La lezione di Nassirya

21 Dic

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Nel blog di Flavia
Amabile
oggi si parla della prima sentenza di Nassirya.

 

La prima, perchè è prevedeibile che ci saranno appelli e
strascihi, perchè il clima politico è cambiato e, forse, oggi gli Italiani sono
disposti a fornire ai mostri militari in missione di pace dei mandati e delle
regole d’ingaggio, che gli consentano innanzitutto di tutelare la propria
sicurezza.

 

A Nassirya, nella Provincia irakena di Dhi-Qar,  fu un camion imbottito di esplosivo a piombare sulla base
«Maestrale», provocando la distruzione della postazione e la morte di 13
carabinieri, 4 soldati, 2 civili italiani e nove civili iracheni.

 

In quell’attentato vigliacco morirono, oltre ai 9
cittadini iracheni, 12 militari dell’Arma (Enzo Fregosi, Giovanni Cavallaro,
Alfonso Trincone, Alfio Ragazzi, Massimiliano Bruno, Daniele Ghione, Filippo
Merlino, Giuseppe Coletta, Ivan Ghitti, Domenico Intravaia, Horatio Maiorana,
Andrea Filippa), 4 dell’Esercito (Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Emanuele
Ferraro, Alessandro Carrisi e Pietro Petrucci), e 2 civili (il regista Stefano
Rolla e l’operatore della cooperazione Marco Beci).

 

Era il 12 novembre 2003 e, pochi mesi dopo, l’On. ALFONSO PECORARO SCANIO presentava
questo intervento
alla Camera dei Deputati nella seduta n. 435 del 9/3/2004

 

 

Signor Presidente, colleghi, inizierò questo intervento
leggendo la lettera di un carabiniere inviato nella base di Nassiriya e
sopravvissuto all’attentato. Tale
intervento
è riportato sul sito ReporterAssociati ed è stato diffuso anche
dall’Unione dei carabinieri italiani.

 

«Siamo sbarcati all’aeroporto di Tallil per una missione
umanitaria di guerra, così la definisco, ma è quasi un controsenso, perché dopo quattro mesi che eravamo nel teatro di
guerra, ancora non riuscivamo a capire né a sapere quali fossero o dovevano
essere i nostri compiti
.

La nostra presenza era necessaria, quindi, per aiuti
umanitari o per altri scopi che non conoscevamo? Non l’abbiamo mai saputo.

 

Il problema numero uno, il problema che avevamo sotto gli
occhi ogni ora del giorno e del quale parlavamo sempre tra noi, era quello
della posizione logistica della base che qualcuno, chissà in base a cosa,
definiva strategica.

Eravamo nel pieno centro abitato, dislocati in due
edifici: uno era la camera di commercio e l’altro il museo. A dividerci, il
fiume. Alcuni di noi andarono al museo, altri, invece, nella camera di commercio,
che subito soprannominammo «animal house»: il perché è facile a capirsi.

L’intera unità di
manovra, che poi è stata decimata dall’attentato terroristico del 12 novembre,
si trasferì al di là del fiume».

La sicurezza
non era decisamente il punto forte di queste due basi. Erano vulnerabilissime.
Come
poi si è potuto vedere. Io ne sono uscito vivo ma le ferite che ho dentro di me
da quella mattina le porterò per tutta la vita. Perché quelle morti potevano
benissimo essere evitate. Come?
Trasferendoci,
ad esempio, in una base nel mezzo del deserto, come era accaduto per dislocare
il contingente italiano dell’esercito e come era stato fatto in precedenza
dalle forze armate degli Stati Uniti.
E come, purtroppo, è stato fatto
solo adesso dopo la strage.
«Dovevamo
essere in mezzo alla gente, tra la popolazione civile irachena. Era questo lo
scopo della nostra missione. La popolazione doveva sentirsi protetta da noi
carabinieri che eravamo di stanza a pochi passi dal centro abitato.
Con
la popolazione da subito eravamo riusciti ad instaurare un buon rapporto di
collaborazione, ma, secondo il nostro parere, avremmo potuto ottenere il
medesimo risultato anche se, con una maggiore prudenza, (…)».

 

Questo carabiniere italiano sopravvissuto alla strage di
Nassiriya scrive inoltre:

«Io non ci sto alle
spiegazioni ufficiali. Io non ci sto a tacere sull’assoluta mancanza di
sicurezza nella quale siamo stati costretti ad operare. Non può esserci alcuna
giustificazione per quello che è accaduto.

Ripeto: la strage del 12 novembre 2003 si sarebbe potuta
evitare.

E si poteva evitare. Fin dai primi giorni della nostra
permanenza a Nassiriya, nella base «Animal House», udivamo sempre più
frequentemente il rumore inconfondibile dei colpi d’arma da fuoco.

Ci veniva spiegato, per tranquillizzarci, che si trattava
solo di colpi sparati in aria per motivi di festa, in genere in occasione di
matrimoni. E ci rendemmo conto, familiarizzando con i luoghi e la popolazione,
che in parte questa spiegazione era vera. Ma non del tutto.

Presto ci rendemmo
conto che molti altri colpi venivano sparati volutamente contro le palazzine
della base.

Allora cosa abbiamo
fatto? Autonomamente ci siamo resi conto ed abbiamo compreso che se quella,
proprio in quei luoghi tanto pericolosi, doveva essere la nostra base, doveva
essere dotata di minime dotazioni di sicurezza.

