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Marino e il babbuino: tutta la storia

6 mag
Il ‘buon’ Ignazio Marino, che parla ai giardinetti con la gente ed accarezza cani, potrebbe diventare, a pochi giorni dalle elezioni romane, un ‘asettico’ scienziato, a causa della vivisezione di un babbuino da lui praticata anni addietro.
Un micidiale tallone d’Achille per il candidato sindaco del Partito Democratico – voluto dalle segreterie ed osannato nelle primarie  – che tocca il ventre di una città ‘indifferente a tutto’, ma che insorge se si maltrattano gli animali. Vivisezione che, anche per chi non fosse ambientalista, ricordiamoche è condannata da tutte le religioni, come in generale per tanti esperimenti sulle ‘creature del Signore’.
Al di là delle violente – e biasimabili – proteste degli animalisti, la vivisezione su scimmie praticata da Marino molti anni fa ebbe motivazioni e risultati discutibili, come racconta l’articolo dello stesso Ignazio Marino, su L’Espresso dell’11 maggio 2012, (link) che ribadiva come “Chi è contrario all’uso degli animali da laboratorio va rispettato, ma c’è davvero qualcuno che ritiene possibile testare gli effetti di un farmaco, come un’eruzione cutanea, l’insufficienza epatica o le allucinazioni, su una cellula in provetta? Oppure la proposta è quella di sperimentare le sostanze direttamente sugli uomini e sui bambini?
Secondo l’Eurispes, l’86 per cento degli italiani è contrario alla sperimentazione animale eppure solo il 3 per cento si dichiara vegetariano. La coerenza scarseggia. Oltre a smettere di mangiare carne di animali allevati per finire in padella e a non indossare scarpe di pelle, coloro che chiedono di chiudere gli allevamenti, come nel recente episodio di Green Hill vicino a Brescia, sono pronti a rinunciare anche alle medicine testate sugli animali, sino ad accettare il sacrificio della propria vita o quella dei propri figli, per una leucemia o una polmonite?
In realtà, come denunciano gli antivivisezionisti, solo il 27,5%  degli animali è usato nella ricerca e sviluppo di farmaci, mentre in UE la percentuale è del31%, più un altro 15,4% usato nei test obbligatori per legge specifici per i farmaci (dato in media UE),  piuttosto c’è un 44% degli animali che muore per ricerca di base, quasi il 9% nei test tossicità per la produzione e il controllo di qualità in campo medico e odontoiatrico, il 4,2% per la diagnosi di malattie, didattica e “altro”.

Inoltre, per la “ricerca di base” e della “ricerca e sviluppo” di farmaci non vi e’ obbligo di legge che costringa a usare animali nei test e non si tratta di ‘quattro gatti’, visto che gli animalisti denunciano che “ogni anno nel mondo vengono torturati e uccisi più di 150 milioni di animali, nei 600 laboratori italiani quasi 900’000″. Ridurre del 12% il ‘consumo’ come fatto dalla Germnia nel 2005, significa la vita per circa 100.000 animali nel solo territorio italiano.  Dei circa 10.000 primati usati per esperimenti, in quell’anno nell’UE a 15 membri, oggi ne sarebbero vivi oltre mille.

La differenza c’è.
Il senatore Marino, nel suo articolo, difende una certa ‘ricerca scientifica’ che “alcuni vorrebbero affossare con un articolo della legge Comunitaria in discussione al Senato che, tra le altre cose, vieta in Italia l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni. Con quali conseguenze?
Innanzitutto se questa legge venisse approvata a Roma sarebbe bocciata a Bruxelles perché in contrasto con la direttiva europea. In secondo luogo le aziende farmaceutiche, come gli istituti di ricerca pubblici, dovrebbero trasferire i laboratori all’estero, con inevitabili ricadute sull’occupazione e sulla nostra economia, oppure importare gli animali da altri Paesi“.

In realtà,il testo di legge licenziato dalla Camera cui fa riferimento Marino, contiene un comma – proprio quello che recitava di “vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione su tutto il territorio nazionale” – che è stato approvato il 1 febbraio 2012 dalla Camera non da alcuni affossatori della scienza, bensì con ben 380 voti a favore, 20 no e 54 astenuti. In quello stesso giorno, in un convegno nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, Carla Rocchi, Presidente dell’ENPA, sottolineò che il testo inviato al Senato va a “vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale”.

La norma, nell’accogliere le direttive UE, garantisce “l’implementazione di metodi alternativi all’uso di animali a fini scientifici, destinando all’uopo congrui finanziamenti”, la formazione di personale esperto nella sostituzione degli animali con metodi in vitro tramite corsi specifici e di approfondimento senza nuovi oneri a carico della finanza pubblica, la presenza di “un esperto di metodi alternativi e un biostatico all’interno di ogni organismo preposto al benessere degli animali e nel Comitato nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici”.
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Una questione innazitutto etica e, mentre Ignazio Marino ritiene che in Italia si possa proseguire con l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni, Tonio Borg, commissario europeo ad interim per la Salute e le Politiche dei consumatori, si è espresso con fermezza contro un’ulteriore posticipazione del’obbligo di prodotti cosmetici “Cruelty Free”, perché “se non vi è obbligata, l’industria non farà gli sforzi necessari per sviluppare i metodi sostitutivi che permettono di sostituire gli ultimi tre test di tossicità sugli animali tuttora autorizzati“.
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Ma non solo, dato che lo stesso Ignazio Marino fa riferimento al caso mediatico internazionale della Green Hill, un’azienda situata a Montichiari (Brescia) che alleva cani (beagles) da destinarsi ad esperimenti scientifici, coinvolta in inchieste e scandali dopo continue e pressanti manifestazioni di animalisti ed ambientalisti.

