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Jannacci e l’amore

30 mar

iannacciNon sapevo che il testo fosse di Cassiano Ricardo, ma “Giovanni telegrafista” mi colpì davvero nel profondo del cuore per l’irriducibilità dell’amore, che non le parole, ma la voce di Enzo Jannacci drammaticamente raccontava.
Era il lato B di uno dei primi successi di massa di quell’Italia che cambiava, ma non cambiò: “Vengo anch’io. No tu no“, un brano dadaista, cabarettistico, praticamente delirante, che restò per anni nell’immaginario collettivo di un mondo dove i Don Camillo ed i Peppone si escludevano, puntualmente, a vicenda.

Avevo già adocchiato da anni, pur essendo ancora un bambino, quel simpaticone anticonformista, che, accompagnato dai gloriosi Svampa Nanni e Patruno Lino, aveva fatto capolino dalle opache televisioni in bianco e nero dell’epoca. Uno che si era presentato in RAI  cantando “L’Armando“, “El portava i scarp del tennis” ed  mitico “Palo dell’ortica“, “Messico e nuvole” … Uno che ‘faceva cose’ con Gaber, Ric e Gian, Cochi e Renato, ma lavorava anche come medico in ospedale.

Enzo Jannacci, un pezzo di storia italiana, della nostra musica, della nostra televisione, del nostro teatro, della nostra umanità italica: un fotogramma di come eravamo, di come saremmo potuti essere e di quello che ancora potremmo divenire.

Canzoni diverse, che raccontavano le città industriali di allora, le semiperiferie – ormai emancipate ed acculturate – da cui, altrove, arrivavano Beatles e Rolling Stones, Pink Floyd e Jimi Hendrix.
Facce e vestiti diversi, come quelli che vestivano i nostri genitori, oggi ottantenni ed, allora, giovani italiani desiderosi di cambiamento, con quegli impermeabilini e quelle cravattine rigorosamente nere, alla Sartre ed alla Ives Montand, ma anche alla Blues Brothers, come scoprimmo anni dopo.

Storie diverse, che parlavano della vita e della gente, dei sentimenti vissuti e non esibiti, degli uomini non ancora sommersi da un’indiscaricabile ammasso di merci ed informazioni.

Città diverse, dove droga, racket e cemento non avevano scavato le trincee che oggi ci separano in residence e palazzoni.
Città da amare, non ammassi di vite, cemento, metallo e asfalto raggrumati intorno a centri storici che sono, ormai, solo Storia.

Ciao Enzo, ci si vede in giro …

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Grasso – Travaglio: la sfida continua

26 mar

«L’accusa di poter essere colluso con il potere, di cercare il contatto, di fare l’inciucio è la cosa che mi ha fatto più male», questa la risposta del magistrato Pietro Grasso, oggi presidente del Senato, a Marco Travaglio, che l’aveva collegato, durante la trasmissione Servizio Pubblico, alle  tre leggi votate dalla maggioranza di centrodestra che hanno fermato la candidatura a procuratore nazionale Antimafia di Gian Carlo Caselli.

Pietro Grasso ha anche paragonato le parole usate dal vicedirettore del Fatto alle minaccia ricevute dalla moglie negli anni ’80 contro il figlio in occasione del maxiprocesso contro la mafia.
In tutta onestà, però, è difficile pensare che Marco Travaglio sia al soldo della Mafia. Un confronto sproporzionato – e retorico – quello tra un organo di stampa e la criminalità organizzata., che per altro mal si addice a chi è presidente del Senato e garante della Costituzione.

«L’accusa peggiore è quella di poter essere colluso con il potere. Io inciuci con il potere? E’ stata terribile l’accusa di aver ottenuto delle leggi a mio favore – sottolinea Grasso – Questa è l’accusa che mi brucia di più. Io non ho ottenuto niente. Ottenere significa richiedere. Io non ho mai chiesto niente a nessuno e per questo nessuno ha mai potuto chiedere niente a me».

Dunque, l’inciucio anti Castelli ci fu, semplicemente non avvenne su ‘richiesta’ di Pietro Grasso? Vogliamo parlarne?

