Archivi delle etichette: spesa pubblica

Province in rivolta, Italia sotto ricatto?

8 nov

Nel 2011 le spese sostenute dalle Province sono state pari a circa 11,6 miliardi di euro (fonte Siope, 2011).
Queste le singole voci di spesa:

  1. trasporto pubblico extraurbano; gestione di circa 125 mila chilometri di strade nazionali extraurbane: 1 miliardo 430milioni di euro.
  2. difesa del suolo, prevenzione delle calamità, tutela delle risorse idriche ed energetiche; smaltimento dei rifiuti: 3 miliardi e 200 milioni di euro.
  3. gestione di oltre 5000 gli edifici scolastici: 2 miliardi 210 milioni di euro.
  4. gestione di 854 Centri per l’impiego; sostegno all’imprenditoria, all’agricoltura, alla pesca; promozione delle energie alternative e delle fonti rinnovabili: 1 miliardo 100 milioni di euro
  5. promozione della cultura: 190 milioni di euro
  6. promozione del turismo e dello sport: 210 milioni di euro
  7. servizi sociali: 180 milioni di euro
  8. costo del personale (61.000 unità): 2 miliardi 300 milioni.
  9. amministrazione e manutenzione del patrimonio: 750 milioni di euro
  10. indennità degli amministratori: 111 milioni di euro

E’ di questi giorni la notizia che la spending review tagli 500 milioni di spese alle Province e che i loro presidenti non ci stanno, anzi, propongono cose come “la chiusura dei riscaldamenti nelle scuole (superiori, ndr) e conseguentemente l’aumento delle vacanze per gli studenti”.
Oppure precisa il neo presidente dell’Unione Province Italiane, Antonio Saitta, “siamo pronti anche  ad interrompere i lavori di manutenzione nelle scuole. E quando qualche procuratore della Repubblica, come accade nella provincia di Torino con il bravo Guariniello, ci dirà che i lavori debbono essere terminati, noi opporremo un netto rifiuto, visto che le risorse non ci sono più”.

Ma le risorse ci sono o, meglio ci sarebbero, visto che la gestione degli edifici scolastici rappresenta solo un quarto dell’intero volume finanziario provinciale e che per i costi di personale si spende altrettanto, mentre per amministrazione e manutenzione del patrimonio vanno via ben 750 milioni di euro.

Ebbene si, le nostre indispensabili province per gestire poco più di 8 miliardi di servizi ne spendono circa tre per funzionare tra personale e patrimonio.
Ed, ovviamente, i loro consiglieri e presidenti non sono neanche sfiorati dall’idea che il taglio da 500 milioni che la Repubblica Italiana gli chiede sia da destinarsi principalmente a quel 25% di spese che le Province mettono a bilancio come ‘costi interni’.

Un anno fa, l’abolizione delle Province era sulla bocca di tutti e non c’era nessun ostacolo a trasformarle in distretti amministrativi, con costi sensibilmente inferiori. Mario Monti non ha voluto in alcun modo scontentare la Casta e, seppur con qualche taglio, tante Province sono rimaste in piedi.
Errore grave se non diabolico, visto che lor signori, avuta salva la poltrona, vogliono (come al solito?) scaricare i tagli sui servizi e non sulle prebende.

Vi sembra un esempio di senso civico e di responsabilità istituzionale minacciare di non mettere in sicurezza le scuole o lasciare gli studenti senza riscaldamento?

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Mario Monti e le pietre che rotolano

7 nov

Che la legge di stabilità fosse un abissale patchwork lo si era capito fin dall’inizio, ma che il governo decidesse di mettere tutto in discussione a livello parlamentare, forse, nessuno se l’aspettava: il patchwork è diventato merletto …

Così piovono pietre, anzi, rotolano ed è la testa (o meglio la tasca ed il futuro) degli italiani  a risentirne. Non c’è numero che possa quantificare le tante incongruenze od inuquità per cui l’Italia mugugna, come non c’è ragione per cui l’Europa indulga, convinta che l’Eurozona sia salva, mentre l’Italia sembra, ormai, in caduta libera.

Ma di alcune ‘inconguenze’ – pietre che cadono e rotolano su di noi – vale la pena di sottolineare.