Significativo e riassuntivo della vicenda e di cosa accadesse ai cani, è il comunicato della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente: “la nuova linea seguita dalla procura va avanti su questo binario: la soppressione non necessaria di parecchi beagle a Green Hill conferma il sospetto che i cuccioli nell’allevamento non fossero destinati solo alla sperimentazione farmacologica, ma che molti di loro diventassero cavie anche per l’industria cosmetica. E, dopo i controlli sulla documentazione e i primi esami medici, emergerebbe che i cani non perfetti, cioè non corrispondenti agli standard richiesti, venivano eliminati con un’iniezione letale. Molti beagle, come hanno scoperto gli inquirenti, sono stati soppressi per problemi di dermatite. E proprio questa malattia lascia supporre che Green Hill facesse anche test cosmetici.

Un caso mondiale, ormai, visto che il caso Green Hill è diventato la bandiera della Giornata mondiale contro la vivisezione.
Un’attività definita dall’On. Brambilla a Matrix, il 4 Aprile scorso, come ‘non in regola con le nostre coscienze’, ma, a quanto pare, a posto con quella del senatore Ignazio Marino, che non dovrebbe, però, dimenticare che l’Unione Europea, attraverso un Regolamento risalente all’11 marzo 2009 (EC n.1223), ha messo al bando i prodotti cosmetici con ingredienti o combinazioni di ingredienti testati su animali. L’Italia era, come prevedibile, inadempiente fino a pochi giorni fa, nonostante un precedente regolamento del 2004 che già proibiva di testare su animali prodotti cosmetici finiti. “Il divieto definitivo imposto nell’Unione Europea – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – segnerà una pagina importante a livello mondiale per il superamento dei tanti, troppi, e spesso inutili esperimenti fatti sulla pelle degli animali“.
Cosmetici, tanti test per cosmetici, più tanti altri per ‘ricerca di base’, ‘test tossicologici’, ‘didattica’ – non  leucemia, polmonite, eruzione cutanea, insufficienza epatica, allucinazioni – per i quali, come raccomandano le direttive europee, tanti test sono ampiamente ed efficacemente sostituibili senza sofferenze e morte per tanti animali,  .
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Ritornando alla storia del babbuino ‘ucciso’ dal mite Ignazio, la vera questione di oggi è quella della Green Hill ed i suoi beagle, e della candidatura a sindaco di una città che ama e difende gli animali ed in particolare i cani. Il ventre di Roma non può altro che borbottare, specie se l’impressione è che ci si nasconda dietro un dito, cosa del tutto vietata a qualunque Primo Cittadino.
Infatti, non è in ballo il sacrosanto diritto/dovere alla ricerca scientifica o farmacologica, ma l’uso di migliaia di cani per le ‘esigenze’ dell’industria cosmetica e la sincerità di un ‘afflato umano’ – quello di Ignazio Marino e del suo Partito Democratico – che gli elettori (pro o contro o ìndifferenti che siano) sentono sempre più mancare.
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La questione, però, straborda dall’ambito politico, se si tiene conto che la sperimentazione di cui parla con orgoglio Ignazio Marino era anche ‘sull’uomo’ – il fegato espiantato alla scimmia era destinanto ad un paziente epatico – e girovagando per la Rete è possibile leggere questo articolo di di forte critica etica e medica sul  Riformista Torinese (link)
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Valutare la fondatezza dei rilievi è questione medica, ma l’articolo a firma di Roberta De Antonio appare credibile, quando menziona professore Bruno Fedi, medico primario anatomopatologo, “che gli ricorda (ndr. a Ignazio Marino), in una lettera del 24.05.2012, che già nel 1967 il Direttore della Patologia Chirurgica dell’Università Di Roma, Paride Stefanini, aveva effettuato un trapianto di rene da babbuino ad uomo e aggiunge: Risultato disastroso: paziente morto. Conclusione: Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di aver ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Fu un tentativo di salvare la vita ad un uomo, usando un organo incompatibile, sapendo che era incompatibile, ma sperando che, con enormi dosi di farmaci immunosoppressori, venisse tollerato dal ricevente.
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Nella lettera del noto medico e professore universitario – pubblicata integralmente da UNA Cremona (link) – si può anche leggere che:Nell’ambiente dell’università, si criticava pesantemente lo Stefanini, per avere effettuato un intervento che non poteva riuscire: tutti lo sapevano, ma Stefanini aveva voluto tentare. Qualcuno disse che era stato un omicidio, benevolmente tollerato dalle leggi. 
Oggi, Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di avere ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Quello descritto da Marino è un caso tipico di sperimentazione sull’uomo (perché, negli animali, si sanno i risultati, ma gli stessi sperimentatori sanno che non sono predittivi). La descrizione di Marino è proprio il caso di un uomo, usato come cavia, anzi, come cavia pagante, perché si sapeva che i risultati negli altri animali non erano stati favorevoli e che, in senso generale, non sono predittivi, dunque si è sperimentato sull’unico animale predittivo per l’uomo: l’uomo stesso.
Questo esperimento, questo tipo di esperimenti, rivelano anche una metodica, una mentalità. Marino procede per “tentativi ed errori”, metodo che i vivisettori hanno tante volte sostenuto giusto. Marino sapeva che la cosa che tentava, non poteva riuscire, ma ci ha provato.”
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Indecifrabili -forse- questioni mediche che lasciamo volentieri -forse- agli stessi medici.
Piuttosto, come si traduca nell’ottica del paziente ed a cosa sia servito il sacrificio del babbuino è, ahimé, semplice, visto che basta leggere qualche statistica, che ci racconta come quasi un trapiantato di fegato su cinque muoia entro tre anni dall’intervento ancora oggi, più o meno come tot anni fa. Un’aspettativa in vita, una reazione immunitaria, che è sempre la stessa da dieci anni, come altre statistiche dimostrano.
SRTR Program Reports – July 2010
In caso di dubbio su cosa sia significato l’esperimento ‘umano’ – se si ha stomaco forte – è possibile anche leggere la cruda pubblicazione scientifica “Baboon-to-human liver transplantation”  che Marino ed altri pubblicarono su Lancet (link).
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Anche se è stato rilasciato dalla terapia intensiva dopo un mese, (ndr. il paziente) ha sviluppato diverse infezioni, che hanno reso necessaria la terapia con anticorpi nefrotossici. La più invalidante di queste è stata mixata da Citomegalovirus, Candida, Esofagite e Duodenite, che sono stati sospettati essere la causa di ricorrenti emorragie gastrointestinali dal giorno 27esimo al 39simo e che hanno richiesto 14 unità di sangue trasfuso (ndr. circa sette litri, praticamente come se avvesse perso tutto il sangue e servisse un ricambio totale).
E’ stato coltivato dal sangue lo Staphylococcus aureus (ndr. provoca infezioni suppurative acute) … Enterococcus faecalis (ndr. provoca infezioni del tratto urinario, endocarditi e sepsi) … Aspergillus (ndr. infezione tracheale).
Altre complicazioni, incluse insufficienza renale e dipendenza da dialisi, hanno avuto inizio il 21esimo giorno, che probabilmente sono il risultato della tossicità da più farmaci (sic!) …  fino al giorno 55esimo quando (ndr. il paziente) è stato riammesso in terapia intensiva dopo una recidiva di ittero … il giorno 61esimo è diventato ipotensivo con rigori, ha richiesto l’intubazione. C’erano tracce di coagulazione intravascolare disseminata ed emolisi con un calo della conta piastrinica (ndr. meno 80%) … un aumento di emoglobina plasmatica libera (ndr. 30 volte il massimo) … e un aumento della bilirubina (ndr. del 400%) … durante le successive 48 ore.
Dai giorni 65esimo al 70esimo, il paziente aveva 5 plasmaferesi che avevano ridotto la bilirubina sierica.  Il 70esimo giorno … c’è stata una perdita improvvisa delle maggiori funzioni del sistema nervoso. La TAC ha mostrato una massiva emorragia subaracnoidea (ndr. i cui sintomi includono la terribile “cefalea a rombo di tuono”, vomito, confusione mentale, abbassamento del livello di coscienza e, talvolta, convulsioni) e 6 ore dopo è stato dichiarato cerebralmente morto.”
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Un vero e proprio calvario.
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Avrebbe sofferto così tanto prima di morire per cause naturali? E, soprattutto, se - come Ignazio Marino oggi afferma di sapere ma che all’epoca evidentemente supponeva all’incontrario – il sistema immunitario degli uomini e quello dei babbuini non sono compatibili, nemmeno utilizzando i farmaci antirigetto più potenti, a quale “terapia che oggi permette di salvare centinaia di migliaia di malati terminali” è servito quell’esperimento dall’esito letale?
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Domande che nella città dei Papi hanno un certo peso anche sugli spiriti semplici … ed una storia che dimostra come non si possano lasciare in mano ai soli medici sia le politiche sanitarie, ma, soprattutto, la bioetica.
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Ciclisti a Milano: è tutto legale?

