibilista verso il Welfare e antagonista verso la Previdenza obbligatoria).

Per quanto il pasticcio del Welfare sia nocivo, almeno l’assistenza pubblica va principalmente alle persone bisognose che hanno un reddito inferiore rispetto alle persone che pagano le tasse per finanziare i pagamenti.
Il Welfare (system) ha ampiamente (badly) bisogno di riforme, ma al momento esso assolve ad una funzione sociale essenziale. Sembra impossibile eliminarla subito, anche se la sua eliminazione dovrebbe essere il nostro obiettivo a lungo termine.
(ndr. Come vedremo più avanti lo scopo è sostenere il reddito (e il GDP cioè il PIL) per limitare la Povertà e per trasferire l’Assistenza fiscalmente detraibile alla Charity delle Fondazioni)

All’opposto, la Sicurezza Sociale (ndr. Previdenza obbligatoria) combina un Contributo altamente regressivo con benefici ampiamente indiscriminati e, nell’effetto generale, probabilmente ridistribuisce i redditi da persone a reddito inferiore o superiore. Credo che non assolva ad alcuna funzione sociale essenziale.
Gli impegni esistenti rendono impossibile eliminarla da un giorno all’altro, ma dovrebbero essere liquidati e risolti il prima possibile.

Io credo che un programma in grado di dare reddito alle persone, di finanziarle, dovrebbe avere la possibilità di essere testato. Un programma di questo tipo sarebbe molto meno costoso di quelli che abbiamo ora e potrebbe funzionare meglio nell’aiutare le persone.

Abbiamo una responsabilità verso il contribuente e non solo per le persone povere. La persona che paga le tasse ha tutto il diritto di richiedere, se paga le tasse per aiutare qualcuno, che ci sia qualche evidenza che quella persona ha bisogno di aiuto. 

Direi che la nazione non può essere generosa con nessuno. Solo le persone possono essere generose.
La generosità è un tratto umano, individuale, non un tratto collettivo.

Nessuna generosità (ndr. generosity = prodigalità) è implicita nell’imporre tasse a qualcuno, per aiutare qualcun altro.
Non è questa la generosità
(ndr. generosity = liberalità).”

Dunque, l’idea di Milton Friedman (se letto in lingua inglese e conoscendo il sistema statunitense) era quella di una società nel suo intimo attenta alla Coesione Sociale e sensibile all’Assistenza di chi ne ha bisogno, che interviene senza prodigalità, cioè la generosità acritica, ingiusta verso chi versa le risorse per l’Amministrazione, e che riconosce ed agevola la liberalità, cioè la vera solidarietà intesa come impegno individuale per uno scopo collettivo.

Soprattutto, per Milton Friedman l’Assistenza pubblica era – a chiare lettere – un esigenza intriseca alla Società umana e, comunque, da assolvere tramite il Pubblico, finchè necessario. Viceversa, non lo era la Previdenza obbligatoria, essendo tali “contributi previdenziali” una sorta di tassazione recessiva e potenzialmente iniqua, rispetto ai “versamenti al sistema assicurativo” ed alle ‘detraibilità fiscali’.

Noi, in Italia, tra Prima, Seconda e attuale Terza Repubblica abbiamo fatto e stiamo continuando a fare esattamente il contrario, vero? Anche adesso procedendo con la Quota 100 e il Reddito di cittadinanza senza ristrutturare l’Inps e con pochi poteri nazionali sulle Regioni, esattamente come nel 1974 con le Mutue e le Casse.
Sarà per questo che il Debito cresce, il Pubblico arranca e gli italiani in un modo o nell’altro sono insoddisfatti e preoccupati?

Demata

(Nota bene: è consentita Libertà di copiare, distribuire o trasmettere questa traduzione a condizione di menzionare il Traduttore. E’ negata la Libertà di riadattare questa traduzione)

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Testo originale in inglese

I am in favor of cutting taxes under any circumstances and for any excuse, for any reason, whenever it’s possible.

The reason I am is because I believe the big problem is not taxes, the big problem is spending.

The question is, “How do you hold down government spending?”
Government spending now amounts to close to 40% of national income not counting indirect spending through regulation and the like.

If you include that, you get up to roughly half. The real danger we face is that number will creep up and up and up.

The only effective way I think to hold it down, is to hold down the amount of income the government has.
The way to do that is to cut taxes.

Widespread dissatisfaction with the public assistance program — with the so-called welfare mess — has produced numerous proposals for drastic reform, including the President’s proposed Family Assistance Plan now before the Congress. On the other hand, general complacency about social security is reflected in pressure to expand it still farther.

My own attitude toward the two programs is almost the reverse. Bad as the welfare mess is, at least public assistance does go mainly to needy persons who are at lower income levels than the persons paying the taxes to finance the payments. The system badly needs reform but, at the moment, it serves an essential social function. It seems impossible to eliminate it promptly, even though its elimination should be our long-term objective.
On the other hand, social security combines a highly regressive tax with largely indiscriminate benefits and, in overall effect, probably redistributes income from lower to higher income persons. I believe that it serves no essential social function. Existing commitments make it impossible to eliminate it overnight, but it should be unwound and terminated as soon as possible.

I believe that a program which is going to give income to people, which is going to give funds to people, should have a means test. I believe we have a responsibility to the taxpayer and not only to poor people.

I believe that the person who pays taxes has every right to require that, if he pays the taxes in order to help somebody, there be some evidence that that person needs help.

A program of that kind would be vastly less expensive than the ones we’ve now got. It would do a better job of helping people. In my view, the task of people like Mr. Cohen and myself is not to speculate about what people will do if they don’t have leadership but to try to provide leadership in order to obtain the kind of good program that would achieve our objectives.

I would argue that the nation can’t be generous to anyone. Only people can be generous. Generosity is a human, individual trait, not a collective trait. There is no generosity involved in my imposing taxes on you to help him. That is not generosity.

Autonomia legislativa e amministrativa: lo scenario regione per regione

13 Feb

Arriva l’Autonomia legislativa e amministrativa e già la chiamano la secessione voluta da Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna. 

True Numbers fornisce molte informazioni, a partire da quella che il risanamento  ha imposto molti sacrifici a regioni e comuni, anzi, ne ha limitato occupazione, benessere e crescita che una parte di loro avrebbero potuto finanziare, avendo i bilanci a posto.
Viceversa, lo Stato Centrale non ha adottato la stessa misura verso se stesso. Infatti, mentre dal 2012 il debito nazionale è costantemente aumentato, quello degli Enti Pubblici è sceso dal 7% al 5% del Pil nazionale.

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Inoltre, lo Stato in Italia non è qualcosa di astratto, bensì è ben ‘geolocalizzato’, come ci spiegano gli studiosi dell’Unificazione italiana. 
E lo Stato è innanzitutto Roma, con il Lazio che – sarà un caso – è la regione che non vede una reale diminuzione in 3 anni del debito consolidato degli enti locali (tutti, non solo la regione). 
Ma lo Stato in Italia è anche Torino e, anche questa volta sarà un caso, il ‘ricco’ Piemonte (Pil pro capite = 30.300 € annui) dove il debito consolidato degli enti locali tutti è intorno al 9% proprio come la Campania, che certamente non naviga nell’oro (Pil pro capite = 18.200 € annui).

Sempre come ‘geolocalizzazione’, su un totale dei debiti delle amministrazioni locali di 86 miliardi e 877 milioni, al primo posto ci sono i debiti consolidati delle Città Metropolitane e dei Comuni del Centro e del Sud, al secondo le regioni … del Centro e del Sud, che hanno anche un allarmante primato: enormi debiti non consolidati, saldati nell’arco di un anno ma … anche con gli interessi e le more di un anno.