La commissione Bilancio della Camera ha giudicato «inammissibile» l’emendamento alla legge di Stabilità che ampliava le garanzie per i lavoratori esodati, votato all’unanimità dalla Commissione Lavoro. Intanto, la Corte dei Conti sollecita «indilazionabili» misure di risanamento dei principali fondi dell’Inps,

Due settimane fa, la Commissione europea ha stabilito che il Governo italiano debba sospendere gli sgravi fiscali e previdenziali introdotte dall’Italia in aiuto delle imprese colpite da calamità naturali. In questi giorni, il Parlamento ha prorogato fino a giugno gli sgravi fiscali per i terremotati, senza neanche individuare la copertura finanziaria necessaria.
Problemi analoghi esistono per il ritiro delle misure sugli orari dei docenti, per cui qualcuno dovrà trovare copertura finanziaria a carico di qualcos’altro, o per la spesa per i malati, dove i tagli ‘non dovevano ledere diritti’ mentre si mettevano nell’oblio i malati di SLA e le loro famiglie.

Nel corso di quest’anno, in migliaia, tra politici, tecnici e giornalisti, ci hanno assillato riguardo la bontà e l’economicità degli interventi di Elsa Fornero su lavoro e pensioni. Sempre la Corte dei Conti, nella  Relazione sulla gestione finanziaria Inps 2011, raccomanda un «monitoraggio assiduo dell’incidenza delle riforme di lavoro e previdenza sulla spesa pensionistica».

Nel corso dei prossimi anni, la leva fiscale resterà brutalmente avida, i tagli della spesa pubblica sono stati procastinati in attesa di un PIL ‘che crescerà’, è possibile che Finmeccanica come la Cassa Depositi e Prestiti saranno meno, molto meno, italiane.

Quello che sappiamo – di oggi e di ieri – è che il debito pubblico è aumentato anche quest’anno e potremmo anche iniziare a prevedere che, avendo venduto titoli con interessi al 7%, pur di non fare una patrimoniale, l’esposione bancaria del nostro Stato – o meglio dei nostri governi – non dovrebbe calare nel breve periodo.

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Il partito antispread, per un’Europa ‘civile e responsabile’

9 lug

L’avevo detto ‘io’ … Mario Monti non aveva le risorse per superare il Ferragosto e solo un cambiamento (rimpasto?) reale od una manipolazione delle regole – la solita pubblica opinione mal trattata – avrebbe potuto consentirgli di arrivare a Natale, ovvero a fine legislatura.

Il cambiamento reale – ovvero il rimpasto di governo e lo ‘spazio alla politica’ – non c’è stato, ma il ‘gioco delle tre carte’ si, quello si.

Così andando le cose, ci ritroviamo – a luglio, come l’anno scorso, allorchè iniziò l’avventura dei tecnici del Potere al potere – nel caos generalizzato.

Prima si annuncia un deficit sui conti di svariati miliardi di euro e si propone di innalzare l’IVA in un paese in piena recessione, con disoccupazione ed inflazione in crescita. Le cause? I soliti evasori …

Poi, si predispone una spending review che nella forma e nella sostanza sembra proprio essere una manovra correttiva. Una cosa che un governo tecnico e così arrogante non dovrebbe permettersi, se non fosse che al PD tutto quel che accade non leva troppo consenso e, soprattutto, non intacca il potere ‘reale’, quello negli enti locali e nelle aziende collegate. Dunque, ‘evviva Mario Monti’,  sobrio “giansenista” ed austero “riformatore”.

Infine, la manovra correttiva chiamata ‘spending review’ prende forma nella sua interezza: 22 miliardi di euro, soldo più soldo meno. Una cosa da piangere, se non fosse per l’assoluta follia di quello che è accaduto dopo, nel corso di questo fine settimana.

Come non ammirare l’equilibrismo di Pierluigi Bersani, che riesce a dire tutto ed il contrario di tutto: «Nel decreto ci sono cose buone e le appoggeremo con convinzione. Ci sono anche cose da correggere. Quello che soprattutto non va riguarda il taglio delle risorse agli enti locali, già troppo indeboliti, e l’intervento sulla sanità. In particolare, per ciò che riguarda la sanità, l’errore è prima di tutto tecnico. Si rischia il bis della vicenda esodati».

