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Le pensioni d’oro e lo scoop all’incontrario

19 ott

«Il mio vitalizio? 6.800 euro lordi, 3.500 in tutto, una cifra molto modesta … se si pensa a quanto prendono per le funzioni degli amministratori dell’ENEL o delle Ferrovie …  i direttori di un giornale … soprattutto della RAI   i direttori della RAI prendono 15-20.000 euro anche quando non sono più direttori … qualsiasi direttore generale prende molto di più». (Mario Tassone, deputato Udc)

Secondo Wikipedia, Mario Tassone (Castrovillari, 8 agosto 1943) è laureato in giurisprudenza, avvocato, eletto ‘deputato alla Camera sin dal 1979 (ndr. sembrerebbe 1976) e ininterrottamente per le successive legislature’. Democristiano, poi Partito Popolare Italiano, poi Cristiani Democratici Uniti (CDU), poi coalizione della Casa delle Libertà, poi UDC. Non un voltagabbana, insomma, e ben competente negli aspetti giuridici.

Non conosco l’on. Tassone e non avevo mai sentito nulla di lui prima dello ‘scoop’ di RAI24: l’unica cosa certa è che parliamo di trentacinque anni dedicati alla politica e una notevole mole di norme e leggi, anche importanti, che portano la sua firma: basti vedere l’elenco del 2008-2009 pubblicato sul sito della Camera.

Uno scoop all’incontrario, visto che 3.500 euro netti al mese sono il giusto saldo (vitalizio non pensione) per un cittadino che ha fatto il parlamentare per una vita. Ed all’incontrario due volte, perchè mentre il giornalista esponeva alla pubblica berlina un uomo reo di poter godere di un vitalizio dopo 35 anni di attività per l’Italia, lo stesso giornalista non raccoglieva il vero scoop, servito su un piatto d’argento da un importante parlamentare.

Le pensioni (non vitalizi), le liquidazioni e le penali che competono all’alta casta dirigente: direttori dei media, direttori generali, amministratori di aziende a partecipazione pubblica.

Ecco il vero scandalo della Riforma Fornero e di quella di Giuliano Amato, che tanti anni fa sancì l’intoccabilità dei santi e dei santissimi.
Ecco cosa andrebbe chiesto a Mario Monti in Parlamento.

Non resta che sperare che intervenga l’Ordine dei Giornalisti o l’amministrazione della RAI: non può essere la televisione pubblica a scatenare una caccia alle streghe, per giunta a senso unico, e, soprattutto, pesantemente disinformante.

Un episodio decisamente grave.

E non ci si illuda, ché, a vent’anni da Tangentopoli, l’abbiamo capito in tanti che i ‘cattivi’ non solo i politici e non solo quelli ‘anziani’.

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Trattativa Stato-mafia: fu alto tradimento?

17 lug

Sono trascorsi molti anni, due decenni in pratica, e non tutti possono ricordare l’atmosfera che si respirava nel Meridone allorchè Cosa Nostra inaugurò la stagione delle stragi, trucidando Falcone, Morvillo, Borsellino e le rispettive scorte.

Era l’Italia di Tangentopoli, travolta dagli scandali e dall’ira popolare, e tanti ‘terroni’ ricorderanno il nostro sdegno generalizzato per quello che accade a Capaci, prima, ed a Palermo, dopo. Sdegno, mobilitazione spontanea, non paura e non collera, animati dal desiderio di cancellare una volta per tutte questa sorta di dominazione dall’interno che il Sud subisce da 150 anni (ndr. guarda caso).

Ci si aspettava una reazione da parte dello Stato, non più quello avido e cinico dei Savoia, e da parte di Roma, Milano, Torino, Bologna. Una reazione che non venne, non arrivò neanche quando le bombe, dal Sud, arrivarono a Firenze e nella Capitale.
Ci aspettavamo l’esercito ed eravamo pronti a sostenerlo, perchè era ovvio che solo ‘assediando’ certi quartieri e certe frazioni si potevano sgominare i ‘cartelli’ e le ‘famiglie’, togliendo loro traffici, territorio e potere.

Lo Stato trattò, cedette, preferì un’immorale pace interna pur di mantenere il ‘quieto vivere’ delle regioni centro-settentrionali e pur di non scoprire quegli scheletri, accuratamente riposti negli armadi dal 1860 in poi.

Morale della favola, la criminalità mafiosa, invece di essere estirpata, divenne quella che Saviano in piccola parte ha raccontato, quella che la strage di Duisburg ha portato allo scoperto, quella che i continui arresti confermano ben integrata dal Po a salire, per non parlare di tutti i segnali (pessimi) che arrivano dalla Capitale, tra commesse ospedaliere, morti ammazzati e racket vari.