Quanto all’accusa di poter essere colluso con il potere, perchè un trentenne od un quindicenne non dovrebbero dubitare di qualunque ultrasessantenne che, oggi in Italia, si trovi in posizioni apicali nella pubblica amministrazione?
Con il verminaio che i dati nazionali espongono indecorosamente è alquanto improbabile che una persona competente, onesta e determinata sia potuta arrivare ai vertici di qualcosa nel nostro Paese e, soprattutto, restarci, almeno a voler parlare di settore pubblico.
Un mero calcolo delle probabilità.

Cosa pensare di tutta un’epoca – sempre ammantata di grandi ideali – se oggi Marcello Dell’Utri è condannato di nuovo, se la trattativa Stato-Mafia ci fu, se i reati di Andreotti esistono ma furono prescritti? Cosa chiedersi dell’antimafia, se i Casalesi hanno creato – praticamente alla luce del sole – un impero criminale esteso fino alle porte della Capitale e la Ndrangheta ha occupato capillarmente Milano?

E’ di queste ore la notizia che due pentiti, Domenico Bidognetti e Francesco Cantone – durante il processo in corso al tribunale di Santa Maria Capua Vetere che vede imputato Nicola Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica – coinvolgono l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, riguardo il  tentativo di dissociazione portato avanti da alcun clan campani all’inizio degli anni ’90, dopo il pentimento del boss Alfieri:  “l’idea partì dai Moccia di Afragola dovevamo consegnare le armi e abbandonare il clan, anche il vescovo di Acerra don Riboldi era coinvolto; in cambio non avremmo avuto l’ergastolo”.

Chi erano i consulenti della Commissione Antimafia mentre avveniva tutto questo e mentre Falcone, Borsellino e le loro scorte morivano in difesa del Meridione? E chi era ai vertici della Direzione Antimafia quando Casalesi e Ndrine si spartivano la ricchezza d’Italia: Napoli e Milano?

Uno di loro era Pietro Grasso. Impensabile che fossero collusi, ma qualcosa è andato ‘storto’.
Sempre in questi giorni, la Corte d’Assise di Caltanissetta – nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio – ha annunciato che sentirà il Capo dello Stato attuale ed allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 1992, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 1992, la conversione del decreto legge sul carcere duro.
Verranno ascoltati anche l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.
Ed il fratello di Paolo Borsellino, stavolta, si è costituito parte civile. E’ il suo legale, Fabio Repici, che ha chiamato Giorgio Napolitano come teste al processo.
Un processo denominato Borsellino-quater. Quater … quarto tentativo.

«Non si possono estrapolare fatti singoli per sporcare la credibilità di una persona», diceva Pietro Grasso ieri sera alla trasmissione Piazza Pulita ed in questo ha pienamente ragione.
Come anche il presidente del Senato ha ricordato che «ci sono stati molti processi spettacolari che hanno portato ad assoluzioni», cosa vera e sacrosanta, ad esempio come nel caso del primo processo a John Gotti a New York, immortalato da Sidney Lumet in ‘Non provare ad incastrarmi’.

Pietro Grasso, oggi, è molto di più di un ‘semplice’ supermagistrato. Oggi, presiede il Senato: è un padre della Patria. Si è presentato da ‘galantuomo’ in Senato e nell’insediarsi ha parlato di ‘casa trasparente’: è esattamente quello che ci aspettiamo tutti da lui.

Infatti,  è ormai comprovato che Cosa Nostra ha avuto ampi, profondi e controversi rapporti con i vertici politici dell’Italia per decenni.
Un Paese che continua ad andare avanti come se non fossero ormai Storia patria i reati associativi di  Giulio Andreotti, presidente del Consiglio prescritto per i fatti accaduti fino al 1980, di Totò Cuffaro, senatore e governatore regionale condannato a sette anni di carcere, di Marcello Dell’Utri, senatore e fondatore Forza Italia condannato  per i fatti accaduti fino al 1992, di Nicola Cosentino, Sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze in carcere con processo in corso, per reati avvenuti fino a poco tempo fa.