21 dic

Liti di strada a Milano, dinanzi al ristorante Giannino intorno alle 23:00, tra ciclisti, automobilisti e security del locale per qualche auto parcheggiata male ed, essendo i ciclisti in gran numero, si blocca il traffico e devono arrivare i vigili urbani con tre pattuglie di carabinieri.
Un ciclista è stato portato in ospedale per lievi ferite, dopo qualche schiaffo e qualche spintone, in attesa delle forze dell’ordine, che non sembra abbiano rilevato fatti di particolare gravità, visto che le pattuglie dei carabinieri sono ritornate quasi subito al servizio da cui erano state distolte.

Una storia banale e che suona quasi come una provocazione voluta, dato che ce ne vuole alle 11 di notte con tutto lo spazio che c’è a Milano per portare un folto gruppo di ciclisti proprio dove ci sono i locali e, di sicuro, qualche auto fuori posto.
Non a caso il filmato diffuso da RadioBici su YouTube – presentato come “ciclisti picchiati a Milano” – dimostra palesemente che le auto parcheggiate erano poche, forse meno di una decina, che ai ciclisti non accade un bel nulla e che “vi ammazziamo tutti” lo dice un ciclista e non uno degli altri cittadini.

Ma perchè tutti quei ciclisti erano lì?

“Critical Mass è un evento internazionale che si tiene in più di 500 città del mondo, avviene ogni ultimo venerdì del mese, quando i ciclisti, spontaneamente, vanno in massa a percorrere le strade delle loro città normalmente occupate dalle automobili. Critical Mass si concentra sul diritto di utilizzare le strade in modo altro che non semplici luoghi dove far circolare ed ammassare le automobili”.
Questo è quanto si legge sul sito Critical Mass, sembrerebbe una gran bella cosa, in realtà non è proprio così.

Innanzitutto, perchè non è un evento spontaneo, bensì periodico e con una sigla, Critcal Mass, che lo calendarizza, quanto meno questo. In secondo luogo perchè, così descritta sembra proprio una ‘riunione di cittadini in luogo pubblico’, per la quale è richiesta l’autorizzazione delle autorità preposte a garantire la pubblica sicurezza. Infine, perchè via Vittor Pisani è una strada a ben sette corsie, più le corsie laterali per ciclabili e/o parcheggi ed un ampio spartitraffico centrale. Una strada nata, pensata e realizzata per le automobili e non per le biciclette

Tra l’altro, critical mass logoil logo di Critical Mass sembra essere a carattere politico ed anche piuttosto vistosamente.

E qui ritorniamo alla questione se si tratta di una allegra passeggiata di  appassionati delle due ruote oppure se stiamo parlando di una riunione di  cittadini in luogo pubblico, anzi, trattandosi di strade e di mobilità, non sia una manifestazione bella e buona, che accade senza alcuna delle prescritte autorizzazioni, mettendo, eventualmente, a repentaglio la sicurezza e la tranquillità altrui.

Rispondere al quesito è facile: basta andare sul sito di Critical Mass Roma per rendesi conto, dalle foto pubblicate, che si tratta di folti assembramenti di ciclisti, anche piuttosto spericolati, raramente provvisti di casco o di calzature sicure.

