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Scuola: chi è Francesco Profumo?

16 Nov

Cinquantotto anni, Francesco Profumo è l’ingegnere che dovrà risollevare le sorti delle scuole italiane, prima ancora che delle università e del “suo CNR”, di cui è l’attuale presidente, dopo essere stato il rettore del Politecnico di Torino.

Il neoinquilino di Viale Trastevere, dove ha sede il MIUR, ha un curriculum scientifico ed accademico, oltre che dimestichezza con la politica (candidato dle PD a sindaco di Torino) e con la finanza (candidato Assogestioni per l’assemblea di Telecom).

Un vero ministro tecnico, per l’esultanza di accademici e ricercatori, ma anche una vera e propria incognita sul versante “scuole”, dove, viceversa, si gioca il nostro futuro, visti i risultati sempre pessimi dei test PISA, e dove i tagli del duo Tremonti e Gelmini sono intollerabili. Tra l’altro, nelle scuole, quello che va più urgentemento innovato sono la metodologia didattica e la prassi gestionale, oltre che gli standard.

Speriamo solo che il ministro Profumo, che così bene conosce l’ambiente accademico,  riesca a moralizzare l’università da nepotismi, maschilismo e prebende e si ottenga che la ricerca pubblica inizi a produrre qualche brevetto e non solo spese.

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Cultura: chi è Lorenzo Ornaghi?

16 Nov

Nell’esecutivo del governo Monti ci sarà anche Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e laureato in Scienze politiche presso la stessa università non statale.
Vicepresidente del quotidiano Avvenire, è anche nella Fondazione Vittorino Colombo di Milano e nella Fondazione Policlinico IRCCS di Milano.

Questo il suo pensiero, tratto da un’intervista rilasciata a Paola Bignardi, ex presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, per l’Editrice La Scuola di Brescia.
“L’educazione della persona è il centro di ogni percorso scolastico. La scuola non è una più o meno lunga pista di decollo verso una professione, ma rappresenta la fase decisiva della maturazione della personalità. E, con essa, della formazione – in senso proprio e per nulla convenzionale o ideologico – del cittadino.”

“Per reagire, fornendo nuove «ragioni di senso» ai giovani, occorre inevitabilmente riavvicinare loro – e noi stessi – alla riflessione e alla ricerca della verità sull’uomo.”

“Come insegna Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, Deus Caritas est, dobbiamo comprendere che solo recuperando la consapevolezza profonda del bene umano, della sua bellezza e della sua concreta possibilità, saremo in grado di accettare le sfide poste dalla realtà contemporanea.”

Restano, per ora, nel mistero quali siano i requisiti tecnici per cui è stato scelto per il “salvare i Beni Culturali”.

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Salute: chi è Renato Balduzzi

16 Nov

Il professor Renato Balduzzi è il nuovo ministro della Salute italiano.

Dal 2002 al 2009 è stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC, già Movimento Laureati di Azione Cattolica) e attualmente è componente per l’Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana-Miic (Mouvement international des intellectuels catholiques) – Icmica (International Catholic Mouvement for Intellectual and Cultural Affairs).

Costituzionalista ed esperto di diritto sanitario, ha ricoperto l’incarico di Capo dell’ufficio legislativo del Ministero della sanità dal 1997 al 1999, presiedendo altresì la Commissione ministeriale per la riforma sanitaria.

Sappiamo tutti come è andata a finire quella riforma: più caos, meno servizi, più sprechi, più tagli, meno diritti, più costi.

Una riforma, quella sanitaria, che non era errata nei presupposti giuridici, quanto nelle managerialità, nei protocolli e nelle procedure.
Ci saremmo aspettati un tecnico e non un giurista, visto che i principali problemi che si abbattono sui nostri malati sono di tipo organizzativo, gestionale, procedurale, operativo.

Il postino bussa sempre due volte … speriamo che, almeno stavolta ci sia anche qualcosa per i malati, nel “pacco” di Natale, e non solo per i medici.

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Welfare: chi è Elsa Fornero

16 Nov

Elsa Fornero è la vice Presidente della storica Compagnia di San Paolo (che dal 1991 ha scorporato le attività creditizie nell’Istituto bancario San paolo di Torino, oggi Banca Intesa Sanpaolo), oltre che professore ordinario di economia (Università di Torino) e direttore del CeRP (Centre for Research on Pensions and Welfare Policies), sempre a Torino.

