M5S: parole e fatti

3 Giu

Che piaccia o meno, il Movimento Cinque Stelle rappresenta circa un italiano su dieci, ha evitato un astensionismo iperbolico alle elezioni politiche, la base del suo consenso è composta da elettori che, dinanzi allo sfascio, si sono in qualche modo rimboccati le maniche e stanno cercando di ‘capire’.
Un elettorato probabilmente molto più moderato – ma anche esasperato – di quanto pensino i sondaggisti, che, per altro, ancora non sono riusciti a scrutare il buco nero degli astenuti, ormai oltre il 40% e non attratti nè dai partiti tradizionali nè dal sorgente M5S o dall’ultra Destra.

Purtroppo, quello che è accaduto finora appare come un secco rifiuto a considerare una forza politica comunque rappresentativa di una parte del popolo italiano, nonostante l’inesperienza politica, dopo il tentativo di ghettizzarli tra i fenomeni da baraccone e da intrattenimento, come ottusamente si fece ‘a sinistra’ durante la campagna elettorale, non intravedendo dietro il ‘comico’ Grillo l’addensarsi del proprio elettorato scontento.

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In realtà, molti sono i distinguo che andrebbero fatti.

Innanzitutto, la figura di Beppe Grillo, demiurgo nelle piazze, anche grazie ad una collaudata professionalità come attore che interpetra il ruolo di sboccato fustigatore del malcostume. Il ‘super-demagogo’ di cui la dottrina politica congettura e scrive da oltre un secolo?
Forse si, ma cosa dire allora del ‘super-venditore’ Berlusconi, del ‘super-affabulatore’ Vendola, del ‘super-buono’ Veltroni, del ‘super-trasformista’ Casini?

Non possiamo stigmatizzare Beppe Grillo – e va fatto – se le sue urla, le sue invettive, il suo fondersi con il pubblico (pardon, popolo) fanno parte del corredo di bassa macelleria politica che i tribuni usano da quando esiste Roma.
Non possiamo, non sarebbe corretto farlo, se non a patto di imporre a Silvio Berlusconi quel confronto pubblico che è necessario a trasformare uno spot pubblicitario in un’opinione e in un conseguente dibattito. O di pretendere un traduttore che trasformi quanto dice Nichi Vendola in cose semplici da fare e attuare od uno storico che spieghi a Walter Veltroni che fine hanno fatto le sue ‘buone intenzioni’ oppure un cartografo che ci informi costantemente di Pier Ferdinando Casini e di quale sia la sua posizione.

E, comunque, l’ululare grillino ‘piove, governo ladro’ avrebbe sortito un così ampio effetto, se il giorno dopo qualcuno fosse andato a lì a dimostrare che la politica non è ladra e si preoccupa della gente?
Probabilmente, no.

Quanto alla pochezza delle proposte dei parlamentari M5S – fatto ahimé conclamato – va constatato che anche Berlusconi è costretto a fermarsi agli spot – anche se nei dibattiti se la cava benissimo – perchè il suo partito sembra ormai un confuso arcipelago di lobbies, per non parlare degli arcipelaghi e dei ‘ma anche’ di cui la storia della Sinistra è una sorta di manuale o del constatare che più ‘piuma al vento’ dei nostri cattolici e/o moderati non sembra esserci nessuno.
Basti dire che sono quattro mesi che abbiamo votato e, con l’urgenza che c’era, non sono riusciti a scrivere un rigo di legge in Parlamento per cambiare una regola una.

Dunque, le chiacchiere stanno a zero ed è di questo che i nostri media dovrebbero parlare, ma non possono farlo perchè – dopo i pareri di (in)costituzionalità – non c’è una legge elettorale che permetta di tornare alle urne, dopo aver svelato l’insostenibile leggerezza dell’essere, intrinseca nel Governo Letta. Oggi, domani e per i prossimi 18 mesi.

Attaccare tutto il sistema politico sarebbe, dunque, un suicidio collettivo, visto che non ci sono exit strategies e non siamo una repubblica presidenziale, come in Francia, o federale, come in Germania, od una monarchia costituzionale come in mezza Europa.
Attaccare solo Beppe Grillo potrebbe rivelarsi, viceversa, un disastro, se si ragiona su un arco di tempo lungo due anni. Una campagna così massiva avrebbe l’effetto di delegittimare ulteriormente i media, già ingessati tra par condicio, manuali Cencelli, lobby e comitati, editori e sponsor vari.

