Diseguaglianze e istruzione tra mito e realtà in Italia

1 Apr

Purtroppo, la povertà è una conseguenza, non una semplice condizione.

La causa generale della povertà – ben prima che inventassero l’agricoltura, le città e il denaro – è nell’educazione e nell’istruzione che riceviamo/accettiamo, la sua causa è nell’apprendimento: furono l’intelligenza e la capacità tecnica che distinsero Lucy e la sua gente dalle scimmie dell’albero accanto, tantissimo tempo fa. Così acquisimmo la libertà e la scelta.

Ed è bene a sapersi che proprio questo pone il problema etico che affrontarono i puritani prima e i liberali poi, inventando l’istruzione pubblica ‘contro’ chi non fa studiare i figli e/o con chi li diploma senza troppi sforzi, destinandoli a sudditanza e insuccesso, se non violenza e carcere.

Ma noi italiani abbiamo una bella contraddizione in testa: da un lato siamo con San Luca che addita i ricchi e i gaudenti come causa di povertà ed esclusione e dall’altro lato vogliamo tutti vivere da ricchi e famosi.
Quanto ai politici di cui ci lamentiamo con buone ragioni, dunque, il problema è sempre e solo chi li elegge, se vota quel che piace o vota quel che serve: nel primo caso un altro cambialone, nel secondo ‘lacrime e sangue’, cosa scegliereste voi?

Insomma, è andata che dagli anni ’80 abbiamo sperato di vivere tutti ricchi e famosi: c’era la propaganda commerciale e politica a dircelo, quando smantellarono le industrie perchè diventavamo un paese per turisti e cultura.

Viceversa, questo accadeva non per ‘lavorare meno, arricchirsi tutti’, ma perchè dalla crisi petrolifera e valutaria del 1974 sapevamo che non potevamo continuare con quel trend industriale per carenza di risorse energetiche.
Almeno quelli che hanno più di 65 anni dovrebbero ricordarlo che “l’Italia non ha petrolio e corrente elettrica”: si studiava a scuola alle elementari.
Questa è la diseguaglianza italiana e questo è il disagio ‘sociale’ che ci rende poveri e non esattamente ‘famosi’.

Una volta, per ‘superare queste diseguaglianze’ lo Stato dichiarava guerra a qualcuno o diventava vassallo di qualcun altro. Oggi, non va più così: la sovranità è sacra. Ma oggi, la situazione dei combustibili fossili mondiale torna a confermare che noi italiani viviamo al di sopra di quanto possiamo permetterci.

E, senza risorse energetiche, per quanto le ottenessimo a prezzi di favore, è accaduto che le eccellenze sono andate in buona parte via (non meno di 100.000 l’anno), dato che per loro non c’era lavoro, se gas e fotovoltaico nazionali restavano una chimera tecnologica … perchè tutte le politiche attuate dalla metà dei ’70 privilegiavano i meno istruiti, tanto sarà solo per una generazione … dissero.

Oggi, abbiamo tanti tanti poveri, ma la cosa che sbigottisce è la scarsissima qualificazione professionale di questi “poveri”, in un paese dove già i redditi medi (16mila e rotti annui) non arrivano a contribuire adeguatamente ai servizi pubblici: è questa la base del consenso della politica che firmerà l’ennesimo cambialone.

Ma non ci sarà verso di far risalire i redditi, se l’Italia non ritorna ad essere un popolo ‘ad alto valore aggiunto’ e per questo servirebbero il doppio dei laureati tecnici che abbiamo oltre a istituti superiori ben più meritocratici, cioè finanziati e sostenuti anche dalle imprese come accade in tutto il mondo.

Chi protegge le scuole se finisce l’era dei tutti promossi da 6 a 18 anni?
E come avrà un reddito per i prossimi 40-50 anni9 l’esercito delle terze medie e tot 5° elementare (1 lavoratore su 5), se infrastrutture e servizi diventassero da III Millennio come per magia?
Se volessimo insegnare le scienze e la tecnica che servono per aggiornare programmi e titoli di studio, dove troviamo i docenti laureati, che mancano già all’industria?

Un serpente che si morde la coda, quello delle diseguaglianze e quello della povertà salvo che la Politica – se esiste ancora – non decida di occuparsene sul serio: l’Italia non può rinunciare ad un’amministrazione pubblica “smart” e moderna, solo perchè sarebbe meno accessibile ad una parte della popolazione fino all’avvento di una generazione di adulti ‘moderna’.

Esiste un rischio di tenuta sociale, ma è anche vero che molti anziani usano apps e consultano siti istituzionali abbastanza agevolmente, quanto alla connettività sta ai sistemi informatici creare delle applicazioni che non richiedano troppa connettività.
Quel che è certo è che dilazionando ancora l’innovazione digitale italiana, il ‘digital divide’ ne verrà solo accentuato, come abbiamo accentuato la povertà finora: va assolutamente evitata la situazione sociale che sorgerebbe a breve da un’Italia ancor più declinante e indebitata.

A proposito, nel contrasto delle “diseguaglianze all’italiana” nell’Era Digitale, potrebbe tornarci utile se ritornassimo ad avere scuole che insegnano – tra primaria e medie – come si scrive una lettera commerciale, come si compila un modulo o un prospetto e come si legge un disegno tecnico o si compone una paginetta, dopo il ‘fai da te, liberi tutti’ affermatosi negli Anni ’70?

Demata

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