In questi mesi, da quando Ingroia ha iniziato a sollevare il velo, le nostre redazioni son riuscite a scrivere (poco e male) di una trattativa Stato-mafia, quasi fosse un qualcosa di usuale e giustificabile, dimenticando che si stava parlando anche di Falcone e Borsellino.

In questi giorni, il Presidente Napolitano si appella ad un conflitto costituzionale, pur di secretare quanto acclaratosi tramite le intercettazioni, mentre i nostri media iniziano a linciare il magistrato Ingroia, come fecero proprio con Falcone e Borsellino, dandogli del “militante e presenzialista”, come ha fatto, ad esempio, Il Messaggero.

Nessuno, finora, vuole chiedersi e chiedere se lo Stato o delle sue istituzioni abbiano il diritto di trattare con una organizzazione criminale, specie se questo riguarda i poteri effettivi ed i loro esercizio da parte della comunità costituita.

Verrebbe spontaneo dire che tale facoltà non è data a chi rappresenta la legalità dello Stato, ma la Storia ci insegna che per Aldo Moro non si trattò e che, viceversa, per Bruno Cirillo lo si fece ed anche in tutta fretta.

Una questione che non dovrebbe avere vincoli di segretezza, sia per quanto riguarda le indagini sia per quanto relativo l’opinione pubblica.
Una trattativa tra Mafia ed IStituzioni non va indagata e processata a livello politico, come vorrebbero lasciarci intendere, ma a livello giudiziario, dato che a nessuno è dato di ‘trattare con la mafia’ se non l’abbia deciso il Parlamento.

Dunque, suona davvero strano quanto affermato dal ministro Severino, ovvero che «qualsiasi sia la soluzione interpretativa, l’adozione di regole di procedura penale o la legge sulle garanzie applicate al Capo dello Stato, si dovrà rispettare la sostanza della legge, che è quella di evitare che conversazioni del Capo dello Stato possano essere rese pubbliche».

Siamo sempre stati molto lontani dalla democrazia statunitense, che, con i suoi mille difetti, prevede i Gran Giurì, l’impeachment dei presidenti ed il diritto di cronaca, ma oggi lo siamo ancora di più.

Infatti, la materia è regolata dall’art. 90 della Costituzione, che prevede come ‘il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione’.

Non essere responsabile non equivale a dire che non possa essere indagato o che non vada processato, eventualmente, dato che lo Stato e la Giustizia non possono rinuncare all’accertamento della verità. L’art. 90 della Costituzione significa solo che il Presidente della Repubblica non può essere condannato.

Dunque, più che di un ‘conflitto costituzionale’, si tratta di una violazione, da parte dei giudici palermitani, dell’art. 7 della Legge del 5 giugno 1989 n. 219, che prevede come, per il Presidente della Repubblica, «salvo i reati di alto tradimento o di attentato alla Costituzione, le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica, ancorché indirette o occasionali, sono da considerare assolutamente vietate, non possono essere utilizzate o trascritte e di esse il pm deve chiedere immediatamente al giudice la distruzione».

Siamo sicuri che l’art. 7 della Legge del 5 giugno 1989, n. 219, sia costituzionale? E’ possibile che in una repubblica democratica (ma anche in una monarchia costituzionale) esista qualcuno che non possa quasi neanche essere menzionato nelle indagini?

E, per concludere, trattare con Cosa Nostra, abbandonando a se stesse le terre del Sud e mettendo le imprese del Nord in balia del crimine, non equivale a commettere ‘alto tradimento’? E non lo è anche l’intervenire consapevolmente in favore di persone che abbiano commesso un crimine così abietto?

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Terrorismo, si ricomincia

9 mag

Il network indipendente “Indymedia” ha pubblicato un documento dei Gruppi Armati Proletari (GAP). Un documento significativo, dato che furono proprio i GAP a dare il “via” agli Anni di Piombo italiani.

Il testo contiene “un attestato di solidarietà” verso chi ha gambizzato Adinolfi, il dirigente dell’Ansaldo-Finmeccanica.

Un attentato, riguardo il quale gli inquirenti brancolano nel buio, dato che il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha informato la Camera (50 presenti su oltre 600 deputati …) che “nelle indagini su Adinolfi si stanno valutando tre piste: quella vetero-brigatista, quella anarco-insurrezionalista e quella ‘commerciale’, legata agli interessi dell’azienda nell’Est europeo”.

Anche per l’attentato a Musy, l’assessore dell’UDC seriamente ferito con diverse pistolettate, i Gruppi Armati Proletari solidalizzano con gli attentatori, precisando che la vittima era un “avvocato difensore degli intrallazzatori e degli speculatori”.

Chiunque abbia fatto parte dei GAP è un ultrasessantenne, oggi, e dunque non sono loro gli autori delle azioni terroristiche, ma, secondo il comunicato, avrebbero sentito l’esigenza di “riemergere” dato che “più parti della politica e degli organi inquirenti ci si stracciava le vesti per evitare che questo atto di giustizia (al di la di chi lo avrebbe commesso) fosse attribuito ad organizzazioni politiche rivoluzionarie perché questo avrebbe potuto fare scattare gesti emulativi o rinnovata fiducia nella possibilità che la lotta armata contro i parassiti potesse riprendere.