L’Autonomia legislativa e amministrativa – liberando risorse della Cassa Depositi e Prestiti a favore delle regioni ‘virtuose’ comporta un ulteriore problema: il debito contratto con le banche italiane e con la Cassa Depositi e Prestiti ammonta a qualcosa come 63 miliardi e 124 milioni, ma il 30% di questo debito spetta al Lazio (oltre 11 miliardi) e al Piemonte (circa 8 miliardi), che vanta anche quasi 2 miliardi emessi dall’estero.

Al rovescio della medaglia troviamo che l’avanzo primario delle regioni contribuisce ormai al 30% circa di quello nazionale (più che raddoppiato in dieci anni), ma anche che il residuo fiscale che lo alimenta proviene pressochè tutto da Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte.

Se questi sono i dati essenziali per comprendere “chi e quanto”, vediamo come andrà a finire, dato che è cosa certa che – inizialmente – avremo “due Italie”: quella delle tre regioni ‘più autonome’ più Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia e quella che dipende in tutto e per tutto da Roma.

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In altre parole, se Roma nei prossimi mesi non si dimostrerà pronta a legiferare, regolamentare e finanziare in modo tempestivo ed accurato, il debito incrementale che ricadrà sulle regioni ‘relativamente sane’ sarà insostenibile, perchè la farragine burocratica e le risorse a tal punto contingentate faranno risalire il debito non consolidato già nel 2019.

A tal punto, la Toscana e le Marche – avendo una situazione debitoria relativamente bassa (meno del 4% e circa il 5% rispettivamente) e un buon residuo attivo fiscale (oltre 6 miliardi annui ed oltre 1,5 miliardi ) dovranno scegliere da che parte stare. 

Anche il Piemonte potrebbe essere tentato dal rendersi autonomo, se il suo PIL avesse opportunità di risalita, visto che la sua esposizione consolidata equivale all’incirca al buon avanzo fiscale vantato verso Roma (oltre 6 miliardi). Un ragionamento simile potrebbe farlo la Liguria che ha sì un residuo passivo fiscale verso Roma (circa un miliardo annuo), ma inciderebbe poco (circa 3%) sul PIL regionale come è relativamente basso il debito consolidato (circa il 4%).
Naturalmente, è tutto da destinarsi a dopo che l’Italia avrà sistemato la questione dei passanti ferroviari ed autostradali che servono all’import-export, sempre che queste due regioni non siano indotte a rendersi rapidamente autonome a causa della farragine burocratica dello Stato centrale, cioè Roma.

La Toscana è anch’essa candidata all’autonomia, avendo quasi raggiunto i parametri finanziari “utili” con un debito consolidato al 5%, pagamenti relativamente buoni e un attivo fiscale di oltre sei miliardi annui.

Umbria, Puglia, Basilicata e Abruzzo, pur più o meno ‘risanate’ (debito consolidato intorno al 5%) hanno un importante dipendenza fiscale da Roma e di conseguenza lentezza nei pagamenti che cumula debito non consolidato ed interessi: anche in questo caso maggiore farragine e lentezza capitolina potrebbero spingere verso una scelta autonomistica.

Le restanti regioni hanno un elevato residuo passivo fiscale verso lo Stato oltre a debiti consolidati spesso proibitivi e spesa corrente in ‘ritardo di pagamento‘ con altrettanti debiti non consolidati proibitivi: senza un intervento dello Stato per decine di miliardi che cartolarizzi immobili e debiti, la situazione è troppo onerosa per ottenere dei rating minimamente accettabili.

Se parliamo del Lazio – ma vale anche per le altre regioni – il debito regionale è talmente elevato che rappresenta oltre il 50% della spesa prevista, cioè è come se una carta di credito avesse un massimale di 2.000 euro ma viene bloccata non appena spesi 860 euro. Inoltre, c’è l’emorragia di Roma ed il contraccolpo del trasferimento di risorse e uffici dalla capitale ai vari capoluoghi regionali.

Nel caso della Campania il problema ‘storico’ è che al suo PIL lordo a parità di prezzi di mercato ‘mancano’ almeno 50 miliardi annui per raggiungere il pareggio fiscale: pur essendo la regione molto ricca e possa vantare una tradizione produttiva millenaria, accade che – da che Napoli ha perso la sua dimensione originaria di città-stato estesa anche alla propria Terra di Lavoro , l’impresa è strozzata e l’occupazione affossata. Ben più florida Amburgo che nessuno ha privato dell’autonomia, delle banche, della flotta e dei distretti di Mitte e Harburg. 

Se parliamo del Molise, c’è solo da recepire che Termoli/Larino, Isernia e Campobasso sono separati dall’altipiano carsico del Matese, culminante nel Monte Miletto (2.267 metri), prima vetta dell’Appennino Lucano-Calabro. Discorso molto simile andrebbe fatto nello specifico de L’Aquila, che è separata dal resto dell’Abruzzo dal Gran Sasso d’Italia (2.914 m.), dal Massiccio della Maiella (2.795 m.) e da quello del Monte Velino (2.487 m.). Sarebbero forse più economiche ed efficienti una regione montana ed un altra costiera???

Della Calabria c’è poco da dire purtroppo: le Due Sicilie avevano iniziato lo sviluppo industriale ed attratto capitali stranieri, mentre l’Italia di oggi ha del tutto rinunciato all’industrializzazione e i capitali derivanti dalle attività locali sono reinvestiti altrove. Altrettanto per la Sicilia, che si trova anche a godere di un’autonomia politica  dall’Italia, la quale – fino all’inserimento del Fiscal Compact nella Costituzione – doveva provvedere a tutte le spese approvate dall’Assemblea Regionale Siciliana, anche fuori limiti di bilancio. 

Resta la Sardegna che – in comune con la Sicilia – avrebbe molto più da offrire che Ibiza, Corfù o Cipro, avendo ampi territori interni dove sviluppare le produzioni tipiche locali da esportazione: basta pensare a quanto PIL produce Cuba con i sigari e lo zucchero da canna, oltre al turismo. E la Sardegna è già una regione italiana a statuto speciale. 

Dunque, non è una secessione, ma qualcosa di molto diverso: decentramento.

Quel Decentramento che si invoca dagli Anni 70 e mai pervenuto, ‘grazie’ al quale non trascorrerebbero diversi anni dal momento in cui il Parlamento vota una legge fino a quando la spesa corrispondente ritorna per il riscontro consuntivo.

In altre parole, andando a quello che interessa alla Politica, la farragine burocratica e l’incertezza delle risorse causate dal sovrapporsi di decenni di micro-provvedimenti clientelari comporta che gran parte degli effetti di una norma annunciata da un parlamentare si vedranno dopo molti mesi e si rendiconteranno molto probabilmente a legislatura finita, demandando opportunità e/o correttivi ai posteri e lasciando i ‘demeriti’ a chi uscente …

E non è una questione di ‘ricchezza’, la differenza la fa l’innovazione tecnologica e la trasparenza (cioè efficienza) della Pubblica Amministrazione.
Ad averle, tempi, modi e costi diventano certi, ma senza di esse lo spreco di tempo, risorse e risultati è inevitabile, come il malcontento e la decrescita.