Il problema, dunque, non sono i 14.000 posti letto che verranno tagliati in un paese dove si attendono mesi per un banale intervento chirurgico e dove chi usa farmaci ‘salva vita’ non può scegliere la struttura di ricovero. Il problema di Bersani e del PD tutto sono i medici ‘esodati’ …

Il problema del Partito Democratico è il “taglio delle risorse agli enti locali”, proprio quelli che, ogni anno, spendono 2,5 miliardi di euro in stipendi e spese dei consiglieri di amministrazione degli enti strumentali … quelli che hanno bisogno di migliaia di consiglieri e relativi impiegati per manutentare le strade provinciali e gli istituti superiori …

Preso atto che le Province restano ma le sedi giudiziarie no, ritorniamo a Mario Monti ed alla follia in cui ci ha portati, che i bizantinismi del Partito di Massimo D’Alema non possono nascondere e che trova conferma in ben altre affermazioni, ben più esplicite, di questi giorni.

“Abbiamo vissuto 30 anni da cicale, ora dobbiamo iniziare a pensare da formiche, anche se l’obiettivo del pareggio di bilancio mi sembra ampiamente esagerato. Dobbiamo anche evitare la macelleria sociale, ma si deve razionalizzare e semplificare la P.A. perché abbiamo ridondanze che vanno eliminate”. (Giorgio Squinzi)

“Mi permetto come esponente del governo di invitare a non fare il danno delle imprese, dichiarazioni di questo tipo, come avvenuto nei mesi scorsi, fanno aumentare lo Spread, i tassi di interesse a carico non solo del debito pubblico, ma anche delle imprese”. (Mario Monti)

“Dichiarazioni come quelle di Squinzi, sia nel merito che nel linguaggio, non si addicono a un presidente di Confindustria, fanno male e sono certo che non esprimano la linea di una Confindustria civile e responsabile”. (Luca Cordero di Montezemolo)

Per il presidente di Confindustria, il problema è quello di mettere in atto delle riforme sostenibili dal paese, intervenendo con una almeno minima equità (imposta patrimoniale?) ed eliminando gli sprechi della politica.
Per il capo del governo, la questione si pone tutta in termini di spread che aumenta (sic!), un moloch che, però, poco dipende da noi, specialmente dopo che la BCE di Mario Draghi, come la FED, ha praticamente azzerato il costo del denaro.
Per l’erede più famoso di una delle più grandi fortune italiane, è un problema di ‘civiltà e responsabilità’ se disturbare o meno il ‘conducente’ … cosa mai dovevamo aspettarci?

Intanto – non iniziate a ridere o piangere fragorosamente – i sondaggi raccontano che gli italiani sarebbero ben felici di vedersi ridurre i servizi pur di pagare meno tasse … e La Repubblica titola “Monti, missione per salvare l’euro: “Io al governo nel 2013? Sto valutando. Non farei il bene del governo se dessi adesso una disponibilità” … … …

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Spending review? No, manovra correttiva agostana …

3 lug

Mario Monti rassicura i partiti: ‘è una spending review, non una manovra correttiva’. Eppure, se si trattasse di questo parleremmo di oltre 200 miliardi di Euro, come ha precisato pochi giorni fa proprio uno dei superconsulenti voluti da Mario Monti.
Qui parliamo – molto più prosaicamente – di un taglio delle spese di personale e di fornitura per ‘raccogliere’ quei 5,3 miliardi di euro che servono con urgenza, dato che i conti del decreto Salvaitalia si sono rivelati fin troppo ottimistici: i ‘professori’ avevano sottovalutato gli effetti negativi della ‘mancanza di speranza’, ovvero recessione, stagnazione, evasione fiscale, speculazione finanziaria.

Una ‘realtà’ che sembra non essere percepita nè dai media nè dal Partito Democratico, attestato dietro Bersani e D’Alema, che sembrano non aver imparato la ‘lezione della Seconda Repubblica’, ovvero che essere il maggior partito o la ‘fazione’ più coesa non comporta ‘ipso facto’ che si sia in condizione di governare e che, senza un pensiero economico, un programma economico, anche il maggior conglomerato di voti è in balia delle ‘correnti’. L’arroganza con cui è stato ‘censurato’ il buon Fassina ne è un eccezionale esempio e ci conferma che il ‘metodo’ non è cambiato da 50 anni a questa parte.