Dopodomani, Marco Travaglio replicherà a Pietro Grasso durante la trasmissione Servizio Pubblico e vedremo se tra lui e Santoro avranno la voglia di lanciare il guanto ‘oltre’ Pietro Grasso e la sua carriera, arrivando ad una ineludibile questione morale da affontare: cosa ne facciamo, se l’Italia deve cambiare, di un’intera dirigenza apicale che ha ‘conquistato’ quelle poltrone e si è dovuta (o voluta) ‘adattare’ durante 20 anni di cleptocrazia e sbando generalizzati?

Anche perchè, come ben sappiamo tutti, qualunque riforma non avrebbe effetto – o lo avrebbe dilazionato e sfilacciato – se ‘quella’ classe dirigente gestisse il tutto come ha fatto per vent’anni.

Questa sarebbe la domanda ‘giusta’ da inviare a Pietro Grasso come presidente del Senato, visto che, come magistrato e come sessantenne, non è certo stato tra i peggiori, salvo scoop imprevedibili, ma, soprattutto, perchè nell’insediarsi al Senato ha parlato di ‘casa trasparente’.

E Pietro Grasso potrebbe raccogliere il ‘guanto’ di sfida, nella liberalità delle sue opinioni, iniziando ad aprire qualche armadio e lasciarci liberi di scoprire qualcuno dei nostri scheletri: se un magistrato come lui arriva alla presidenza del Senato è praticamente un atto dovuto, in democrazia, come lo è storicizzare l’Antimafia, valutarne gli esiti ed i limiti in questo mezzo secolo circa di esistenza.

Perchè l’Italia – che ha bisogno di stabilità, ma anche di chiari segni di cambiamento – non è mai riuscita ad anticipare, a prevenire, la Mafia, pur avendo, addirittura, una Commissione Parlamentare apposita che avrebbe dovuto dare indirizzo politico per gli interventi legislativi, per la sicurezza, per gli aspetti sociali?

Qual’è il punto di vista del presidente del Senato?

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Servizio pubblico televisivo: più informazione e meno fazione?

14 gen

Il confronto tra Silvio Berlusconi e Michele Santoro, su Servizio Pubblico giorni fa, verrà forse descritto, dagli storici dei media, come il canto del cigno di un certo modo di fare televisione, che – prima sulla RAI e poi su alcune reti private – ha preso piede in Italia da oltre un decennio.

berlusconi santoro

Parliamo delle trasmissioni politiche dove è sempre necessario confortarsi con i lazzi di qualche comico (anche un vignettista va bene), dove vengono sciorinate accuse madornali senza un accettabile diritto di replica, dove il conduttore assurge a catalizzatore del basso ventre popolare.

Non è un caso che gran parte dei critici ed analisti mediatici, che si sono espressi in questi giorni, hanno puntato il dito sull’acrimonia di Santoro verso Berlusconi, sulla scaletta rigida del programma che ha permesso a Berlusconi di vincere praticamente tutti i round, sul giustizialismo ‘facile’ che si è ritorto contro, sul sarcasmo truculento che ha trovato ‘pan per i propri denti’ nell’umorismo dell’ospite/accusato.

Il tutto con uno share abissale, ovvero sotto il naso degli italiani, che hanno toccato con mano come andrebbero certe ‘trasmissioni di informazione’, se il diretto interessato può giocare ad armi pari, come ha potuto pretendere Silvio Berlusconi.

Eppure, Santoro – come tanti altri – avrebbe potuto evitare la solita saga dei processi, delle frequentazioni e delle escort, che toccano diffusamente il mondo della politica e della finanza, come raccontano le vicende dell’ex-cancelliere socialista tedesco Gerhard Schröder, nel consorzio Nord Stream AG della Gazprom russa, o quelle di Dominique Gaston André Strauss-Kahn, ex ministro socialista francese, con non poche donne a New York come altrove, per non parlare dei sospetti di rapporti tra mafia e politica addirittura nell’assassino del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy. Una realtà alla quale le popolazioni dei paesi democratici sembrano essersi rassegnate, visti i livelli di astensionismo.

dati della London School of Economics and Political Science

Ben altro avrebbe interessato i cittadini telespettatori e consumatori dal confronto Santoro-Berlusconi.