Demata

 

Debiti PA, interessi moratori e costi di recupero: serve chiarezza

9 Feb

Tante pubbliche amministrazioni, persino le scuole, stanno ricevendo ingiunzioni per crediti trasferiti dai fornitori a società finanziarie, cioè ‘ceduti’, che vengono pretesi con le penali derivanti dalla Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

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Stiamo parlando del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 Art. 6 (Risarcimento delle spese di recupero così sostituito dall’art. 1, comma 1, lettera f), d.lgs. n. 192 del 2012) che al  comma 2 prevede che “al creditore spetta, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno” , salvo che il debitore (art. 3) “dimostri che il ritardo nel pagamento del prezzo è stato determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile” .

Dunque, iniziamo col dire che:

  • la “penale” è dovuta, ma è forfettaria
  • se la P.A. ritarda il pagamento perchè – pur sollecitando – non ha ricevuto i fondi finalizzati allo scopo dovrebbe sussistere una evidente causa non imputabile
  • il debitore ceduto puo’ opporre al cessionario tutte le eccezioni opponibili al cedente, sia quelle attinenti alla validita’ del titolo costitutivo del credito e le eccezioni riguardanti l’esatto adempimento del negozio, sia quelle relative ai fatti modificativi ed estintivi del rapporto anteriori alla cessione od anche posteriori al trasferimento, come precisato dalla Cassazione (Sez. III 10.05.2005 n. 9761).

Inoltre, le norme “si applicano ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una transazione commerciale“, cioè “i contratti, comunque denominati” e non alle fatture in se stesse.

Il titolo da esibire a pretesa del credito è solo la fattura, ma fa fede il contratto che la legittima e che – soprattutto – detta le ‘regole’ della consegna, della messa in opera, del collaudo e dei tempi e modi di pagamento, salvo nullità.

Ad ogni modo, il decreto (D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 art. 5 comma 4 e 5), nel caso degli ospedali, prevede un termine di pagamento ordinario a 60 giorni dalla fatturazione, che potrebbe raddoppiare (cioè estendesi fino a 120 giorni), quando ciò sia ciò sia espresso nel contratto ed oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche.

Nel caso delle scuole, la cosa si complica, dato che non è ben chiara la loro natura statuale. Stando al Centro Studi della Camera dei Deputati) le istituzioni scolastiche sono da considerarsi dei ‘terminali’ dell’amministrazione dello Stato (Miur) e ‘preposti’ al funzionamento dei punti di erogazione del servizio e – comunque – fungono anche da “stazioni appaltanti”, cioè soggette almeno ‘a cascata’ al decreto legislativo 11 novembre 2003, n. 333 .

Inoltre, le scuole hanno una struttura di pagamento complessa  che dovrebbe comunque giustificare la deroga ordinaria fino a 60 giorni, dove “oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche(obblighi sovrapposti di organi collegiali, dirigenza, direzione amministrativa e comitato tecnico di collaudo, oltre ad eventuale questionario di gradimento dell’utenza e/o presa in carico inventariale dopo la messa in opera da parte dell’ente locale).

Riepilogando, ai sensi del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 aggiornato dal d.lgs. n. 192 del 2012, nel caso delle scuole i termini di pagamento sono

  • trenta giorni dalla data di ricevimento da parte del debitore della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente
  • fino a sessanta giorni se espressamente previsto dal contratto ed oggettivamente giustificato
  • non è chiaro se questi termini possano essere raddoppiati, ove l’istituzione scolastica autonoma vada ad essere considerata una “impresa pubblica” (ad esempio già i convitti e le aziende agrarie et similia) preposta ad assicurare la prestazione di quei servizi di pubblica utilità e/o il controllo pubblico sulla produzione di servizi indispensabili (cioè attività didattiche e servizi educativi e/o formativi), “nei confronti della quale i poteri pubblici possono esercitare, direttamente o indirettamente, un’influenza dominante per ragioni di proprietà, di partecipazione finanziaria o della normativa che la disciplina”.

Nel caso degli enti locali e gli altri enti pubblici la norma prevede che siano “poteri pubblici” e non “imprese pubbliche”, ma c’è la diffusa casistica in cui il credito originario (e il contratto) è stato sottoscritto da un’impresa.
Ad esempio, un asilo nido per il primo caso, e di residualità da progetti a finanziamento misto derivanti da mancati riconoscimenti UE a consuntivo, nel secondo caso.

Ad ogni modo, l’applicazione della Direttiva 2000/35/CE  è una misura che vuole garantire la puntualità dei pagamenti e la tutela dei  fornitori, dei creditori e degli investitori, che ha recepito con 12 anni di ritardo quella che è comune attività amministrativa e produttiva dal 2000 in Europa.
Una norma di civiltà e democrazia, oltre che indispensabile per l’economia, le aziende e l’occupazione

Il problema è che – senza Arbitrato o Common Law e cose simili come nel resto d’Europa  – ci ritroviamo dinanzi all’enorme problema di una norma che non può che demandare a contenzioso giudiziario tutti i rilievi o le opposizioni del debitore corredate da elementi contrattuali o di collaudo della fornitura di cui il fornitore era in possesso o comunque ne aveva notifica e nozione, ma non necessariamente sono nella nozione di chi ne abbia rilevato il credito.
Già a doverlo scrivere, si comprende che è un serpente che si morde la coda, specialmente se l’Art. 4 del del D.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, cioè i “termini di pagamento”, prevede persino che “non hanno effetto sulla decorrenza del termine le richieste di integrazione o modifica formali della fattura o di altra richiesta equivalente di pagamento“.

Non è certo una norma che facilita alle parti la possibilità di acclarare quale sia l’effettiva situazione del credito, delle prestazioni che lo giustificano od eventualmente lo delegittimano in toto o parte.

Il rischio prevedibile – salvo chiarimenti normativi – è il progressivo sviluppo di un contenzioso stagnante fino alla Cassazione e poi in Corte dei Conti, con i cedenti ormai altrove affaccendati dopo aver incassato, i creditori che confideranno fino alla fine sugli interessi convinti della bontà dei titoli vantati e le pubbliche amministrazioni che resisteranno con i propri protocolli e registri a far fede, oltre ai log  telematici sia interni sia degli amministratori esterni di sistema.

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Non è qualcosa che può far piacere ai fornitori, dato che si ritroveranno con contratti, clausole, penali e sanzioni più accurati. Non dovrebbero esultare le banche che sostengono i fornitori rilevando questi ‘crediti aziendali’, se rischiano di ritrovarsi con una marea di contenziosi aperti ed impossibili da radiare, cioè zavorra nei bilanci. Non saranno felici la pubbliche amministrazioni nel dover funzionare con tagli su tagli e, magari, dover pure rispondere di qualche fornitura andata dispersa o mai pervenuta un decennio prima.

Dunque, di motivi per migliorare la norma italiana ce ne sarebbero e, giusto per curiosità, andiamo a vedere cosa prevede l’originale testo ‘europeo’ della Direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, per scoprire se contiene dei dettagli diversi da come poi espressi nella normativa italiana del Governo Monti nel 2012 .

Innanzitutto, salta all’occhio che l’Europa prevede che “un titolo esecutivo possa essere ottenuto, indipendentemente dall’importo del debito, di norma entro 90 giorni di calendario dalla data in cui il creditore ha presentato un ricorso o ha proposto una domanda dinanzi al giudice o altra autorità competente, ove non siano contestati il debito o gli aspetti procedurali” ed “il periodo di 90 giorni di calendario non include i periodi necessari per le notificazioni e qualsiasi ritardo imputabile al creditore“.

