Archivio | novembre, 2011

Gli europei non amano le crisi

27 Nov

Ormai la crisi dell’euro inizia ad aggredire anche la Germania.

Uno solo il motivo per cui possa accadere questo: l’unificazione europea è fallita e non si è venuto a creare un sistema economico unico atto a fronteggiare le macroeconomie cinesi, indiane, russe e statunitensi.

Le cause sono essenzialmente da ricercarsi:

  • nella malformità del progetto messo in piedi dalla Commissione diretta da Romano Prodi: l’Europa delle banche e della moneta unica.
  • nelle “regole” così “politically correct”,  in un mondo di corrotti e mafiosi, e così simili alle fallimentari politiche del WTO, ma noi non siamo il Burkina Fasu od il Guatemala.

E qui sta il punto della questione, quello che tutti i media vogliono accuratamente evitare.

La questione “modello di sviluppo” sta toccando nel vivo gli (indo)europei, proprio quell’etnia che si è distinta, nei secoli, per la capacità di ribellarsi, organizzarsi e boicottare, muovere guerra, essere irriducibili.
Europei che, non dimentichiamolo, sono anche piuttosto acculturati e che hanno una classe di tecnici ed esecutivi che può ampiamente valutare (ed eventualmente bocciare) le proposte che i “modellisti della politica” avanzano.

Sarà del tutto inutile, dunque, tentare di convincere gli europei, tra cui gli italiani, che si possa andare avanti in questo modo: senza cambiare metodo e regole e senza un repulisti dei corrotti.
Tra l’altro, la “pancia” dell’elettorato, la “gente qualunque”, percepisce a pelle che professori e banchieri sono davvero improponibili, soprattutto se c’è da fronteggiare il “grande fratello” cinese e sostenere un “amico americano” in difficoltà.
Specialmente, poi, se i leader “avversari” si son fatti “dal basso”, mentre i “nostri” arrivano dai sempreterni “salotti buoni”.

Andare a votare,tra un paio d’anni, un parlamento di migliaia di deputati è, poi, pura follia.
Sarebbe lo spreco degli sprechi in un continente che cade a pezzi per mancanza di governance ed eccesso di Casta.

O l’Europa di Sarkozy, Merkel e Monti prende atto di un “problema” che si chiama democrazia oppure la  protesta che monterà potrebbe essere molto poco governabile.
Gli (indo)europei non amano le crisi, le risolvono. In un modo o nell’altro.

(leggi anche Monti ed il “coraggio”)

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Pensioni – Fornero, pessime idee

26 Nov

Che il Governo Monti non abbia i numeri per durare è un dubbio che inizia a serpeggiare tra gli osservatori.

Sono già troppe le “buche” che questo governo ha mostrato di non saper evitare, dal protrarsi delle scelte per i ruoli di governo minori, ma “politici”, alla quasi assenza di esposizione mediatica, ovvero di attenzione al consenso popolare.
Per non parlare delle età e delle professioni rappresentate nel governo, che mostrano una squadra vecchia e lontanissima dal mondo del lavoro e delle imprese medio-piccole, per non parlare della gente: un esecutivo che mai è stato esecutivo.

Crepe già vistose, di cui torneremo a parlare, che la proposta del ministro Fornero sulle pensioni non fa altro che confermare, deludendo profondamente le aspettative di chi aveva sperato in una vera riformatrice.

Infatti, non era difficile comprendere cosa chiedono a viva voce gli italiani: stop pensioni d’annata e privilegi, meno anziani al lavoro più spazio ai giovani, sistema contributivo per tutti.

Basterebbe, per far sentire garantiti i lavoratori italiani, legiferare che nessuna pensione possa superare lo stipendio iniziale dell’ultima/migliore professione svolta. Facile come bere un bicchier d’acqua.

Cosa offre il ministro? Più anziani al lavoro, meno spazio ai giovani, sistema contributivo solo per chi è ancora al lavoro.

