RAI, una metafora italiana

11 Apr
Sono trascorsi, era il 14 aprile del 1975, 35 anni dalla Riforma della RAI del 1975, che trasferì il controllo del servizio pubblico dal Governo al Parlamento per garantire maggior pluralismo all'informazione. I principi fondamentali del servizio pubblico, ovvero indipendenza, obiettività e apertura alle diverse tendenze politiche, sociali e culturali, avrebbero dovuto essere garantiti tramite ne è 'apposita Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza sui servizi radiotelevisivi.

La Legge comportò la disponibilità, a carico dei contribuenti e degli abbonati, la creazione ex novo di costruzione di una terza rete televisiva RAI. La legge garantì, sempre a carico dei contribuenti e degli abbonati, anche l'esistenza di appositi spazi destinati a sindacati, confessioni religiose, movimenti politici, enti e associazioni politiche e culturali, gruppi etnici e linguistici.
La RAI diviene subito terreno di conquista per i diversi partiti politici dell'arco costituzionale.

Fu così che prese avvio la cosiddetta lottizzazione, ovvero la spartizione dei canali radiotelevisivi su base elettorale con l'incorporazione di RAI Uno nella sfera di influenza della Democrazia Cristiana, di RAI Due in quella del Partito Socialista Italiano e di RAI Tre  in quella del Partito Comunista Italiano.

Gli anni televisivi immediatamente successivi alla Riforma vengono ricordati come particolarmente prolifici sia dal punto di vista creativo che progettuale: la neonata concorrenza intellettuale fra le tre reti, infatti, aveva portato ad una marcata contrapposizione fra stili e pubblici di riferimento.
Nacquero, in quegli anni, Bontà loro (1976, poi Maurizio Costanzo Show, su Rete4, e padre di tutti i talk show), Portobello (1977, progenitore di I Cervelloni, Chi l'ha visto?, Carràmba che sorpresa, Agenzia matrimoniale, Stranamore), "Odeon. Tutto quanto fa spettacolo" (1976, il prototipo dei rotocalchi  televisivi settimanali).

Nel medesimo periodo la Direzione Generale dell'azienda, a fronte dell'enorme flusso di risorse occupazionali e finanziarie, attua una precisa strategia di comando:

  • la "zebratura", ovvero un perfezionamento della più generale lottizzazione, che consiste nel far convivere all'interno di una stessa struttura quote prefissate per aree di appartenenza politica e professionalità;
  • l'assegnazione in toto di RaiTre al Partito Comunista, in modo da rafforzare definitivamente la stabilità politica dell'azienda e la stessa presenza della Democrazia Cristiana in RAI. 

In breve, questa nuova dimensione culturale e politica della RAI, indubbiamente innovatrice, venne a decadere, allorchè l'azienda, per sostenere i nuovi ed enormi costi di gestione decise di riconvertirsi in televisione commerciale, venendo meno alla propria natura istituzionale e soffocando la nascita di un pluralismo dell'informazione. (fonte
Aldo
Grasso, Storia
della televisione italiana
, Garzanti  2004)

Sono di quel periodo i prototipi degli odierni spettacoli d'intrattenimento dai compensi miliardari, come Domenica In (trasformata da Pippo Baudo a partire dal 1979, evolutasi oggi in "Quelli che il calcio"), Fantastico (1979, oggi ristrutturato come Domenica In).

A quattro anni dalla Riforma, grazie all'enorme bolla di mercato e all'assenza di concorrenti, create dalla politica di espansione della RAI, il 26 gennaio 1979, nacque la Fininvest e, pochi mesi dopo, Reteitalia e Publitalia '80, le altre due società che Silvio Berlusconi che costituì per avviare il suo impero dei Media.

A proposito di antiberlusconismo, siamo davvero sicuri che l'Italia l'abbiano rovinata le sue televisioni?

Quanto costa alle casse pubbliche un così costoso apparato e quanti consumi superlui o discutibili abbiamo sostenuto finora con l'enorma massa di pubblicità che serve per fa funzionare la RAI?

Per fortuna, che la Riforma
della RAI del 1975 trasferì il controllo del servizio pubblico dal
Governo al Parlamento per garantire maggior pluralismo: quando si dice "cambiar tutto per non cambiare nulla".

Visto come è andata con la RAI, 35 anni fa, andrei cauto a riformare "in un colpo solo" Comuni, Regioni, Stato, Parlamento, Governo e Presidente …

Iniziamo dal federalismo del fisco e dell'istruzione, come previsto dalla "road map" dei decreti già approvati.

Una Risposta a “RAI, una metafora italiana”

  1. Pier aprile 11, 2010 a 3:22 PM #

    Per maggiori informazioni sulla riforma vedi anche Massimo Pini “Memorie di un lottizzatore” Feltrinelli 1978. Lui era in quota PSI.
    Dal controllo del Governo e passando al Parlamento si completò la presa quasi totale delle sinistre sulla RAI con il “regalo” di RAI 3 in toto al PCI, RAI 2 al PSI con le sue varie anime dall’ala sx, massimalista di De Martino, allora segretario, a quella riformista, vicino alla socialdemocrazia e RAI 1 che era già un calderone DC ma in pratica in mano ben oltre il 50% alle correnti che già erano chiamate “cattocomuniste” morotei, fanfaniani, dossettiani ecc.
    Non deve essere dimenticato a proposito di Fininvest che erano già nate, foraggiate da industrie editoriali e non, Fiat per esempio e Mondadori, Rizzoli, Rusconi le varie TV private locali.
    Tutte piene di presunzione, come RAI in piccolo,e di luogotenenti di politici, portaborse, intellettuali e raccomandati e la gran parte più o meno somari. Furono presto piene di debiti ed i “grandi padrini” alle prese con voragiini fallimentari furono ben liete di cederele all’unico che aveva le idee ben chiare in proposito, Silvio Berlusconi.
    TV privata uguale TV commerciale, pubblicità ed utili certi come già era avvenuto negli USA.
    Pier

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