Uno scenario che si racchiude in quattro dichiarazioni, ben rappresentative ed inequivocabili.

«Se per decenni si indulge ad assecondare un superficiale ‘tiriamo a campare’ oppure si indulge nell’iniettare nei cittadini la sensazione che tanto il Paese può, per le sue risorse, non affrontare problemi seri che le altre nazioni affrontano, forse deve venire il momento in cui, anche a scapito di una temporanea perdita di speranza, bisogna affrontare i problemi seri» – Mario Monti a Palazzo Madama per la presentazione del libro del ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi.

«È evidente che se il governo pensa di procedere al taglio degli organici e alla riduzione dei servizi getta benzina su una situazione molto difficile» – Susanna Camusso, segretario della Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori.

«Mentre Sagunto brucia, a Roma si succedono riunioni di congiurati per decidere come buttare giù il governo prima dell’estate e provocare così le elezioni anticipate a ottobre.La voglia di far saltare tutto, si sa, serpeggia da tempo in entrambi i maggiori partiti. Ma se nel Pd Bersani ha l’autorità per zittire un Fassina, nel Pdl pare che Alfano non ne abbia abbastanza per mettere a tacere una folta schiera di sediziosi, ex ministri berlusconiani ed ex colonnelli finiani» – Massimo Polito, editoriale del Corriere della Sera del 16 giugno 2012.

«A questa maggioranza dico da parte di tutti i giovani che avete rotto i coglioni!» – Franco Barbato (IdV), mentre stava illustrando un proprio emendamento alla spending review nell’dall’Aula di Montecitorio.

Intanto, l’unico ministro che sembra aver firmato la proposta di tagli delle piante organiche del 20% per i dirigenti e del 10% per gli altri dipendenti è l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, il cui ministero, la Difesa, ha già decurtato di un quinto il proprio personale, con un piano decennale di prepensionamenti e mobilità che ridurrà di circa 30.000 unità il numero dei dipendenti militari e civili.

Dunque, non sono solo il popolo bue, l’antipolitica che avanza od i congiurati romani a complottare contro il governo di Mario Monti. A quanto pare sono gli stessi ministri a non credere in questo spending review, “anzi, più di un ministero ha chiesto di lasciare quella regola fuori dai propri uffici” ci ricorda il Corriere della Sera.

E, d’altra parte, chi mai potrebbe crederci, se prendiamo atto che Monti ed i suoi superconsulenti vorrebbero fare a luglio ed agosto quello che non hanno fatto in sette mesi di ‘governo tecnico’ e non s’è fatto in 18 anni di Seconda Repubblica.

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Spesa pubblica: due conti in croce

29 giu

I dati forniti da SIOPE e diffusi mesi fa dall’Unione Province Italiane (link) descrivono la distribuzione della Spesa Pubblica italiana e forniscono – nell’estremo tentativo di salvare gli enti politici provinciali – un quadro alquanto desolante, per quanto relativo alla situazione generale, e fin troppo deludente per quanto inerente l’azione di governo esercitata da Mario Monti ed i suoi prescelti.

Infatti, mettendo in tabella i dati SIOPE-UPI sul 2011 insieme ai dati forniti dal Ministero dell’Interno e dal MIUR – riguardo le proprie spese (2010) – e dalle Regioni e Province – relativamente al numero dei consiglieri – ecco cosa ne viene fuori.

Dati che vanno letti considerando che un consigliere comunale del Comune di Sassari ci costa solo 13.338 Euro all’anno, trasferte e rimborsi inclusi. (leggi anche sui CdA, Lo scandalo degli Enti Strumentali)

Se questo è il costo dei cosiddetti ‘apparati’, ovvero dei consiglieri-parlamentari e dei rispettivi gruppi consiliari, non è che con la sommatoria – incompleta- della spesa pubblica si vada meglio.

Fatti salvi circa 11 miliardi di Euro spesi per il Ministero dell’Interno e palesemente insufficienti, non è chiaro per quali motivi l’Italia abbia una spesa per l’Amministrazione Centrale di quasi 200 miliardi a fronte di una spesa complessiva delle Amministrazioni locali di ‘soli’ 135 miliardi, in cui rientrano strade, porti, reti locali, ambiente eccetera.