In due parole, potrebbe esserci uno scarto anche del 15%  sulla pensione tra un lavoratore pensionatosi lo scorso anno ed uno che sta andando via oggi con la stessa entità contributiva.

Rieccoci con le pensioni d’annata …

L’incredibile è che la motivazione di un intervento così iniquo sia dato dal fatto che, come annuncia lo stesso ministro Fornero su La Repubblica, i “principi, che sembrano banali, sono stati spesso largamente disattesi, nel periodo preriforma, ma anche successivamente, sia con la riforma Amato (1992), sia con la riforma Dini (1995), in modo particolare con la scelta di tutelare i “diritti acquisiti” dei lavoratori meno giovani, scaricando invece sulle nuove generazioni l’onere dell’aggiustamento. E hanno continuato a essere disattesi nel periodo successivo, a ogni nuovo intervento sulla transizione.”

Ma non finisce qui: non è solo un problema di equità.

Infatti, il neoministro del Welfare sarebbe anche dell’idea di “non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse.
E dire che eravamo tutti d’accordo, tempo fa, che nell’additare il duopolio INPS-INPDAP come l’elemento sistemico che ha messo in ginocchio il sistema pensionistico italiano, oltre a creare una commistione pericolosa tra previdenza, assistenza e politica.

Dunque, la ricetta del governo Monti per le pensioni è sostanzialmente quella di colpire “i lavoratori nati tra il 1950 e il 1962”, di fare cassa tramite l’assorbimento delle poche forme assicurative “privatistiche” esistenti.

Magari, il prossimo passo, dopo aver accorpato tutte le pensioni nell’INPS-INPDAP, sarà di trasformarli in aziende di Stato e metterli sul mercato …

Ecco il “progetto Monti” per noi più giovani di loro: niente equità, ma, soprattutto, tanto statalismo, a cui potrebbe far seguito  un’enorme cessione del sistema previdenziale, visto che siamo nelle mani di banche e sindacati.

Un’idea involutiva, visto che se i giovani in Italia avessero un sistema sbloccato, potrebbero iniziare a lavorare e versare contributi prima dei 25 anni, risolvendo il problema all’origine, e visto che, con un sistema assicurativo libero, ogni lavoratore può negoziare individualmente il proprio pensionamento.

L’avevo detto io che se non era pan cotto era pan bagnato …

(leggi anche Pensioni, quelle d’annata non si toccano e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Gran Bretagna, processo alla stampa

25 Nov

Da giorni, l’Alta Corte di Giustizia di Londra è riunita per determinare se i comportamenti dei giornali inglesi siano al di sotto del limite deontologico.

La commissione presieduto dal giudice Leveson sta ascoltando numerosi testimoni “eccellenti” come J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, Hugh Grant e Steve Coogan, attori, i coniugi Kate e Gerry McCann, genitori di una bimba rapita in Portogallo, Garry Flticroft, giocatore dei Blackburn Rovers, Mary Eellen Field, supermodella, Sheryl Gascoigne, ex moglie del calciatore Paul.

Le storie narrate dei “famosi” sono agghiaccianti.

J.K. Rowling racconta: “Sono stata costretta a cambiare casa dopo che un tabloid ha pubblicato il mio indirizzo, ma il peggio è toccato ai miei figli». La più grande andava a scuola in Scozia. Una mattina alcuni giornalisti telefonarono al preside. «Lo sa che la piccola ha sconvolto i compagni raccontando che Harry Potter muore nell’ultimo libro?». Lei tornò a casa sconvolta. Non sapeva nulla del finale della saga, ma quelli la fecero passare per una bulla. Credevo che la scuola fosse un territorio sacro, invece nella cartella della mia primogenita ho trovato anche il biglietto di un reporter che voleva intervistarmi.”

Gerry McCann: «Credo nella libertà di stampa e pensavo che per i giornali fosse sufficiente l’autoregolamentazione. Non è così» Del resto, cosa dire di quando i tabloid si procurarono e pubblicarono i diari segreti di Kate, insinuando che avesse venduto la figlia Maddie,  rapita da un albergo di Praia da Luz, in Portogallo, il 3 maggio del 2007, o, peggio, quando venne annunciata come morta – «She’s dead» a caratteri cubitali – dal Mirror o quando il domenicale del Sun mise i loro telefoni sotto controllo.