Siamo sicuri che, ogni mese ed in metropoli affollate,  dozzine o centinaia di ciclisti possano scorazzare  su strade nate per il traffico automobilistico ed inadatte a pedoni e ciclisti,  senza che nessuno intervenga per chiedere a queste persone di sciolgiere l’assembramento, visto che la riunione non è autorizzata e che la sicurezza non è garantita?

A proposito, visto che anche i ciclisti – come tutti gli umani – sono scorretti, nevrotici e distratti mentre sono nel traffico, perchè le biciclette – in Italia, non altrove – non hanno la targa?

P.S. A parziale riprova di chi siano ‘i ciclisti’ e delle loro ‘capacità dialettiche’ è possibile leggere, in basso, diversi loro commenti, decisamente offensivi, incomprensibili, prolissi, categorici eccetera.
Il fatto che 30-50-100 ciclisti che se ne vanno tutti insieme per la città equivalgono ad un corteo, ad una pubblica manifestazione – specialmente se è un ‘appuntamento fisso’ e ci sono sigle e comitati – sembra proprio non sfiorarli. Beati loro …

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I misteri del calendario Maya

19 dic

I motivi per i quali il cosidetto Calendario Maya ha sollevato l’attenzione di studiosi, credenti ed opinionisti sono diversi.

calendario maya

Il principale mistero è dovuto al fatto che il computo del tempo ha inizio in un anno molto lontano, il 23.608 a.C., mentre fu solo a partire dal  1500 a.C. che i Maya compaiono nella Storia.

Una data, dunque antichissima, pre-neolitica, specie se consideriamo che la fine di Atlantide fu datata nel 9564 a.C. – secondo la tradizione egizia cui attinge Platone -  e che il Diluvio Universale è collocato tra il 12000 a.C. ed il 10000 a.C. quando avvenne l’ultima glaciazione e/o l’ultimo cambio dei poli magnetici della Terra o, meglio, a seguito delle enormi alluvioni come quella generata dal prosciugamento del preistorico lago Agassiz, in America, nel 6.400 a.C. e/o nel 5.600 a.C., quando si verificò l’inondazione preistorica del Mar Nero.

Perchè i Maya si siano dotati di un calendario con una retrodatazione tale è un vero mistero, ma è davvero singolare che la ‘durata’ del ciclo sia di 25.620 anni quasi tanti, 25.800 anni, quanti ne impieghi  il moto di precessione dell’asse terrestre per compiere un giro completo, durante i quali la posizione delle stelle sulla sfera celeste cambia lentamente.

Singolarità che per alcuni significano tanto e per altri molto poco,  come quella, eclatante, da cui è nata la ‘profezia dei Maya’.

Infatti, il ‘calendario Maya’ verte su cinque Ere dell’Umanità, che – sorprendentemente – corrispondono al tempo intercorso dall’affermazione dell’Homo Sapiens Sapiens, la nostra razza umana moderna.

Era secondo il caledario dei Maya

Anno di inizio di un’Era Maya

Stato della civilizzazione umana

Acqua

23.608 a.C.

A partire da 25.000 anni fa, l’homo sapiens sapiens resta il solo rappresentante della specie umana sulla Terra.

Aria

18.483 a.C.

Circa 20.000 anni fa, l’uomo cambia alimentazione, inventando il pane dai cereali sfarinati.

Fuoco

13.358 a.C.

15.000 anni fa, l’uomo diventava stanziale e iniziava a detenere una proprietà privata.

Terra

8.233 a.C.

Sono circa 10.000 anni che l’uomo ha cominciato a coltivare il grano e i cereali, a costruire centri urbani,

Oro

3.113 a.C.

Cinquemila anni fa, l’uomo iniziava a utilizzare tecnologie come la scrittura, la moneta, il cavallo.

Da questa scansione si è sviluppata la diceria della fine del mondo, prevista da una profezia Maya per il 21 o 23 dicembre 2012.
In realtà, secondo questa lettura della scansione delle Ere Maya, quello che dovrebbe verificarsi è la fine dell’Homo Sapiens Sapiens e non del mondo in se. Una lettura che non prevede olocausti e catastrofiche calamità, ma solo un cambiamento (od una mutazione) del genere umano – forse progressivo, forse no -  e l’inizio dell’Era dell’Acquario, che la New Age profetizza da ormai 30 anni.

Cosa c’è di vero in tutto questo? Solo quello che tutti sappiamo: che l’Uomo non vive in modo soddisfacente nel mondo delle macchine, del denaro e del desiderio che lui stesso ha costruito, come anche che il Mondo per quello che è sempre stato è ormai già finito, sommerso da cemento, asfalto, liquami e plastica.

Sarà il nostro senso di colpa generale che ci spinge ad preventivare una Fine del Mondo, una Goettesverdamnerung con un nuovo Übermensch, meno difettoso – si spera – dell’odierno sapiens sapiens?

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ILVA Taranto: l’Italia che proprio non vogliamo

29 nov

Nella vicenda ILVA di Taranto c’è il condensato dell’Italia che non vogliamo, che non volevamo e che non vorremmo.

Una fabbrica nata male sulle (non dalle) spoglie della gloriosa Italsider di Bagnoli (NA) e dopo aver sprecato miliardi per un polo siderurgico a Gioia Tauro, dove sappiamo com’è andata a finire.

Una fabbrica che era inquinante a Napoli e non si sa perchè non avrebbe dovuto esserlo a Taranto, creata con denaro pubblico (tanto), mai effettivamente produttiva (la colpa fu data alle Tigri Asiatiche) e comprata (non si sa perchè) dalla famiglia Riva, quella dei motoscafi e dello scandalo di Beirut.

Un sito industriale devastante per la salute dei tarantini, come ha dimostrato il magistrato di turno, e fonte di clientele ed oscure convergenze, tra cui la manipolazione delle perizie e dei dati sanitari.