Poi, la norma europea indica chiaramente che “a meno che il debitore non sia responsabile del ritardo (cioè escludendo il caso di ‘dolo’), il creditore ha il diritto di esigere dal debitore un risarcimento ragionevole per tutti i costi di recupero sostenuti a causa del ritardo di pagamento del debitore. Questi costi di recupero devono rispettare i principi della trasparenza e della proporzionalità per quanto riguarda il debito in questione“. 

In altre parole, in Europa il creditore deve prima dimostrare la legittimità della pretesa ed i costi di recupero e solo dopo può esigerli.
Inoltre, in Europa, “se la legge o il contratto prevedono una procedura di accettazione o di verifica, diretta ad accertare la conformità delle merci o dei servizi al contratto” (ndr. il così detto ‘collaudo’), la decorrenza è “trascorsi 30 giorni, da quest’ultima data“, cioè quella della verifica (collaudo).

Infine, nella versione europea della Direttiva 2000/35/CE il creditore ha diritto agli interessi di mora solo “se ha adempiuto agli obblighi contrattuali e di legge. Ad esempio, potrebbero non essere dovuti ad un fornitore che ha ricevuto una diffida o una penale inerente il contratto dalla Pubblica Amministrazione committente, come anche se nell’espletare la fornitura il creditore cedente è stato sanzionato per obblighi di legge come la sicurezza sul lavoro ed i contratti dei lavoratori.

Questo potrebbe significare che, in base al testo europeo della direttiva, gli interessi vantati dal fornitore e ‘primo creditore’  potrebbero essere ‘decaduti’ ad insaputa del creditore eventualmente subentrato, che si ritroverebbe a poter contare solo sugli interessi successivi ad almeno 30 giorni dalla data di notifica della cessione del credito.

Sono tutte ipotesi, ma è evidente che la trasposizione italiana della Direttiva UE genera incertezza, farragine e contenziosi: esattamente ciò di cui imprese, banche e amministrazioni non hanno bisogno.

Demata

Ama bocciata, assessore dimesso: adesso tocca al Sindaco risolvere l’emergenza rifiuti a Roma

9 Feb

Il 5 giugno 2016, Virginia Raggi con i Cinque Stelle vinceva le elezioni amministrative al Comune di Roma e prometteva: “Oggi stesso dovrei inviare una lettera al dipartimento partecipazioni per avere chiarimenti su Atac e Ama. Ci sarà un assessorato per iniziare da subito con la riorganizzazione delle partecipate”.

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Dopo due anni e mezzo, a proposito di partecipate, arrivano le dimissioni dell’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Giuseppina Montanari, che si aggiunge a Paola Muraro, anche lei all’Ambiente, ad Andrea Mazzillo  e Raffaele De Dominicis, assessori al Bilancio, a Marcello Minenna, assessore al Bilancio, alle Partecipate, al Patrimonio, alle Politiche Abitative e alla Spending Review, a Alessandro Gennaro e Massimo Colomban,  anche loro assessori alle Partecipate, Adriano Meloni, assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro, Paolo Berdini, assessore all’urbanistica.

Un bilancio politicamente e managerialmente disastroso quello dei Cinque Stelle a Roma, se in pratica Partecipate e Bilancio hanno cambiato di media un assessore all’anno …

Dimissioni che oggi arrivano perchè la Giunta Raggi con il Sindaco in testa si rifiuta di riconoscere all’Ama  le fatture pendenti per 18 milioni di euro della gestione dei servizi cimiteriali e vota contro il Bilancio dell’azienda.
Evidentemente al Sindaco ed ai Pentastellati non interessano i possibili rischi, cioè che le banche non possano piu’ fare credito all’azienda, priva di un documento contabile approvato, con conseguenze dirette sulla già scarsa manutenzione dei mezzi/impianti, sul pagamento buste paga dei dipendenti e – inutile dirlo – sulla raccolta dei rifiuti a Roma.
Tutte cose per le quali adesso è il Sindaco e solo il sindaco ad avere delega e responsabilità.

Andando a consultare le “Linee programmatiche 2016-2021 per il Governo di Roma Capitale” – orgoglio e vanto di Virginia Raggi – scopriamo che l‘impegno preso con i romani era più o meno il seguente, riguardo i “temi relativi ad Ambiente, Ciclo dei rifiuti, Verde“:

  1. “operatività coerenti e congruenti con un piano a breve e medio termine di effettiva realizzazione”,
  2. “progressiva riduzione della produzione di rifiuti indifferenziati”, con una “raccolta differenziata spinta” ed “effettuata in modalità domiciliare”,
  3. “costruzione di almeno un’isola ecologica in ogni Municipio e mini isole ecologiche di quartiere per andare incontro alle esigenze dei cittadini”,
  4. i “centri di selezione dei materiali in grado di separare dal secco multi-materiale (plastica- ferro) i materiali riciclabili che hanno, ancora, un valore economico”, eccetera.

Sono trascorsi quasi 30 mesi e l’AMA non ha un bilancio, il Tmb Salario ha preso fuoco, l’immondizia romana continua ad essere spedita in Abruzzo, che … ad ottobre 2018 scorso ha ottenuto finanziamenti per quasi 30 milioni di euro per la realizzazione di progetti di potenziamento ed ammodernamento di impianti pubblici di trattamento e recupero rifiuti (TMB) e Piattaforme Ecologiche per il trattamento/recupero rifiuti di imballaggi, oltre che per la chiusura definitiva/bonifica di discariche dismesse comunali per rifiuti urbani.
Bastava  inoltrare richiesta nel 2016 al Ministero dell’Ambiente ai sensi della Delibera CIPE n. 25/2016 e … chiaramente avere un progetto serio e l’unità d’intenti.

Già, doveva provvedere la Regione, ma come fare se più la metà dei laziali vive a Roma e se nella Capitale si ruotano di continuo gli assessori strategici, cioè senza mai avere l’unità d’intenti, indispensabile per un progetto serio?
A proposito, ma i Cinque Stelle – a Roma come in Italia – hanno altra unità di intenti che “andiamo a comandare“?

Demata

Autonomia legislativa e fiscale in arrivo. E Roma?

6 Feb

Mentre la Quota 100, il Reddito di Cittadinanza e le liti con l’Unione Europea attiravano l’attenzione della pubblica opinione, il 21 Dicembre 2018 è arrivata in Consiglio dei Ministri la legge sull’autonomia legislativa e fiscale regionale ed a breve sarà pronta, come annunciava il Premier Conte  che “vogliamo trovarci, verso il 15 febbraio, a incontrare i presidenti delle regioni interessate e sottoscrivere con loro un’intesa“.

Le regioni interessate sono Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, mentre l’autonomia da Roma che otterranno riguarda di tutto: rapporti internazionali e con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; finanza pubblica e sistema tributario; beni culturali e ambientali; casse di risparmio e rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Naturalmente, parliamo di soldi. Non soltanto le tasse raccolte sul territorio, ma anche la gestione dei fondi per le imprese, gli incentivi per lo sviluppo economico, per l’occupazione, le garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari, gli aiuti all’agricoltura. Centinaia di miliardi di euro che vorrebbero sottratti ai ministeri e alla Cassa Depositi e Prestiti, cioè a Roma e … il suo PIL. 

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Scrive Il Messaggero: “il Veneto ha chiesto che una quota dei 6 miliardi di euro del Fondo rotativo a sostegno delle imprese gestito dalla Cdp, passi sotto il controllo regionale. Siccome le imprese in Veneto sono quasi il 10% di quelle italiane, significherebbe che circa 600 milioni dovrebbero uscire dalla gestione della Cassa per trasferirsi in quella di qualche finanziaria pubblica veneta. Se la stessa idea fosse sposata da Lombardia ed Emilia Romagna, lascerebbero Roma oltre 2 miliardi di euro di risorse“.

