Liberazione, una festa da riscrivere

24 Apr

La lotta per la Liberazione italiana iniziò subito dopo l’armistizio dell’8 settembre ad opera delle truppe italiane fedeli al Re con la battaglia di Cefalonia ed il massacro della Divisione Acqui,  le battaglie di Rodi e Lero per iniziativa di ufficiali come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, la Campagna di Liberazione della Corsica,  la difesa di Porta San Paolo a Roma, il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR, e la rete di informatori organizzata dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, poi catturato e ucciso.

Collateralmente all’iniziativa delle Forze Armate fedeli al Re, fin dalla sera dell’8 settembre, i socialisti Ivanoe Bonomi, Mauro Scoccimarro e Pietro Nenni con i liberali Alessandro Casati ed Ugo La Malfa (Partito d’Azione) ed il cattolico Alcide De Gasperi costituirono il primo “Comitato di Liberazione Nazionale” (CLN). e nel giro di una settimana una rete di “comitati” atava sorgendo nelle principali città italiane.

Intanto, a Napoli, fin dal 4 settembre (ovvero quattro giorni prima dell’Armistizio) c’era una situazione insorgente, culminata con la rivolta civile  e la liberazione della città. I violenti combattimenti durarono solo tre giorni con oltre 500 morti e migliaia di feriti tra la popolazione.

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Quale fosse il livello di adesione ed organizzazione del CLN è ben chiarito da Giorgio Bocca: alla metà di settembre in Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell’Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo.

Tutto qui e solo il 20 settembre 1943, a Milano, venne costituito il comitato militare del PCI che in ottobre si trasformò in comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi, sotto la direzione di Longo e Secchia.

Come anche, è documentato che, durante l’inverno del 1944, molte formazioni si sciolsero o di dispersero ed, in gruppi o individualmente, molti combattenti abbandonarono le armi o si consegnarono, riducendo il numero di quelli ancora in azione a soli 20-30.000 uomini (G. Bocca).

Diversamente, la quasi totalità dei soldati italiani catturati dopo l’8 settembre, oltre 600.000, rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e furono internati e sottoposti ad un duro trattamento di privazioni e violenze.

Le formazioni partigiane, specialmente le Brigate Garibaldi, come racconta Giorgio Bocca, non furono mai impegnate (a differenza dei napoletani e dei soldati fedeli al Re) in battaglie di una certa entità, ad eccezione della difesa di Montefiorino, ed i combattenti furono circa 100.000, con le formazioni più numerose in Piemonte (30.000). Nelle regioni che avevano alimentato la “Rivoluzione Fascista”,  le formazioni partigiane ammontarono ad un numero molto limitato di effettivi: Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Tra l’altro, gli scontri più impegnativi con i nazifascisti videro sempre la partecipazione di tanti ex-prigionieri sovietici o slavi (oltre 5.000), poi inquadrati nel “Battaglione Stalin”.

Non a caso, il numero di civili non combattenti uccisi dai nazifascisti (10.000) fu di numero comparabile a quello dei partigiani morti in combattimento o, soprattutto, fucilati dopo essersi arresi.

Così andando le cose, andò a finire che, mentre Napoli s’era liberata in 3 giorni, l’Italia centrosettentrionale dovette attendere un anno e mezzo per mettere in fuga l’invasore.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l’8 settembre 1943 e l’aprile 1945 i Nazifascisti compirono più di 400 stragi  (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti. Va precisato che gran parte di queste stragi furono rappresaglie condotte nei termini del Codice Militare di Guerra e dei trattati internazionali ed, infatti, gli autori non furono mai perseguiti per crimini di guerra.

Sul fronte partigiano, le stragi, le razzie e le efferratezze non sono mai state del tutto quantificate ed acclarate. Sta di fatto che i “fascisti” morti per crimini di guerra commessi dai partigiani (specie in Emilia Romagna e Lombardia) furono migliaia. Basti ricordare le foibe,  le stragi di Torino, di Oleggio, di Mignagola, di Oderzo oppure le tante “epurazioni” avvenute internamente alle Brigate Garibaldi e l’accanimento mostrato verso le donne dei fascisti presi.

