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San Vittore – Termoli ed il gioco delle tre carte

9 ott

Il 21 settembre le agenzie battevano la notizia che il Decreto Fare dirotterà i 256 milioni di euro destinati alla realizzazione della prima tratta autostradale della San Vittore  – Termoli a beneficio dell’adeguamento della strada Statale 372 che collega San Vittore – Caianiello a Benevento.

Pochi giorni dopo, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sabrina De Camillis, ha precisato: “Ho incontrato il ministro Lupi, che si è subito adoperato convocando i tecnici del suo Dicastero per affrontare la questione e decidere se apportare una modifica normativa o dare, per la soluzione del problema, solo un’interpretazione tecnica.”

Fatto sta che i 256 milioni – che sarebbero serviti per collegare, aggirare e superare Isernia – nel bilancio di spesa al momento non ci sono e qui si rischia di scatenare una guerra tra poveri con i molisani ‘defraudati’ dai campani ‘scippatori’.

Ma la questione non finisce qui.

Fino a ieri c’era da rendere la cosiddetta Trignina una vera superstrada e la Trignina non è una strada qualunque: è una ‘via mercantile’ che esiste dal Paleolitico e che collega l’Adriatico al Tirreno, tramite la quale ‘da sempre’ le merci partivano dalle coste del mar Baltico per arrivare a Barcellona, Tunisi e Marsiglia tramite Napoli.

Una ricchissima via mercantile, di cui Venezia e Napoli detenevano le ‘stazioni di servizio’ e su cui fondarono fortune e ricchezze.

Un’arteria mediterranea che fu deviata con l’Unità d’Italia sulla Via Salaria (e oggi sulla Roma- Firenze – Bologna), determinando l’espansione e le fortune di queste città. Non a caso oggi la Trignina è una buca tutta curve, mentre la Roma-Pescara è un monumento alla cementificazione sprecona ed alla deturpazione ambientale.

Inutile precisare che, se la Trignina decollasse, la quantità di TIR che farebbero la spola tra Adriatico e Napoli-Salerno sarebbe molto più elevata, mentre con la Trignina a pezzi, si avvantaggiano Roma e Bologna, mentre il ‘danno’ arriva fino a Barcellona e Marsiglia.

Utile, invece, sottolineare che la futura San Vittore (Caianiello) – Benevento – Bari, manterrebbe i porti di Salerno e Napoli al guinzaglio come prima, mastelliana e demitiana.
Oltre al rischio che, dopo la Terra dei Fuochi nell’agro casertano-napoletano, la Camorra abbia intenzione di trasformare anche gli scavi della Caianiello – Benevento in un’enorme discarica illegale.

S’era parlato del governo Letta come un ‘manuale Cencelli’ rivisitato, eccone un’ulteriore prova e, come al solito, la ‘questione campana’ viene risolta con la ben collaudata ‘polpetta avvelenata’.

Clemente Mastella e la moglie Sandra Lonardo

Una manciata di centinaia di milioni in appalti e cemento ed un po’ di svuluppo per una provincia poco popolosa e poco lucrativa come benevento, in cambio di un’arteria che bypassa Napoli e Salerno, dove vive la maggior parte dei campani e dove servirebbe davvero un ricco flusso di merci da ricevere e distribuire nel Mediterraneo.

Non a caso il 18 gennaio 2008 è stata costituita “Autostrada del Molise S.p.A.”, una società mista Anas Regione Molise, con l’obiettivo di realizzare il nuovo collegamento autostradale Termoli-San Vittore. Come recita il sito dell’ANAS, “il nuovo collegamento autostradale, con un tracciato di circa 150 km, che si svilupperà in due tratte: San Vittore-Venafro-Isernia-Bojano-Campobasso e Bojano-Termoli, e prevede la realizzazione di due corsie per senso di marcia, più corsia di emergenza; 121 viadotti (per complessivi 40,3 km); 15 gallerie (per uno sviluppo lineare complessivo di 11,8 km); e 35 svincoli di collegamento con la viabilità esistente.”

Viadotto della Diga del LIscione – Termoli

Una stupenda Autostrada dei Laghi per il nascente turismo del Molise e per quella rete di aziende che si snoda lungo la Trignina azzerata in cambio delle terre dei Briganti violate da cavalcavia e sottopassi inutili – visto che Benevento fa 60.000 abitanti e la provincia in tutto supera di poco i 250.000) per una tratta che serve solo a collegare Roma a Bari?