Quanto ai due soli servizi (istruzione e sanità) dove Stato e Regioni hanno competenze condivise, i dati raccontano che per la scuola si spende troppo poco, mentre per la salute si spenda troppo e male.

Male non solo per i servizi scarsi o inutili che arrivano ai cittadini, ma soprattutto perchè, se le Regioni spendono tre volte tanto per ASL e ospedali di quanto spendano per tutto il resto, è presto spiegato il disastro italiano.

Infatti, con una sproporzione tale – in termini di volume finanziario e di bisogni dei cittadini da soddisfare – non è improbabile che non pochi consigli regionali siano ‘dominati’ da lobbies afferenti al settore sanitario, come non pochi scandali dimostrano, dalla Regione Puglia agli ospedali cattolici romani o milanesi.

D’altra parte, 116 miliardi di spesa sanitaria annui sono una cifra enorme che richiederebbe ben altro che una spending review, in questi tempi di crisi. Infatti, non saranno i 246.691 infermieri (10 mld di spesa annua?), i 46.510 medici di base ed 7.649 pediatri (altri 5-6 miliardi) coloro che inabissano la spesa del Servizio Sanitario Nazionale.

Dei restanti 100 miliardi va cercata e chiesta ragione ai medici ospedalieri ed ai consigli di amministrazione delle ASL, non ad altri.

Sarebbe interessante sapere anche perchè quei 300 miliardi di previdenza siano congelati nelle casse dello Stato, anzichè diventare denaro circolante, con un sistema di previdenza privata sotto controllo pubblico come in Germania.

Come anche, ritornando alle ‘spese dell’Amministrazione Centrale’ per 182 sonanti miliardi di euro, sarebbe bello sapere in cosa consistano, visto che i beni monumentali languono e le infrastrutture attendono.

Sarebbe importante sapere, anche e soprattutto nell’interesse di Roma Capitale, quanta parte di questi miliardi siano andati a costituire lo strabiliante PIL che per anni fu vanto di Walter Veltroni e delle sue giunte e di cui, da che c’è crisi, non sembra esserci più l’ombra. Ma questa è un’altra storia.

Leggi anche Tutti i numeri delle Province

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Lo scandalo degli Enti Strumentali

29 giu

Sfogliando un breve documento curato da SIOPE e diffuso mesi fa dall’Unione Province Italiane (link) ci si imbatte in una pagina semi-vuota (la sette) contenente solo un breve, quanto eloquente, testo.

In questo momento esistono oltre 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione.  Il costo dei compensi, le spese di rappresentanza, il funzionamento dei consigli di amministrazione, organi collegiali, delle Società pubbliche o partecipate nel 2010 è pari a 2,5 miliardi.

Dati eclatanti, specialmente se vengono aggregati in tabella con altri dati forniti dalla UIL nel 2008, ovvero nella stessa legislatura.

  • Totale spese (Reg, Prov, Com)    7.026.105.352 €
  • di cui spese a carico Regioni    5.217.319.061 €
  • Spesa Enti e Agenzie Regionali    3.684.447.564 €
  • Totale enti strumentali    7.000
  • CdA (n° membri)    24000
  • Compensi e spese CdA    2.500.000.000 €

.

A far due conti della serva, scopriamo l’esistenza di un piccolo esercito di fortunati (i 24mila consiglieri di CdA) che riscuotono in media 100.000 euro pro capite annui e che fanno il bello ed il cattivo tempo negli Enti Strumentali, ma, in particolare, in quegli Enti e Agenzie Regionali che spendono spandono in un anno 3.684.447.564 € di fondi regionali.

A questi vanno ad aggiungersi le spese per altri – e noti – Enti Strumentali, come le ARPA (Agenzie regionali per l’Ambiente)   che spendono in un anno   532.225.966 euro, le Comunità Montane che costano 565.402.035 euro e le Unioni di Comuni (perchè non farne uno solo?) che gravano di altri 243.289.662 euro.

Gli stessi Enti e Agenzie Regionali di cui spesso ci chiediamo come assumano, a cosa servano, eccetera. Specialmente nel Meridione e nelle Isole, visto che il ‘lauto banchetto’ non tocca le Autorità Portuali (42.735.459 euro di spese) e le Aziende di promozione turistica (57.999.451 euro).