O quella dell’istruzione – a dirlo è  Enrico Panini, assessore al Bilancio, al Lavoro e alle Attività Produttive del Comune di Napoli e segretario ‘storico’ della CGIL Scuola intervistato da Orizzonte Scuola – con la previsione che “programmi scolastici, organizzazione, assunzioni e trasferimenti saranno solo locali”, cioè con stipendi diversi e insegnanti regionali per quasi 200mila cattedre, un quarto del totale del Paese. 

Il “criterio è sempre lo stesso: il numero delle imprese presenti sul territorio. Solo nel Veneto, come detto, è circa il 9 per cento del totale di quelle italiane, che sale al 36 per cento se si aggiungono le altre due Regioni.
Ad esempio, ci sono  le decine di miliardi di euro dei Fondi di garanzia per le opere pubbliche e  per le piccole e medie imprese, quelli dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura o dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare. E poi ci sono porti e aeroporti civili, produzione e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa, sistema tributario, cioè molti più soldi e posti di lavoro delle scuole e dell’agricoltura.

Ricorda Il Messaggero che “se ad una struttura ministeriale viene sottratto oltre un terzo del suo lavoro, è evidente che quella stessa struttura è destinata a disarticolarsi. Diventa inefficiente, ridondante. Con tutte le conseguenze del caso su occupazione e indotto“.

Grandi nubi all’orizzonte per la Capitale, che dovrà inventarsi attività diverse dal gestire denari e servizi altrui, come fa da 150 anni, se persino i romanissimi Gianni Alemanno e Francesco Storace del Movimento per la sovranità devono riconoscere che «il vero rischio per l’unità nazionale, e anche per il suo sviluppo economico, è continuare a disconoscere l’enorme residuo fiscale che viene versato da queste regioni allo Stato centrale».

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Dunque, l’autonomia differenziata NON si qualifica come un razzismo territoriale nell’accesso a servizi di cui tutti gli italiani hanno diritto allo stesso modo.
Accadrà ‘solo’ che il gap di servizi (asili, scuole, sanità, ambiente, commercio, produttività, trasporti) diventerà “legittimo”, cioè ‘quantificabile’ e ‘rivendicabile’ dai cittadini come da parte delle regioni più povere.

E cosa  sarà di Roma nel trovarsi a fronteggiare l’inefficienza e il degrado che ha costruito ostinatamente, senza meritocrazia e innovazione per rendersi attrattiva, privata del potere sui flussi finanziari creati dall’enorme residuo fiscale del Settentrione e costretta a garantire la perequazione tributaria destinata alle regioni meridionali ?

Demata

Tav: quali costi e benefici per l’Italia se poi resta al trasporto su gomma?

3 Feb

Tra Francia e Italia transitano oltre 42 milioni di tonnellate di merci che rappresentano quasi la metà di quanto si muove da e verso l’Europa.

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Questa linfa vitale per l’Italia ha diversi modi per valicare le Alpi Occidentali e raggiungere Francia, Portogallo, Spagna, Benelux e Gran Bretagna:

  1. l’Autostrada Traforo del Monte Bianco che dichiara come “i mezzi pesanti rappresentano una media giornaliera di oltre 2.430 veicoli sull’Autoroute Blanche (A40), ossia il 9% del suo traffico, pari a circa un milione di Tir all’anno e poco meno di 15 milioni di tonnellate di merci, che rappresentano una quota notevole dei traffici verso la Francia, il Benelux e la Gran Bretagna
  2. la “direttrice costiera” di Ventimiglia da cui – (dati Certet Bocconi ) – transita il 49,4% del traffico, cioè circa 1,5 milioni di Tir e oltre 20 tonnellate di merci in transito, con una crescita esponenziale negli ultimi anni
  3. il passante del Moncenisio-Fejius , dove (rapporto Alpinfo 2010) transitano solo 3 milioni di tonnellate di merci, a causa delle pendenze proibitive e della ristrettezza del tunnel, che dal 2020 sarà fuorilegge, perchè scadrà la deroga per le uscite di sicurezza e la ventilazione che ancora oggi mancano
  4. la restante parte (circa 3 milioni di tonnellate) transita attraverso la Svizzera o viaggia per mare e aereo.

Insomma, tra Italia e Francia non c’è una linea ferroviaria per le merci efficiente e ci sono oltre 42 milioni di tonnellate da spostare: qualsiasi popolo di buon senso non avrebbe dubbi: o si carica tutto su nave oppure servono binari (e tunnel) nuovi.

France Exports to Italy

Però, in termini di costi e benefici, c’è che in Italia sono immatricolati oltre quattro milioni di autocarri per trasporto merci, cioè ci sono degli interessi che cozzano con l’idea di collegare decentemente Francia e Italia: la Tav Torino-Lione rappresenterebbe la fine di un esercito di autisti, benzinai, ristoratori, riparatori, venditori eccetera.
Ad esempio in Val d’Aosta se nell’intera provincia di Genova con oltre 850.000 abitanti sono immatricolati meno di 40.000 autocarri, mentre nella provincia autonoma valdostana ci sono 46.926 autocarri (dati Anfia 2017) per circa 120.000 abitanti, … che equivale a dire un autocarro ogni tre valdostani, praticamente tutti esclusi bambini e anziani …

Dunque, quando si vanno a valutare i costi e i benefici della realizzazione della Tav Torino-Lione, c’è da tener conto che ne verrebbero centinaia di migliaia di disoccupati, per i quali – a dire il vero – l’Italia già oggi spende fior di bilanci se il trasporto su gomma è ormai obsoleto, visto che “la sopravvivenza delle imprese del settore oggi è affidata al sostegno dello stato tramite agevolazioni fiscali o il rimborso delle accise” , come dichiarava il il presidente di Fita CNA Modena, in occasione dello sciopero dei ‘padroncini’ nel 2015 per le deduzioni fiscali.

In totale, in Italia sono registrati oltre 4 milioni di autocarri per circa 60 milioni di abitanti: la media è di uno ogni 15 persone, cioè il 6,7% rispetto ai residenti totali.
Comuni-italiani.it pubblica una tabella dei Comuni superiori ai 5000 abitanti con maggior numero di auto per mille abitanti (anno 2016).
Nell’elenco sono indicati solo dieci comuni, ma già così scopriamo che a Scandicci gli autocarri per trasporto merci sono uno ogni cinque residenti a San Michele Salentino (22,3%) e Bolzano (26,5%), crescono ad uno ogni sette persone a Sala Consilina (14,6%) e Santa Venerina (14,7%), un po’ di più a Tavagnacco (9,3%) e Sannicandro di Bari (10,3%), nella norma Qualiano di Napoli 7,6%, ma arriviamo ad un autocarro ogni 3 persone a Trento (31,3%), mentre a Bolzano ci sono ben 8 camion ogni dieci residenti (77,9%) e ad Aosta capoluogo si va anche oltre (84,5%).

Aggiungiamo tutto l’indotto di rifornitori, ristoratori e riparatori e siamo arrivati ad una bella fetta dell’elettorato, distribuita a macchia di leopardo nel Paese ed in grado di paralizzarlo, certamente molto preoccupata dai propri interessi localistici piuttosto che da quelli collettivi, a partire dal caos, dal rumore e dall’inquinamento che ci arriva dal trasporto su gomma, di cui tanta italia si lamenta da decenni inutilmente.