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Senatori, deputati, multinazionali, lobbisti

20 mag

Senatori e deputati a libro paga di multinazionali e lobbisti per cifre che andrebbero dai 1.000 ai 2.500 euro al mese, più qualche ‘fortunato’ che arriva fino a 5.000 mensili di mazzetta. Questa la denuncia di Le Iene, dopo le rivelazioni di un assistente parlamentare, protetto dal segreto.

Pietro Grasso, presidente del Senato e magistrato, esorta: «Chi sa qualcosa sui parlamentari pagati farebbe bene a denunciare questi comportamenti gravissimi». E, in effetti, la denuncia a ‘mezzo stampa’ c’è e qualche magistrato dovrebbe necessariamente aprire un inchiesta d’ufficio.

I ‘cattivi’ sarebbero, sta volta, le lobbies del tabacco e del gioco d’azzardo, che premerebbero per leggi ed emendamenti a loro favorevoli. Nulla di sorprendente, va così in tutto il mondo e spesso sono finanziamenti legali per le campagne elettorali, facilitati da leggi diverse dalla nostra sul finanziamento dei partiti.
Immediate le voci per la rapida approvazione delle norme anticorruzione, ma è la riforma dei finanziamenti ai partiti quel che serve per contrastare la concussione e l’occultamento dei finanziamenti, come è necessaria una nuova visione delle concessioni governative se si vuole risolvere a monte la questione ‘tabacchi, azzardo, accise, demanio marittimo, Equitalia, Caaf’.

Dunque, il punto non sono le eventuali lobbies del tabacco o quelle dell’azzardo – in gran parte estere, si noti bene – dato che il ‘problema’ vero è che se certi nostri parlamentari si dimostrassero ‘permeabili’ per soli 2.000 euro al mese, figuriamoci quali altre ‘lobbies’ possano esserci in grado di promettere ‘premi’ migliori, in soldoni od in carriere per figli e nepoti.

Se si accettano ‘quattro spiccioli’ per sigarette e gioco d’azzardo, quanti altri (denari, favori o ‘immunità’) potrebbero essere ‘graditi’ per tutelare gli interessi della Mafia o della Casta?

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La spallata di Monti

9 gen

«E’ necessaria una spallata dei cittadini non con la rabbia, la protesta, ma scegliendo chi non avendo legami con le organizzazioni che bloccano il Paese sia disposto a mobilitarsi». (Mario Monti, 8-1-2013)

Ma quali sono le organizzazioni che bloccano il Paese?

Non è facile dirlo, specialmente se si tratta di un paese, come l’Italia o come l’Iran, che si trova a condividere poteri laici e poteri religiosi.

Infatti, al di là di inutili retoriche o sacrosante indignazioni, è innegabile che sia in Iran sia in Italia, la condizione della donna ed il suo accesso al lavoro ed ale carriere siano particolarmente insoddisfacenti e che questo sia, sotto ogni latitudine, un indicatore fondamentale di crescita e progresso.
Ma non solo la condizione femminile è certamente condizionata dalla duplice presenza di poteri in Italia, di cui uno forte, la monarchia assoluta religiosa, ed un altro debole, la repubblica parlamentare. Lo sono anche la diffusione delle conoscenze tecniche, socioeconomiche e scientifiche, come comprovano i dati sulle lauree, e la strutturazione del Welfare e della Sanità, che devono tener conto dell’estesa struttura religiosa e para-religiosa presente nel Paese.

Se la duplice attribuzione di poteri, di interventi/spese e, soprattutto, di opinion making e di fund rising è certamente un fattore limitativo per il nostro Paese, dobbiamo mettere in conto che ne esiste un altro, simile e, seppur nato per offrire un’opzione laica in questo ‘sistema duplato’, oggi complementare a quello religioso.