Trasformare l’opinione pubblica (di cui fa parte anche e soprattutto la Rete) in un campo di battaglia, incrementerebbe un ‘iter comunicandi’ del sistema mediatico che, finora, ha generato astensionismo e voto di protesta. Specialmente se anche i bambini sanno che la RAI è lottizzata, Mediaset è del Presidente del PdL, tanta stampa fa capo al Gruppo Messaggero L’Espresso, cioè La Repubblica.

Tra l’altro, litigare con Stefano Rodotà – ‘vicino’ a SEL e CGIL – ci può stare, se nei termini del reciproco rispetto, ma con la Gabanelli no.
Proprio non ci siamo; già l’infrastruttura telematica del blog di Beppe Grillo non brilla nè per sicurezza della privacy degli iscritti nè per la democraticità del dibattito: una sbirciatina ai conti ed alle infrastrutture societarie era dovuta.

Un gioco al massacro in cui Beppe Grillo va a nozze, però, visto che gli permette di mantenere il controllo su un elettorato che crede nel ‘movimento’ ma diffida per natura dei ‘padri putativi’ e di attendere, speranzoso, l’arrivo di un personale politico all’altezza della situazione.
Infatti, è evidente anche agli occhi dei leader del M5S che buona parte degli eletti non è all’altezza del compito e della situazione, a partire dal veto a rilasciare interviste o partecipare a trasmissioni, dopo che, ai primi outing, s’era capito che ognuno parlava per se e non a nome del movimento e che la conoscenza delle (vituperate) istituzioni era poca ed imbarazzante.

Una pochezza della compagine eletta che è dimostrata da un banale dato politico: bastano dieci onorevoli o senatori per creare un – più o meno opportunistico – gruppo parlamentare ed ancora meno per sommergere Camera e Senato di proposte di legge ed emendamenti.
Dunque, tocca a Beppe sparare alzo zero ed ottenere pan per focaccia dai media, dato che è davvero incredibile che non ci siano, sul tavolo di Grillo e Casaleggio come su quello di Boldrini e Grasso, le proposte di riforma, le bozze di legge che il Movimento intende attuare.

Nulla di nuovo sotto il cielo, lo stesso toccò e tocca fare a Silvio con le sue spot-proposte, visto che la sua (ex) maggioranza ed il suo (ex) ministro Giulio Tremonti non riuscivano a tessere accordi che andassero oltre il puzzle indecifrabile, tant’erano spinte e pressioni. Cosa non diversa accadde a Romano Prodi e Tommaso Padoa Schioppa con quell’origami chiamato Ulivo ed un governo che andava dal centro liberale e cattolico ai nostalgici del comunismo.

Nel caso del Movimento Cinque Stelle, però, non si tratta di interessi reconditi o incofessabili, ma solo di un patch work, finora incompleto, che una generazione di under quaranta (tali sono gli eletti del M5S) sta tentando di ricomporre solitariamente da zero.
Una generazione cresciuta con una televisione ‘all’americana’, che ha assimilato sistemi e soluzioni anglosassoni, ma non ha una costituzione emendabile, un sistema giudiziario celere e, soprattutto, contiguo alla politica, una Common Law ed un sistema federale.

Un fenomeno ormai radicato che viene alimentato dagli stessi media che ‘attaccano’ Beppe Grillo. Un’Italia che è connessa, che spende negli ipermercati, che canta con il karaoke, che vede film e serie americani in TV.

Dunque, esiste una sola soluzione a questo stato di cose: che Beppe Grillo faccia un passo indietro e che lo ‘stratega’ Gianroberto Casaleggio ne faccia uno avanti, mentre i media iniziano a prendere sul serio un movimento che inizi a darsi una gerarchia comunicativa ed una immagine propositiva almeno verso la pubblica opinione.
Che il movimento diventi partito: non è solo una questione di (in)elegibilità di Beppe Grillo. Non commettiamo di nuovo l’errore del movimento Italia dei Valori, ormai al lumicino e pochissimo tempo fa stimato oltre l’8%.

In caso contrario, comunque resteremmo nello stallo attuale, con una parte di noi che sogna l’America, un’altra inderogabilmente giacobina e un’altra ancora profondamente rurale e che non disdegnerebbe un peronismo od una teocrazia.

Non è una questione astratta, anche se rinviata al prossimo anno: l’Italia deve riformare le proprie istituzioni e ristrutturare la propria spesa pubblica.
Il Movimento Cinque Stelle dovrà pur dire la sua e dovrà scegliere se aggiungersi a coloro che non vogliono il cambiamento oppure farsi opposizione propositiva e costruttiva.

Alla prova dei fatti, all’appuntamento con i passaggi legislativi, non ci si può arrivare lanciando parole al vento.

originale postato su demata

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