Tenere nascosta la vera attività di Musy è stato il giochetto dei cani da guardia della borghesia. Un giochetto che però, malgrado non ci siano state rivendicazioni da parte di gruppi rivoluzionari, ha le gambe cortissime”.

Non ci voleva molto a prevedere che si ricostituisse qualche vecchia cellula, dinanzi al “far finta di nulla” di questo Parlamento e questo Governo dinanzi a fatti rilevanti di violenza politica.

Sarebbe stato addirittura meglio – agli occhi di queste frange estreme -  intervenire e sanzionare con durezza a Piazza San Giovanni di Roma, piuttosto che “far finta di nulla” dinanzi a devastazioni, incendi e aggressioni, negandone la “politicizzazione” dei gesti e la pericolosità sociale.  Come sarebbe stato certamente meglio consentire ai cittadini di manifestare in santa pace, isolando i violenti e sanzionando gli organizzatori che non collaborano attivamente.

O come, ancor più di sicuro, sarebbe stato bene che i nostri media, in questi mesi, avessero anche dato voce alla gente e non solo a “i conti sono a posto” di Supermario, quasi si trattasse di un videogame della Nitendo.

La delegittimazione e l’oblio mediatico, viceversa, sono la forma peggiore di violenza e la violenza, di per se, attrae altra violenza.

Prima si ripristina un’informazione “corretta” in Italia e meglio è.

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Equitalia is evil !!!

9 mag

Ripubblico in stralcio un interessante post di Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud, intitolato: Equitalia: un “carrozzone” come mano del demonio.

 

“Equitalia è una S.p.A. a capitale interamente pubblico, detenuto per il 51% dall’Agenzia delle entrate e per il restante 49% dall’INPS, e svolge attività di agente della riscossione per conto dell’Erario, degli enti pubblici di previdenza e assistenza, e di altri numerosi enti pubblici statali e non statali.  Dalle analisi svolte dalla Corte dei Conti, l’attività di riscossione coattiva dei tributi e dei contributi svolta da Equitalia negli ultimi anni si è notevolmente intensificata, tanto che gli incassi sono più che raddoppiati nell’arco di un quinquennio, passando da 3,8 miliardi di euro a quasi 8,9 miliardi di euro.”

“Purtroppo, la crescita degli incassi dipende, in buona parte, dall’inasprimento delle forme di coercizione e delle sanzioni accessorie addebitate ai destinatari delle cartelle esattoriali.  In particolare, negli ultimi tempi si sono  moltiplicate le norme per eliminare ogni possibile ostacolo alla riscossione degli importi, attenuando le garanzie che  nostro ordinamento riserva al contribuente. Equitalia ha intensificato  la propria attività , producendo nel solo 2010 oltre un milione 800 mila cartelle esattoriali, 577 mila fermi amministrativi, iscrivendo 135 mila ipoteche e 133 mila pignoramenti, e sono state 542 mila le istanze di fallimento di imprese e contribuenti direttamente ascrivibili alle azioni di Equitalia nei loro confronti.”

“L’aggio di riscossione riconosciuto a Equitalia sulle cartelle esattoriali è oggi stabilito nel 9%, di cui 4,65% cento a carico del contribuente se il pagamento avviene entro 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale o per intero se si supera tale limite; se un debitore dovesse saldare una propria cartella esattoriale dopo un anno dalla notifica si troverebbe a pagare oltre l’11% a titolo di vari interessi più una sanzione  del 30% e un aggio di riscossione nella misura del 9%, per un totale superiore al 50%; la norma contenuta nel decreto  “salva-Italia” prevede la revisione della misura del predetto aggio, ma  dalla fine del 2013, troppo lontana nel tempo per le imprese che chiudono per la crisi economica.

È grave che a fronte dell’intransigenza con la quale la Pubblica Amministrazione richiede alle imprese l’adempimento degli obblighi fiscali, poi paghi i propri fornitori con un ritardo medio di 86 giorni e punte di 500 giorni — in Francia i tempi medi di pagamento sono di 22 giorni, nel Regno Unito di 19 giorni e in Germania di 11 giorni.”

“Ogni cittadino o impresa vuole invece un comportamento leale e trasparente dello Stato sia quando è creditore sia quando è debitore.”

Leggi anche l’intervento del Presidente Onorario della Corte di Cassazione su Equitalia, il diritto di protestare

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La leggenda della spending review

4 mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

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L’agenda politica di maggio

2 mag

Arriva il mese di maggio, quello maggiormente funesto, insieme all’autunno, per governi iniqui e regimi infausti. Niente paura, siamo in Italia, l’andamento è lento.

