Pensioni flessibili: non è oro quel poco che luce

28 Apr

Arriva la flessibilità in uscita, cioè la possibilità di andare in pensione prima, ma è tutto oro quel che luce? No.

1. le misure sono esclusivamente destinate ai dipendenti del settore privato o lavoratori autonomi. Restano fuori i dipendenti pubblici, come gli insegnanti e i medici (età media 52 anni), i professori universitari e i dirigenti (oltre 56 anni), come Inps, Inail, ordini professionali, le agenzie (Entrate, Demanio e Dogane) eccetera eccetera.

2.i maggiori beneficiari di queste norme saranno le ‘aziende’ (banche, palazzinari, consorzi e latifondisti, cooperazione e terzo settore) sia grazie allo ‘smaltimento’ di personale anziano (nfr. senior) in eccedenza sia tramite il turn over e le nuove assunzioni (ndr. con ‘nuove’ regole).

3. si propongono «interventi selettivi» con «la previsione di ragionevoli penalizzazioni» (vedi punto 6), ma … è legittimo ‘punire’ chi vada via con 41 anni soltanto, dopo che – a causa di sprechi e inettitudini, se non corruttela – un paio di anni prima gli si era innalzata l’età previdenziale da 35 a 43 anni (+17%)?

4.è dal 2010 che – dopo aver normato una disastrosa Riforma senza una lacrima salvo quelle della Fornero –  il Parlamento e i partiti – salvo la breve esperienza di Enrico Letta – hanno abdicato alla propria funzione legislativa, lavandosene le mani a disastro compiuto. Infatti, è ignoto a tutti quali siano le posizioni ufficiali del Partito Democratico, dei Cinque Stelle e del Centro Democratico, nè i vari Poletti, Di Maio o Lorenzin si sono mai espressi.

5. l’ipotesi del prestito previdenziale  è ben delineata dal leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini: «Trovo sia un follia. Se uno ha versato contributi per 40-41 anni che prestito dovrebbe fare? Ha già prestato abbastanza soldi lui. Quindi non ci facciamo prendere per il c…: la dico proprio secca».

6. dulcis in fundo, il problema del 35enne che nel 2053 avrà settant’anni e pochi soldi ce l’abbiamo già da anni: sono proprio le tabelle Inps di questi giorni che ci spiegano come un artigiano cinquantenne  – che nel 2010 sarebbe stato ormai prossimo alla pensione – si ritroverà a lavorare fino al 2034 per una pensione forse la metà del reddito attuale, da penalizzarsi “ragionevolmente” (vedi punto 3) se volesse pensionarsi nel 2026 a ‘soli’ 61 anni.

Maurizio Landini ha proprio ragione: «Se uno ha versato contributi per 40-41 anni ha già prestato abbastanza soldi lui all’Inps e non viceversa».

Infatti, visto che – quattro di qui e cinque di lì – a far due conti della serva quel che manca son sempre i miliardi (tra i 12 ed i 30 complessivi) che “per molti anni, la pubblica amministrazione non ha versato come contributi previdenziali all’Inpdap.” (fonte Sivemp Veneto)

Pochi dei nostri politici ricordano la relazione della Corte dei Conti sul bilancio preventivo 2012 dell’Inps che confermava come “l’inglobamento di Inpdap ed Enpals (rispettivamente l’ente che si occupa degli statali, in perdita per miliardi, e quello che serve i lavoratori dello spettacolo) sta affossando i conti dell’Inps. Il patrimonio netto… è sufficiente a sostenere una perdita per non oltre tre esercizi” (fino al 2015, per capirci) e il governo continua a tagliare i trasferimenti; se le amministrazioni dello Stato rallentano ancora un po’ i pagamenti avremo “ulteriori problemi di liquidità con incidenza sulla stessa correntezza delle prestazioni”. (fonte Sivemp Veneto)

E, come sappiamo, a questo si è aggiunta la sovrastima verificatasi per le pensioni retributive pre-Euro dei vari comparti pubblici di cui sopra.

Perchè ostinarsi a voler coprire un buco di bilancio epocale attingendo dai fondi pensione accumulati dai lavoratori e dalle aziende, come accade dal 2011?
Non sarebbe più sano – in termini finanziari prima che sociali – che lo Stato  facesse da garante del ‘proprio’ debito verso l’Inps (ovvero del prestito previdenziale)?

Il Fiscal Compact ed i conti europei?
Non dimentichiamo che il sistema dal 2010 si è riconvertito e che oggi abbiamo Cassa Depositi e Prestiti S.p.a. (capitale sociale 3,5 miliardi partecipate escluse) o le ramificazioni nel Fondo Strategico Italiano S.p.a. (capitale sociale fino a 7 miliardi) fino all’INA privatizzata e confluita nel Gruppo Generali S.p.a. (capitale sociale 1,5 miliardi partecipate escluse).
E ricordiamo che parliamo di ‘soldi veri’: ‘a monte’  c’è la liquidità dei Tfr dei dipendenti e ‘a garanzia’ ci sarebbero le proprietà demaniali (proprio di quelle P.A. inadempienti verso l’ex Inpdap) affidate a Società di Cartolarizzazione di Immobili Pubblici S.p.a. perchè in disuso e che andrebbero collocate in un fondo se non vogliamo regalarle a prezzi stracciati visto il crollo del mercato immobiliare.

Siamo sicuri che appioppare l’ennesima batosta agli anziani non avrà un effetto asfittico sulla nostra economia, mentre bel altro successo potrebbe avere un’adeguata apertura di credito (es. 10 ‘miserrimi’ miliardi) e la costituzione di un fondo apposito, andando a creare un’opportunità straordinaria di crescita e di ‘pace sociale’, sia grazie al turn over sia per i consumi, il lavoro e gli investimenti che ne verrebbero?

Demata

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