Forse, visto che parliamo di 2-3 miliardi di euro di compensi dei CdA degli Enti Territoriali, sarebbe stato equo congelarli invece che bastonare lavoratori senior a due  metri dalla pensione o giovani in cerca di esperienza e futuro, facendo precipitare il paese nella recessione.

Fortunatamente, c’è ancora tempo per farlo e, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un ‘atto dovuto’ se i bilanci dell’azienda o delle regioni fossero in deficit.

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Tutti i numeri delle Province

29 giu

Un documento dell’Unione Province Italiane – presentato il 20 gennaio 2012 (link) – descrive per linee generali come e quanto spendano i nostri enti provinciali, permettendoci di comprendere nel dettaglio a cosa servano, in cosa siano indispensabili, per quali motivi vadano abrogate.

Partendo dal ‘costo della politica’, dobbiamo annotare che i 1774  consiglieri e presidenti provinciali costano 111.000.000   di euro annui, ovvero 62.570 euro a testa.
Sembra poco, se pensiamo che il costo pro capite di un parlamentare si aggira intorno al mezzo milione di euro. E’ davvero troppo, se consideriamo di quanto poco si occupino le Province e che un consigliere comunale a Sassari costa circa 13.350 euro annui.

Infatti, venendo alle ‘competenze attribuite’, i bilanci provinciali dimostrano come le funzioni effettive – quelle che vanno necessariamente delocalizzate e per le quali si spende circa metà dei bilanci provinciali, 5,5 mld di euro – si esplichino principalmente in:

  1. gestione trasporto pubblico extraurbano
  2. gestione 125.000 km chilometri di strade nazionali extraurbane
  3. edilizia scolastica dei 5000 edifici destinati agli istituti superiori
  4. istruzione e formazione professionale
  5. centri per l’impiego (854)

Dunque, basterebbero un amministratore dei lavori pubblici ed uno per il lavoro e la formazione professionale – senza scomodare un intero consiglio provinciale – come basterebbe un terzo delle province esistenti, visto che, ad esempio, Milano con 45 consiglieri riesce a gestire un territorio ad elevatissima complessità e centralità a fronte dei ben 56 consiglieri che sono indispensabili, a quanto pare, per gestire le Province di Lecco e Sondrio.

Dulcis in fundo, ‘l’efficacia e l’efficienza’ delle amministrazioni provinciali, riguardo le quali il dato è desolante anche non tenendo conto delle tante denunce e dei troppi scandali che hanno segnato i consigli provinciali in questi anni.

Infatti, come sorvolare su quei 3 miliardi e passa di ‘entrate da accensione prestiti ‘ iscritte nei bilanci 2008-2011, proprio mentre la Crisi era sempre più palese, la tregenda del debito pubblico greco era arcinota e l’allarme ‘prodotti finanziari’ era stato lanciato da Bankitalia? Specialmente se leggiamo che la spesa per interessi nel 2011 assomma a ben 624.214.126 euro.

E come commentare – dinanzi al regressivo quadro nazionale – quei 4 miliardi spesi in cultura, turismo e sport, che troppo spesso, evidentemente, sono consistiti in ‘festa, farina e forca’, ‘panem et circenses’, velleità provinciali e gigantismi metropolitani o, meglio, consenso e clientela?

O come non sapere per diretta esperienza in che condizioni sono gli edifici scolastici ed in quale caos è la tutela ambientale e la raccolta rifiuti in certe aree del paese.

Certo, quello che emerge dal documento dell’Unione Province Italiane è che non sono loro il male maggiore, ma di questo se ne parla altrove (Lo scandalo degli Enti Strumentali).

Quel che conta – e che non vogliono capire – è che ‘mal comune’ non equivale a ‘mezzo gaudio’ se ci si mette dal lato degli elettori: mal comune, mal-contento generale.

Saremmo all’A B C della politca, a dire il vero …

Leggi anche Spesa pubblica: due conti in croce

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Buoni pasto: statali a digiuno

27 giu

Enrico Bondi, superconsulente del governo sulla spesa pubblica ha individuato uno spreco: i buoni pasto dei dipendenti dello Stato. La spending review taglia il valore dei ticket ristorante per gli statali dagli attuali 7 a 5, 20 euro.

