Letta – Berlusconi crash test

26 Giu

Erano gli ultimi giorni di febbraio quando gli italiani votarono per darsi un nuovo governo, dopo due anni di buio e vuoto politico, con i ‘maghi della finanza pubblica – Tremonti, Monti e Fornero – che imperversavano.
Dovevamo fare in fretta, ci dicevano, anche se era dal luglio del 2009 che era ben chiaro che c’era da andare a votare. Ed in fretta andammo, non proprio tutti, anzi solo il 60%, ma andammo e votammo.

Ne venne fuori un gran pasticcio, dato che l’unica alternativa era il partito di Beppe Grillo, con un Partito Democratico praticamente appaiato – nei numeri – al Popolo delle Libertà, come, del resto, era stato per vent’anni o poco meno.


E, dopo due mesi di delirio e pochezza, si pervenne – era il 28 aprile – ad un Governo presieduto da Enrico Letta in condominio con Angelino Alfano (vicepremier), dotato di due terzi dei voti sia alla Camera sia al Senato.
Trascorsi ancora due mesi, siamo ad oggi ed al pantano in cui sembra essersi ancor più arenata l’Italia. Eppure, con una maggioranza così si poteva votare una riforma al giorno o poco meno.

Invece, la legge elettorale è rinviata ad un ipotetico termine di 180 giorni, come lo sono tutte le riforme del sistema politico. L’IMU è sospeso e diventerà, entro Natale, una cambiale raddoppiata per tanti cittadini, mentre i Comuni restano senza risorse proprie. L’incremento dell’IVA è anch’essa sospeso, con appuntamento a dopo l’estate e sperando di rinviare il tutto a dopo le elezioni autunnali in Germania. Stiamo per sospendere anche le commesse degli F35, nonostante questo significhi azzerare quel poco di elettronica e meccanica d’eccellenza che esiste ancora in Piemonte.

Marco Tullio il Temporeggiatore non sarebbe riuscito a far di meglio, se si voleva perpetuare lo stallo cattolici-comunisti, in cui sta lentamente sprofondando l’Italia da che si è fatta repubblica.

E poi accade che Silvio Berlusconi venga condannato per costrizione e concussione, in un paese che ‘lascia correre’ sulle schiave del sesso che vediamo lungo le strade di notte e dove non esiste una legge che regoli la prostituzione, con decine di milioni di uomini che – in questi 60 anni – hanno ‘fruito’ di illeciti servizi sessuali a pagamento, centinaia di migliaia di donne che hanno ‘fruito’ di un reddito, classificato dal fisco come ‘donazione’ ed esentasse, decine di migliaia di case sono, di sicuro, state destinate a tale ‘commercio’, nonostante la legge lo vieti espressamente.

Una condanna a sette anni di reclusione: tanta quanta quella inflitta a Totò Cuffaro per favoreggiamento aggravato per avere agevolato la mafia e rivelazione di segreto istruttorio o quelle inflitte di solito ai pedofili. Una condanna di un anno superiore a quella inflitta a Giovanni Scattone per l’omicidio di Marta Russo od a quelle che disolito vengono inflitte per gli omicidi colposi ed i tentati omicidi.

Una sentenza che viene chiesta non dalla titolare dell’accusa – quell’Ilda Boccassini oggetto di innumerevoli polemiche – ma dal procuratore della Repubblica di Milano, il marchese Edmondo Bruti Liberati, già segretario generale e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex presidente di Magistratura Democratica. Una pena sostanzialmente annunciata nel film “Il Caimano” di Nanni Moretti, noto ed acerrimo oppositore politico di Silvio Berlusconi, la cui vera colpa fu non la vita privata, ma l’intervento per il rilascio di Ruby Rubacuori, millantando una sua parentela con l’ex premier egiziano Mubarak.

Una vicenda che ci riporta alle polemiche dell’ottobre 2001, quando sia Luciano Violante sia Fabrizio Cicchitto sollevarono la questione di istituire o meno un organismo che indagasse sull’«uso politico della giustizia» durante Tangentopoli.
Come anche ci riporta a quei giorni ancora secretati il governo ‘democristiano’ di Enrico Letta e Angelino Alfano, affannato nel rinviare il cambiamento alle calende greche e tutto preso dal disequilibrio permanente delle ‘correnti’, proprio come lo furono i tanti governi della DC.

Intanto, il Governo Letta precisa che la riforma della giustizia ‘non è in programma’, come lo fu durante la Prima Repubblica, che andò avanti fino alla sua fine con il Codice di procedura penale introdotto da Alfredo Rocco, sotto il Fascismo.
E, come nel 1930, quando l’Italia era uno stato totalitario, continua ad accadere che il funzionario che rappresenta il Pubblico Ministero in tribunale sia un giudice come lo è il magistrato giudicante. Anzi, può accadere che l’accusa sia rappresentata da un potente ex rappresentante di categoria.

Tanto il tempo per attendere c’è, ha iniziato a lavorare solo da pochi giorni – cosa vogliamo mai – la Commissione che stabilirà, entro un mese, il percorso per eleggere il segretario del Partito Democratico. «Nel partito cresce la discussione sulle idee», racconta La Repubblica, «no a gara tra aspiranti segretari», ribatte Guglielmo Epifani dalle pagine de L’Unità.


Cosa volete mai, questo è davvero il massimo che riescono a fare … ditemi voi quant’altro ancora saranno capaci di durare.

originale postato su demata

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