Parliamo delle scuole pubbliche che, nel corso di una sola generazione, hanno prodotto l’ignoranza e la maleducazione che constatiamo tra troppi giovani diplomati e laureati. Dei sindacati che non hanno mai fatto proposte a nome dei lavoratori ed hanno sempre atteso quelle della controparte, per poi avviare un gioco di veti e delle tre carte, indispensabile per affermare il proprio potere e poco più.
Delle onlus che gestiscono servizi pubblici esternalizzati precarizzando a vita il proprio personale, del tutto incapaci di operare in network o di sviluppare un fund rising che non sia finanziamento pubblico. Delle aziende – cooperative od ex municipalizzate – che rendono floride le regioni ‘rosse’, sfruttando la fame ed il malaffare esistente al Sud, se non addirittura alimentandolo, come di certo accade per i settori manifatturieri e dei rifiuti speciali. I partiti, di cui non si conoscono i meccanismi di selezione del personale politico e dei candidati, fin dalla nascita della Repubblica.

Organizzazioni che, secondo alcuni, bloccerebbero il Paese, dato che è nei loro interessi che nulla cambi, ovvero che non si rinegozi un Concordato, non si delocalizzi la contrattazione dando potere alla base dei lavoratori, non si educhino i giovani alla meritocrazia ed all’essere esemplari, non si pretenda che i servizi esternalizzati vengano assunti da aziende solide e ben monitorate, non si bonifichi il sistema agroalimentare e distributivo, non si ripristini la legalità in quasi metà del Paese che lavora a nero.

Secondo altri, però, ben altre sono le organizzazioni che ‘bloccano il Paese’, come le banche (ormai ridotte alla quasi sola IntesaSan Paolo di sabauda origine) ed i diversi poteri finanziari (i cui discendenti sembrano sempre più interessati ad investimenti più sicuri del sistema Italia).

Per questioni strutturali, dobbiamo annoverare anche altre ‘organizzazioni’ che hanno le potenzialità e le caratteristiche strutturali per bloccare il Paese, le baronie universitarie ed il sistema giudiziario. Una ipotesi che trova anch’essa le sue conferme, visto che abbiamo un sistema sanitario che neanche recepisce le indicazioni dell’Organizzazione della Sanità Mondiale in fatto di disabilità ed un sistema giudiziario che ha impiegato oltre 20 anni per concludere il Lodo Mondadori, anzichè un paio come altrove, consentendo l’ascesa di Silvio Berlusconi, che altrimenti difficilmente si sarebbe realizzata con tale apicalità.

Ovviamente, non sono stati i sindacati, i partiti, i professori, i banchieri, i finanzieri, i magistrati, i baroni medici, le coop,  a rovinare l’Italia.
Non sono loro a ‘bloccare il Paese’ e non è contro di loro che Mario Monti ci chiede di mobilitarci per dare una spallata.

Ed allora contro chi altri mai?

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SuperMario ed i nomi degli irresponsabili

9 gen

Secondo Mario Monti, «alcuni irresponsabili avevano portato il Paese a una situazione grave».
Vero, verissimo, ne siamo convinti tutti, anche se non ne conosciamo i nomi, non almeno con la certezza che può avere un economista di tale portata che di ‘professione’ fa il premier e che ha accesso a tutti i documenti della Repubblica, inclusi quelli secretati.

E’ giusto, opportuno, indispensabile che Mario Monti faccia i nomi e che li faccia subito.

I motivi sono diversi e tutti particolarmente importanti.

Innanzitutto, il nostro diritto ad essere informati, specialmente se parliamo dei nostri soldi, delle elezioni che si avvicinano, ma anche del dovere a presentare denuncia che spetterebbe ad ogni pubblico funzionario – non solo in Italia, ma dovunque – al sol dubbio di ‘irresponsabile gestione della cosa pubblica’, specialmente se ciò comporta rischio per l’erario.

Inoltre, l’esigenza sistemica di conoscere le vere cause della crisi attuale, se dovuta a problemi strutturali oppure alle speculazioni della Germania ‘pro domo sua’ o anche qualche grava furbata od ingenuità di qualcuno dei tanti VIP nostrani del tutto indegni od incapaci di ricoprire la funzioni che hanno o stanno ricoprendo.

Infine, il buon nome di Mario Monti, dato che chi lancia accuse senza provarle, de facto si ritrova a millantare. E, cosa non da poco sotto elezioni, il buon nome dell’ex ministro dell’economie e delle finanze, Giulio Tremonti, oggi candidato con una propria lista, che quanto meno avrebbe dovuto vigilare e/o contrastare questi «alcuni irresponsabili». Ma anche il buon nome del compianto Padoa Schioppa, di Romano Prodi e del Partito Democratico che li sostenne, se, ricordiamolo, annunciarono l’esistenza di un ‘tesoretto’, che forse non c’era, o le stabilizzazioni delle pensioni Amato-Maroni, che secondo Fornero furono, invece, perigliosamente carenti.