Giorni fa, si accennava alle “provincie” ed al nulla di fatto delle Regioni, nella non riposta speranza che Mario Monti si attenesse a tempi, leggi e promesse. Ed infatti, salvo una BCE (ovvero Mario Draghi?) che suggerisce di “accorpare” anzichè eradere, nulla s’è detto o s’è sentito.

Intanto, l’agenda c’è, l’ha fissata Monti stesso per decreto, ed è scaduta.

Non a caso, a fissare il viatico dei 30 giorni futuri, arrivano segnali di insofferenza dal Senato, dove una leggina “salva pensioni d’annata” è caduta su un emendamento della (nuova)Lega con 124 voti a favore, 94 contrari, 12 le astensioni.

Esiste, almeno al Senato, una “maggioranza” diversa dall’attuale non disponibile (in parte) a votare le mattanze sociali della Fornero o gli F-35 di Finmeccanica, ma propensa a legiferare in favore di minori prebende per la Casta e minore spesa pubblica?

Sarebbe interessante saperlo e, forse, lo sapremo a breve, con quello che c’è da votare in Parlamento.

Una “congiuntura interessante”, perchè un cambio di passo di Mario Monti – con rimpasto di governo, visto che stragiura da mesi che “i conti sono a posto” – rappresenterebbe un’ottima via d’uscita per Mario Monti, Giorgio Napolitano ed i partiti per restare saldi in sella mentre si avvia la tornata elettorale del 2013, per licenziare qualche ministro “ingombrante” e, soprattutto per noi, metter mano a quello che spread, default e speculatori hanno interrotto: la nascita della III Repubblica.

Del resto, i tempi sono pronti.

Tra qualche giorno conosceremo gli esiti delle elezioni locali e gli pseudomaghi di partito consulteranno le loro sfere di cristallo e detteranno alleanze e strategie.

Tra un mese circa esploderà (è il caso di dirlo) il “panico” da IMU, che verrà incassato anche da enti che la legge ha già cassato, pur senza attuare. E dopo un po’, con la chiusura delle scuola, le grandi città inizieranno ad esser piene di gente disoccupata e ragazzini senza meta, mentre le località turistiche dovranno aspettarsi i minimi storici.

Entro luglio bisognerà capire come uscire dallo “spremiagrumi fiscale impazzito” che Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Tremonti e Monti hanno creato in questi 20 anni, portando la leva fiscale sul “cittadino onesto” ben oltre il 60% del PIL da lui prodotto.

Da settembre, forse prima, saremo in campagna elettorale per le politiche e bisognerà trovare soldi da spendere per rattoppi e ripristini, se i partiti vogliono le urne piene.

Dulcis in fundo, l’idea – cara ad una certa Roma – di riaggregare intorno Pierferdinado Casini la vecchia Democrazia Cristiana ed i comitati d’affari d’altri tempi, sembra inabissarsi dopo le esternazioni del leader dell’UDC ed il proseguire delle sue frequentazioni con Totò Cuffaro, detenuto per mafia a Regina Coeli. Dopo il fondo il “de profundis” con l’ennesima caduta del Partito Democratico che votava a favore delle “pensioni d’oro”, mentre il PdL sosteneva l’emendamento di Lega e IdV.

Mario Monti non sembra un uomo da “cambio di passo”, come non sembra anteporre l’italianità a tutto tondo, quella “popolare” come quella “laica”, agli ambienti bocconiani e “protagonisti” dai quali proviene.

Ma, d’altra parte, sono già sei mesi sei che l’Italia non ha un ministro dell’economia a tempo pieno, quello del welfare sembra quasi che levi ai poveri per dare ai ricchi, agli esteri “vorremmo vincerne una”, alla giustizia serve sempre, da 20 anni almeno, una legge per snellire, semplificare, accelerare le procedure giudiziarie, dateci un ministro delle infrastrutture che faccia costruire o manutentare qualcosa.

Mai dire mai, però. Il trasformismo è un’arte italiana.

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Il debito non è pubblico: è dello Stato

20 apr

Ferdinando Imposimato, 76 anni portati bene, è il Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. Nella sua lunga carriera si è occupato della lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro (1978), l’attentato al papa Giovanni Paolo II (1981), l’omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet, e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione.

Di seguito, sono riportati ampi stralci di una lunga disanima pubblicata dal “cittadino” Ferdinando Imposimato sulla sua pagina Facebook, che dovrebbero davvero far riflettere non solo l’Italia – lo “Stato” italiano non i cittadini esausti – ma l’Unione Europea tutta.

“Il debito non e’ pubblico: e’ dello Stato. Riguarda il complesso delle spese sostenute dallo Stato, che costituiscono un insieme da definire con precisione: investimenti diretti quali grandi opere pubbliche, infrastrutture nei settori strategici, costate cento volte piu’ di quello che sarebbe stato giusto spendere.”

