Smart Cities e gli uomini coraggiosi

5 Dic

Mario Sechi scrive, oggi e molto autorevolmente, che “a portata di mano (e di cervello) c’è per esempio la «Big Society» di David Cameron, che anche in tempi di tagli e crisi da debito resta la migliore idea sul tappeto delle politiche liberali: l’associazionismo che si sostituisce allo Stato, i cittadini che ne governano alcuni settori, la politica che delega la gestione al popolo sul territorio”.

La mente corre subito al Report sulle Smart Cities che sta circolando da un mesetto tra gli addetti ai lavori.

Potremmo letteralmente parlare di un ‘viatico’ per il futuro sviluppo delle centralità metropolitane italiane ed europee e che, come tale, non può che raccogliere consensi ed entusiasmi.

Città ‘facili’ e ‘già pronte’, in cui il pubblico finanzia, organizza e poi si fa da parte alla libera azione dei cittadini e delle imprese.

Non il vecchio sistema di esternalizzazioni di servizi a carico del Fondo Sociale Europeo, madre di sprechi ed assistenzialismo, carriere e prebende, come larga parte della nostra partitocrazia sta intendendo.
Non una Nazione affollata da forse 50.000 diverse leggi e ben di più circolari con effetto regolativo, non uno Stato che monopolizza assistenza, previdenza, istruzione e comunicazioni, quasi che il Fascismo non fosse mai finito, non un territorio afflitto da mille Poteri che ha fatto del Principe di Machiavelli il suo inno di dolore.

Difficile non dubitare che l’apporto del Movimento Cinque Stelle in Parlamento non aggiungerà caos al caos.

Difficile pensare che il Partito Democratico di Bersani, Renzi, Vendola e D’Alema possa essere culturalmente in grado di gestire questo cambimento, visto che appare ancora esser sostenuto – quasi esclusivamente – da ‘suo’ elettorato post-comunista. Una democraticità che – piuttosto che le primarie – poteva e potrebbe essere gestita tramite la scelta (da parte degli iscritti) del programma tramite il WEB. Come stanno già facendo i Piraten, come si stanno preparando a fare – in un modo o nell’altro – i grandi partiti europei, che come noto non sono affatto di massa. Come potrebbe, ad esempio, fare il PdL o qualsiasi forza politica anche in Italia.

Impossibile pensare che, senza riforme profonde ed un cambio di mentalità decisivo, Roma, per quello che è ora dopo anni disastrosi, possa (ri)diventare una capitale dignitosa e funzionale, attraendo le risorse ed i finanziamenti che le servono per ristrutturarsi.

Difficile pensare che l’Italia non abbia nomi e blasoni tali da non poter raccogliere le istanze di gran parte dell’elettorato, disposto anche a far ancora sacrifici ed a ‘non dubitare’, ma solo in nome di un programma di governo che non si limiti agli intenti, come quello del PD, ad esempio.

Difficile credere che i Poteri non si rendano conto che solo una forza politica di cultura liberale possa risolvere e semplificare il groviglio di poteri condivisi, deroghe e seconde istanze su cui vive l’Italia che muore.

L’era politica di Silvio Berlusconi è al compimento e chi sa vincere sa anche ritirarsi al tempo giusto. Il partito da lui voluto e creato si sta rivelando un gigante dalle gambe d’argilla.
Ci sarebbe tutto. Da una diffusa mentalità liberale che ormai appartiene anche agli italiani – la cui riprova sono anche i ‘fai da te’ grillini o le ‘proteste fiscali’ dei leghisti – ad un tessuto informativo e comunicativo che, salvo La Repubblica e Santoro, ha ormai traslocato sulla Rete, all’esigenza che sentiamo ormai tutti, ad esempio, che le nostre pensioni non siano più solo nelle insicure mani dello Stato e dei nostri Sindacati oppure che i nostri Enti Locali non siano sempre meno trasparenti, sempre più spreconi, senza che si possa far altro che pagare.

Con il Porcellum ed una tornata elettorale così ravvicinata è quasi impossibile che possa nascere un’aggregazione politica che andrà a raccogliere quel 20% di voti che resteranno inespressi, non per protesta, ma per consapevolezza della situazione.

Ma si potrebbe almeno tentare.

originale postato su demata

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