Ad esempio, le critiche a Mario Monti che ambedue hanno palesato nel corso di questi 12 mesi. Meglio ancora che l’ex premier esponesse la sua versione di come l’Italia sia finita in una tale congiuntura, prima che ‘eventuali cospirazioni’ determinassero la sua caduta/defenestrazione.
Contraddittori che avrebbero potuto toccare le cause della diffusa e costosissima malpractice che vessa Sanità e Welfare, ormai in balia di una sottocasta politica e professionale, sgradita per motivi diversi ad ambedue.

Ancora, avremmo potuto apprendere, stante il populismo di ambedue i protagonisti, se e come potrà essere raddrizzata la sbilenca barca della produttività e del lavoro italiani, su cui tutte le parti politiche non sembrano andare oltre le manifestazioni di intento nelle loro promesse.
Addirittura, si sarebbe potuto parlare di sistema televisivo e pubblicitario, che ha un bel costo anche lui e che, da come stiamo messi, ci spinge verso consumi e stili di vita che forse non possiamo permetterci.
Argomenti che avrebbero permesso di capire, a tutti noi, cosa ci aspetta dietro l’angolo delle prossime elezioni.

Dunque, quello di cui ha preso atto il pubblico dei telespettatori, futuri elettori, è che di tutto questo non se ne è parlato e che è stata di Michele Santoro la decisione di non farlo, nell’evidente tentativo di gestire una trasmissione-processo, mentre a noi tutti, inclusi gli antiberlusconiani duri e puri, interessava l’informazione-dibattito. Un discorso che vale anche per la RAI, dove andrebbe considerato il dato che una somma di fazioni non fa di certo nè libertà d’informazione nè servizio pubblico.

Preso atto che abbiamo assistito ad un programma talmente a senso unico che è stato un gioco da ragazzi ribaltare il tavolo e prevalere mediaticamente, resta solo da rimpiangere le Tribune Elettorali di  Zatterin e Iacobelli e chiedersi se Santoro abbia, involontariamente, ‘prodotto consenso’ per Silvio Berlusconi ed il PdL con meno del 5% o anche di più.

N.B. La vignetta non era dedicata dall’autore al contesto italiano, bensì alla malasanità statunitense, e ne sono state cancellate le scritte.

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La Costituzione italiana non è una comica

18 dic

Tutti inneggiano alla Costituzione Italiana, ma non è chiaro quanto essa sia conosciuta dai suoi estimatori.

Infatti, non sono pochi i passaggi costituzionali di cui – prendendoli alla lettera come dovuto – noi cittadini non possiamo far altro che restarne turbati. Vediamo alcuni esempi.

In Italia, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1), ma “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7). Un territorio, quello italiano, con tre sovrani: il popolo, lo Stato e la Chiesa?

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 8).
Tutti i lavoratori? Solo loro? E le casalinghe, i pensionati, i disoccupati, niente pari opportunità come dimostrano l’assenza di un salario minimo e delle pensioni da fame per 20 milioni di anziani?

I rapporti tra lo lo Stato e la Chiesa cattolica “sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale” (art. 7), viceversa “le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano” (art. 8). Due pesi e tre misure, non c’è che dire.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4). Dovere? Caso mai diritto … visto che “la libertà personale è inviolabile” (art 13).

“La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili” (art. 15), ma siamo il paese delle intercettazioni telefoniche e degli atti riservati sbattuti in prima pagina.

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi” (art. 17) ed, infatti, abbiamo ben presente come vadano in corteo i soliti devastatori e come vadano allo stadio i soliti ultras.

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” (art. 19), come inteso dalla morale postcattolica imperante.

Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative” (art. 20), ma di pagare l’IMU ed altre tasse e tributi per il clero cattolico proprio non se ne parla.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” (art. 21), ma per fare il giornalista non basta scrivere e pubblicare: bisogna essere iscritti all’Ordine.

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio” (art. 30), ma non è fatto obbligo ai figli di prendersi cura dei genitori.

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose” (art. 31). Quanto sia stato applicato questo articolo è comprovato dall’invecchiamento demografico subito dall’Italia negli ultimi 20 anni.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art. 32) ed, infatti, registriamo decine di migliaia di casi annui di malasanità ed enormi sprechi senza che governi e parlamenti alzino un dito.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” e nega la libertà di istruzione imponendo che “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato” (art.33).