Una fabbrica tecnicamente ‘chiusa’ che continua ad esistere per volontà di Roma, dove, però, l’inquinamento da metalli pesanti non arriva. Una fabbrica che il sindacato difende in nome del salario degli operai, ma non della loro salute.
Un impianto dove, ieri, non doveva esserci nessuno, che invece era occupato dai lavoratori, in barba alle ordinanze, mentre nessun ambientalista protestava nè intervenivano le forze dell’ordine per lo sgombero.

Così accade che – in un complesso industriale privo di un datore di lavoro che attui ed imponga la sicurezza sul lavoro – arrivi una tromba d’aria, vada giù una ciminiera ed una gru, scoppi un incendio con fiamme alte decine di metri, ci siano morti e dispersi tra gli occupanti.

Dunque, visto come è andata per la Thyssen a Torino, ci aspettiamo lo stesso peso e la stessa misura: chi ha organizzato l’occupazione deve andare alla sbarra ed essere severamente processato; i morti sono morti.

Come anche dovremmo aspettarci che si sigilli l’ILVA e la si smantelli. Dovremmo …
Infatti, non il ministro delle Infrastrutture, ma quello dell’Ambiente, Corrado Clini, annuncia incredibilmente: «Chiudere Ilva è favorire i concorrenti», l’Ilva  «prosegua l’attività per 2 anni», «non si può distinguere l’ambiente dalla crescita sostenibile quindi dall’economia».

That’s Italy.

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Honduras, nascono le prime ‘città a noleggio’

7 set

Naomi Klein sta lanciando l’allarme, tramite Facebook, riguardo un allarmante ‘esperimento sociale’ che il governo dell’Honduras sta mettendo in atto: le città privatizzate.

Costruite da zero da investitori privati, le città sperimentali saranno concepite come città d’affari, le cosiddette “zone di libero scambio” come Dubai o Hong Kong, ma con un sistema di governance indipendente, ovvero secondo le regole dettate dalla multinazionale proprietaria o, peggio, da un anonimo fondo finanziario.

Il sogno di qualunque speculatore, monopolista o semplice palazzinaro, che ‘i soliti oppositori’ definiscono “città a noleggio” e “cancellazione della democrazia”, visto che saranno rette da un consiglio di amministrazione e non da un sindaco …
La cosiddetta “chartered city” sarebbe in contrasto con i diritti di tutti honduregni, con impatti negativi sulla popolazione indigena del paese.

Naturalmente, per il governo honduregno, si tratta ‘del progetto del secolo’, ma, per avere ‘conferme’, basta ricordare che il presidente Porfirio Lobo è arrivato al potere con un colpo di stato militare nel 2009 e che a consigliarlo c’è l’economista americano Paul Romer,  laureatosi presso la Scuola di economia di Chicago di economia e attualmente professore alla Stern School of Business della New York University.
E vale la pena di precisare che le città dovrebbero operare al di fuori del controllo del governo honduregno  e avranno “le loro proprie forze di polizia, le leggi, il governo e i sistemi fiscali.”

Secondo Oscar Cruz, ex magistrato che ha presentato una mozione alla Corte Suprema, il progetto è incostituzionale ed è “una catastrofe per l’Honduras”, che “le città comportano la creazione di uno Stato nello Stato e di un ente commerciale con i poteri dello Stato al di fuori della giurisdizione del governo”.  Secondo Ismael Moreno, corrispondente per la rivista nicaraguense Sped, sono elevati i rischi per l’ambiente, in particolare se uno dei siti di sviluppo sarà la valle Sico, una zona di foresta vergine lungo la Mosquito Coast.  “Questa città modello finirebbe per eliminare l’ultima frontiera agricola rimasta” (link).

The Guardian rimarca come “l’idea ha provocato polemiche in un paese già sofferente per uno dei peggiori livelli di disuguaglianza nel mondo” e la stampa USA (Associated Press) ricorda come questo andrà a creare un nuovo paradiso fiscale, dove è possibile aggirare le norme sul lavoro e quelle ambientali.

Considerato che l’Honduras si trova a metà strada tra Columbia e Messico, è altrettanto proponibile l’ipotesi di un forte interesse dei narcos e dei cachicchi dela droga ad investire in queste ‘città privatizzate’ e/o appropriarsene.

Non vorrei drammatizzare, ma sembra che la soluzione liberista ad un mondo che va a rotoli sia quella di andarsi a rintanare in qualche città di cristallo … Oggi, ‘zone di libero scambio’, domani feudi, feudatari, vassalli e valvassori …

La barbarie neoliberista non trova requie.

Post Scriptum (8-9-2012)

Dal Report 2012 di Amnesty International:
Diverse persone sono state uccise nel contesto di continue dispute sulla terra nella regione dell’Aguan. Gli sgomberi forzati (ndr. necessari per creare la città a noleggio?) hanno lasciato senzatetto centinaia di famiglie di campesinos (contadini). È continuata l’impunità per le violazioni dei diritti umani da parte dei militari e della polizia, comprese quelle commesse durante il colpo di stato del 2009. Difensori dei diritti umani hanno continuato a essere vittime di intimidazioni.

Ad aprile, il governo ha istituito una commissione verità e riconciliazione per analizzare gli eventi che portarono al colpo di stato. Nel suo rapporto reso pubblico a luglio, la Commissione ha ammesso che gli eventi del 2009 costituirono un colpo di stato e che si erano consumate molteplici violazioni dei diritti umani, tra cui atti di uso eccessivo della forza da parte dei militari e della polizia. A fine anno, nessuno era stato chiamato a rispondere
per queste violazioni dei diritti umani.

A giugno, l’Honduras è stato riammesso all’Oas, da cui era stato espulso a seguito del golpe del 2009.
Membri della magistratura, destituiti a seguito di procedimenti iniqui sotto il governo de facto, a fine anno non erano stati ancora reintegrati.

Senza parole, vero?

