La strage di Bologna fu fascista?

2 Ago

Il 2 agosto 1980 alle 10:25, nella sala d’aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, esplose un ordigno, contenuto in una valigia abbandonata,  causando il crollo dell’ala ovest dell’edificio, soprattutto a causa della presenza del treno Ancona-Chiasso sul primo binario, che aumentò notevolmente l’onda d’urto ed i danni conseguenti.  L’esplosione causò la morte di 85 persone ed il ferimento di oltre 200.

L’Unità – già nella edizione del 03 agosto – attribuì la responsabilità dell’attentato all’area fascista e le indagini si mossero fin dall’inizio in un’unica direzione. Già il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise ventotto ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari, che saranno tutti scarcerati nel 1981.

I depistaggi, sia per avvalorare la matrice fascista sia per delegittimarla, furono talmente numerosi che Francesco Cossiga, undici anni dopo, nel 1991, affermò di essersi sbagliato a definire “fascista” la strage alla stazione di Bologna e di essere stato male informato dai servizi segreti.

Ed anche riguardo l’esplosivo contenuto nella valigia non fu mai fatta chiarezza. Infatti, secondo le perizie «la carica, [era] composta da 20-25 kg di esplosivo gelatinato di tipo commerciale:  (costituenti principali: nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico)», «l’ordigno impiegato per la strage di Bologna non era costituito da esplosivo di tipo Pentrite».

La questione dell’esplosivo è importante per diversi motivi:

  1. la presenza di gelatinato può giustificare l’ipotesi di esplosione spontanea, essendo questo esplosivo sensibile al calore, ad esempio quello di ‘un mozzicone di sigaretta’, come hanno ipotizzato Licio Gelli e Francesco Cossiga e come dovrebbe far dubitare il mancato rinvenimento di inneschi, timer o detonatori;
  2. la presenza di T4  in tracce, “in accordo con le formulazioni degli esplosivi da cava gelatinati”  e non di provenienza NATO, ovvero militare e fascista, come sostenevano le teorie cospirazioniste dell’epoca;
  3. l’assenza di Pentrite che esclude di per se la presenza di esplosivi prodotti nei paesi del blocco sovietico, come il Semtex.

Come ipotesi, dunque, andiamo dall’esplosione accidentale di un carico di esplosivo, alla pista fascista interna con finalità destabilizzanti fino all’attentato intimidatorio di qualche potentato mondiale.

La magistratura ha optato per la pista fascista interna, condannando Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini in base alle dichiarazioni rese da Massimo Sparti, nonostante tempi e luoghi fossero stati sconfessati dall’ex moglie, dalla colf e dal figlio, che ancora oggi ne dichiara la falsità.
Utile sapere che, come riportato addirittura in sentenza, che il testimone chiave del processo, “Massimo Sparti, pochi mesi dopo aver reso le dichiarazioni sulla strage, fu ricoverato al Centro Clinico Penitenziario di Pisa, perché lamentava i sintomi di una patologia letale. Il Direttore del centro, dr. Ceraudo, non diagnosticò il morbo: pochi giorni dopo il medico fu licenziato con ignominiosi pretesti. Il sanitario che lo sostituì accertò immediatamente la malattia e così il detenuto fu subito scarcerato. In realtà Sparti sembrava moribondo, invece è ancora vivo e vegeto”.

Lasciando da parte la pista fascista, fattasi sentenza e così cara all’Associazione dei parenti delle vittime, prendiamo atto, come sta iniziando a fare la magistratura, che i dossier internazionali registrano la presenza a Bologna, il 2 agosto 1980, di Thomas Kram e Christa Margot Frohlich, terroristi tedeschi di estrema sinistra che avevano aderito al gruppo ‘Separat’, creato dal libero imprenditore del terrore, Ilich Ramirez Sanchez.
Il compagno Carlos, questo il suo ‘nome di battaglia’, fa sapere, però, dal carcere francese dove è recluso, che la strage di Bologna sarebbe stata un avvertimento allo Stato Italiano da parte degli Stati Uniti e di Israele, a causa della ‘disponibilità’ che i governi italiani (a partire da Aldo Moro, con il lodo che prende il suo nome) avevano fino ad allora garantito ai palestinesi. Una ipotesi che anche il consulente dei servizi segreti Francesco Pazienza – uno dei depistatori, secondo i magistrati – aveva avanzato anni prima.

Ad esser precisi, secondo Carlos, “yankee, sionisti e strutture della Gladio” fecero brillare un ordigno al fine di distruggere un carico trasportato da palestinesi per causare un massacro e far ricadere su questi ultimi la responsabilità dell’attentato. Il superterrorista ha anche precisato che era a conoscenza che “un compagno tedesco, Thomas Kram, era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione” e che il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) effettuava ‘trasporto logistico attraverso l’Italia’.

Purtroppo, l’ipotesi dell’esplosione – accidentale o provocata – di un carico di esplosivo, chissà dove destinato e (momentanemente) abbandonato dal corriere o non prelevato dal destinatario, non è mai stata vagliata a sufficienza: la strage era fascista … 

D’altra parte, tra gli accordi NATO ed il Lodo Moro, mentre il vecchio PCI bolognese cavalcava la pista fascista, non era proprio possibile indagare, all’epoca, in questa direzione.
Chissà se tra 10 o 50 anni almeno i libri di storia potranno recitare una verità verosimile.

originale postato su demata

 

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