Intercettazioni illegali che hanno rovinato la carriera di Mary Eellen Field, licenziata da Elle McPherson, «The Body» perchè «era certa che girassi alla stampa dettagli su di lei. Invece aveva il telefono sotto controllo».

Famiglie distrutte come per Garry Flticroft, il giocatore dei Blackburn Rovers, il cui padre si suicidò dopo che i tabloid avevano svelato le sue relazioni extraconiugali.

Esistenze violate come per Sheryl, l’ex moglie del calciatore Paul Gascoigne, un alcolista violento, che tra i singhiozzi ha dichiarato ai giudici «Lo amavo profondamente. Eppure per i giornali ero una cacciatrice di soldi».

Il “processo” riguarda solo il Sun, o meglio un suo settimanale, ma come ricorda Mark Lewis, l’avvocato che difende molte delle vittime, i giornalisti erano fuori controllo.

Un problema opposto a quello italiano, sia chiaro: in Gran Bretagna i giornalisti cercano e pubblicano le notizie ma usano anche metodi illegittimi e/o formule scandalistiche, in Italia le notizie le forniscono le agenzie ed i tribunali, ma i giornalisti non pubblicano neanche quelle che sono lecite e degli scandali se ne parla sempre troppo poco.

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Vaticano, un esborso insostenibile

25 Nov

La legge 222/85 stabilisce che a partire dal 1º gennaio 1990 l’otto per mille del gettito IRPEF venisse ripartito tra lo Stato, le politiche sociali o una tra sette opzioni, e tra esse vi è anche la Chiesa cattolica.

Secondo i dati pubblicizzati dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e aggiornati alla dichiarazione dei redditi del 2005 si tratta di circa un miliardo  di euro.

A questo va ad aggiungersi:

  • la deducibilità fiscale delle offerte da parte dei cittadini, fino al 10% del reddito, e comunque non oltre i 70.000 euro, per tutti gli enti ecclesiastici come per tutte le Onlus e le Associazioni di Promozione Sociale;
  • l’esenzione fiscale totale per le parrocchie e gli enti ecclesiastici
  • i finanziamenti alle scuole paritarie private, gestite da enti cattolici
  • gli oneri di urbanizzazione degli edifici di culto
  • i contributi agli oratori (solo in alcune Regioni)
  • una larga fetta degli interventi di restauro monumentali

Nella sostanza stiamo parlando di non pochi miliardi di euro, cavati a viva forza dalle tasche degli italiani grazie ai balzelli ed alle leggine delal Seconda Repubblica e non solo.

Perchè la Chiesa Cattolica italiana, che vive delle nostre tasse, continua ad essere esente dai tagli e dall’incremento di pressione fiscale?

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Padre Amorth, un esorcista contro lo yoga

25 Nov

Padre Gabriele Amorth, l’esorcista ufficiale della Diocesi di Roma dal 1986, ha  praticato, a tutt’oggi, circa 70mila esorcismi, che corrisponderebbero, secondo Santa Madre Chiesa, ad altrettante presenze diaboliche.

Una storia singolare, dato che, se i casi “risolti” da Padre Amorth fossero reali, il Vaticano avrebbe dovuto già addestrare un battaglione di esorcisti e non “affidarsi” ad un solo prelato.

Ed il caso è ancor più singolare se, ascoltando l’esorcista “ufficiale” della Santa Sede, ci rendiamo conto che per i cattolici “nella maggior parte dei casi l’itinerario è d’obbligo: l’alcool, il sesso, la droga, la setta satanica”.

Una storia antica … come quella dei malati di porfiria, lupus, emocromatosi e febbri reumatiche bruciati sui roghi e torturati a morte perchè “indemoniati” … o come quella che ha trasformato qualunque sostanza inebriante, fuorchè l’alcool, in “droga”.