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Ambiente: nessuna buona azione resterà impunita

7 giu

Il Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello e il segretario dei Radicali Lucani, Maurizio Bolognetti avevano, nel gennaio 2010, rivelato un “decadimento delle acque dell’invaso del Pertusillo e lo avevano fatto sulla base di analisi effettuate su campioni prelevati dal lago.
Oggi, la Procura della Repubblica di Potenza li condanna per aver rivelato segreti d’ufficio.

Intanto, l’ex assessore all’ambiente Santochirico fa ancora parte del Consiglio regionale ed i dirigenti preposti sono stati premiati, mentre nulla è dato sapere riguardo l’indagine aperta, all’epoca, dalla Procura di Lagonegro sul disastro ambientale.

Eppure, il problema inquinamento è serio, per le estrazioni petrolifere e per lo sversamento di rifiuti, in massima parte provenienti da altre regioni, sopratutto settentrionali a quanto pare, che in Basilicata riversano da anni rifiuti industriali.

Ad esempio la vicenda della ex Liquichimica di Tito Scalo, dove 10 anni fa è stata accertata la contaminazione della falda acquifera, dove lo stanziamento di 4,5 milioni di euro per una bonifica che attende ancora il completamento della messa in opera.

La colpa del Tenente Di Bello e del radicale Bolognetti?
Aver denunciato, sulla base di indagini biochimiche indipendenti, un grave inquinamento di origine biologica e chimica nelle acque del Petrusillo, di Monte Cutugno, della Camastra e di Savoia Lucana, invasi che forniscono acqua per usi potabili ed irrigui.

In particolare, il Pertusillo è una stazione idrica tra le più importanti dell’acquedotto lucano-pugliese, che è il più grande d’Europa), eppure la Puglia dell’ecologista Nicki Vendola sembra non essere interessata alla questione.

Utile aggiungere che, il 26 agosto scorso, il WWF denunciava una “nuova moria di pesci nel lago del Pertusillo, dopo la morte di centinaia di  carpe a maggio, e che “un gran numero di pesci che si sta accumulando allo sbarramento della diga”. Nessuna risposta sembra esere pervenuta dall’Acquedotto lucano, dall’assessore regionale all’ambiente Agatino Mancusi e dai sindaci del territorio.

Un territorio, quello dell’invaso del Lago di Pietra del Petrusillo, che, non dimentichiamolo, dovrebbe avere particolari tutele, in quanto parte del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese.

Utile aggiungere che i ‘loro’ dati che contraddicono le rilevazioni della ARPAB (Agenzia regionale per l’ambiente della Basilicata), che, viceversa, escludono la presenza di quantità allarmanti di mercurio e di sostanze cancerogene, provenienti dall’inceneritore Fenice e che vanno a confluire, poi, nel fiume Ofanto.

Inoltre, le analisi microbiologiche indipendenti del tenente Di Bello e del segretario radicale Bolognetti lasciano pensare alla diffusa presenza di scarichi urbani abusivi e/o di un cattivo funzionamento dei depuratori.

“Si è voluto parlare di metodo della questione e mai di merito. Abbiamo fornito alla Procura documenti video dei depuratori che non funzionano che nell’invaso scaricano di tutto e di più. In altri luoghi di  Italia si procede con l’arresto di chi inquina qui in Basilicata si fa l’esatto contrario”. (Tenente Giuseppe Di Bello)

Infatti, a badare alla sostanza, si doveva aprire un fascicolo per una serie ‘infinita’ di reati contro l’ambiente e contro la salute pubblica, cosa ben più grave, liberando la Basilicata da un ceto irresponsabile, omertoso e pericoloso per la salute e dalle solite speculazioni a basos costo delle aziende settentrionali. Era chiedere davvero troppo …

Italia: nessuna buona azione resterà impunita.

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Val di Susa fuori controllo

29 feb

Una troupe di H24 del Corriere Tv è stata aggredita in Valsusa dopo aver documentato in video le pesanti provocazioni di un militante No Tav ad un carabiniere.


Una quarantina di militanti No Tav ha bloccato, spintonato e malmenato i tre operatori, dopo di che ha danneggiato le attrezzature ed il pick up attrezzato per la trasmissione satellitare, al quale sono state anche sgonfiate le gomme.

Ciò non bastante, gli aggressori hanno derubato i ragazzi della troupe dei documenti, degli smartphone e delle chiavi del pick up.

Dopo l’episodio di ieri, in cui un matto – cos’altro mai – si è arrampicato su un traliccio dell’alta tensione minacciando di buttarsi senza che nessuno lo fermasse, anche questo atto squadrista dimostra come la Val di Susa sia ormai una terra di nessuno, dove si aggrediscono giornalisti e, soprattutto, si prendono loro documenti e rubriche telefoniche, ovvero si entra profondamente nella loro privacy …

Visto quanto succede alla libera stampa, resta un mistero il perchè il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri pensi «che con il dialogo si possano risolvere molti problemi». Dovrebbe sapere che è con il dialogo che in 5 anni non si è fatto un metro e che non è pensabile che un’azione squadrista ed intimidatoria verso dei reporter possa passare sotto silenzio solo perchè i tre ragazzi, intimiditi, hanno minimizzato la denuncia …

Come anche ministri e giornali dovrebbero sapere che i Verdi europei appoggiano le TAV, dato che abbattono il traffico su gomma …

Detto questo non proviamo neanche a chiederci perchè da Torino partano tante bandiere rosse in “soccorso della Val di Susa” oppure perchè si debba a forza dialogare con chi urla, spinge e non ragiona.

Tra l’altro, non si comprende davvero perchè protestino per le tonnellate di polveri sottili ed il traffico in Val di Susa, che coinvolge 30.000 persone, e non, viceversa, “a casa loro”, ovvero per lo smog e la paralisi in cui vivono milioni di persone nelle nostre città.

Aggiunto che il maggiore appoggio agli ambientalisti susini arriva dai metalmeccanici delle fabbriche d’auto, di cosa vogliamo parlare?

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Lezioni sospese. Ed il monte ore annuale?

