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Carhenge e l’arte di … far soldi

1 Nov

Carhenge, il secondo “monumento più pazzo del mondo”, si trova al 2141 della County Road 59, Alliance nel Nebraska, ovviamente negli Stati Uniti.

Carhenge è una “installazione” di 38 automobili d’epoca, messe in cerchio (circa 30 metri di diametro) nelle stesse posizioni dei masis che compongono il sito archeologico di Stonehenge, in Inghilterra.
Inutile dire che l’autore dovette affrontare una causa giudiziaria mossagli dagli abitanti di Alliance a “tutela dell’ambiente”.

Utile aggiungere, però, che l’opera, menzionata dal travel book “1,000 Places to See in the USA and Canada Before You Die”, esiste ancora.
Fu completata nel solstizio del 1987 da Jim Reinders come memoriale per suo padre ed è allineata con l’eclissi solare del 2017; la sua heelstone (pietra centrale) è una Cadillac del 1962, evidentemente la più amata in famiglia.

Genio o spreco che sia, Carhenge è diventata nel tempo un centro a forte attrattiva turistica, al quale è annesso, da anni, il Car Art Reserve, uno spazio espositivo all’aria aperta dove sono collocate scultura metalliche e graffiti.

Così andando le cose, tra Jim che invecchia e la crisi economica che incalza, accade che Carhenge sia oggi in vendita su una base d’asta di 300.000 dollari (fonte La Repubblica).

Considerato che quel terreno ed i rottami non valgono praticamente nulla, se non l’intenzione di Jim di ricordare il padre, quanto potrebbe valere il flusso turistico verso l’Italia, se decidessimo, finalmente, di pensare “in avanti”?

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Italia tra bluff politici e crolli in Borsa

1 Nov

Luca Ricolfi, che non è certamente un “berlusconiano”, scrive del “bluff con cui un po’ tutti – sindacati, Confindustria, opposizione – hanno finto che il problema fosse solo l’inerzia del governo … Erano così sicure, le parti sociali, di essere la parte sana e modernizzatrice del Paese, che il 4 agosto avevano firmato un «documento comune» in cui davano le loro dritte al governo … Ma era un bluff: non appena il governo, incalzato dall’Europa, ha timidamente manifestato l’intenzione di agire su alcuni di quegli stessi nodi che le parti sociali avevano imprudentemente evocato – «modernizzare il sistema di Welfare», «liberalizzazioni», «mercato del lavoro» – sono esplosi i conflitti sia fra le parti sociali sia dentro l’opposizione.” (La Stampa)

Eh già, perchè “modernizzare il sistema di Welfare” significa innazitutto cancellare il “doppio binario” che distingue tra cassaintegrati e disoccupati oppure tra pensioni d’annata e le altre, ma non distingue tra assistenza (pubblica) o previdenza (da liberalizzare) e tutela i diritti già acquisiti, ma non quelli ancora da riconoscere.

Oppure, attuare “liberalizzazioni” vuol dire privatizzare ENEL, ENI e INPS, oltre che cancellare una miriade di enti, come anche intaccare le prebende di artigiani e professionisti o le agevolazioni di cooperative e consorzi.

Od ancora, intervenire sul “mercato del lavoro” non può non significare altro che eliminarne gli elementi di forte rigidità di cui da 30-40 se ne parla senza adeguarci ai sistemi in vigore altrove: libertà di licenziamento ed equo indennizzo, meno pubblici dipendenti, leggerezza degli strumenti contrattuali e snellezza procedurale, reintroduzione della mezzadria e dell’apprendistato.

E’ evidente che, ad essere toccato dalla “repentina innovazione” c’è buona parte dell’elettorato della Sinistra e altrettanta buona parte dell’apparato pubblico che, attualmente (ma per poco ancora), sorregge l’azione del Governo Berlusconi e di tante giunte locali: sono esattamente coloro che hanno sempre arenato qualunque riforma sia mai stata tentata in Italia. E, forse, sono la maggioranza degli italiani …

Il documento presentato da Bossi e Berlusconi in Europa è una bella lista di buone intenzioni, “lettera d’intenti” per l’appunto, ma è “irricevibile” sia per la base elettorale della Sinistra sia per gli apparati, pubblici e “sociali”, che dovrebbero renderle esecutive.