Ha ragione l’egregio professor Monti: ci sono  (stati) nelle istituzioni “alcuni irresponsabili”. Ce ne siamo, a nostre spese, accorti tutti.
Visto che lo riconosce pubblicamente, però, sarebbe suo preciso dovere rendere pubblici i nomi ed i fatti: la seconda carica dello Stato – come lo è un presidente del Consiglio dei Ministri – se lancia accuse, deve qualificarle e contestualizzarle.

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Monti il consociativo?

7 gen

Iniziato il 2013, iniziata la lunga corsa elettorale italiana, che nell’arco di sei mesi sei dovrà nominare la leadership dello Stato e delle principali regioni e comuni italiani, più una bella quantità di province che non dovrebbero esistere più da tempo. Nominare la leadeship, non sceglierla e non cambiarla: a noi italiani non è dato questo diritto, sia chiaro.

E, dunque, mentre ci accingiamo ad assistere, spettatori amaramente paganti, al solito spettacolino politico al suon di polke e walzer, tra roboanti preannunci di vittoria, arriva il buon Mannheimer a confermarci poche essenziali cose:

  1. la compagine montiana non supererà il 20% dei voti, collocandosi inevitabilmente terza, dopo PdL e PD, con l’UDC che si riconferma un lumicino al 4% fisso;
  2. il Partito Democratico è di nuovo ‘maggioritario’, dopo aver cooptato Vendola alle primarie ed aver riassobito il voto di sinistra, raggiungendo, però, un risicato 30% o poco più;
  3. il ‘ritorno di Berlusconi’ ha riportato all’ovile almeno un 5% degli elettori di centrodestra, nonostante scandali e defezioni;
  4. Italia dei Valori e SEL rischiano di scomparire senza un apparentamento che ne salvi le percentuali e ne garantisca i candidati;
  5. Grillo e M5S sono sempre lì, intorno od oltre il 15% dei consensi.

Pertanto, sarà difficile vedere un governo Monti, come risultato delle prossime elezioni, ed, ammesso che possa accadere, dovrà essere una compagine di ‘ampie convergenze’, meglio ancora se una Grosse Koalition, appoggiata da Alfano, Bersani e Casini come oggi, ma ben più determinanti di oggi.

Non è un caso che Mario Monti, ex salvatore della patria oggi su strade e per obiettivi ben più personali, ha già lasciato trapelare quale sarebbe la sua preferenza: “Io al Quirinale?: Vedremo se verrà chiesto”.

Sarà un caso che, quasi in simultanea, forse di rimando, Corrado Passera, uno dei pochi ministri montiani che non sembra cedere alle lusinghe dellapolitica, abbia a precisare: “lista di Monti, occasione persa Serviva un programma più coraggioso. Alla fine hanno vinto vecchie logiche di corrente.”

Secondo il ministro per le Infrastrutture, avremmo dovuto e dovremmo “incidere più in profondità sul costo vivo dell’apparato politico e amministrativo pubblico. Un esempio: un solo livello istituzionale e politico fra i Comuni e lo Stato centrale. Ripensamento totale di tutte le strutture intermedie, non solo le Province. Bilanci consolidati, certificati e confrontabili per ogni entità pubblica. Commissariamento, vero non finto, di ogni ente che non rispetta le regole; riduzione drastica di tutte le assemblee elettive locali e centrali. Si può fare molto, molto di più di quanto non si creda per migliorare il nostro federalismo. Le resistenze incontrate anche dal nostro governo sono state formidabili, veti a tutti i livelli, spesso eravamo circondati da sguardi divertiti e poco indulgenti dei dirigenti pubblici, ma quando si riusciva ad ottenere qualche risultato, l’effetto positivo era perfino contagioso. Nella pubblica amministrazione ci sono tanti talenti e persone fiere di servire lo Stato. Dobbiamo dare loro fiducia con il buon esempio.”

Intanto, come conferma Corrado Passera, con il nuovo governo Monti-Bersani-Berlusconi saremo ancora alle vecchie logiche di corrente, con l’alta dirigenza pubblica – quella scelta con lo spoil system e affatto inamovibile – che oppone ‘resistenze formidabili, veti a tutti i livelli, sguardi divertiti e poco indulgenti.