Sarà che padre Amorth è anziano e parla per come pensa, sarà che la Chiesa non ha mai rinunciato al proprio oscurantismo, sarà che le altre religioni danno risposte a domande che per i cristiani sono oscuri “Misteri della Fede”, accade che il noto esorcista ha annunciato, proprio ieri, che “fare yoga è satanico, pensi di farlo per scopi distensivi ma porta all’induismo. Tutte le religioni orientali sono basate sulla falsa credenza della reincarnazione”.

Peccato che lo yoga sia una disciplina fisica e non una religione e peccato che le teorie sulla reincarnazione rispettino le leggi universali sulla conservazione dell’energia, se si crede nell’anima, mentre giudaismo, islamismo e cristianesimo no. Ed infatti padre Amorth se la prende anche con la scienza che “non è in grado di inventare neanche una cicca. Lo scienziato è solo uno scopritore di qualcosa che Dio ha già creato”.  Eppure è la tecnica che inventa e non la scienza …

Va da se che l’esistenza di padre Amorth in seno alla Chiesa è l’ennesima dimostrazione che non solo islamici ed ebrei vagheggiano un nuovo medioevo, ma anche i cattolici.

E non meravigliamoci se la prossima uscita dell’autorevole prelato (autorevole per chi ci crede) sarà che” “praticare il kung fu è satanico, pensi di farlo per scopi distensivi ma porta al buddismo.”

Resta solo da capire perchè lo Stato Italiano, con le nostre tasse ed in piena crisi continui a finanziare questa gente.

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Pensioni: quelle d’annata non si toccano …

24 Nov

La riforma delle pensioni «è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati», Elsa Fornero ministro del Welfare.

Una «azione improntata a sobrietà», in nome dell’equità dice il neoministro, che «implicherà che i sacrifici imposti siano equlibrari in funzione della capacità di sopportazione dei singoli».

Non è quello che ci aspettavamo: restano intatte le pensioni d’annata e quelle d’anzianità che, non essendo su base contributiva, gravano “inspiegabilmente” sugli attuali e futuri lavoratori.

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.

E questa il ministro Fornero la chiama “equità”?

(Leggi anche Pensioni – Fornero, pessime idee e Pensioni, quel che propone Confindustria)

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Il rischio recessione

24 Nov

Queste le ultime dichiarazioni di Mario Monti.

Ho illustrato il programma in corso di articolazione del governo, e ho insistito nell’interesse che l’Italia ha di perseguire in modo rigoroso gli obiettivi di consolidamento della finanza pubblica, entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e in modo sostenibile.

La sostenibilità implica anche una crescita economica non inflazionistica, non alimentata dal disavanzo. Questo significa riforme strutturali.

“L’Italia ha un rilevante avanzo primario, ma deve fare sforzi particolari. Non è in discussione l’obiettivo del pareggio di bilancio, esiste un problema più generale di cosa accade se si entra in una fase recessiva.”

Fase recessiva? Eh già …

Da tempo questo blog ha richiamato l’attenzione sulla necessità di sostenere un’inflazione contenuta, a causa dell’elevato interesse sul debito, e di evitare spinte inflattive forti, derivanti da fattori speculativi,  a fronte della prevedibilissima flessione dei consumi causata da patrimoniali, nuove imposte dirette ed indirette, tassi di interesse accresciuti, incertezza riguardo lavoro, salute e pensioni.

Il rischio recessione, grazie al salasso che ci colpirà a breve, è notevole e tutto ci serve fuorchè un ulteriore downgrade dei prezzi degli immobili od ulteriore caos e tagli sui servizi pubblici.

Non è una partita tecnica però, bensì politica, visto che i piani regolatori toccano ai Comuni,  i piani di gestione sanitari alle Regioni ed il welfare e la formazione a tutti e due. Comuni e Regioni, cassate le Provincie si spera, che potrebbero, dati i precedenti, dissolvere in un mare di sprechi, cemento e prebende ciò che è congelato dal Patto di Stabilità e non solo, impoverendoci ulteriormente.