Quello che ci interessa maggiormente sapere è che il neo ministro del Lavoro e dele Politiche Sociali è un’esperta ricercatrice che ha operato nelle aree di ricerca riguardanti il risparmio delle famiglie, la previdenza pubblica e privata e le assicurazioni sulla vita ed è anche editorialista del Sole24ore.

Da un suo recente articolo, del giugno 2011, si può evincere quale sarà la sua impostazione.

“Un primo criterio per valutare le nuove misure di aggiustamento, in discussione in questi giorni, riguarda perciò il loro grado di coerenza con l’impianto complessivo, a evitare incongruenze che, nascoste dietro un vantaggio “di cassa” di breve termine, potrebbero invece creare intoppi al funzionamento del sistema nel medio-lungo termine.”

Era ora che qualcuno lo dicesse e, sorpattutto, lo facesse. E la strategia?

  1. “Anticipare di un paio di anni (al 2013 anziché al 2015) l’entrata in vigore della norma, introdotta nel 2010, che correttamente aggancia l’età di pensionamento all’aspettativa di vita”;
  2. “parificare l’età di uscita delle dipendenti pubbliche, per le quali è già stato deciso l’aumento a 65 anni in osservanza a un’ingiunzione europea che imponeva di sanare la disparità di trattamento”;
  3. destinare “le risorse liberate, nell’uno e nell’altro caso, con l’innalzamento dell’età … non già a una generica riduzione del disavanzo, ma a favorire la sempre sacrificata occupazione femminile”.

Con quali presupposti e con quale equità?
“I cambiamenti estemporanei non si addicono al sistema previdenziale, in quanto ne aumentano il grado di incertezza, introducono costi di aggiustamento e causano perdita di fiducia nei lavoratori. Un secondo problema, esterno, è invece la scarsa legittimazione della classe politica a richiedere sacrifici ai lavoratori, senza una preventiva e credibile dimostrazione del fatto che, di questi sacrifici, essa stessa si farà capofila. La riduzione, trasparente e controllabile, dei costi della politica, ivi inclusi i privilegi pensionistici, appare perciò una condizione ineludibile affinché queste nuove correzioni, pur tecnicamente valide, siano anche socialmente accettabili.”

Sarebbe bello prevedere un intervento anche sulle pensioni d’annata, che restano un tabù.

Leggi anche Il ministro Fornero e la mia vita e Pensioni, quel che propone ConfindustriaPensioni inique, meglio lavorare a vita )

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Iran, Turchia e gli errori di Israele

16 Nov

Mentre l’Europa, distratta e pacifista, si dibatte discutendo d’Euro, di debito sovrano e di declino nazionale, dall’altro lato del Mediterraneo si sta assistendo ad una rapida escalation del “problema israeliano”.

Si, “problema israeliano”, come lo percepiscono oltre un miliardo di islamici, anche detto “problema palestinese” da parte di circa 700 milioni di euro-americani e, naturalmente, gli israeliani.

In realtà, non me ne vogliano i sionisti “puri e duri”, il Medio Oriente è “di per se” conformato per essere gestito da un’autorità sovranazionale: è un impianto infrastrutturale che si perde nella notte dei tempi. Basti dire che, a ben guardare le mappe, nessuno degli stati di quei territori, ad eccezione di Turchia e Libano, può dirsi “autosufficiente”.

Ritornando alla “questione israelo-palestinese”, non possiamo trascurare che, nel 1947, gli Inglesi erano mossi da motivazioni umanitarie e non sioniste, quando concessero il permesso all’esodo in Palestina, e che l’ONU, nel 1967, fissò una ragionevole e negoziabilissima linea di demarcazione che Israele non ha mai rispettato, in ragione della necessità di difendersi dai terroristi.

Eppure, se entriamo nel campo del diritto internazionale, la Gran Bretagna non ha mai “allargato” i confini dell’Ulster, per creare una “fascia di protezione” contro i terroristi dell’IRA, che, proprio negli stessi anni, arrivavano dalle basi collocate nella repubblica irlandese. Come anche va sottolineato che i palestinesi di religione cristiana, che terroristi non sono, subiscono lo stesso trattamento degli islamici, i cui correligiosi hanno commesso stragi.

