Il caso Aldrovandi e l’informazione negata

25 Giu

Federico Aldrovandi morì il 25 settembre 2005 mentre era ammanettato e steso a terra, dopo essere stato fermato per accertamenti dalla Polizia in prossimità dell’Ippodromo di Ferrara. Come si possa morire così è davvero difficile da spiegare, specialmente si dovesse trattare di “asfissia da posizione”, che, tra l’altro, è una fine orrenda che impiega diverso tempo per sopravvenire.

I verbali, come pubblicati dalla famiglia del ragazzo, raccontano di un “invasato violento in evidente stato di agitazione“, di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente“, al punto da dover chiedere rinforzi e spezzare due manganelli, di Federico Aldrovandi “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena […] era incosciente e non rispondeva”, morendo, infine, per “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”. Altre perizie riferiscono anche un “importante schiacciamento dei testicoli”.

Come riportato dal blog aperto dalla madre di Federico, la camerunense Annie Marie Tsagueu, unica testimone, vide gli agenti (due su quattro) picchiare Federico Aldrovandi, comprimerlo sull’asfalto e manganellarlo, oltre ad aver sentito, dopo, le sue grida di aiuto ed il suo respirare tra un conato di vomito e l’altro.

Un caso eclatante, che sarebbe stato dimenticato come altri casi eclatanti, se non fosse esistita la Rete. Infatti, solo comunicando al mondo cosa era accaduto, la madre di Federico, Patrizia Moretti, riuscì a rompere il muro del silenzio ed portare la vicenda nelle aule di tribunale con testimonianze e prove.

L’esito? Condanne confermate fino in Cassazione: i quattro poliziotti erano colpevoli.

Infatti, anche assecondando la linea difensiva delle forze dell’ordine, che attribuiva la causa di morte alle sostanze assunte dal giovane ed escludendo che la colluttazione o il mantenimento della posizione prona abbiano “avuto effetto nel processo che ha portato alla morte del ragazzo“, resta da chiedersi da cosa sia stato causato un ematoma in corrispondenza del setto membranoso situato fra cuspide aortica non coronarica e coronarica destra”, visto che “con grande verosimiglianza è di origina traumatica […] oppure ipossico da insufficienza respiratoria prolungata” e che “con probabilità molto elevata questa complicanza è stata la causa di morte“.

Il 21 giugno 2012 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a tre anni e 6 mesi di reclusione per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi ai quattro poliziotti che non andranno in carcere, visto che tre anni sono coperti dall’indulto del 2006.

Gli è andata bene, potrebbe pensare qualcuno, visto che la Magistratura ha escluso subito l’effettiva volontà di uccidere, nonostante due manganelli spezzati, l’importante schiacciamento dei testicoli, l’ematoma sotto il cuore, le urla ed il vomito.

Ed invece no. Non è finita ancora.

A Patrizia Moretti già era successo di essere querelata per diffamazione e istigazione a delinquere da Paolo Forlani, uno dei quattro agenti di polizia condannati, per averlo chiamato ‘assassino’ anzichè ‘omicida’, nonostante sia “il nostro stesso codice che definisce la condotta con il termine di omicidio”, “un sinonimo di assassino”. Ovviamente, la querela venne archiviata.

Ed è ancora aperta quella intentata dalla pm Maria Emanuela Guerra, il magistrato che inizialmente si occupò del caso giudiziario, che l’ha chiamata in causa per diffamazione insieme ad alcuni giornalisti con una richiesta di risarcimento milionaria.

Il Consiglio Direttivo dell’Aser, Associazione Stampa dell’Emilia-Romagna, e l’Associazione Stampa Ferrara hanno comunicato, riguardo questo processo, che: «Tutto ciò rappresenta un palese attacco alla libertà d’informazione in quanto i giornalisti hanno esercitato solamente il loro sacrosanto diritto-dovere di informare l’opinione pubblica, riportando tra l’altro le dichiarazioni rese in aula durante il processo che ha portato alla condanna dei quattro poliziotti coinvolti».

Ma al peggio non c’è mai fine e, come se non bastasse, Il Fatto Quotidiano (link) oggi riporta che: “i poliziotti condannati insultano la madre di Aldrovandi su Facebook. “Se avesse saputo fare la madre non avrebbe allevato un cucciolo di maiale”, e ancora “faccia da culo (…) speriamo non si goda i risarcimenti dello stato”. Paolo Forlani, fresco di condanna in Cassazione (tre anni e mezzo), si scatena sul social network nella pagina di Prima Difesa, contro Patrizia Moretti.

Una storia terribile che, senza la Rete, sarebbe rimasta senza voce e senza ascolto. Una storia come tante altre che da dopodomani potrebbe non poter esser più raccontanta o, peggio, esser resa nota.

Infatti, come conferma l’appello di Wikipedia, il disegno di legge sulle intercettazioni, in fase di approvazione, imporrà ad ogni sito web, a pena di pesanti sanzioni, di rettificare i propri contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine.

Se nel 2005 fosse esistita una norma come quella che da circa un anno cercano di approvare, il blog di Patrizia Moretti non sarebbe mai esistito, i giornali non avrebbero mai raccontato il suo caso, gli italiani non avrebbero mai appreso la sua terribile storia, Federico Aldrovandi non avrebbe, forse, avuto la benchè minima giustizia.

originale postato su demata

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