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I detrattori stranieri e la libera scelta degli italiani

12 dic

I detrattori stranieri dell’Italia e della libera scelta degli italiani dovrebbero consultare più spesso l’ISTAT, ma basterebbe anche Wikipedia.

Non sanno che in Italia si spendono più soldi, tanti di più, per i costi della politica di una provincia di 100.000 abitanti, prevalentemente residenti in comuni al limite dei 5.000 abitanti, piuttosto che per una densa municipalità metropolitana con 400.000 abitanti. E non sanno, forse, che in alcune regioni e lungo la fascia appenninica gli abitanti son pochi ma i politici eletti sono, in proporzione, tanti.

Allo stesso modo, i nostri detrattori esteri non sembrano sapere che un sesto degli italiani vive in Lombardia e quasi un quinto ci lavora. Come non sembrano essersi accorti che una parte del PIL che ‘produce’ la Capitale, andrebbe sottratto e non aggiunto al PIL nazionale, visto che è da quello che attinge per servizi che dovrebbe dare (e spesso non da) al resto dell’Italia, che ‘serva di Roma Iddio la creò’. Non a caso Milano e Napoli hanno un basso peso sulle scelte nazionali decise a Roma.

Sempre dai dati, gli stranieri disinnamorati dell’Italia potrebbero accorgersi che il nostro agroalimentare proprio non va, se frutta quasi il 4% del PIL complessivo, specialmente se teniamo conto che le regioni e le province agroproduttive sono anche, spesso, quelle su cui dovrebbe abbattersi la mannaia del taglio dei costi della politica, di cui sopra, e delle ispezioni a contrasto dell’evasione fiscale e del lavoro nero.

Ci spieghino loro come possa funzionare un sistema così e ci spieghino anche perchè Mario Monti non l’abbia immediatamente ristrutturato e rioganizzato, intervenendo su Province, ex-municipalizzate, città metropolitane, leggi elettorali.

Sembrano così spaventati dalla inefficacia italiana, gli investitori esteri, ma, allora,  ci spieghino perchè Mario Monti non abbia messo al sicuro i conti, come aveva promesso, con una patrimoniale ed una riforma fiscale, invece di emettere un’enormità di titoli ad interessi svantaggiosi per l’Italia.

E che dire di Merkel ed Hollande, così afflitti dal ritorno di Berlusconi, ma dovrebbero anche spiegarci anche per quali cause questo accada, se non in conseguenza del flop politico del professor Monti e del flop delle Primarie del PD, che nonostante lo share televisivo RAI e SKY, hanno visto quasi dimezzarsi i partecipanti rispetto alla scorsa tornata.

O della Spagna che vuol convincere i suoi cittadini che la colpa è del ‘maldido Berlusconi’, che ha mandato a casa Mario Monti, ma, anche in questo caso, varrebbe la pena che ci spiegassero sia perchè la loro crisi la dovremmo pagare noi italiani, sia, soprattutto, se si siano mai chiesti se una grande nazione europea come la loro possa vivere di turismo, di movida e poco più, mentre si sorvola sull’invasione narco-camorristica nel sud della penisola iberica.

Qualcuno dice che gli italiani attendono un programma alla Hollande, con quel rigore e quella equità che Mario Monti non ha dimostrato nell’azione del suo governo, del resto formato da persone scelte da lui.
Un programma alla Hollande che il nostro Centrosinistra rifugge dal proporre e che le altre compagini minori non considerano affatto.

E se fosse proprio Silvio Berlusconi a presentarne uno così?

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Basta populismo, basta sprovveduti

12 dic

Luca Cordero di Montezemolo, oggi leader di Italia Futura attacca il populismo e l’Italia del ’94 (quella di Berlusconi ma anche quella di Prodi) e dichiara: «Monti l’uomo giusto». Purtroppo, in parte si sbaglia, visto che Mario Monti non ha avuto neanche il tempismo politico di riformare le Province a furor di popolo, quando era un gioco da ragazzi.

Intanto, dalla Sinistra che sembrava avesse già vinto le elezioni dell’anno che verrà arrivano Bersani, con un (poco) rassicurante «Avremo numeri al Senato», e Vendola, che lancià la sua enensima fattwa su Casini, giusto per dimostrare che sinistre e governabilità sono due cose ben distinte e che per i cattolici è ancora tempo di diaspora.

