C’è un intero welfare da rottamare

22 Ott

Sono diversi anni, ormai molti, che sostengo l’utilità per il ‘sistema Italia’ di prepensionare la Pubblica Amministrazione e di introdurre un salario minimo. Ben prima che Bankitalia-MEF, nel 2007, avviassero i primi monitoraggi per quantificare spese, margini e benefici e, diversamente da loro, prevedendo ampi margini di negozialità contrattuale.

Non molti sanno che che, negli Stati Uniti, a partire dalla Grande Depressione – e per una decina di anni successivi – furono necessari aiuti, sussidi e persino gli ‘unemployed camp’, per chi non aveva più nulla, e travagliata da continui ed anche violenti scioperi.
Come pochi ricordano che il diritto di cittadinanza, così perfetto nelle società mitteleuropee, nasce dal diritto ad un salario minimo,  in una società industriale, dove accade che il lavoratore dipendente o ‘esterno’ si trovi senza occupazione a prescindere dal proprio merito od impegno, ma solo per una congiuntura generale o per il malgoverno dell’azienda oppure, peggio, per il prevalere della speculazione finanziaria sulla produttività industriale.


Alla scadenza del Governo Monti ci ritroviamo con un arcano apparentemente indistricabile, che, viceversa, con dei buoni mediatori potrebbe rappresentare una gran soluzione:

  1. la riforma Amato delle pensioni è stata troppo ‘volenterosa’ verso i coetanei di chi la scrisse ed oggi esiste un’enorme perequazione tra pensionati ed, addirittura, è possibile che per alcuni lavori/professioni i dismissed percepiscano un reddito superiore a chi al lavoro;
  2. la riforma Fornero del Welfare richiederà anni per diventare qualcosa di organico e, soprattutto, equo: tanto vale abrogarla e riscriverla non appena si avvierà la prossima legislatura;
  3. la proposta dell’ex ministro Damiano di pensionare tutti a 35 anni di servizio  è irrealizzabile, senza  incidere sui TFR e senza cambiare contratti di lavoro e liberalizzare il sistema previdenziale;
  4. l’ipotesi, sviluppata da un gruppo di esperti e formulata dall’ex ministro Veltroni, si arena ‘di per se’ a causa dei vincoli ‘populisti’ imposti durante i lavori.

Infatti, nel caso del salario minimo, uno dei vincoli ‘culturali’, che la Sinistra sembrerebbe richiedere, è che sia un reddito tassabile sia dallo Stto sia come IRPERF e che vengano detratti in contributi previdenziali, invece che chiamarsi ‘sussidio’ e basta. Con questa formula accade che servano ben 1.100 euro al mese per far arrivare ad un disoccupato forse 800, forse meno.
Tra l’altro, assegnare un salario/contributo di 800 euro significa erogare somme equivalenti o superiori agli stipendi minimi, specialmente se parliamo di Meridione, di part time, di ex Co.Co.Co o, molto peggio, se andassimo a fare un bilancio del settore dei lavoraori rurali già sussidiati.

Allo stesso tempo, nel fare i conti, non va dimenticato che mantenere al lavoro degli over50enni, che siano affetti da serie patologie croniche e/o degenerative, ha un suo costo (rilevante) sul sistema sanitario derivante dall’aggravio e dal conseguente aggravamento7recidività: potrebbe essere più vantaggioso, limatura più limatura meno, lasciarli in pace a casa e/o flessibilizzare il loro lavoro.

Recenti studi statunitensi parlano chiaro.

E non dimentichiamo – in un’ottica di mercato – che, secondo Moody’s, ‘Mps non è stata in grado di aumentare la propria base di capitale ai livelli richiesti’ e che, in Italia, il mercato assicurativo e gli enormi capitali che vi circolano servono solo ad arricchire una statica finanza pubblica, governata, non di rado, da enti e commissioni espresse dal sottobosco politico-amministrativo che conosciamo.

Ovviamente, se esistesse una ‘responsabile voglia di negozialità’ da parte di tutti, gli anatemi dei ‘tecnici’ di Mario Monti si scioglierebbero come neve al sole, le perplessita del Terzo Polo verso le proposte della Sinistra decadrebbero e, finalmente, ci si potrebbe mettere al lavoro per trovare un modo in cui i conti possano ‘tornare’, garantendo il futuro dell’Italia e di chi indistintamente giovane, anziano, lavoratore, malato, disoccupato, bambino, casalinga.

Infatti, se è, correttamente, troppo tardi per introdurre certi ammortizzatori sociali, è anche il tempo di riconcepire costoso ed inefficiente sistema welfare-sanità italiano, prima che arrivi l’impennata di costi e di malati, che tutti gli indicatori prevendono nel corso del decennio, mentre i tassi effettivi di disoccupazione ritornano a due cifre.

Infatti, una Grosse Koalition, che badi al futuro, potrebbe porre trovare i fondi necessari ad una ‘riforma del welfare’, equa e lungimirante, attingendo da risorse interne come:

  1. revisione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, eliminazione delle casse integrazioni e degli aiuti per ristrutturazione aziendale;
  2. razionalizzazione del sistema pensionistico con eliminazione di pensioni d’annata, privilegiate e qualsiasi altro benefit che sia stato introdotto nel sistema assicurativo da norme oggi abrogate o modificate;
  3. compensazione del TFR come titoli di Stato e possibilità di negoziabilità (parametrata) a partire dal 30esimo anno di contribuzione
  4. liberalizzazione del comparto assicurativo (modello tedesco), scivoli per lavoratori seriamente malati che nel triennio abbiano comportato un elevato costo delle gestione sanitaria, riforma del sistema pensionistico e delle indennità per i disabili a seguito del salario minimo;
  5. avviare – con l’introduzione delle coppie di fatto – un’effettiva politica per le famiglie, che probabilmente ci costerebbe molto meno della miriade di interventi causati da coppie disastrate e minori incontrollabili.

Inoltre, comunque andasse, lo Stato determinando ‘di per se’ l’esistenza di ‘redditi’ garantiti andrebbe a deformare il mercato del costo del lavoro e ciò implicherebbe che si rivedano le norme sui contratti collettivi nazionali.

Una mission impossible che il governo futuro dovrà intraprendere comunque, per dare speranze agli italiani, che, ricordiamolo, sono stanchi di interventi scollegati, iniqui, spreconi ed estemporanei.
E non è credibile continuare a non prevedere dei costi, nei prossimi anni, per dare delle risposte a chi, colpito da un 2012 ‘persino retroattivo’, dal 2013 non vedrà alcuna prospettiva o certezza, neanche l’anno in cui andrà in pensione o come arrivare a fine mese con un figlio a carico od a quale istituzione voltarsi per ottenere quell di cui ha bisogno.

Servono riforme, proposte negoziabili di riforme; non i ‘post it’ o le bozze di partito.

originale postato su demata

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