E così abbiamo fatto
da soli, in alcuni casi in modo persino artigianale, al fine di poter cercare
di limitare le conseguenze peggiori in caso di un eventuale attacco
terroristico.

Purtroppo, quello che avevamo costruito con le nostre mani
è servito solo a risparmiare la vita di pochi di noi perché le dotazioni che ci
eravamo dati da soli non potevano far nulla di più di quanto hanno fatto
davanti a un attacco terroristico della portata di quello che abbiamo subìto.


Ogni giorno sapevamo che c’erano almeno tre o quattro messaggi di «allerta» per
attacchi terroristici. Ma, ragazzi, eravamo in guerra (altro che missione
umanitaria!) ed era quindi normale routine ricevere «allerta» di quel
tenore”.

 

 

Riporta, infatti, La
Repubblica
che “i servizi segreti americani avevano segnalato, qualche
settimana prima, il progetto di uomini di Al Qaida di attaccare la base
italiana. L
’ufficiale altoatesino non fu però in grado di valutare quanto
attendibile fosse la fonte ma i nostri militare, il giorno dell’attacco, forse
si dimostrarono troppo vulnerabili, poco difesi da accorgimenti militari più
rigidi ed efficaci”.

 

 

Ed Il
Giornale si spinge oltre con la sua inchiesta
,: “L’accusa punta il dito
sulla mancata predisposizione di un dispositivo di difesa idoneo nel suo
complesso, anche in relazione a una serie di «warning», cioè allarmi relativi a
possibili attacchi.

 

Il più preciso, rivelato da un’inchiesta del Giornale, era
stato lanciato dal capo della polizia irachena di Nassirya, colonnello Hassan
Ibrahim Dhid. «Abbiamo avvisato gli italiani del pericolo di un attentato 48
ore prima – ha raccontato il colonnello Hassan -. Ho mostrato sulla cartina la
zona prevista per l’attacco fra il primo ponte e il secondo, che si chiama
Zytoon.
Non mi hanno creduto». Alle due estremità del ponte Zytoon si trovavano
le basi della Msu.

 

Due giorni dopo la precisa segnalazione di Hassan i
terroristi hanno colpito Animal House, una delle basi lasciate in eredità dagli
americani. Sembra che gli italiani avessero chiesto di chiudere il ponte, ma il
comando inglese di Bassora avrebbe riposto di no, per evitare di congestionare
il traffico cittadino e far innervosire gli iracheni nei confronti della
coalizione.


Lo stesso Abu Omar al Kurdi, un terrorista legato ad Al Qaida, catturato dagli
americani e reo confesso di aver organizzato la strage di Nassirya, ha
dichiarato in due diversi interrogatori agli investigatori italiani che venne
deciso di colpire il comando dei carabinieri perché era un facile obiettivo”.

 

 

Adesso, a quasi cinque anni esatti, arrivano le condanne.

 

Sempre Flavia
Amabile
riporta che il generale Alberto Ficuciello, padre di Massimo, l’ufficiale
della brigata Sassari tra le vittime dell’attacco terroristico in Iraq, “aveva
provato a lanciare un appello per fare in modo che Lops e Stano «due comandanti
sul campo con la responsabilità di condurre un’ operazione militare
delicatissima nella incertezza di un mandato ambiguo che mescolava i fini con
le modalità» non fossero trasformati in «vittime sacrificali», in «capri
espiatori» e additati alla pubblica opinione come « responsabili di quella
infausta giornata”.


Credo che il generale non abbia avuto tutti i torti,
lanciando il suo appello: questo diario della Missione irakena pubblicato sul
sito dei Lagunari
(i nostri Corpi da sbarco)
parla di “
attività del contingente
impegnato nella provincia irachena di Dhi Qar finalizzate a garantire la
sicurezza alla popolazione ed alla distribuzione degli aiuti umanitari” e e di “Il
terrorismo e la criminalità sono fenomeni che il contingente italiano sta
cercando di contrastare attraverso numerose attività operative condotte
costantemente in tutta la provincia irachena di Dhi Qar”
.

 

I due ufficiali,
di grado elevato e con precedenti esperienze in “quadri bellici”,  condividevano con il proprio personale sia i disagi
sia i rischi e dal sito dei Lagunari si comprende come i nostri “stessero anche
dando fastidio”, dalle bonifiche nei villaggi, condotte con l’efficienza degli
investigatori e non semplicemente dei militari, alle sommosse degli ex-poliziotti locali,
disoccupati “se tutto andava bene”, all’esigenza di esporsi per proteggere la gran
parte della popolazione, che era “collaborativa”.

 

 

La Magistratura
ha sancito che il personale della Base Maestrale poteva avere una protezione
maggiore ed ha condannato gli ufficiali responsabili sul posto.

 

 

Io non credo che
si potesse garantire, più di tanto, una maggiore sicurezza per il nostro personale, vista l’impossibilità a chiudere il ponte e "unire il perimetro di sicurezza delle due postazioni", senza
mutare parte del mandato (spostando la base e rallentando gli interventi e gli aiuti) o senza modificare le regole d’ingaggio (erigendo barriere ed inviando mezzi blindati).

La sentenza di ieri commina una decina di mesi di condanna, non anni o decenni, e, del resto, cosa potevano ormai fare i due ufficiali, al punto in cui si era arrivati prima dell’attentato, se non  contravvenire agli ordini smobilitando in tutta fretta,  ricollocandosi fuori dal denso abitato per poi venire "ovviamente" rimossi per "codardia" o "incapacità"?

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