Intanto, Le Figaro titola ‘La dipartita di Mario Monti preoccupa gli europei’ – ma affatto gli italiani, sarebbe da aggiungere – ed ABC lancia l’iperbolico strillo ‘La Spagna paga il caos italiano’, ribadito da El Pais che titola ‘La crisi politica italiana scuote i mercati e castiga la Spagna’. Politica, si noti bene, e non finanziaria come si racconta da noi.
Il ben informato Financial Times informa il mondo che ‘Monti è in trattativa per correre come Primo Ministro’ – cosa che i nostri media si affanano a smentire – ed in Sudafrica il deVolkskrant parla chiaro ed annuncia che ‘Il ritorno di Berlusconi spaventa gli investitori’, come altrettanto fa il Buenos Aires Herald che spiega che è ‘l’Europa (che) spinge per le riforme di Monti”. Non gli italiani.

Dunque, quello che apprendiamo dai media di paesi meglio posizionati del nostro nelle classifiche per la qualità dell’informazione è qualcosa di molto semplice:

  1. la crisi italiana è politica e non finanziaria e questo lo sapevamo anche noi italiani, prima che lo spread a reti unificate obnubilasse le nostre coscienze;
  2. il sovraccarico fiscale propinato da Mario Monti agli italiani ha anche lo scopo di sostenere l’Eurozona e la situazione spagnola
  3. gli investitori (potenziali speculatori e non benemeriti mecenati) temono il ritorno di Silvio Berlusconi
  4. i grandi poteri mondiali tifano per Mario Monti quasi che abbiano scopi diversi da quello di aiutare l’Italia a superare una crisi politica di cui Monti è ormai coprotagonista.

Una dimensione delle cose che trova conferma nell’atteggiamento tedesco.

Infatti, il ministro degli Esteri Guido Westerwelle, ha voluto precisare il governo tedesco non intende interferire negli affari interni italiani, essendo dell’opinione che “Né la Germania, né l’Europa sono la causa delle attuali difficoltà che attraversa l’Italia”.
Il problema, però, è che la cancelliera Angela Merkel interferisce, e come, se si dichiara “convinta che gli elettori italiani voteranno in modo tale da garantire che l’Italia resti sul cammino giusto”.
Se esiste un ‘cammino giusto’ quale è quello sbagliato? Restare, un invito a confermare l’attuale?

Dunque, se un uomo qualunque volesse avanzare dei dubbi, a leggere i titoli stranieri, potrebbe sentirsi legittimato. Potrebbe pensare che “lo spread è un imbroglio” ed esser fermamente convinto che “l’economia con Monti è solo peggiorata” o che le elezioni “sono state anticipate solo per colpa delle dimissioni anticipate di Monti”.

Del resto, è piuttosto astruso – sia per i comuni mortali sia per gli addetti ai lavori – focalizzare una crisi nazionale su un unico indicatore consistuito dal mero rapporto degli interessi sui nostri titoli rispetto a quelli sui bund tedeschi, il cosiddetto ‘spread’.

Specialmente, se si viene a sapere che Berlino aveva “ordinato a tutte le banche di vendere i buoni del Tesoro italiani, con 8-9 miliardi di vendita. Gli altri fondi hanno pensato: ‘Se la Germania vende, qualcosa ci sarà…’. E hanno ritenuto di chiedere un premio per un rischio teorico, a noi del 6%. La Germania ha approfittato di tutto questo e ha abbassato i tassi all’1%, mentre a noi importa che i nostri tassi sono aumentati del 2%, che in un anno sono 5 miliardi in più.”

Ragionando a mente fredda, qualcuno potrebbe anche convincersi che “tutto quello che è stato inventato sullo spread è un imbroglio usato per abbattere un governo e fargli perdere la maggioranza”.
Ragionando a mente fredda, si potrebbe anche mettere a fuoco che quel governo ci aveva portato in quella situazione, dopo aver ereditato una pesante situazione dal governo uscente, e che l’opposizione a quel governo per 3 anni e mezzo non s’è fatta sentire granchè.

Basta populismo: gli italiani non sono degli sprovveduti.