Vicende che, attenzione, sono state condannate anche da molti ebrei atei o cristiani, come, ad esempio, quelli che militano nei partiti della sinistra europea, oltre che da tanti giovani israeliani.

Ed, così andando le cose, arriviamo ai nostri giorni, quelli “in cui il governo israeliano discute i piani d’attacco ai reattori nucleari di Ahmadinejad”, come riporta il Corriere della Sera. Un’idea veramente folle, se consideriamo le ricadute internazionali, oltre che interne.

Se Israele attaccasse l’Iran, le reazioni di Hamas ed Hezbollah, con il conseguente carico di autobombe e di razzi homemade, rappresenterebbero l’aspetto più gestibile dell’impresa.

Infatti, Israele dovrà attendersi una reazione della Cina Popolare, non militare e non immediata come da tradizione orientale, ma è evidente che i cinesi non dimenticherebbero una tale “affermazione di potenza” da parte di Israele nè sottovaluteranno un’azione immotivata e unilaterale verso l’Iran, che è un alleato strategico di Pechino e che reclama il diritto a dotarsi di un’atomica, visto che ce l’hanno Israele, Russia, Pakistan, India e Cina.

In secondo luogo, un attacco senza preavviso trasformerebbe Siria, Irak, Afganistan e Pakistan in una polveriera, con il possibile risultato di unire gli integralisti sciiti e sunniti.

E nulla è dato sapere su come reagirebbero le democrazie ed i mercati europei.

Ma il male peggiore arriverebbe dalla reazione di Libia, Egitto, Tunisia eccetera, dove i Day of Rage hanno abbattuto tiranni e ribadito la legge islamica entro, per ora, i limiti di uno stato laico come avviene in Turchia, che è la potenza, industriale e militare, del Medio Oriente.

Gi attriti tra Ankara e Tel Aviv sono ormai quotidiani, le basi aeree turche  sono ai confini del Libano, a pochi minuti di volo dagli obiettivi, mentre la marina potrebbe garantire addirittura uno sbarco in forze, ad esempio a Gaza.

Senza contare il fatto che la reazione iraniana arriverebbe comunque, probabilmente sotto forma di attentato, e che, per cancellare lo stato di Israele, basterebbe rendere radioattiva la città di Tel Aviv, cosa minacciata più volte da quel pazzo di Ahmadjinejad.

Una Turchia, rifiutata dall’Europa, che ha un esercito con addestramento ed armamenti NATO, la quale, senza ricorrere a scenari apocalittici, potrebbe sospendere l’enorme fornitura di acqua potabile con cui serve Israele, visto cosa accadrebbe nelle moschee di tutto il mondo se venissero attaccate le centrali nucleari a nord di Tehran.

Infine, il mondo intero, che difficilmente perdonerebbe chi avesse dato lo start up ad un conflitto regionale di tale portata.

Israele deve fermarsi ed accettare che, con buona pace di integralisti e sionisti, l’idea di un “dio” che predilige popoli e nazioni è minoritaria e contestabilissima: la divisione dei territori deve essere “laica” e non “integralista”, da ambo le parti.
E’ anche inaccettabile l’idea di “guerra preventiva”, enunciata da Moshe Dayan e realizzata, malamente davvero, da George Walker Bush: produce un’enorme quantità di martiri e di eroi.

Le premesse di una guerra si combattono con l’ipotesi di una pace e questo non significa essere pacifisti, ma semplicemente ricordare che c’è un tempo per le armi ed un altro per le parole, come anche che uno stato assediato non è uno stato libero, nè verso l’interno nè verso l’esterno.

Quanto al futuro, il vero “nemico” dell’isolazionismo di Israele è la Turchia, visto che il Medio Oriente ha bisogno di un’autorità sovrannazionale “laica” che possa garantire la pacifica convivenza di islamici, ebrei e, non dimentichiamolo, cristiani.

Sarà lo stesso sogno cosmopolita degli ebrei dei ghetti, quello che sta trainando la globalizzazione mondiale e che accomuna i giovani di tutto il mondo su internet, a sconfiggere, prima o poi, l’isolazionismo sionista, oltre che l’integralismo islamico.