13 feb

La buriana sembra essere passata e la neve passa loscettro del disastro al ghiaccio ed al gelo.
Intanto, nei centri abitati riaprono le scuole, dopo sette o dieci giorni di sospensione della didattica.

Il sistema scolastico italiano prevede, come tutti sanno, che le classi ed i singoli alunni svolgano un determinato numero di ore, affinchè l’anno scolastico sia “valido” e si possa essere promossi od amemssi agli esami.

Parliamo di 1056 ore annue per gran parte degli istituti, di 990 per medie, elementari e buona parte dei licei, fino al minimo di 891 ore, previsto per i classici.
Ore che vengono distribuite, quasi esclusivamente, su 33 settimane annue, con frequenze che vanno dai cinque ai sei giorni alla settimana e con una durata quotidiana delle lezioni di 5-6 ore.

La norma, così come voluta dal ministro Gelmini, non prevede deroghe al numero minimo di ore svolte dalla classe e consente ai singoli alunni un massimo di una 50 di assenze annue, salvo casi eccezionali e documentati.
D’altra parte, la norma non è altro che il recepimento delle direttive e dei trattati europei: nulla da fare, dunque, se vogliamo emettere dei titoli riconosciuti all’estero.

In due parole, se il Calendario scolastico della Regione Lazio, per il 2011-12, prevedeva 210 giorni di lezione, sabati inclusi, ne restano solo 200-202 per le scuole di Roma, ad esempio, ed ancor meno per tutte quelle località dove stamane le lezioni sono rimaste sospese.

Così andando le cose, va capito cosa accadrà, nel futuro prossimo venturo, allorchè verrà a porsi il problema che, in molti comuni del Centroitalia tra cui la Capitale, la durata dell’anno scolastico potrebbe non poter contare su un numero di giorni congruo, a fronte di un diritto costituzionalmente garantito.
Dieci, quindici giorni di sospensione delle lezioni sono tanti, tantissimi, se, poi, c’è da recuperarli.

Le scuole di pensiero a riguardo sono tante e tutte affette da una qualche “difficoltà”.

Dall’ipotesi che le ore vengano svolte “in aggiunta” all’orario “normale”, per iniziativa dei dirigenti e degli organi collegiali delle scuole, senza intaccare il calendario regionale, ma stravolgendoi trasporti e obbligando i docenti ad orari eccedenti.
A quella che le singole Regioni adottino modifiche ai rispettivi calendari scolastici, azzerando le vacanze pasquali, ipotesi impraticabile per gli esiti di forte impopolarità, mentre riforme ed elezioni incombono.

Per finire alla prevedibilissima “deroga” ministeriale, magari a mezzo circolare, anzichè decreto, sollevando tutti dall’obbligo di recupero delle ore di lezione mancanti e lanciando al paese un chiaro – e pericoloso – segno di populismo … e di “benevolenza”. Il tutto  – ancor più pericolosamente – in barba all’europeismo vantato da Mario Monti in tante sedi internazionali.

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Il Centroitalia in stato di calamità

12 feb

L’Appennino centromeridionale è sommerso dalla neve.
Come al Passo del Furlo, dove si combatte da almeno una settimana contro una bufera ignorata dai media, oppure per le centinaia di persone sfollate dalle piccole frazioni della Romagna.

O come nell’Avellinese dove, oltre agli sgomberi di edifici,  l’accumulo di neve sui tetti ne ha messo a rischio la staticità e le strade del centro sono transennate per la caduta delle grandi lastre di ghiaccio, che si staccano dai tetti e dai balconi, con tantissime auto danneggiate.
Inoltre, almeno una ventina di comuni dell’Alta Irpinia sono senza acqua, a causa di un black out verificatosi agli impianti dell’Acquedotto Pugliese, e nella stessa situazione sono i comuni di Aquilonia, Bisaccia, Lacedonia, Monteverde, Cairano.
Praticamente isolata l’Irpinia, dove sono chiuse molte strade che servono a collegare i centri della Valle Peligna, dell’Alto Sangro,  Pescina, Villetta Barrea, Opi, Scanno, Anversa degli Abruzzi, S. Donato val di Comino (Frosinone).

Anche la Toscana ha i suoi problemi e risultano semi-isolati Gamberaldi, Lutirano, Campigno, Firenzuola, Vacchiella, Eremo Santa Maria, Greta. Mugello è semi-isolato e problemi seri si riscontrano anche a Palazzuolo. In provincia di Pistoia, ma non solo, a causa del congelamento delle tubazioni, alcune aree montane sono senz’acqua potabile.

Nel Teramano, dove la situazione è particolarmente critica, intere frazioni sono rimaste sepolte dalla neve, che è caduta ininterrottamente per circa 24 ore.
Nelle provincie di Pesaro e Urbino nevica quasi ininterrottamente dal 3 febbraio scorso e “la situazione è drammatica”, specialmente a  Mercatino Conca, Sassofeltrio, Monte Cerignone e Montegrimano, con più di 3 metri di neve nell`entroterra.
Addirittura, Urbino ha rischiato di restare isolata e la situazione è piuttosto critica nelle frazioni più periferiche di Umbertide, Preggio, Olivello, Racchiusole, Caicocci, Santa Lucia Castelvecchio, Sant’Anna e Spedalicchio.

Anche Chieti, Francavilla al Mare, Cappelle sul Tavo e Spoltore, in Abruzzo, sono senz’acqua a causa del gelo delle sorgenti e delle riduzioni di portata dell’acquedotto. E nella sola Regione Lazio, si contano ben 150.000 utenze dell’Enel distaccate per il freddo con effetti sulla telefonia, fissa e mobile.

Questa è una breve ed incompleta lista dei luoghi dove neve, vento e ghiaccio hanno raggiunto l’entità di “evento calamitoso”.