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Monti va(i) a casa

7 dic

Ormai, dopo la presa di posizione del PdL al Senato, il Governo Monti è ufficialmente un governo di minoranza: il dl Sviluppo e il dl enti locali passano con poco più di un terzo dei voti dei senatori. Intanto, Angela Finocchiaro incalza con il “governo non ha più la fiducia delle Aule parlamentari. Monti salga al Quirinale” e Giorgio Napolitano chiede (o forse implora?): “Evitare fine precipitosa legislatura, non mandiamo tutto a picco”.

Al di là di alcuni dettagli – ad esempio, perchè Finocchiaro inviti Monti alle dimissioni mentre il suo partito lo sostiene oppure cosa starebbe mandando a picco il PdL e cosa, invece, hanno mandato già a picco i tecnici del governo – questa è la situazione e che lo spread o salga, con tutte le boutade degli ultimi 12 mesi, non interessa quasi più a nessuno.

Al di là di come andrà a finire, Silvio Berlusconi, con l’ennesima impuntatura, ha reso un prezioso servigio al Paese, dimostrando agli eufemisti del ‘si può fare’ che uno Stato lo si governa quando si ha almeno la metà più uno del Parlamento, quando almeno il 50% degli elettori non diffida profondamente del principale partito al potere ed, ammesso che i milioni di laccioli che la Casta ha superfetato a propria tutela, non possano tornare, questi, utili anche per bloccare la Casta nelle sue stesse pastoie.

Chi si illudeva di governare con il 30% è smentito.

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Lavoro, tasse, pensioni, previdenza: tutto da cambiare

3 ott

La pressione fiscale in Italia è una delle più alte del mondo ed è una delle più anomale.

A partire dal sistema di accertamento e riscossione di tasse e tributi, che si perde in mille rivoli e che, come scopriamo riguardo ‘Tributi Italia’, vengono saccheggiati dai soliti furbastri della Casta oppure, come accaduto per Equitalia, degenerano in storie di mostruoso accanimento.

Per passare allo status dei lavoratori dipendenti e delle aziende che gli danno lavoro, dove la certezza dell’accertamento e la regolarità del prelievo fiscale non comportano premialità e sgravi, ma solo maggiore penalizzazione in un paese dove l’evasione fiscale si chiama mafia e lavoro nero e dove la falsa fatturazione sembra essere uno dei principali peccatucci della Politica.

Per finire ad una barca che può stare solo ferma in mezzo al guado, se 2/3 del gettito è dato da quel quinto di italiani che vivono nel lusso, nonostante- come detto sopra – i dipendenti siano presi tra l’incudine delle tasse ed il martello del lavoro.

Lavoro che in Italia è eccessivo per chi è occupato e scarso per chi non ce l’ha. Eccessivo negli orari, nelle mansioni e nell’età pensionabile. Scarso nelle opportunità, nei salari in entrata e nelle tutele contrattuali.

Dulcis in fundo, dato che al peggio non c’è mai fine, siamo il paese dove a fronte di elevati contributi previdenziali, la Sanità di alcune regioni, Lazio incluso, è tragicamente pessima e sprecona con centinaia di migliaia di malati cronici – sadicamente definiti ‘rari’ – che rinunciano alle cure per troppa burocrazia.

Tasse e tributi che prendono tante vie, poche utili al Paese e tante inutili, obsolete o sprecone, tra cui alcune fin troppo note. Parliamo della Casta della Pubblica Amministrazione e del Sistema Sanitario, delle pensioni d’annata e dei vitalizi, dei contributi all’agroalimentare che, però, produce solo il 3-4% del PIL, del financial drag superdefiscalizzato da parte delle banche e delle compagnie telefoniche, aeree ed energetiche.

Intanto, il ministro delle Politiche comunitarie, Enzo Moavero Milanesi promette che “nel 2013 già si vedranno importanti segnali di ripresa e che il 2014 e 2015 saranno anni di ripresa economica”.

Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, però, è molto scettico: “non vediamo la ripresa. Salvo miglioramenti sarà verso fine 2013, ma per una vera ripresa faccio la firma per il 2015″.  E, non a caso, Susanna Camusso, Segretario Generale della Cgil,  lancia un monito da prendersi sul serio: “Questa riduzione al tema ‘lavorare di piu” che vedo fare da tutti quelli che hanno lanciato il tema della produttività senza porsi il tema dei suoi fattori strutturali, rischia di diventare per molti lavoratori anche offensiva, visto che siamo costretti a misurare le decine di milioni di ore di cig e a contare decine di migliaia di lavoratori in mobilità ai quali piacerebbe tanto poter lavorare e invece sono costretti all’inattività. Basta dunque “ricette facili” e “colpevolizzazione dei lavoratori”: “piuttosto le imprese, pubbliche e private, abbassino le retribuzioni ai grandi dirigenti e taglino le stock option.”