Questa è la nostra Costituzione, lo è da 60 anni ed i risultati si vedono.
Sarà un caso che mandano un comico, Roberto Benigni, a spiegarcela dalla televisione di Stato?

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Meeting, Rimini: uno scandalo a macchia d’olio?

12 dic

Il nucleo polizia tributaria della Guardia di Finanza, su ordine della Procura della Repubblica di Rimini, ha sequestrato beni per oltre un milione di euro tra immobili e saldi attivi risultanti dai rapporti bancari intestati alla ‘Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli’ e a personale della stessa fondazione.

Secondo quanto riporta La Repubblica, il legale rappresentante della fondazione, il direttore generale, il responsabile amministrativo e la fondazione in quanto tale sono indagati “per aver avuto gravi e precise responsabilità sia nella ideazione che nella realizzazione di un disegno criminoso che ha permesso al Meeting di ottenmere contribuzioni illecite per gli anni 2009-2010″. La Fondazione Meeting avrebbe ricevuto illecitamente 310mila euro di contributi “inducendo in errore gli enti circa la sussistenza di un passivo di bilancio della stessa fondazione”

Meeting replica  che “l’ipotesi di reato è infondata e la misura del sequestro preventivo è sproporzionata”, oltre ad “aver operato con la massima correttezza, confortati anche da documenti già da tempo messi a disposizione nel corso delle indagini”.

Al di là dell’accusa, dell’entità dell’eventuale raggiro e dell’equità del sequestro attuato, al di là che si tratti di Comunione e Liberazione o di aziende e partiti, anche da questa storia possiamo imparare qualcosa.

Infatti, apprendiamo dalla stampa che una delle vie per il raggiro consisteva in un contratto in essere con la Evidentia srl, una società raccoglie sponsorizzazioni, controllata al 100%, tramite la quale venivano artatamente  diminuiti i ricavi della fondazione. La seconda modalità è stata l’acquisto di spazi pubblicitari sulla rivista Cdo (Compagnia delle Opere) attraverso la società Cdonet, pagando il doppio rispetto alla tariffa ordinaria.

Un bel sistema, non c’è che dire. Quante altre volte è già stato usato in Italia? Per quali entità?
Anche a carico dei rimborsi che vanno ai nostri partiti o per sostenere qualche campagna elettorale? E’ anche così che si evade il fisco o si creano fondi neri?

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Primarie PD, più spine che rose

27 nov

Nella Regione Lazio, secondo la Commissione elettorale primarie Italia – Bene Comune, hanno votato 300.524 persone su oltre 4,5 milioni di elettori iscritti alle liste elettorali nel 2009, per le Europee. In Lombardia, 437.767 persone hanno votato per le Primarie del PD, mentre gli elettori totali nel 2009 erano circa 7 milioni e mezzo.
Solo 144.564 siciliani hanno partecipato al voto ‘democratico’, mentre gli elettori sono poco meno di quattro milioni. In Campania, 216.651 elettori su quasi cinque milioni hanno deciso di scegliere tra Bersani, Renzi e altri.

Andando in Veneto 164.389 ‘democratici’ hanno preso parte alle Primarie su poco meno di quattro milioni di elettori In Emilia Romagna, dove nacque Bersani, gli elettori del PD in fila sono stati 439.949 su 3,5 milioni di iscritti al voto. In Toscana, patria di Renzi, 429.583 voti espressi su quasi 3 milioni di elettori.

Quanto alla Puglia, da dove arriva Vendola, contiamo 155.331 su 3,3 milioni di aventi diritto al voto. Il Piemonte, quasi 3,5 milioni di elettori, vede alle Primarie PD poco più di 176.221 votanti.

In breve, i votanti erano, in percentuale rispetto agli elettori totali, il 3,6% in Sicilia, 4,3% in Campania, 4% in Veneto, 4,6 in Puglia, il 5% in Piemonte, il 5,8% in Lombardia, il 6,5% nel Lazio, 12% in Emilia Romagna, 14% in Toscana.

In totale stiamo parlando di circa 3 milioni di elettori, dicono quattro, ovvero meno del 10% del totale di coloro che avranno la possibilità di andare alle urne a breve. E meno del 5% in molte regioni.