Spike Lee, regista afroamericano, ha cercato di raccontare questa (brutta) “verità” nel film “Il miracolo di Sant’Anna”, ma la cosa sembra scivolare via sulla pelle degli italiani, nonostante che lo studio della storia sia nel nostro paese una “materia” importante a scuola.

E, così andando le cose, domani 25 aprile festeggeremo la Liberazione in nome della Resistenza partigiana, dimenticando “da che parte” accadde il maggior numero di crimini di guerra e che gli “insorti della prima ora” (ovvero gran parte di chi ci rimise la vita) lo fecero per il Re, per l’Italia, per odio contro i tedeschi, per fedeltà alla divisa e  … per campare.

Con buona pace per la verità storica …

Durante i violenti combattimenti di Napoli, nessun crimine di guerra venne commesso dagli insorgenti e, caso unico nella Storia della II Guerra Mondiale, i tedeschi accettarono di ritirarsi con l’onore delle armi. Anche le Brigate “Giustizia e Libertà” comandate da Ferruccio Parri non sembra si siano macchiate di efferratezze.

originale postato su demata

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6 Risposte to “Liberazione, una festa da riscrivere”

  1. fausto aprile 24, 2012 a 9:13 am #

    Rammentiamo il proclama di Alexander; con la pugnalata alle spalle ai partigiani, lasciati soli ed esposti alle rappresaglie, gli americani in pratica avevano già iniziato a costruire le basi della guerra fredda.

    • demata aprile 24, 2012 a 9:17 am #

      Se è per questo ricordiamo, ancora di più, la devastazione di Bari per l’esplosione nel porto e l’enorme messe di bombardamenti sulla cittadinanza di Napoli ad opera degli inglesi … invece degli aiuti sperati.

  2. Pippo aprile 25, 2012 a 9:07 am #

    Per chi ha vissuto quei tempi tra i 17 e i 20 anni, sotto il fuoco di tutti i belligeranti compreso i propri connazionali, con il timore di essere forzatamente reclutati dall’una o dall’altra parte in formazioni che facevano schifo, con amici coetanei uccisi dall’alto da aerei “alleati”, e a terra da “patrioti” o da “liberatori” assassini anche a “liberazione” avvenuta, e dopo aver vissuto dall’inizio alla fine lo sfacelo in tutti i sensi della propria Patria, il 25 Aprile è una data da dimenticare.
    Pippo il vecchio

  3. fausto aprile 25, 2012 a 9:20 am #

    Questa faccenda mi ha fatto tornare alla mente mio nonno, che era stato catturato ad El Alamein; alemno sei anni lontano da casa, se ben ricordo, tra guerra e prigionia. Loro erano fortunati, gli inglesi li trattavano bene: ad un suo fratello andò peggio, finì catturato dai repubblichini e spedito ai lavori forzati in Germania. Al ritorno a casa i suoi genitori non furono in grado di riconoscerlo. Alla fin fine erano sempre i contadini a pagare per gli errori degli altri.

  4. Leo giugno 29, 2013 a 9:24 pm #

    Nell’intervento viene citata la strage di Oleggio, vivo da quelle parti e sono appassionato di storia locale. E’ possibile avere maggiori informazioni al riguardo, magari anche solo la fonte? Grazie.

    • demata luglio 1, 2013 a 6:43 pm #

      Il 26 aprile del 1945, un drappello di quattordici ragazzi tra i 13 e i 17 anni dell’Accademia del Littorio di stanza a Malpensa, si dirige verso Oleggio e vengono intercettati a Samarate (Varese) dalla brigata partigiana di Cino Moscatelli. Sono poco più che bambini, tra loro il sergente Mario Onesti, classe 1926, la cui sorella per decenni tenterà di avere giustizia, portando alla luce il massacro: firmata la resa in cambio di un salvacondotto, vengono internati nelle segrete del castello di Samarate, torturati e fucilati nella piazza del paese, per poi essere occultati in una fossa comune non prima che gli aguzzini avessero infierito sui corpi degli uccisi.
      Della vicenda se ne è riparlato nel 2006 quando alcune procure riaprirono le indagini, ma tutto è stato inutile. I referenti della brigata partigiana Cino Moscatelli erano Luigi Longo, padre costituente e segretario del PCI durante la Guerra Fredda e Sandro Pertini, poi divenuto presidente della rrepubblica …

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