Almeno questa volta – anche i suoi detrattori e gli scettici dovranno ammetterlo – la CGIL ha ragione: da anni si taglia su tutto e da anni le prospettive occupazionali languono, mentre la produttività è aumentata.

E, non a caso, la ‘voce dispari’ del PD, Stefano Fassina, esperto di lavoro ed economia, richiama Mario Monti ai suoi doveri: “Chi ha responsabilità politiche ha il dovere dell’ottimismo. Tuttavia, diventa preoccupante chiudere gli occhi di fronte alla realtà come continua a fare il governo. L’Italia, come e più dell’euro-zona, è stretta in una spirale recessiva che, oltre rendere la disoccupazione e la chiusura di imprese sempre più drammatica, allontana gli obiettivi di finanza pubblica. Il debito pubblico nel 2013 sarà più elevato del 2012 e del 2011″.

Non resta altro che accettare il principio etico dell’equità ed incidere sui redditi di dirigenti e professionisti. Inclusi quelli già in pensione.

Tra l’altro, sono la classe dirigente attuale e quella già in pensione  – con le loro scelte errate od egoistiche – che ci stanno costringendo a raschiare il fondo del barile e non è pensabile che ci siano famiglie con bambini senza reddito, mentre un’orda di ultrasettantenni percepisce pensioni superiori ai 1.500 Euro al mese.

Qualcosa deve cambiare, se non vogliamo che il collante sociale e, soprattutto, generazionale venga del tutto a mancare.

Leggi anche Le colpe di Mario Monti

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Mario Monti candidato Premier?

2 ott

Mario Monti, per il bene dell’Italia, non deve candidarsi a Premier per le prossime Elezioni Politiche.

Non deve farlo per un essenziale motivo, al quale, incredibilmente, nessuno ha pensato finora.

Se Mario Monti  si candidasse, tutte le riforme attuate da una ‘grande maggioranza parlamentare’ diventerebbero in sol colpo ‘di destra’, ‘ultraliberiste’ ed ‘affamatrici del popolo’.

Nel caso, poi, che vincesse le elezioni nulla potrebbe impedire l’ira di esodati, malati, massaie, studenti, meridionali, disoccupati, precari eccetera. Nel caso le perdesse, sarebbe impossibile per il nuovo governo mantenere la barra del timone senza cassare tanti interventi di spending review e, soprattutto, sulle pensioni eliminando – ope legis – quelle d’annata ed  i vitalizi, che sostengono la Casta e che Elsa Fornero si è ben guardata dall’intaccare.

Altro potrebbe essere se Mario Monti si tenesse in disparte, pronto a sostenere un governo improntato alla sobrietà, alla crescita ed alla solidarietà, abbandonando al loro destino l’esercito di ‘salotti buoni’ che si è portato dietro al governo e che non sembra (salvo Cancellieri) abbiano concluso granchè.

Ma, allora, il Centrodestra non avrebbe un ‘candidato forte’ e rischieremmo di trovarci Renzi o Vendola come premier?

Beh, ci si poteva pensare prima a questo ‘finale’, piuttosto scontato, a fronte di un governo durato un anno che ha voluto salvare ‘tutte le banche a tutti i costi’ e, per non fare una patrimoniale od intaccare prebende acquisite, ha peccato di iniquità e di tecnicismo. A sinistra, ci sono anche Fassina, De Magistris, Tabacci, ma, essendo fuori dal coro, adesso è difficle proporli agli elettori in quattro e quattr’otto.

La frittata è fatta, qualcuno l’aveva detto in tempi non sospetti e non c’è tempo per rimediare, visto che, invece di smantellare la Casta e far emergere nuove leadership e nuovi metodi, questo Governo s’è forse più preoccupato – agenda alla mano – dell’Europa che dell’Italia.

Mario Monti non peggiori la situazione, dunque, dato che non è un politico nè sembra avere le doti necessaria, visti i ‘non risultati’ ottenuti finora.

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originale postato su demata

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