Una lunga lista alla quale va aggiunto che il blocco dei mezzi pesanti, l’impercorribilità delle strade e le enormi difficoltà per raggiungere le aziende agricole hanno fatto crollare del 40 per cento le consegne dei prodotti alimentari freschi (frutta, verdura, carne, latte, latticini, uova) dalle campagne ai mercati all’ingrosso rispetto al quantitativo medio abituale.
E che, le nevicate hanno danneggiato le colture d’olivo – appena potate – e portato i consumi energetici (ed i costi) dei vivai e delle serre alle stelle.

Oppure, ancora, che sono milioni e milioni le ore di lavoro perdute e saranno di miliardi le spese che l’Italia ed i singoli italiani dovranno affrontare per ripristinare le zone e le cose disastrate e per intervenire, soprattutto, contro il dissesto idrogeologico ed il degrado infrastrutturale, che incombe sulla sicurezza dei cittadini e delle imprese.

Un governo “iniquo” – vedi George Walker Bush a New Orleans – “non commenta” e manda l’esercito … un governo “equo” avrebbe già fatto la sua parte attivando – e sostenendo finanziariamente – le reti di solidarietà sociale e civile.

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Equità: una questione di stile, ma anche di cittadinanza.

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Il Brasile deforesta il 5% dell’Amazzonia?

11 feb

Dilma Vana Rousseff Linhares (64 anni) è un’ex guerrigliera marxista-leninista brasiliana, attuale membro del Partido dos Trabalhadores e divenuta presidente del Brasile, dopo una campagna elettorale macchiata da numerose irregolarità.

In questi giorni, Dilma ha autorizzato il proseguimento della più grande speculazione immobiliare e industriale del secolo, dando l’approvazione per costruire un grande impianto idroelettrico (il terzo più grande del mondo ), tagliando praticamente  uno spicchio dell’Amazzonia, sommergendo oltre 400.000 ettari di foresta pluviale.

Il tutto accade, nonostante un magistrato brasiliano abbia impugnato l’Atto 788/2005 del Congresso Nazionale, che autorizzava la costruzione della diga senza la consultazione anticipata delle popolazioni indigene della città di Altamira e delle aree confinanti, che, viceversa, è un diritto degli indios sancito dall’articolo 231 della costituzione brasiliana.

Il progetto, infatti, prevede lo sbarramento del fiume Xingu, uno dei maggiori affluenti del Rio delle Amazzoni, e la creazione di un lago enorme, stravolgendo almeno 500 chilometri quadrati di territorio.

La zona pluviale di Belo Monte, dove verrà costruita la centrale ad oriente della Tierra del Medio, nello Stato del Parà,  era stata dichiarata , nel 2004, “riserva estrattiva” con decreto presidenziale allo scopo di salvaguardare la flora, la fauna e le popolazioni indigene, oltre ai “siringueros”, che estraggono con metodi tradizionali e non invasivi il “lattice” dall’albero del caucciù.

Il presidente brasiliano, autorizzando l’Agezia per l’Ambiente a dare il via all’operazione speculativa, porta a conclusione il progetto avviato dal governo del suo predecessore, Lula, per aggredire l’habitat dell’Amazzonia e renderlo accessibile alle attività industriali e speculative.

Infatti, la quantità di foresta (circa 500mila kmq circa) che scomparirà all’apertura della diga – tra quella che andrà sommersa e quella che verrà privata dell’afflusso ordinario d’acqua -  equivale ad almeno il 5% circa dell’intera Amazzonia (oltre 7 mln kmq totali) e la deforestazione risultante equivale a 50 volte quella prodottasi nel solo 2010 (circa 8500 kmq) e ad almeno il doppio di quella avvenuta nel decennio 2001-2010.

A questa area, inizalmente invasa o depauperata dalle acque, andrà progressivamente ad aggiungersi un territorio equivalente all’intera Francia, dove andranno progressivamente a convergere implementazioni industriali e speculazioni immobiliari, intorno ad una serie di dighe, laghi e centrali di cui Belo Monte è la prima di una lunga serie.
Un territorio, che il Brasile fu costretto, suo malgrado, a tutelare dopo le forti proteste e pressioni internazionali, dato che gli agricoltori avevano già eroso una parte importante di foresta, costringendo gli indios ad allontanarsi dal fiume Xingu, arretrando nella foresta e perdendo la fonte del proprio sostentamento.

Non è un caso che il FUNAI (Dipartimento brasiliano agli affari indiani) nel mese di maggio, abbia vietato a Azelene Kaingang, portavoce dei popoli indigeni, di partecipare al Forum delle Nazioni Unite sulle questioni indigene per denunciare le violazioni del governo brasiliano alle direttive della Commissione Inter-Americana per i diritti umani, che la costruzione della diga andrà a causare e la tragedia dell’etnia Kayapo, che sarà cancellata dalla Storia.

Infatti, la centrale idroelettrica di Belo Monte produrrà circa 11.233 megawatt, a regime, ma renderebbe solo il 40% del proprio potenziale a dato che nella stagione secca il flusso d’acqua è solo il 5% di quello della stagione piovosa e, per risolvere questa “piccola difficoltà”, il progetto prevede la costruzione di un’altra enorme diga per creare un altro invaso – un enorme lago – che faccia da riserva d’acqua.

Difficile comprendere come noi europei si possa essere, correttamente ma costosamente, così “attenti all’ambiente” di casa nostra e così “politicamente corretti” nelle relazioni internazionali, se, poi, continuiamo ad intrattenere relazioni commerciali e finanziarie con uno stato, come il Brasile, che intende ridurre sensibilmente la produzione planetaria di ossigeno, cancellando un almeno il 5% di foresta amazzonica, tra diga, controdiga e dighe futuree, invasi, logistica ed impianti, industria, indotto, servizi, insediamenti e tutto quello che dovrà arrivare per trasformare Altamira – ed il suo territorio – da una modesta cittadina ad una città tecnologicamente avanzata, avamposto dell’umanità robotizzata e lucrativa.

Questo, infatti, è il progetto complessivo che Cardoso, prima di Lula, mise in campo e che Dilma sta rilanciando.

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