Le rassicurazioni per il governo Monti non devono arrivare solo dall’Europa, ma soprattutto dai partiti nostrani, che oltre le “amene” chiacchierate a Porta a Porta non vanno, quasi che il problema non fossero anche e principalmente loro.

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Roma inerme: la Mafia è alle porte

24 Nov

Secondo il criminologo Francesco Bruno, «il segnale è inequivocabile: vi è la presenza evidente di una struttura mafiosa a Roma di grosso calibro». Mentre le organizzazioni locali «non sono bande classiche ma vere organizzazioni clandestine».

E Gianni Alemanno conferma che «ci siano o possano esserci contatti tra il grande crimine che ha comprato pezzi di economia romana e che per ora si è limitato al riciclaggio di capitale sporchi e le bande che operano sul territorio nell’ambito per ora del solo controllo dello spaccio della droga».

La ricetta del Ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, è quella che si aspettava da tempo e che Mastella e Maroni avevano negato: più uomini, più mezzi, più controllo del territorio. Speriamo che basti.

Purtroppo, nonostante la gravità del contesto che vede le organizzazioni mafiose impossessarsi sanguinariamente di Roma, il PD romano, per voce di Ileana Argentin, non esita a criminalizzare il Sindaco di Roma, per «aver perso tre anni a minimizzare anche i più evidenti fenomeni di criminalità nella Capitale, sollecitando media e organi di informazione a non dipingere Roma come terra di conquista di organizzazioni malavitose».

Eppure, i “veri” problemi che inficiano la sicurezza di Roma sono di vecchia data.


Innanzitutto, il Lazio accoglie quasi metà dei collaboranti di giustizia esistenti in Italia, se solo una piccola parte di costoro continua a delinquere, a Roma c’è l’equivalente di una cupola.
Inoltre, a causa del rischio di incappare in qualche VIP, i controlli sui locali pubblici sono scarsi e poco incisivi, come lo sono i controlli antialcol ed antidroga all’uscita.
Infine, essendo la Capitale dipendente dagli snodi logistici di Fondi e di Civitavecchia-Gioia Tauro, è improbabile che, tra Veltorni e Storace, si potesse NON prevedere “cosa” si sarebbe impossessato di questi gangli vitali per l’economia locale.

Andando in “profondità”, dobbiamo rilevare che 18 anni di politiche “de sinistra”, dopo quelle cinquantennali del centrodestra democristiano, consegnano alla città:

  • oltre un milione di persone, tra cui poveri ed anziani, ma anche malviventi e sussidiati, che vive in case popolari
  • un livello di istruzione dei maschi adulti spaventosamente basso: circa il 40% degli under50 è non è in possesso di un diploma.

Se parliamo delle case popolari ricordiamo anche che le pertinenze non possono essere pattugliate dalle forze dell’ordine, come sono impattugliabili le borgate totalmente abusive che assediano la città.
Giusto per non mancare, ricordiamo anche che i servizi sociali, notoriamente clientelari e/o esternalizzati, non sono in grado di organizzare gli interventi (giudiziari e sociali) che servirebbero per l’enorme massa di bulli, persone prive di requisiti e famiglie allo sbando.

Gianni Alemanno passerà alla storia come il “sindaco immobile”, questo è probabilmente nell’essere dei fatti, ma è del tutto errato affrontare il problema “mafia a Roma” come fosse una delle quotidiane sterili polemiche capitoline in cui si “diletta” il nostro Consiglio Comunale.

Come lo è continuare a guardare solo all’immagine, alle clientele ed ai potentati locali senza tentare di “emancipare la suburbia” e di innovare, dopo due millenni, questa città nei servizi come nelle sanzioni.

E’ inconcepibile che in una Capitale circa un quarto della popolazione viva di sussidi o sia assistita in vario modo: la città deve essere produttiva e deve avere abbastanza cittadini in grado di esserlo.