Sarà questo il motivo per cui la Borsa crolla?

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L’Europa sospesa tra Ventotene e l’Impero

1 Nov

Un editoriale di Galli della Loggia ci racconta, oggi, dei “vasi di coccio dell’Unione”, secondo quello che è stato il (disilluso) dogma dell’unificazione europea.

“L’Europa di oggi non è certo quella del 1958, di cui fummo tra i fondatori, pensata e nata su un piede di assoluta parità tra i suoi membri. Gli sviluppi successivi, infatti, i vari allargamenti succedutisi (in modo particolare quello sciaguratissimo da 15 a 27 Paesi), nonché la crisi economica recente, hanno fatto emergere, di fatto, al suo interno un direttorio franco-tedesco.” (Corsera)

Una dottrina, tutta italiana e solo italiana, che dice ispirarsi al Manifesto di Ventotene del 1944 e che rivendica unaa paternità di un’Europa franco-tedesca-italiana, su base paritetica e federale. In realtà, lo stesso Manifesto, redatto da Altiero Spinelli (comunista indipendente) e Ernesto Rossi (liberale radicale), affermava che: “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, … lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.”

E’, oggi, evidente che l’Unione Europea sia tutt’altro che quello cui aspiravano i Padri Fondatori, ma avrebbe già dovuto esserlo evidente nel  1954, quando la proposta di un mandato costituente per l’Assemblea comune della Comunità Europea di Difesa fu bloccato per l’opposizione della Francia. Oppure, nel 1957, quando nacque la Comunità Economica Europea, anzichè il Congresso del popolo europeo, proposto dallo stesso Spinelli.

L’Europa di oggi somiglia molto di più all’Impero di Carlo Magno e Federico di Svevia: un network di feudi (lobbies finanziarie) e di interconnessioni (mobilità e reti informative), uniformati da direttive (standard).

Non è un caso che le lobbies finanziarie interessate dalla crisi corrente siano tutte localizzabili nell’area europea storicamente “guelfa”:  Hypo Real Estate Holding (Baviera), Deutsche Bank (Lorena, Brabante, Assia) , Dexia (Francia), Unicredit (Brunswick, Lazio, Toscana, Lombardia).

Come non è un caso che questa sia la mappa dell’Impero dei tedeschi.

Come non sarà un caso che, dal Baltico al Mediterraneo, siano proprio i territori “sassoni” (inclusa la Repubblica Ceca, il Lionnese e l’Italia centrosettentrionale) ad essere quelli dove la produzione tiene e dove gli standard sono rispettati, ad i quali vanno assommati quelli inglesi e polacchi, fin dove arrivò l’onda conquistatrice partita dallo Jutland.

Ovviamente, questa Europa non è per tutti. Mancano gallesi, scozzesi ed irlandesi (ad esempio), che fieramente si opposero ai sassoni, prima, ed all’industrialesimo inglese, dopo. E mancano i francesi, che massacrarono gli Ugonotti pur di non credere nella “meritocrazia”, e gli europei del Mediterraneo, separati dall’Oriente e dall’Oltremare oltre che dall’Europa, per l’antico vezzo di Roma di lucrare frapponendosi a due mondi.

Nel 2013, l’Unione Europea si accingerà ad eleggere un parlamento, sostanzialmente privo di poteri, di oltre 2.000 delegati, mentre la Banca Centrale ed altri organismi tecnici, tutti collocati tra Francoforte e Bruxelles, hanno poteri sovrannazionali.

E’ evidente che non si possa andare avanti così, con un Manifesto “tradito” e con un “impero” di cui non si vuole ammettere l’esistenza, con i singoli parlamenti che possono menare il can per l’aria e con interi popoli, che possono subire o rifiutare scelte che non hanno votato.

Se gli “intellettuali” volessero prendere atto, qualche via d’uscita si troverà e non sarà un Direttorio, ma sarà un disastro ed una tirannide, se dovessimo continuare a dimenticare che di Europa, al giorno d’oggi come in passato, ce ne è una sola e si chiama asse franco-tedesco.

La soluzione? Un Euro ed un’Europa a due velocità e cos’altro mai?

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