Pensioni flessibili: perchè il PD non vuole?

1 Feb

L’art. 38 della Costituzione italiana ordina che “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.”

Con il termine ‘invalidità’ si intende la “riduzione, congenita e/o acquisita, delle capacità fisiche o mentali, mentre la vecchiaia è una “età della vita, caratterizzata da progressivo decadimento organico”. In Italia – secondo i dati Inps /Istat – i lavoratori over 55 anni affetti da almeno due patologie croniche sono oltre il 30%.

Attualmente per questi lavoratori – obbligati a permanere al lavoro per un’altra decina di anni od a licenziarsi – non sono previsti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita, come non lo sono per gli esodati ed i disoccupati.

Una spoliazione gravissima dei diritti costituzionali e, dunque, appare davvero incomprensibile la dichiarazione pubblicata oggi – 1 febbraio 2016 – in cui il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, intervistato da Roberto Mania – La Repubblica, continua a rifiutarsi di legiferare: “il tema delle pensioni è molto delicato e sensibile. Il governo ha assunto l’impegno di verificare e ragionare sul capitolo delle flessibilità in uscita. Manteniamo questo impegno. Ma nel merito parleremo solo quando avremo proposte precise”.

Eppure, la Consulta Costituzionale ha rigettato i referendum sulla riforma Fornero delle pensioni non perchè insussistenti, ma solo perchè qualche furbastro era riuscito ad inserirla nella legge di bilancio, che, secondo l’art. 75 della Costituzione, non può essere abrogata con referendum.

Dunque, prima dei muscoli (di cartone) alla Merkel, il Governo (e soprattutto il partito) di Matteo Renzi dovrebbe almeno spiegarci perchè non vuole porre rimedio al disastro delle pensioni italiane.

Infatti, Mario Monti potrebbe non entrarci un bel nulla, se l’11 novembre 2011, nel Discorso di insediamento al Senato, tranquillizzava tutti: “negli scorsi anni la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi, che hanno reso a regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa e tra i più capaci di assorbire eventuali shock negativi. Già adesso l’età di pensionamento, nel caso di vecchiaia, tenendo conto delle cosiddette finestre, è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi.

La ‘doccia fredda’ arrivò a reti unificate per voce di Elsa Fornero – ex consigliere comunale di centrosinistra a Torino – il 4 dicembre 2012: “La riforma previdenziale che presentiamo segna la fine di un periodo in cui le pensioni erano viste come un trasferimento dello Stato in maniera un po’ arbitraria. Ora tutti devono capire che il meccanismo con cui si fanno le pensioni è il lavoro. Vogliamo reintrodurre una flessibilità e incentivi per proseguire l’attività lavorativa. Il pensionamento sarà consentito da un’età minima, che è stata alzata a 62 anni per le donne con una fascia di flessibilità che va fino ai 70 anni. Non ci sono più le finestre: l’età minima degli uomini è di 66 anni”.

La ‘flessibilità’ aveva cambiato verso e il nuovo significato era ‘posticipo’ … ma quali partiti e quali ideologie avevano prodotto una così scandalosa inversione di rotta del governo?

L’attacco – prima ideologico e poi ‘generazionale’ – all’accesso alla pensione di tanti italiani da parte di quel che è oggi il Partito Democratico  ebbe inizio molto tempo fa, quando  con la ‘sua’ Riforma pensionistica Giuliano Amato introduceva il sistema contributivo (a ‘capitalizzazione’), ma mantenendo il pregresso sistema retributivo a ‘ripartizione intergenerazionale’, insostenibile con il calo gemografico e l’invecchiamento della popolazione.

Inoltre, alle pensioni di vecchiaia si aggiungeva una specie ‘atipica’, cioè la pensione di ‘anzianità con 35 anni di contributi, che già nel 1995 richiedeva correttivi con la Riforma Dini apposita, che fissava il giusto riposo del lavoratore a 57 anni con 40 anni di versamenti.
Purtroppo, nessuno ebbe il coraggio di includere in quelle norme delle tutele apposite per i lavoratori con tanti anni di contribuzione ed in condizioni di salute ‘non buone’, ovvero la ‘flessibilità’, che rimase senza regole come abbiamo scoperto con la Riforma Fornero.