Il vero timore non è la Tav in se, quanto la fine del trasporto su gomma all’italiana, che da decenni regge a fatica costi e carichi che solo il trasporto marittimo e ferroviario possono sostenere, come da decenni complica un assetto idrogeologico che andrebbe meglio tutelato.

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Il vero problema dei costi e dei benefici è che anche in questo caso l’innovazione non conviene a molti italiani: come per le mille comodità delle App e dell’Ecommerce che decine di milioni di italiani si rifiutano di usare l’economicità e l’efficienza del trasporto ferro-marittimo preoccupano i tanti altri che – avendo una bassa formazione – finora non hanno potuto altro che ‘riqualificarsi’ come artigiani, padroncini e piccoli imprenditori.

Dunque, decidere riguardo la Tav è semplice e dipende solo da quale Italia vogliamo: in Europa e con una tratta ferroviaria pensata al Futuro verso Spagna, Francia, Belgio, Olanda e fino alla Gran Bretagna?
Oppure, pensiamo già a breve di ridurre il nostro PIL che tanto non c’è modo di esportare abbastanza merci in un modo rapido e conveniente?

E gli artigiani, padroncini e piccoli imprenditori?
Se con un trasporto merci efficiente la produzione interna e il commercio estero ripartono, anche l’occupazione ne risentirà positivamente.

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Prendiamo atto che l’Italia esporta in Francia merci per un valore di 51,82 miliardi di dollari, mentre ne importa per un valore di 39,74 miliardi USD (dati ComTrade – 2017). Dunque, è all’Italia che conviene migliorare le rotte commerciali ed è l’Italia che verrebbe maggiormente danneggiata da una crisi tra le due nazioni.

Il problema è politico: avere un progetto infrastrutturale ventennale e avviare un piano di formazione-lavoro ad hoc.
Non sembra ci siano altri modi per avviare riforme ed innovazioni.

Demata

A Davos, Angela Merkel e le allarmanti notizie del Premier Conte

1 Feb

1527242134-frankfurterIl microfono malizioso di una telecamera di Piazza Pulita coglie un dialogo tra il Premier Conte e Angela Merkel e ci offre uno scenario significativo sia  degli uomini al governo sia dei reali scopi della Lega e dei Cinque Stelle.

Da mesi la notizia di maggiore interesse per economia e politica è quella della recessione e del debito crescenti con l’Iva che potrebbe impennarsi al 24,5%: tutti, inclusa la Merkel, vorremmo sapere quale sia la ‘sofferenza del Movimento’ dinanzi ad una tale manifesta impotenza/incapacità, vista anche la situazione di Roma e Torino.
Ebbene, i Cinque Stelle “sono molto preoccupati perché Salvini è circa al 35-36% e loro scendono al 27-26%”.

Riguardo le politiche migratorie e la presenza italiana nel Mediterraneo, la totale superficialità e l’assenza di progettualità con cui si affronta il problema è evidente: se Salvini dice che tutti i porti sono chiusi, io ho detto: “Ok, vuol dire che li prenderò in aereo!” … 

Tutti ci stiamo chiedendo quale sia il ruolo del Presidente del Consiglio, aspettandoci che, come di solito, sia garante del Programma e dell’unità d’intenti del Governo. Adesso, lo sappiamo che non c’è nulla da aspettarsi: “la mia forza è che se io dico: “Ora la smettiamo!” , loro non litigano.” 

Andando al diretto interesse dei partner stranieri come degli italiani, cittadini o imprese che siano – cioè la politica monetaria, fiscale e commerciale – il premier Conte questionato da Angela Merkel sul ‘focus dei Cinque Stelle” … spiega che ora ci sono molti nel partito che dicono: “Il nostro amico è la Germania, e quindi dobbiamo fare la campagna contro la Francia!”

E riguardo l’ormai controverso leader della Lega , il premier italiano è esplicito con la collega tedesca: “Matteo Salvini è contro tutti e chiude tutto“.

Dunque, la Germania è informata che i Cinque Stelle non hanno un programma, pensano innanzitutto alla campagna elettorale, litigano e non c’è dialogo con Salvini, mentre – riguardo l’Italia intera – il premier non dirige il governo, anzi funge quasi da arbitro

Qualcuno pensa che Angela Merkel sia uscita rassicurata da questo breve colloquio? E la Francia presa di mira anche per mero tornaconto elettorale? O il resto d’Europa a veder confermato che Matteo Salvini è ‘contro tutti’?

Demata

Pace in Afghanistan? Magari … Ecco quanto c’è da sapere

29 Gen

Oltre 5,5 i miliardi di euro spesi in dieci anni di guerra in Afghanistan solo dall’Italia, che è costata finora le vite di 53 nostri militari e ben 650 feriti.  
Ad oltre 5,5 miliardi ci si arriva con le spese dal 2010 al 2012 quando l’Italia ha destinato oltre 2,5 miliardi alla missione  e non sono solo spese militari. Attualmente, (dati del 2017) vengono spesi 193,7 milioni di euro principalmente per presidiare la provincia di Herat.

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Intanto, 17 anni dopo, gli Stati Uniti si ritrovano ad aver speso 1,07 trilioni di dollari ed il costo iniziale totale era di circa un miliardo di dollari secondo il Dipartimento della Difesa.

Secondo il recente rapporto “Cost of War” dell’Istituto Watson per gli affari internazionali e pubblici della Brown University, è  confermato che

  1. i militari USA  morti sono 2.372 di cui 1.856 in azione e di 20.320 feriti, con 3.937 contractors  e 1.141 soldati di altre nazionalità anch’essi uccisi
  2. i morti civili ammontano ad almeno 38.480 in Afganistan e 23.372 in Pakistan, con almeno altrettanti feriti
  3. le forze governative afgane hanno contato 58.596 caduti, quasi 500 operatori umanitari sono stati uccisi dai Talebani, i quali avrebbero subito non meno di 72.000 morti
  4. i rifugiati profughi di guerra sono 1,3 milioni in Pakistan e circa un milione in Iran. Il Rapporto indica testualmente “in Europa alcuni paesi hanno accettato molti rifugiati; altri, ad esempio l’Italia, hanno criminalizzato loro e chi li assiste“.

Poi, ci sono gli interessi italiani che sono ben chiariti dalla Legge 29 novembre 2012, n. 239, relativa all’Accordo sul partenariato e la cooperazione di lungo periodo tra la Repubblica italiana e la Repubblica islamica dell’Afghanistan:

  1. l’impegno italiano (nel 2012 aveva raggiunto i 570 milioni di Euro) per la promozione del  buon governo, del rispetto dei diritti umani, del ruolo e della partecipazione delle donne, della protezione dei minori e della lotta contro la droga, la corruzione e l’illegalità;
  2. la cooperazione italiana si concentra su: lo sviluppo economico e agricolo (includendo colture alternative come lo zafferano), la costruzione dell’autostrada nazionale Kabul-Bamyan, il Corridoio Est/Ovest (da Herat a Chest-i-Sharif), l’Aeroporto Internazionale di Herat (150 milioni di Euro), la rete stradale di Herat e della regione occidentale
  3. il proprio aiuto sostenendo i Programmi Prioritari Nazionali, in linea con la Strategia Afgana per lo Sviluppo (Afghan Development Strategy) e le Conclusioni della Conferenza di Kabul del luglio 2010
  4. le nuove opportunita’ per lo sviluppo nei settori del marmo, dell’agroalimentare, del tessile, delle infrastrutture,  risorse minerarie e idrocarburi; centrali di produzione energetica su piccola scala (fra cui le centrali fotovoltaiche) e pompe idrauliche; infrastrutture (fra cui l’Aeroporto di Herat e la strada fra Herat e Chest-i-Sharif),  agricoltura e industria agroalimentare; gioielli (pietre preziose e semi-preziose), cemento, sanità, eccetera.