Come anche, a Roma, non possiamo continuare ad amministrare le pene come ai tempi del Papa Re: le carceri devono essere moderne e lontane, altro che Regina Coeli sul Lungotevere, come fosse casa e bottega.

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Enav, la nuova Tangentopoli

23 Nov

Ai tempi della Prima Repubblica, lo schema della corruttela era semplice: i partiti “offrivano servigi”, le aziende foraggiavano i partiti in cambio di commesse, una parte dei funzionari pubblici chiudeva un occhio in cambio di carriera o di moneta.

Lo schema di corruttela che emerge in questi giorni dallo scandalo Enav conferma che tutto è cambiato e che il “traffico” è tutto interno alla Funzione Pubblica ed al paraStato.

Partiamo dall’inchiesta Why Not calabrese, dove la formazione professionale veniva convenzionata con sigle di comodo, strettamente legate alla politica, che a loro volta provvedevano a girare una parte delle somme ai “benefattori”, oltre che a procacciare consenso, con buona pace dell’upgrade del territorio, dell’emancipazione femminile, dell’occupazione giovanile e dell’assistenza ad anziani e disabili.

Uno schema che ritroviamo scientificamente applicato nella devastazione dell’isola della Maddalena, che appare come un’opera realizzata al solo scopo di spendere denaro pubblico in favore di noti e meno noti personaggi “interni al sistema”, oltre che alla solita macchina del consenso.

E, siccome al peggio non c’è mai peggio, ce lo ritroviamo anche nel “caso Sesto”, che coinvolge il PD, dove, seppur perseguendo la giunta le finalità pubbliche prefissate, la sensazione è che tutto fosse funzionale ad alimentare un cartello transregionale di imprese del paraStato.

Arriviamo all’Enav (o meglio allo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze) e ci ritroviamo sulla stessa barca: attività gestionali e finanziarie fine a se stesse, finalizzate ad alimentare imprese del paraStato e partiti. Un’attività ricorrente, se parlassimo di fabbriche di armi come Finmeccanica.

Imprese del paraStato che non sono solo, però, Finmeccanica, Enav, Alitalia, AMA, ATM eccetera, ma anche le onlus dei “malati”, che non vediamo mai al capezzale di qualcuno, o come le cooperative del sociale, che vivono di politica e sono una fabbrica di precari, o come gli enti certificati, che in 10 anni hanno prodotto migliaia di giovani tecnici “superiori”, solitamente a spasso o sottoccupati.

Un enorme buco nel welfare e nelle infrastrutture del nostro paese. Cosa aspetta Monti (e l’Europa che finanzia questi settori) a cambiare tutto?

Ad ogni modo, l’affaire Enav, o meglio Finmeccanica, contiene un grande elemento di novità: è il primo scandalo della “grande” finanza pubblica italiana, dai tempi della Banca Romana, che emerge nella Capitale, a stretto contatto con i “palazzi” e con le centrali di partito. L’affaire Lockeed, che defenestrò Giovanni Leone e diversi ministri, chiudendo l’era del Pentapartito, è di gran lunga inferiore a quello che è chiuso nei forzieri di Finmeccanica (e non solo), che, naturalmente, nessuno ha interesse ad aprire, ma che inevitabilmente andranno a riaprirsi, visto il prevedibile passaggio di proprietà o,comunque, i profondi cambiamenti gestionali che dovranno arrivare.

Cosa aspettano i media televisivi a togliere la sordina sui troppi scandali eclatanti di cui si parla molto poco? Non è dell’attuale “concept di stabilità” che avranno bisogno i cittadini che, tra non molto, dovranno essere convinti a recarsi alle urne per eleggere un nuovo parlamento con nuove regole, oltre che votare per comuni ed europee.

Se l’astensionismo dovesse avere un peso rilevante, tra un anno, sarà evidente che silenziare gli scandali ripaga con una pessima moneta: diffidenza ed esclusione, instabilità.

Dieci anni di devastazione del paese possono anche chiudersi con un’amnistia ed una restituzione, in nome della pacificazione generale, ma l’entità del maltolto, la gravità dei danni e, soprattutto, la permanenza nel sistema di gran parte degli “orchetti della Seconda Repubblica” impongono che si conoscano fatti e nomi.