E che l’attacco alle pensioni sia stato un progetto di governo ben preciso, lo dimostrano – oggi – i quotidiani del 29 giugno 2009, quando si accese il dibattito tra Enrico Letta e i sindacati, da un lato, e Massimo D’Alema e Walter Veltroni dall’altro:

  • Enrico Letta al Festival dell’Unità: “Il rapporto Ocse sulle pensioni chiama l’Italia a scelte che non si possono più procrastinare: l’innalzamento dell’età pensionabile legato alla libertà dell’individuo di scegliere quando andare in pensione. La logica deve essere più a lungo lavori e più guadagni, prima vai in pensione meno guadagni”
  • Massimo D’Alema alla platea della festa CGIL di Serravalle Pistoiese:  “Paghiamo 3 milioni di pensioni a persone che hanno meno di 60 anni e il livello medio di tali pensioni è considerevolmente più alto rispetto a quello che paghiamo a chi ha oltre 65 anni. Dare una pensione sotto i 60 anni, mediamente di 1.200 euro al mese, a persone che continuano a lavorare, rappresenta una concorrenza sleale alle nuove generazioni sul mercato del lavoro”.
  • Guglielmo Epifani, segretario CGIL, su La Repubblica: “E’ vero che i giovani e le pensioni basse sono due priorità, ma io non le contrappongo alle pensioni di anzianità e non parlerei di privilegio per un operaio che lavora 35 anni e va in pensione con 1000 euro al mese. Avrei un’ altra idea di privilegio: cioè che vadano colpite le caste anche del sistema politico”.
  • Walter Veltroni, intervistato a Tv7 da Gianni Riotta: “C’è uno squilibrio molto forte del sistema pensionistico e questo squilibrio deve essere fronteggiato con una ingente quantità di risorse. C’è una trattativa in corso con i sindacati, ma l’aumento dell’età pensionabile è assolutamente obiettivo”.

Riepilogando,

  • l’aspetto ideologico fu quello di tutta una generazione di presunti evergreen, cioè “reintrodurre incentivi per proseguire l’attività lavorativa” (Fornero),
  • il problema finanziario fu scegliere se salvare le banche (Cassa Depositi e Prestiti) o le pensioni (Inps) o tutt’e due … dato che lo squilibrio finanziario del sistema pensionistico esistente nel 2009 doveva essere “fronteggiato con una ingente quantità di risorse” (Veltroni). Sappiamo tutti com’è andata …
  • la questione politica nel PD di governo è – oggi – laconica, se non del tutto silente: “nel merito parleremo solo quando avremo proposte precise” (Poletti).

Eppure, è dall’aprile del 2013 che il ddl 857 all’esame della commissione Lavoro della Camera – elaborato da Cesare Damiano (anche lui del PD) ed in rappresentanza, a differenza del governo, di tutto il Parlamento – propone i prepensionamenti a 62 anni per tutti ma con 35 anni di anzianità contributiva e l’8% di decurtazione sul trattamento previdenziale nonché la pensione con la formula Quota 41 per i lavoratori precoci.
Inoltre, non è vero che “non si può fare perché l’Europa non vuole”: il Fiscal Compact ci obbliga solo alla quadratura di bilancio, sta al Parlamento votare una legge finanziaria compatibile con ‘tutti’ gli obblighi costituzionali.

Perchè il Parlamento e – soprattutto – il Governo non si affrettano a vararla?

E, quando si andrà a votare, a quale Pd credere?

Demata

 

 

 

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5 Risposte to “Pensioni flessibili: perchè il PD non vuole?”

  1. Ezio febbraio 2, 2016 a 9:24 am #

    Rispondo solo all’ultima domanda e, cioè, che non voterò mai più per questo PD, sia che si tratti di Damiano, sia di Renzi. Come appartenente alla classe più vessata dalla riforma Fornero (1952), affermo che questo Stato ha tradito in un istante e senza possibilità alcuna di rivedere le proprie scelte, tutte le mie aspettative di vita e sono arrivato al punto di odiarlo con tutte le mie forze.

    • demata febbraio 2, 2016 a 9:29 am #

      Non è lo Stato che ci ha tradito, quanto piuttosto una parte della generazione che ci ha preceduto.
      Lo Stato (la Costituzione) o quello che ne resta resiste per noi e noi dovremmo sostenerlo.

      • Ezio febbraio 2, 2016 a 9:57 am #

        Per Stato intendevo chi in quel momento della riforma, lo rappresentava e, cioè, Napolitano, Monti, Fornero e il Parlamento intero che si è limitato ad approvare quelle norme scellerate sulla previdenza senza introdurre un minimo di equità e gradualità. La Costituzione tutela i cittadini e le disuguaglianze, vedi art. 3 e 38, ma esiste una differenza tra quella formale,scritta, e quella materiale, effettivamente osservata, e la discriminante sta nel fatto che l’ultima prevale sulla prima purtroppo.

    • Andrea aprile 18, 2016 a 2:59 pm #

      Sono , come molti altri , d’accordo con te caro Ezio …..

      • demata aprile 19, 2016 a 9:51 am #

        Nessuno Stato può garantire alcunchè se si fa allo stesso tempo controllore ed erogatore, come avvenuto per l’Inps (e per la Sanità, specie se consideriamo le Regioni come dei mini-stati).

        Il tradimento è all’origine, allorchè la parola ‘annessione’ venne santificata come ‘unificazione’.

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