Il leader della coalizione sarà Bersani, salvo sorprese al ballottaggio, mentre l’influenza di Renzi nel Partito Democratico cresce. Vendola dimostra di non riuscire ad attrarre grandi consensi, inutile parlare di alleanza con l’UDC visto come è andata a Tabacci.
Se c’è un dato che emerge dalle Primarie del PD è l’ingovernabilità futura dell’Italia, almeno stando alla Sinistra.

Ma ce ne è un altro dato che tutti vorrebbero conoscere e nessuno sa.

Quali sono i margini di miglioramento di una coalizione che raccoglie tre, forse quattro, milioni di supporter, seppur con SEL e l’UDC, nonostante le Primarie siano state sostenute da un battage mediatico non irrilevante?
Quali saranno le reazioni del restante 95% degli elettori dopo “l’orgia mediatica pro Primarie”, che più spine che rose ha mostrato agli italiani?

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L’anacronistica Francia contro Google

23 nov

In un mondo dove ormai solo i fratelli Wachowski od i Coen riescono a scrivere/girare film che trattino tematiche sociali, dove imperano i Bmovie (si fa per dire) di Tarantino e Rodriguez, dove il cinema inglese ‘vende’, arriva la ‘figlia della classe operaia’ Aurélie Filippettì, ministro francese, a spiegarci che così non va.

Non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d’autore, molti film di budget medio (sui 3 o 4 milioni di euro) ma anche film di cassetta come Asterix“.
Che bravi questi francesi … peccato che Luc Besson, Kassowitz ed altri ormai vadano ad Hollywood da anni per girare qualcosa di buono.

All’ultimo Festival di Cannes i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia“.
Qualcuno ci spieghi perchè a Cannes non vanno i film prodotti fuori della Francia, forse perchè non hanno alcuna possibilità di vincere? Protezionismo culturale o cosa?

Chiarito quanto sia bello (o meno bello) il cinema francofono, il ministro Filippettì ci spiega che, “se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell’anno, a gennaio la Francia varerà una legge per obbligare la società di Mountain View (ndr. Google) a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione.”

La Filippettì, evidentemente, non conosce Walter Benjamin, autore nel 1930 di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, e si arrampica con precarie riflessioni affermando che “non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura. Non è una questione morale, semplicemente a mio avviso solo così il sistema può funzionare, anche dal punto di vista economico“.

Lasciamo perdere la ‘strana idea’ di far pagare a Google l’indirizzamento verso i quotidiani ed i magazine on line, che, inevitabilmente, provocherebbe sia il definitivo trasferimento dell’informazione on line a favore dei blog (liberi e gratuiti a differenza dei media) sia serie difficoltà per i governi mitteleuropei, nei cui paesi i Piraten hanno conquistato anche il 10% dei consensi.

Lasciamo perdere anche perchè Aurélie Filippettì si dice «molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente».
Forse, se qualcuno del suo entourage le spiegasse che ormai esistono gli Ebook ed i formati pdf, la Filippettì si sarebbe risparmiata qualche delusione.

Parliamo della cultura e dell’arte, forse è meglio.

Il cinema, come la carta stampata, è industria ed intrattenimento, non cultura.

Solo una minima parte dei libri circolanti possono dirsi effettivamente originali, solo una parte, effimera, dei film esistenti può dirsi arte. Ed, in ambedue i casi, ‘arte’ è un canone fissato durante la seconda metà dell’Ottocento, partendo da una supposta creatività ed originalità dell’autore.
Peccato che Michelangelo, Delacroix e gli altri dipingessero quasi esclusivamente su commissione, che la ‘sequel’ degli artisti maledetti è durata la generazione di Van Gogh e Rimbaud, dopo la quale son diventati tutti miliardari, e che cosa diventi arte o cultura lo decidono i distributori, ovvero editori e produttori.

E prendiamo anche atto che, oggi, chi scrive un romanzo all’anno – come quelli che invadono librerie, scaffali e case – è considerato un artista ed una persona di cultura, mentre fino a 30-40 anno fa si intendeva ben altro, si parlava di feuilleton e romanzi d’appendice ...

L’arte non è di chi la fa, ma di chi se la compra. O, meglio, di chi la vende.

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