Autonomia legislativa e fiscale in arrivo. E Roma?

6 Feb

Mentre la Quota 100, il Reddito di Cittadinanza e le liti con l’Unione Europea attiravano l’attenzione della pubblica opinione, il 21 Dicembre 2018 è arrivata in Consiglio dei Ministri la legge sull’autonomia legislativa e fiscale regionale ed a breve sarà pronta, come annunciava il Premier Conte  che “vogliamo trovarci, verso il 15 febbraio, a incontrare i presidenti delle regioni interessate e sottoscrivere con loro un’intesa“.

Le regioni interessate sono Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, mentre l’autonomia da Roma che otterranno riguarda di tutto: rapporti internazionali e con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; finanza pubblica e sistema tributario; beni culturali e ambientali; casse di risparmio e rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Naturalmente, parliamo di soldi. Non soltanto le tasse raccolte sul territorio, ma anche la gestione dei fondi per le imprese, gli incentivi per lo sviluppo economico, per l’occupazione, le garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari, gli aiuti all’agricoltura. Centinaia di miliardi di euro che vorrebbero sottratti ai ministeri e alla Cassa Depositi e Prestiti, cioè a Roma e … il suo PIL. 

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Scrive Il Messaggero: “il Veneto ha chiesto che una quota dei 6 miliardi di euro del Fondo rotativo a sostegno delle imprese gestito dalla Cdp, passi sotto il controllo regionale. Siccome le imprese in Veneto sono quasi il 10% di quelle italiane, significherebbe che circa 600 milioni dovrebbero uscire dalla gestione della Cassa per trasferirsi in quella di qualche finanziaria pubblica veneta. Se la stessa idea fosse sposata da Lombardia ed Emilia Romagna, lascerebbero Roma oltre 2 miliardi di euro di risorse“.

O quella dell’istruzione – a dirlo è  Enrico Panini, assessore al Bilancio, al Lavoro e alle Attività Produttive del Comune di Napoli e segretario ‘storico’ della CGIL Scuola intervistato da Orizzonte Scuola – con la previsione che “programmi scolastici, organizzazione, assunzioni e trasferimenti saranno solo locali”, cioè con stipendi diversi e insegnanti regionali per quasi 200mila cattedre, un quarto del totale del Paese. 

Il “criterio è sempre lo stesso: il numero delle imprese presenti sul territorio. Solo nel Veneto, come detto, è circa il 9 per cento del totale di quelle italiane, che sale al 36 per cento se si aggiungono le altre due Regioni.
Ad esempio, ci sono  le decine di miliardi di euro dei Fondi di garanzia per le opere pubbliche e  per le piccole e medie imprese, quelli dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura o dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare. E poi ci sono porti e aeroporti civili, produzione e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa, sistema tributario, cioè molti più soldi e posti di lavoro delle scuole e dell’agricoltura.

Ricorda Il Messaggero che “se ad una struttura ministeriale viene sottratto oltre un terzo del suo lavoro, è evidente che quella stessa struttura è destinata a disarticolarsi. Diventa inefficiente, ridondante. Con tutte le conseguenze del caso su occupazione e indotto“.

Grandi nubi all’orizzonte per la Capitale, che dovrà inventarsi attività diverse dal gestire denari e servizi altrui, come fa da 150 anni, se persino i romanissimi Gianni Alemanno e Francesco Storace del Movimento per la sovranità devono riconoscere che «il vero rischio per l’unità nazionale, e anche per il suo sviluppo economico, è continuare a disconoscere l’enorme residuo fiscale che viene versato da queste regioni allo Stato centrale».

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Dunque, l’autonomia differenziata NON si qualifica come un razzismo territoriale nell’accesso a servizi di cui tutti gli italiani hanno diritto allo stesso modo.
Accadrà ‘solo’ che il gap di servizi (asili, scuole, sanità, ambiente, commercio, produttività, trasporti) diventerà “legittimo”, cioè ‘quantificabile’ e ‘rivendicabile’ dai cittadini come da parte delle regioni più povere.

E cosa  sarà di Roma nel trovarsi a fronteggiare l’inefficienza e il degrado che ha costruito ostinatamente, senza meritocrazia e innovazione per rendersi attrattiva, privata del potere sui flussi finanziari creati dall’enorme residuo fiscale del Settentrione e costretta a garantire la perequazione tributaria destinata alle regioni meridionali ?

Demata

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