Jihad, cosa accade se le nazioni reagiscono?

3 Lug

MALAYSIA
Il 30 giugno 2016 Abdul Rhaman Osman, Muftì di Pahang,  ha definito “kafir harbi” ogni cittadino non-musulmano. Il termine indica i non credenti nel Corano e i nemici dell’Islam, che per questo meritano la morte.
Abdul Rahman aveva utilizzato per la prima volta questa formula il 23 giugno scorso, affermando che i musulmani commettono un peccato sostenendo il Democratic Action Party (Dap, partito d’opposizione sostenuto dati cittadini di etnia cinese), perché si erano opposti alla proposta di legge di inserire la sharia nel Paese.
Secondo i dati dell’Unhcr sono  registrati come rifugiati in Malaysia più di 53mila musulmani di origine bengalese provenienti dalla Birmania – “Rohingya” – e che sono più di 150mila i richiedenti asilo nel Paese per la maggior parte musulmani srilankesi.
Nonostante gli appelli dell’Unhcr, i rifugiati Rohingya continuano ad essere rinchiusi nei centri di detenzione per ‘motivi di sicurezza’.

SRI LANKA
Continua l’esodo della minoranza musulmana, dopo che – due anni fa i buddisti hanno rasero al suolo Dharga Nagar, Beruwela e Aluthgama, tre città a maggioranza islamica, dove oltre 10mila persone furono costrette a fuggire dalle proprie case.
Gli attacchi – durante i quali ogni proprietà dei musulmani è stata presa di mira, mentre venivano risparmiati i negozi singalesi – furono fomentati dal gruppo radicale buddista Bodu Bala Sena (Bbs), per ritorsione contro un attacco ai danni del ven. Ayagama Samitha Thero, noto per le sua tolleranza religiosa.

BIRMANIA
Nella notte del 23 giugno 2016 un gruppo di 200 buddisti ha fatto irruzione nella moschea di Thuye Tha Mein, poco a nord di Yangon, distruggendola e devastando anche il cimitero islamico adiacente.
Decine di famiglie musulmane sono state costrette a cercare rifugio nella centrale di polizia per sfuggire alle violenze. L’attacco è stata causato da una diatriba nata ieri fra alcuni vicini circa la costruzione di una scuola islamica.
Dal 2012 il Myanmar è teatro di una lunga serie di violenze confessionali che hanno causato almeno 300 morti e 140mila sfollati, la maggior parte dei quali musulmani Rohingya immigrati dal Bangladesh.
I nazionalisti birmani – con in prima linea i monaci buddisti del Ma Ba Tha – criticano in modo feroce l’uso del termine “Rohingya”, chiedendo di chiamarli “bengali”.

RUSSIA
La Camera bassa del parlamento russo ha apporvato il 23 giugno  la cosiddetta “legge Yarova” un pacchetto di misure antiterroristiche che contiene, tra le altre cose, elementi fortemente limitativi della libertà religiosa.
La norma – promossa da Irina Yarova, deputato del partito di maggioranza Russia Unita e presidente del Comitato sicurezza alla Duma di Stato – prevede anche la carcerazione per “mancata denuncia” di informazioni e l’ergastolo per il terrorismo internazionale, oltre ad obbligare gli operatori delle telecomunicazioni a conservare le informazioni sul contenuto delle conversazioni e della corrispondenza degli utenti.
Per contrastare il Jihadismo, la legge Yarova introduce il divieto di attività religiosa in tutti i luoghi al di fuori di quelli appositamente autorizzati”, ha scritto Tanya Lokshina, direttore di Human Rights Watch in Russia.

INDONESIA
Erano da poco stati liberati 10 marinai indonesiani rapiti dagli estremisti islamici filippini di Abu Sayyaf, quando  il 20 giugno scorso nelle acque di Sulu (Filippine), roccaforte dei jihadisti, la nave “Charles 001” è stata assalita da due gruppi di miliziani, che hanno rapito sette marinai indonesiani.
Da due giorni, l’esercito indonesiano ha avuto il via libera dal Presidente Joko Widodo per un intervento militare in territorio filippino, se le trattative con i rapitori dovessero fallire.

CINA
Il governo di Pechino, dal 7 giugno 2016, ha vietato a dipendenti pubblici, studenti e insegnanti di osservare il Ramadan.
Ai ristoranti, è stato ordinato di osservare l’orario normale, senza chiusure straordinarie, mentre sul sito del governo è apparso l’avviso: “I membri del partito comunista, i quadri, i dipendenti pubblici e gli studenti non devono osservare il digiuno del Ramadan né prendere parte a cerimonie religiose.”
In Xinjang, nel nord-ovest della Cina, dove il 58% della popolazione è musulmana, durante un’operazione di polizia sono state uccise 28 persone ritenute affiliate ad IS e coinvolte nell’attacco alla miniera di carbone Sogan di Aksu con decine di morti e feriti.

INDIA
Pochi giorni fa, le forze di sicurezza indiane hanno fermato un gruppo di terroristi islamici che progettava di fomentare scontri con gli induisti, dissacrando con carne di mucca i loro templi, in una nazione dove nelle aree trbali si verificano ancora oggi linciaggi da parte degli induisti verso i macellai islamici.
La “cellula di Hyderabad” era in possesso di notevoli quantità di esplosivo, armi e telefoni clonati, fanno capo a Shafi Armar, alias Yousuf al Hindi, referente locale di Isil.
Secondo Rohan Gunaratna , direttore del Centro Internazionale di ricerca di Singapore per la violenza politica e terrorismo, la maggiore minaccia terroristica in India è quella che sta reclutando giovani musulmani della classe media, in grado di preparare attacchi “dai propri uffici o camere da letto”.

LIBANO
Dopo la serie di attacchi suicidi (cinque morti e una ventina di feriti) che ha colpito la cittadina di al-Qaa nei pressi del confine con la Siria,  il patriarca maronita chiede al governo di “assumersi le proprie responsabilità agli occhi della nazione, per scongiurare nuove tragedie”.
Il cardinale Beshara Rai ha anche rivolto un plauso all’esercito e alle forze di sicurezza, per le quali chiede “il massimo sostegno a tutti i livelli”, invitando i cittadini a rilanciare l’ideale di “unità nazionale e solidarietà” per affrontare le sfide poste dal terrorismo e dagli attacchi contro il Libano.
Da tempo l’esercito libanese è impegnato in una lotta a tutto campo contro le fazioni jihadiste attive lungo la frontiera reprimendo le cellule locali che operano nell’area.

GIORDANIA
Stati Uniti ed Arabia Saudita avevano convogliato munizioni e armamenti in Giordania, per fomentare le rivolte contro il presidente Bashar al Assad.
Le armi – tra cui mortai, razzi e granate del valore di milioni di dollari – furono trafugate da funzionari corrotti dell’intelligence di Amman e vendute tramite trafficanti sul mercato nero.
A svelare il furto è stata un’inchiesta congiunta del New York Times e di Al Jazeera, che hanno intervistato – dietro garanzia di anonimato – esponenti dei governi statunitense e giordano, a conferma di come la politica di armare e addestrare gruppi ribelli in chiave anti-Assad si sia rivelata disastrosa.

SIRIA
In un’intervista della televisione australiana, il presidente Assad ha dichiarato che “i rifugiati siriani vorrebbero tornare a casa e, piuttosto che l’azione umanitaria, il modo migliore e “meno costoso” per l’Occidente per aiutarli è quello di distruggere i ribelli.
“Aiutarli a tornare indietro, aiutando la stabilità in Siria e non fornendo alcuna giustificazione o sostegno ai terroristi.”

Demata

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