“Il debito pubblico e’ cresciuto enormemente per alimentare la corruzione e finanziare la criminalita’ organizzata, che si e’ aggiudicata il 90 per cento degli appalti di grandi opere pubbliche.
E non e’ giusto che quel debito debba essere pagato da poveracci che di quelle spese non hanno goduto minimamente.

“Non sono state costruite scuole pubbliche, non sono stati creati fondi per i non abbienti, non sono state sostenute le piccole e medie imprese, non sono stati migliorati i servizi pubblici, non sono stati assicurati salari tali da garantire una vita libera e dignitosa.”

Nella voragine-debito bisogna inserire i fondi per gli appalti con spese dilatate a dismisura a favore delle imprese del post terremoto, la costruzione di grandi ed inutili infrastrutture per i mondiali di nuoto del 2009, la moltiplicazione per mille delle spese per le autostrade e l’Alta Velocita’, il pagamento dei debiti contratti dall’Alitalia, e gli investimenti indiretti come i finanziamenti pubblici dei partiti (usati anche per acquisti di immobili privati), crediti agevolati, le assunzioni clientelari nelle Autorithy, la pletora delle burocrazie inutili nelle Regioni, nelle provincie e nei comuni, oltre che nel Parlamento italiano. Fino alle spese per gli impegni militari in Afghanistan, in Iraq e in Libano.

Tutte spese che non producono alcun vantaggio per la comunita’ nazionale nel suo insieme, ne’ assicurano la pace nel mondo.”

“Intanto la crisi travolge milioni di persone, i dati testimoniati dalle ricerche della Caritas sono drammatici: piu’ di 8 milioni di poveri e un aumento del 20 per cento della poverta’ tra i giovani sotto i 35 anni. E le speranze di lavoro si riducono sempre piu’. “

“Nessuno ci dice la verita’ su quello che sta accadendo e sui nuovi sacrifici che ci vogliono imporre con il pretesto di dovere ridurre il debito pubblico, con il pericolo del fallimento, della bancarotta che travolgerebbe solo i piu’ deboli.”

“Il movimento degli indignati e’ stato oggetto dell’attacco di persone estranee ad esso, ed e’ stato ingiustamente delegittimato dalla violenza di pochi mascalzoni, che sono i principali alleati di questa maggioranza, responsabile di una politica scellerata e ingiusta. Noi siamo solidali con le Forze dell’Ordine e condividiamo la loro protesta, ma sarebbe un errore confondere i delinquenti che hanno sconvolto Piazza San Giovanni e altre vie di Roma mediante aggressioni e incendi, con coloro che stavano protestando pacificamente.”

“Orbene una minoranza di teppisti non puo’ oscurare le ragioni del dissenso. Essi fanno solo gli interessi di questo Governo che se ne deve andare a casa.

I movimenti, nell’assenza dei partiti, sono oggi i protagonisti di una democrazia diretta, mobilitano milioni di cittadini a sentirsi protagonisti e a spingere il governo verso scelte che non penalizzino ancora una volta i poveri e i diseredati.”

leggi anche Eroi civili? No, colonnelli

broken English version Italy? A cleptocracy, as a Supreme Court judge wrote

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Strage ad Oakland. Il movente? Rivalsa …

3 apr

Sette morti, tre feriti gravi: ecco l’ennesima strage, questa volta all’interno di una università statunitense, la Oikos University, una piccola università  d’ispirazione cristiana  ad Oakland, in California.

Come al solito, nelle cronache, troviamo la definizione di “folle”, come in altri casi abbiamo letto le parole “islamico” o “anarchico”. E come al solito, accade che nessuno si interroghi – analisti, politici, militari e giornalisti – sul nuovo corso del terrorismo, iniziatosi nel 1995 con il massacro di Oklahoma City in cui venne demolito, con un “camion bomba”, l’edificio federale Alfred P. Murrah, sede dell’FBI, in cui morirono 168 persone e se ne ferirono oltre 800.

Un attentato avvenuto  sei anni prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle, che ha visto l’uso di tattiche ed “armi” non convenzionali, che era mirato non alla semlice strage, ma alla disarticolazione di una leadership (FBI), che venne eseguito da due sole persone (Timothy McVeigh e Terry Nichols), politicizzate ma prive di contatti o collegamenti, che aveva come movente la “rivalsa” (in ingl: revenge) e non un mondo migliore.

Un attentato cui fece seguito quello delle Twin Towers, attuato da una cellula jihadista, collegata al network Al Qaeda di cui l’emiro Osama Bin Laden era uno dei fondatori. Anche in questo caso parliamo di tattiche ed “armi” non convenzionali, non di una semlice strage, ma della disarticolazione di una leadership (Wall Street), un attacco eseguito da poche persone, politicizzate ma prive di contatti o collegamenti sul posto, che aveva come movente la “rivalsa” e non un mondo migliore.