Avete visto voi?

Dunque, ce ne sarebbero di motivi per l’Italia nel ritirarsi dall’Afganistan. E la ripresa ‘alla grande’ del traffico di eroina, le donne schiavizzate, i milioni di profughi, il ripristino di un pericoloso stato jihadista?

L’esodo degli USA crea una situazione del tutto nuova e visibilmente critica in Centro Asia. Infatti, l’Afghanistan confina

  1. a sud e a est c’è il Pakistan, nazione ‘amica’, ma che ha rapporti talmente amichevoli’ con l’Iran che questo ha ben pensato di costruire un ‘muro’ che taglia a metà il Belucistan, tra le proprie provincie e quelle pachistane
  2. a ovest c’è l’Iran, che con la diga di Helmad può azzerare l’acqua che rifornisce l’agricoltura afgana e che sostiene da quasi 30 anni 2,5 milioni di profughi afgani sciti, che pur vorrebbero/dovrebbero tornare a casa
  3. ad est c’è la Cina Popolare che, giusto per chiarire il ‘punto di vista’, ha spedito in Xinjiang nei “campi di ri-educazione” un milione di islamici e dal 2014 ad oggi oltre un milione di membri del partito comunista ed “impiegati statali” (prevalentemente polizia e militari) sono stati assegnati nella regione
  4. a nord ci sono le repubbliche ex sovietiche di religione islamica ismailita o scita del Turkmenistan (povero, ad economia rurale e legato alla Russia), del Tagikistan (ricco di petrolio e gas, ma povero e spesso privo di elettricità, gas e acqua per una sorta di embargo della Russia) e l’Uzbekistan, che è il quarto produttore mondiale di cotone, dove il fondamentalismo già da 15 anni è attivo 
  5. a nord ed est, poco oltre il confine di paesi più o meno ‘amici’, c’è la Russia che ha – tra le varie – il Tupolev Tu-160 che ad un’ora di volo può scaricare 40 tonnellate tra bombe e missili, mentre – con due ore di volo – potrebbe testare il neonato drone armato Okhotnik con bombe laser-guidate e paragonabile a un caccia F-15 Strike Eagle statunitense, ma senza pilota a bordo, come un solo Antonov è in grado di spostare in poche ore 250 tonnellate di militari e attrezzature.

La bozza di accordo prevede l’impegno dei talebani a non far diventare il Paese un santuario di terroristi e gli americani invece si impegnano a un ritiro totale delle truppe in cambio del cessate il fuoco e il coinvolgimento talebano in colloqui con il governo afghano.

Poca cosa senza un’autorità militare internazionale a far da garante ed è forte il timore che il ritiro preluderà a nuovi equilibri (che in Afghanistan solitamente vengono scritti con rovine e sangue): il Comando NATO ieri ribadiva che “siamo in Afghanistan per creare le condizioni di una soluzione pacifica negoziata: non lasceremo prima di avere una situazione che ci permetterà di ridurre il numero di truppe,il nostro obiettivo è quello di impedire che il Paese torni a essere un paradiso sicuro per il terrorismo internazionale“.
Niente paradisi, specialmente se i dati confermano che dal 2012, nonostante fosse noto che quelle afgane non fossero affidabili, gli USA decisero un drastico ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan ed, a seguire, c’è stato un drastico aumento mondiale del consumo di eroina e delle over-dose.
Ancora oggi, secondo l’Unodc, l’85% dell’eroina e della morfina prodotte nel mondo, è estratto dall’oppio afghano e si tratta di quasi 400 tonnellate (cioè circa un miliardo di dosi da strada), che viene trafficato in tutto il mondo attraverso i paesi confinanti. 

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foto da analisidifesa.it

Non è difficile indovinare come andrà a finire senza un forte presidio militare internazionale. Narcostato, integralismo che si espande nell’Asia Centrale, possibili collisioni tra nazioni già oggi ben armate, l’un altro ostili, salvo un sempre probabile intervento russo / iraniano e/o  del Pakistan, filo-statunitense.

L’impressione generale è che gli USA di Trump stiano delineando una nuova Yalta in semi-accordo con Putin non solo in Siria, ma anche in Asia, cioè ritirando personale ed investimenti in Medio Oriente e Afganistan, gli Stati Uniti confidano di ritornare alla Dottrina Monroe e ‘dedicarsi al giardino di casa’, le Americhe.

Non a caso la Brexit riporta il Commonwealth al suo “naturale” ruolo di controllore dell’Oceano Indiano e delle rotte da oriente a occidente, basta guardare una mappa e quali nazioni ne fanno parte, Pakistan incluso.

Finanza e industria ben sanno che il Cambiamento Climatico crea nuove e diverse prospettive commerciali date dalla navigazione artica per la Gran Bretagna, come per tutta la Scandinavia e il Canada, con corrispettivi Russia, Cina, Corea e Giappone.

Ed all’Europa restano i pasticci che ha combinato in Medio Oriente,  in Africa … ed in alcuni processi di unificazione nazionale con lo smantellamento dei regni governati da Borboni o Asburgo.

L’Italia è una questione a parte: non possiamo permetterci un contingente di 1000 uomini all’estero, talmente siamo indebitati:  Di Maio a Washington il 14 novembre 2017 (fonte ANSA) fu chiaro: “Sull’intervento in Afghanistan siamo sempre stati chiari. Per noi quello è un intervento che per la spesa pubblica italiana è insostenibile“.

Infatti, oggi Quotidiano.net riporta che “il ministro dell’economia e finanze Trenta ha dato disposizioni al Comando operativo di vertice interforze di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano. Le stesse fonti aggiungono che l’orizzonte temporale potrebbe essere quello di 12 mesi”.
Inoltre, “la richiesta di valutare una pianificazione del ritiro del contingente italiano avviata dal ministro Trenta sarebbe statacondivisa con la presidenza del consiglio“. Quindi, se Moavero (ndr. e la Lega) non era a conoscenza dei piani della Trenta, Conte non solo era stato informato, ma li ha anche avallati“. 

Demata

Lettera aperta a +Europa

24 Gen

Dal 25 al 27 gennaio 2019 si tiene il Congresso di +Europa, a Milano presso l’Hotel Marriott, in vista delle prossime elezioni europee formazione politica demoliberale avrà in Italia la possibilità di sfondare il 4% – presentandosi come alternativa per i tanti defezionisti del PD e/o dei Cinque Stelle – e questo darebbe la certezza di tot seggi in Parlamento UE.

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Ma basta tentare per l’ennesima volta ad “essere uniti” e farsi “alternativa”, mirando ad un 6% oggi che ridiventerebbe 3% dopodomani?
No, a parte l’antico problema dei catto-liberali o Destra liberale –  oggi con la Lega – e dei liberisti ‘di ritorno’ più o meno pentiti delle iperboli che ci hanno raccontato per anni, c’è quello dell’elettorato PD che ritornerà alla base nelle elezioni locali e politiche.
Inoltre, farsi ‘alternativa’ non è una forte motivazione al voto per gli  almeno 5 milioni di quegli elettori (oggi ancora in vita) che dal 1992 – con l’avvento del Bipolarismo ‘centrista all’amatriciana’ di Berlusconi vs D’Alema – non hanno più avuto un proprio partito ‘riformista’ da votare, mentre prima avevano fior di riferimenti, programmi e personaggi da scegliere tra PSI, PLI, PRI, Radicali eccetera.