Sono colpiti dal taglio quasi di mezzo milione di lavoratori, tra ministeri ed enti romani più le amministrazioni periferiche provinciali, che – nei due giorni di orario prolungato al pomeriggio – consumano circa 100 buoni pasto annui.

Parliamo, dunque, di un’economia nell’ordine dei 100 milioni annui, per lo Stato, e di una ‘perdita’ per i lavoratori di una trentina di euro al mese, se non vorranno davvero tirare la cinghia o, meglio, portarsi ‘pane e companatico’ da casa.

E qui viene il bello, dato che le aziende hanno il dovere di rendere disponibili dei locali consoni per il consumo dei pasti (anche quelli da casa) da parte dei lavoratori. Tra le ‘aziende’ annoveriamo anche il nostro apparato statale, se lo si considera come datore di lavoro.

Tagliare il buono pasto agli statali comporta un’economia di 100 milioni. Quanto costa, piuttosto, fornire locali consoni ed inventarsi una politica di gestione del personale che a Roma non è di casa oppure, peggio ancora, dover far funzionare lo Stato con tutti gli ingranaggi che brontolano e cigolano più di prima?

E come non chiedersi cosa accadrà nella Capitale, dove una buona parte di questi ticket restaurant vengono spesi in baretti, rosticcerie e ristorantini, che da settembre dovranno fronteggiare minori introiti generali per decine e decine di milioni annui?

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Dimensionamento scolastico: un esemplare disastro

8 giu

Il Governo Berlusconi aveva portato a mille il numero minimo di alunni per istituzione scolastica, ma Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria, Sicilia, Puglia e Basilicata avevano fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro il Dimensionamento Scolastico.

Con la sentenza 147 del 2012, il presidente Alfonso Quaranta ed il giudice redattore Sergio Mattarella hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di una parte del ‘dimensionamento scolastico’ – per l’esattezza l’articolo 19, comma 4 del decreto legge 98 del 2011 – “costituzionalmente illegittimo” per violazione dell’articolo 117, terzo comma della Costituzione, “essendo una norma di dettaglio dettata in un ambito di competenza concorrente”.

Secondo la Dir-Presidi, la sentenza da ragione agli Enti Locali sulle loro prerogative e da ragione contemporaneamente allo Stato nel non assegnare dirigenti scolastici alle scuole sottodimensionate, in quanto appunto i presidi sono dipendenti dello Stato e non delle Regioni.

Attualmente i dirigenti scolastici sono circa 11.000, ai quali a breve andranno ad aggiungersi qualche migliaio di vincitori di concorso.

Essendo gli scolari italiani circa 4,5 milioni ‘da sempre’ – siamo a crescita zero – è facile calcolare che le istituzioni scolastiche dovrebbero essere, in totale, circa 5.000 e, dunque, dovrebbero essere circa seimila i dirigenti scolastici ed i direttori amministrativi in esubero.

La sentenza della Cassazione, dunque, alza il velo su un assurdo normativo di particolare rilevanza, dato che non è dato sapere quali siano le amministrazioni pubbliche in grado di assorbire esuberi dirigenziali di tale portata, oltre al fatto che con la dismissione dell’amministrazione del MIUR anche gli amministrativi non hanno dove andare.

Ma, se la Cassazione fa chiarezza, quel che viene in luce sono dirigenti e segretari allo sbaraglio, scuole nell’incertezza, conti pubblici da rifare.

Infatti, le Regioni, dopo aver invocato la competenza concorrente, nulla hanno predisposto per assorbire nei propri ruoli questo personale, ovvero dotarsi delle comptenze e delle funzioni necessarie ad affiancare/subentrare allo Stato nell’istruzione.

In tutto ciò, a meno di una variazione di bilancio a livello di governo, dovrebbe essere impossibile per il MIUR e per gli Uffici Scolastici Regionali derogare dai tetti di spesa e dalle economie pianificate riguardo il personale, come Comuni e Provincie dovrebbero poterlo fare riguardo le minori spese telefoniche e di gestione, derivanti dall’accorpamento degli uffici.

Bel pasticcio, my compliments a Viale Trastevere. Intanto, pagano l’erario ed, in modo più o meno diretto, almeno una decina di milioni di italiani: i lavoratori, gli alunni e le famiglie.

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