Nella confusione e nello shock collettivo seguito all’11 settembre, George Walker Bush ed i suoi consiglieri trovarono utile affermare qualche mezza verità ed un paio di grosse bugie pur di nascondere una realtà ben più complessa, ma anche relativamente semplice.

Nacque il teorema della “guerra asimmetrica” e dei “combattenti non belligeranti”, in cui degli “stati canaglia” finanziavano delle “cellule terroristiche”, motivate da una fede corrotta o da fame di denaro. In realtà, gli “stati canaglia” non c’erano (salvo forse l’Afganistan del Mullah Omar), la “guerra asimmetrica” non esisteva, se non nella quantità di missili e bombardieri in dotazione alla USAF, i “combattenti non belligeranti” erano spesso degli “insorgenti”, le “cellule terroristiche” erano motivate dalla “revenge” e non solo e semplicemente dalla “fede corrotta”.

Così andando le cose, specialmente per colpa di un sistema mediatico che raramente riesce a contraddirre, con propri studi, le informazioni “official”, accadde che iniziasse la “War on Terror” che ancora oggi coinvolge le forze armate di mezzo mondo contro un nemico invisibile e largamente inesistente, come comprovano le statistiche decennali relative a complotti ed attentati attuati o sventati che vedono all’opera singoli o pochi individui, solitamente “pazzi”.

Non a caso le misure “antiterrorismo”, messe finora in atto, poco hanno a che vedere con l’attentato del kamikaze isolato ed a nulla servono se ad agire è un network (islamico o narcomafioso che sia), ma che tanto servono a prevenire il terrorismo interno, quello spontaneo, quello dei cittadini che “impazziscono”.

Ed, infatti, nonostante si sia ingigantito il controllo sulle armi, sui prodotti chimici di base, sulle transazioni di denaro, su determinati ambienti e persone, solo in Europa ci ritroviamo, nel giro di un anno o poco meno, con i roghi di Atene e le persone bruciate vive dai Black Blocks, il massacro di Utoya attuato da Brevik, la mattanza di Tolosa, attuata da Mohammed Merah, la ripresa del terrorismo “endemico” in Italia, tra pacchi bomba, sabotaggi e pistolettate, l’eccidio (ormai trimestrale o quasi) in un campus universitario.

Tutti attentati condotti con tattiche ed “armi” modeste o non convenzionali, finalizzati alla disarticolazione di una leadership o di un gruppo preciso, eseguiti da singoli individui, politicizzati ma aventi come movente la “rivalsa”.

Dunque, si sbaglia chiunque pensi che la fine delle ideologie coincida con una periodo di “pace” sociale, come si sbaglia chi pensa che per far risorgere il terrorismo serva una “organizzazione”.

Analizzando i tanti atti di “terrore” avvenuti nella Storia, raramente ci troviamo dinanzi ad individui ben collegati o parte di una organizzazione, un aspetto che prende forma solo nel Novecento con le organizzazioni paramilitari marxiste-leniniste o con i movimenti nazionalistici come l’IRA irlandese, l’ETA basca, la Banda Stern israeliana, Al Hamas palestinese.

Gli atti terroristici sono azioni condotte da pochi, se non singoli, individui o da organizzazioni o network con forti connotazioni settarie, un po’ come la Congrega degli Hashassin di un migliaio di anni fa, ai quali vanno ad aggiungersi gli attentati condotti da o per conto di uno dei tanti cartelli narcomafiosi operanti nel mondo.

D’altra parte cosa aspettarsi dal Liberismo, se, finite le ideologie e trasformati i partiti in grosse ammucchiate, non resta solo l’antipolitica, così “utile” per chi, come i poteri finanziari, necessita del “divide et impera” per condurre i propri giochi.

Riemerge con imperio il “prepolitico”, come i Communards antropofagi del 1848 parigino, le bande armate come quella di Bonnot o di Pancho Villa, gli atti isolati come quello di Apple ad Odessa, i regicidi come quello di Umberto I di Savoia ucciso dal meridionale Gaetano Bresci, quarante anni dopo l’annessione delle Due Sicilie.

La sete di “rivalsa”, figlia dell’esasperazione e nipote dell’esclusione, è la “dea” che guida la mano di un attentatore, non le “ideologie”, come tanti, molto speranzosamente, vorrebbero credere.

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Terrorismo del III Millennio

22 mar

Mentre l’agguato al consigliere dell’UDC torinese, Alberto Musy, è già sparito dalle prime pagine e mentre Mohammed Merah decide di morire armi alla mano, come i suoi avi nella Guerra d’Algeria, accade che nessuno si interroghi – analisti, politici, militari e giornalisti – sul nuovo corso del terrorismo, iniziatosi nel 1995 con il massacro di Oklahoma City in cui venne demolito, con un “camion bomba”, l’edificio federale Alfred P. Murrah, sede dell’FBI, in cui morirono 168 persone e se ne ferirono oltre 800.