Se, poi, si pensa di attrarre il voto degli under30 (10% elettorato), a maggior ragione servono ‘slogan’, programma e visibilità on line, visto che usano solo il web per informarsi, ma uno su sei non ha il diploma e di media 1 su 4 non lavora (ndr. le cose peggiorano per meridionali e donne), con il risultato che solo uno su dieci è sposato o convivente e non meno di mezzo milione ha già cercato o trovato lavoro in Europa, spesso da soli e fuori dai circuiti ‘protetti’ dei progetti UE.

In altre parole, non vorremmo che il Demoliberali europeisti italiani ‘vincano’ le Europee e 2-6 di loro vanno a Bruxelles a farsi sentire, ma alle Politiche dovranno – causa legge elettorale – confluire con il PD come al solito, mentre alle Amministrative non avranno abbastanza candidati nei comuni, salvo poi reclutare i transfughi dei Cinque Stelle (si spera quelli di buon senso e con il capo cosparso di cenere) e/o dell’arcipelago verde (che almeno sarebbero ‘trendy’, vista l’ascesa dei Greenliberal nei paesi avanzati).

La questione si riassume tutta nel detto di Sun Tzu: “I vincenti sono quelli che prima si preoccupano di come vincere e poi vanno alla competizione, i perdenti sono coloro che prima prendono parte al contesto e poi, solo quando sono lì, cercano di vincere”. 

Intanto, c’è da superare il 4% sperando che molti voti non ritornino al PD a stretto giro, ma – ad avere un progetto – ci sarebbero da convincere innanzitutto i simpatizzanti di vecchia data (quei famosi 5 milioni) e i loro figli under30 (altri 3-5 milioni), con l’obiettivo di pervenire ad un 8-10% stabili anche alle politiche e alle amministrative, cioè avere anche in Italia una valida rappresentanza della Associazione Liberali Democratici Europei, finora esclusa.

Se, secondo Sun Tzu, è complicato per un soldato andare in battaglia senza sapere chi è il generale, chi sono gli alleati e cosa deve essere conquistare …  lo è anche per un azionista nel non diffidare di una ditta di proprietà di un fondo, che campa in una nicchia speculativa ed i ricavi finiscono a finanziare chissà cosa e dove … come per un consumatore che arrivato allo scaffale non è di certo indotto a scegliere un prodotto, se non è stato pubblicizzato, lo scatolo non è attraente e c’è scritto tutto quanto serve.

Slogan, programma e portale: qui non si tratta di una fondazione o di un giornale il cui sito è organizzato per ‘temi’ e si va avanti con “l’attualità”: qui parliamo di un ‘organo di partito’, una volta a mezzo stampa ed oggi on Web ed interattivo come un portale. Infatti, visitando i siti degli altri partiti europei aderenti ad ALDE è tutta un’altra storia.

Nel III Millennio, senza programma semplice (e corrispettivi slogan), diventa impossibile ai leader di essere presenti su Web e soprattutto sui Social in modo coerente.
Infatti, Lega e Cinque Stelle hanno risolto il problema del “non programma” con un solo speaker a testa (Salvini e Di Maio) che parla per tutti più volte al giorno. Ma non è una soluzione praticabile in ambito liberale.

Nel III Millennio, senza un programma “di partito”, è impossibile emettere decine di tweet alla settimana per ‘esistere’ sui Social senza contraddirsi e senza rifugiarsi nelle astrazioni. Serva un portale – come quelli dei Sindacati, ad esempio – per aggregare la base locale ed ‘esistere’ nel territorio, ‘emergere’ alle Politiche o Amministrative e poter dimostrare la capacità di buon governo.

Perchè non c’è un programma? 

Certamente manca un programma (a tutti i partiti nostrani, sia chiaro), perchè in Italia le Facoltà giurisprudenziali ed economiche non hanno mai recepito il dato che “la tecnica ha i suoi effetti sull’economia e sui rapporti sociali”, eppure sono trascorsi quasi 50 anni da quando fu pubblicato “Technology and Society”, a cura di Robin Roy e  Nigel Cross (Milton Keynes: Open University Press, 1975).

Tradotto in italiano come “La tecnologia e i suoi effetti sull’economia e sui rapporti sociali”, ne esistono ormai pochissime copie … con somma gioia dei teorici del Leviatano e della Legge di Mercato come del Welfare State e dello Statalismo.
Ma oggi, ormai, è a Silicon Valley dove ‘transitano’ tutte le relazioni sociali e tutti i soldi del mondo … ed sono il Climate Change e la tecnologia che dovrà fargli fronte a dettare le regole in termini finanziari e relazionali.
Il predominio dell’Economia sulla Politica e della Politica sulla Tecnica? Bufale.

Molto probabilmente non c’è un programma (come tutti i partiti nostrani, sia chiaro) anche perchè si corre dietro ai comitati dei quattro gatti e ai like massivi che sono foglia al vento, ma non v’è la percezione nel ristretto mondo della Politica dei partiti, che sono non meno di 3 milioni gli italiani che risiedono in Germania, Regno Unito, Francia e Spagna (dati AIRE) , ai quali c’è da aggiungere quelli di seconda generazione ‘europea’ con doppio passaporto e tutti coloro che operano nel commercio e nella logistica esteri.

In altre parole, la Politica che corre dietro all’ortolano e al padroncino o all’accademico, non sa che gli ‘italiani all’estero’ significano – qui in Italia – che su 25 milioni di famiglie italiane, almeno una su 3 che ha problemi diretti derivanti dall’Europa.
Perchè Europa unifica il denaro e sposta i giovani lavoratori come vuole, ma ostacola i ricongiungimenti ed i rientri interfamiliari, come nega pari norme sanitarie, assistenziali e previdenziali. Perchè Europa limita i trasferimenti d’impresa e l’Ecommerce, se i trattati bilaterali poi lasciano aleatoria la residenza fiscale come è variegata la sede/norma giudiziaria competente. Perchè Europa consente agli Stati nazionali (e alle Autonomie) di derogare persino ai servizi essenziali e di accumulare debiti fino a strozzarsi da soli, azzerando le pari opportunità tra diversi territori europei.

E se da un lato arriva la Brexit, dall’altro c’è il trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania … spesso i problemi degli italiani con l’Europa sono causati innanzitutto da leggi nostrane che aspettano la ‘riforma definitiva’ da 30-40 anni. 

Dunque, se si vuole dimostrare che non è la solita questione di ‘poltrone’ e di ‘nominati’ e se si vuole diffondere l’idea di un’Italia in Europa ed un’Europa per l’Italia, c’è da chiarire agli elettori ‘quale Europa’ potrebbe essere utile ai cittadini e alle famiglie, come ad imprese e lavoratori, per difenderci sui Mercati come per salvaguardare cittadini e aziende dalle bizzarrie (normative) delle varie gentry provinciali e regionali.
Cioè … quali riforme per l’Italia?

Ignora cosa un uomo desidera e ignorerai quale è la vera fonte del potere.” (Walter Lippmann).

I media parlano solo di chi sarà segretario di +Europa, ma un segretario viene eletto in base alle tessere, cioè il pre-esistente, e agli elettori interessano le ‘promesse’, cioè i programmi futuri … da mettere in piedi nei prossimi tre giorni.
Sembrano davvero pochi, cosa dire? Buon lavoro.

Demata