Ne va la stessa attendibilità del sistema di informazione della pubblica opinione e qui sì che parliamo di “stabilità” e “consenso”.

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La CIA nei guai a Beirut

22 Nov

Maurizio Molinari, accreditato corrispondente da New York per il quotidiano La Stampa, racconta del disastro dell’intelligence statunitense in Libano ed Iran, causato dall’individuazione di decine di migliaia di agenti e spie.

In poche parole, Hezbollah, con il supporto iraniano,  ha utilizzato strumentazioni di intelligence “made in USA” per monitorare il popolare Pizza Hut di Beirut, la capitale libanese, che era, in realtà, un ufficio di copertura della CIA, individuando un enorme numero di agenti operanti in Libano, Siria e Iran. Praticamente l’intero network CIA.

Gli Hezbollah sono arrivati alla centrale grazie ai messaggi di testo che un gruppo di agenti della CIA si scambiava tramite il messenger dei propri cellulari, facendo cenno dei luoghi dove si trovavano o dove sarebbero andati. La facile intercettabilità dei messenger e, soprattutto, il riferimento “pizza”, piuttosto inusuale in Medio Oriente, avevano messo sulla buona strada per cancellare la rete di intelligence.

Era lì, scrive Molinari, “che la Cia incontrava non uno, due o tre informatori ma dozzine di libanesi e cittadini di altri Paesi che consegnavano, o più spesso vendevano, notizie sul Partito di Dio.

“Il risultato è uno dei più pesanti bilanci per l’intelligence americana in Medio Oriente perché lo sceicco Hassan Nasrallah lo scorso giugno ha annunciato in tv la «cattura di due agenti della Cia» e ieri fonti statunitensi hanno confermato che gli agenti «smascherati e catturati» sono molti di più, «dozzine di persone».”

“E se la notizia trapela sui media degli Stati Uniti è perché l’amministrazione Obama non ha idea di che fine abbiano fatto. I miliziani hanno ascoltato, fotografato e schedato chiunque entrava e usciva per settimane, forse mesi. Il risultato è stata una mappa del network della Cia in Libano nonché la scoperta di una rete parallela di spie, questa volta in Iran.” (link all’articolo integrale)

Non poche critiche “dall’interno del Pentagono” sono arrivate sia per il grave errore di incontrare molti agenti in un solo luogo, che ha fatto compromettere l’intero network, sia per quello di aver usato gli stessi telefoni per chiamate dirette negli Stati Uniti, cosa “sospetta” da quelle parti e rilevabile di tracciati delle celle telefoniche, sia per aver confidato in una leggenda metropolitana, come quella dell’inviolabilita dei messenger.

La vicenda si trascina da mesi, dato che sembra siano stati catturati anche cittadini americani, è l’amministrazione USA vuole attendere di avere il quadro completo dei danni e, soprattutto, che i rapitori si facciano avanti.

Ad ogni modo, agiugno, lo sceicco Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, si era vantato in televisione di aver scoperto due spie della CIA, infiltrate nella sua organizzazione e l’ambasciata americana a Beirut aveva negato.

Oggi, inizia ad emergere la verità sull’ennesimo flop libanese della Central Inteligence Agency e, come da standard, i media statunitensi riportano la dichiarazione di un portavoce della agenzia d’intelligence statunitense: “La CIA non rilascia dichiarazioni, di regola, per accuse inerenti attività operative.”

Oltre a danneggiare pesantemente la possibilità per gli Stati Uniti e la Nato di acquisire informazioni in Libano, Siria ed Iran, lo smacco subito dalla CIA crea non pochi problemi e non solo per  un eventuale intervento militare in Iran.

Gli eventuali “ostaggi” americani potrebbero essere usati per influenzare l’opinione pubblica durante la corsa presidenziale di Obama, visto che i, come accade, per l’appunto in Iran, per Jimmy Carter.

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