Un attentato avvenuto  sei anni prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle, che ha visto l’uso di tattiche ed “armi” non convenzionali, che era mirato non alla semlice strage, ma alla disarticolazione di una leadership (FBI), che venne eseguito da due sole persone (Timothy McVeigh e Terry Nichols), politicizzate ma prive di contatti o collegamenti, che aveva come movente la “rivalsa” (in ingl: revenge) e non un mondo migliore.

Un attentato cui fece seguito quello delle Twin Towers, attuato da una cellula jihadista, collegata al network Al Qaeda di cui l’emiro Osama Bin Laden era uno dei fondatori. Anche in questo caso parliamo di tattiche ed “armi” non convenzionali, non di una semlice strage, ma della disarticolazione di una leadership (Wall Street), un attacco eseguito da poche persone, politicizzate ma prive di contatti o collegamenti sul posto, che aveva come movente la “rivalsa” e non un mondo migliore.

Nella confusione e nello shock collettivo seguito all’11 settembre, George Walker Bush ed i suoi consiglieri trovarono utile affermare qualche mezza verità ed un paio di grosse bugie pur di nascondere una realtà ben più complessa, ma anche relativamente semplice.

Nacque il teorema della “guerra asimmetrica” e dei “combattenti non belligeranti”, in cui degli “stati canaglia” finanziavano delle “cellule terroristiche”, motivate da una fede corrotta o da fame di denaro. In realtà, gli “stati canaglia” non c’erano (salvo forse l’Afganistan del Mullah Omar), la “guerra asimmetrica” non esisteva, se non nella quantità di missili e bombardieri in dotazione alla USAF, i “combattenti non belligeranti” erano spesso degli “insorgenti”, le “cellule terroristiche” erano motivate dalla “revenge” e non solo e semplicemente dalla “fede corrotta”.

Così andando le cose, specialmente per colpa di un sistema mediatico che raramente riesce a contraddirre, con propri studi, le informazioni “official”, accadde che iniziasse la “War on Terror” che ancora oggi coinvolge le forze armate di mezzo mondo contro un nemico invisibile e largamente inesistente, come comprovano le statistiche decennali relative a complotti ed attentati attuati o sventati.

E, intanto, venivano prese misure che poco hanno a che vedere con l’attentato del kamikaze isolato ed a nulla servono se ad agire è un network (islamico o narcomafioso che sia), ma che tanto servono a prevenire il terrorismo interno, quello spontaneo, quello dei cittadini che “impazziscono”.

Ed, infatti, nonostante si sia ingigantito il controllo sulle armi, sui prodotti chimici di base, sulle transazioni di denaro, su determinati ambienti e persone, solo in Europa ci ritroviamo, nel giro di un anno o poco meno, con i roghi di Atene e le persone bruciate vive dai Black Blocks, il massacro di Utoya attuato da Brevik, la mattanza di Tolosa, attuata da Mohammed Merah, la ripresa del terrorismo “endemico” in Italia, tra pacchi bomba, sabotaggi e pistolettate.

Tutti attentati condotti con tattiche ed “armi” non convenzionali, finalizzati alla disarticolazione di una leadership, eseguiti da singoli individui, politicizzati ma aventi come movente la “rivalsa”.

Dunque, si sbaglia chiunque pensi che la fine delle ideologie coincida con una periodo di “pace” sociale, come si sbaglia chi pensa che per far risorgere il terrorismo serva una “organizzazione”.

Analizzando i tanti atti di “terrore” avvenuti nella Storia, raramente ci troviamo dinanzi ad individui ben collegati o parte di una organizzazione, un aspetto che prende forma solo nel Novecento con le organizzazioni paramilitari marxiste-leniniste o con i movimenti nazionalistici come l’IRA irlandese, l’ETA basca, la Banda Stern israeliana, Al Hamas palestinese.

Gli atti terroristici sono azioni condotte da pochi, se non singoli, individui o da organizzazioni o network con forti connotazioni settarie, un po’ come la Congrega degli Hashassin di un migliaio di anni fa, ai quali vanno ad aggiungersi gli attentati condotti da o per conto di uno dei tanti cartelli narcomafiosi operanti nel mondo.

Dunque, venendo all’Italia.la questione si pone in un modo ben più complesso di quanto vogliano pensare i “grilli parlanti” che poco leggono d’inglese o d’internet.

In una tale ottica, il rischio principale è rappresentato dagli over 50 che dovessero trovarsi senza impiego o sul lastrico e che, avendo imparato quanto necessario durante gli Anni di Piombo, potrebbero dar luogo ad azioni individuali anche molto plateali e drammatiche, ben oltre l’arrampicarsi su una gru o darsi fuoco per strada come già accaduto. In subordine, c’è da chiedersi cosa faranno i loro figli, visto che la “rivalsa” sembra essere il movente universale … senza trascurare qualche ex naziskin o panterino quarantenne esacerbato da 20 anni di precariato.

L’attentato ad Alberto Musy sembra appartenere a questa categoria di eventi, a prescindere dalla eventuale politicizzazione dell’attentatore.

Immediatamente dopo, i rischi che l’Italia corre derivano da due “attori protagonisti”, non “combattenti non belligeranti” o “disadattati confuiti nel terrorismo”,: le mafie e gli stati esteri con cui non abbiamo alleanze, interessati a destabilizzare l’Italia e, tramite noi, l’Eurozona ed il sistema finanziario “trilaterale”. Ma queste, a voler essere corretti, si chiamano “guerre asimmetriche” e non semplicemente “terrorismo”.

Ritornando al potenziale caos italiano, il rischio di atti isolati non è affatto irrilevante, specie se i media dovessero continuare ad ignorare il diffuso malcontento che si ascolta in giro e se un governo di tecnici dovesse continuare a perseguire una china autoritaria.

Infatti, quello di cui non stanno tenendo in conto sia Mario Monti & co. sia l’attuale classe politica europea è che, finite le ideologie e trasformati i partiti in grosse ammucchiate, non resta solo l’antipolitica, così “utile” per chi, come i poteri finanziari, necessita del “divide et impera” per condurre i propri giochi.
Riemerge con imperio il “prepolitico”, come i Communards antropofagi del 1848 parigino, le bande armate come quella di Bonnot o di Pancho Villa, gli atti isolati come quello di Apple ad Odessa, i regicidi come quello di Umberto I di Savoia ucciso dal meridionale Gaetano Bresci, quarante anni dopo l’annessione delle Due Sicilie.

La sete di “rivalsa”, figlia dell’esasperazione e nipote dell’esclusione, è la “dea” che guida la mano di un attentatore, non le “ideologie”, come tanti, molto speranzosamente, vorrebbero credere.

Il conducente è avvisato, ma … dato che queste cose non si studiano in una Università Commerciale privata come la Bocconi … chissà se i nostri “tecnici professori banchieri” saranno in grado di “leggere lo scenario” che hanno davanti.

originale postato su demata

Equitalia, il diritto di protestare

10 gen

Ferdinando Imposimato è il Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. E’ stato anche funzionario del Tesoro, commissario di polizia, giudice istruttore, avvocato penalista e senatore della Repubblica.

Questa la sua opinione riguardo Equitalia.

Ritengo che le osservazioni di Grillo siano giuste, e che debbano essere rispettate perché, a mio avviso, il problema del comportamento vessatorio di Equitalia esiste.

Mi sembra un ente che è forte con i deboli ed è debole con i forti, per cui penso sia necessario che Equitalia accetti le critiche.

Parlare di terrorismo forse è un po’ esagerato, però questo comportamento eccessivamente fiscale nei confronti dei piccoli evasori e questa inerzia nei confronti dei grandi evasori, non può più continuare. Noi vogliamo il recupero delle somme evase, ma soprattutto a carico dei grandi evasori.

Chiaramente noi non siamo per i terroristi, siamo contro i terroristi anche perché abbiamo sempre lottato contro il terrorismo, però non si può negare sia a Grillo, che a me, che ad altri, il diritto di protestare.

C’è stata debolezza nei confronti dei grandi evasori e grande capacità di intervento nei confronti dei piccoli evasori, questo è l’aspetto più grave rispetto al comportamento di Equitalia.

Devono esistere delle leggi che vanno fatte rispettare, soprattutto verso i grandi evasori fiscali che fino adesso purtroppo sono stati al riparo dagli interventi di Equitalia. In Italia ci sono 175 miliardi di evasione fiscale.

Se lo Stato, attraverso Equitalia, riesce a recuperare dai grandi evasori le somme evase, allora anche i ceti medio bassi saranno più disponibili a sopportare dei sacrifici.
Se invece i sacrifici debbono essere sopportati soltanto dai lavoratori, dagli operai, dei pensionati e dai dipendenti che hanno uno stipendio limitato e non invece dai grandi evasori, questo fatto che provocherà una ribellione nei confronti dello Stato.

Doveroso ricordare che ad affermarlo è il giudice istruttore dei processi per l’uccisione di Aldo Moro, l’attentato al Papa, l’omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet, la strage di Piazza Nicosia, il banchiere Michele Sindona legato a Cosa Nostra, la Banda della Magliana. Il magistrato  che ebbe, nel 1983, il fratello Franco ucciso per una vendetta trasversale e che fu il primo a parlare della pista bulgara in Europa e delle connessioni internazionali del terrorismo (tra cui Israele/ Palestina).

C’è da dargli credito.


L’intervista integrale è su Cado in Piedi

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